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"Ci
siamo sistemate molto bene al Pellegrino e siamo molto ben servite. […] Il
pranzo di oggi è consistito in una zuppa bianca coi vermicelli e
parmiggiano fine grattuggiato sulla superficie, mezza testa di maiale
bolognese mirabilmente essicato e condito, superiore ad ogni altro tipo di
carne di maiale mai mangiato in Inghilterra; una frittura molto ricercata,
un piatto di pasticcio alla francese, una pollastra tenuta all'ingrasso,
una delle migliori che io abbia mai visto […] un quarto anteriore di
agnello arrosto, un fricandò con piccole navées, spinaci conditi alla
maniera francese, tartufi di cavolfiore in fricassea conditi con burro e
acciughe, un piatto di mortadella; per dessert la migliore uva bianca che
si possa immaginare, bianche pere, le migliori noci e nocciole, di una
dimensione e dolcezza fuori del comune". Con una simile succulenta
successione di piatti, impressionante per gli inappetenti stomaci dei
commensali di oggi, una viaggiatrice inglese degli ultimi decenni del
Settecento, Anne Miller Riggs, descriveva, in una lettera agli amici
londinesi, la saporosa esperienza del suo impatto con la cucina bolognese,
dove i piaceri del cibo non conoscevano alcuna pudica limitazione dovuta
ad imperativi di colesterolo o di linea, secondo gli schemi di
comportamento salutisti delle epoche più recenti e le icone efebiche
imposte dalla moda femminile. Ciò che risalta è soprattutto l'insistita
sottolineatura sulla qualità dei prodotti presentati; la loro
straordinaria varietà lungo l'intero ordito del pranzo, dalla prima zuppa
con vermicelli parmiggiano, attraverso carni e verdure diverse, fino
all'elogio e conclusivo per le frutta; nonché l'attitudine tutta
particolare del cuoco ad elaborazioni aperte alle migliori suggestioni
della gastronomia internazionale, al punto da incontrare il gusto
soddisfatto della nostra golosa turista d'oltre Manica . Del resto è ben
noto che Bologna acquisì, fin dai primissimi secoli del II millenio, la
duplice e correlata denominazione di dotta e grassa, proprio per la sua
non comune capacità di assicurare, in virtù della forza produttiva delle
campagne circostanti e della dinamicità dei suoi snodi commerciali, un
costante approvvigionamento per le migliaia di studenti e docenti che ne
animavano la vita comunitaria. E così, già i documenti del XII secolo
ci parlano di questa rassicurante fertilità del contado da dove, con il
vigile e stringente controllo del comune cittadino, giungevano in
abbondanza grano, verdura, frutta, olive, uva da vinificazione, erbe
medicamentose; mentre il pesce, oggetto di costante consumo, arrivava sia
dall'Adriatico, soprattutto attraverso il Ferrarese, sia dalle paludi e
dai corsi d'acqua locali a partire dal Reno: su tutto l'anguilla marinata
o cotta nel vino ma con essa storioni, gamberi, granchi, cefali, ostriche.
E poi la carne bovina, in particolare di importazione romagnola, presente
sulle tavole dei bolognesi e non solo dei ceti più ricchi, anche nei
periodi di maggiore carenza alimentare; per arrivare poi al maiale
subliminato da sempre, per la ricchezza e la varietà dell'offerta
gastronomica che si poteva trarre dalla lavorazione delle sue carni
fresche o insaccate, come la quintessenza della cucina bolognese:
raffigurato in due stele di età augustea insieme al mortaio già allora
destinato alla preparazione della mortadella; evocato in una festa civica
a lui dedicata, quella della porchetta; elogiato nel corso dei secoli da
quanti ebbero ad accostarsi alle nostre tavole per i più svariati motivi.
Dallo sguardo curioso di un erudito del Cinquecento, Ortensio di Lando
che, nel suo stravagante attraversamento della penisola, ricordava come
"in Bologna si facciano salsicciotti i migliori che mai si mangiassero;
mangiansi crudi, mangiansi cotti, e a tutte l'ore ne aguzzano l'appetito";
ai tanti viaggiatori sei-settecenteschi, francesi, inglesi, tedeschi, più
volte ricordati dagli storici cittadini; fino alle guide italiane e
straniere dell'Ottocento dove non manca mai un esplicito riferimento alla
fama della mortadella, arricchito dalle sottolineature di un libro di
viaggi americano, ancora del 1953, dal titolo All the Best in Italy che,
dichiarando esplicitamente la superiorità gastronomica della città per
l'intera area centro-settentrionale, afferma essersi qui inventato ben di
più della "Bologna sausage"; ed ancora al vero e proprio trionfo
dell'Esposizione emiliana del 1888, quando ai Giardini Margherita, accanto
al ricchissimo padiglione approntato dalla cioccolateria Majani, fu eretto
una sorta di "tempio consacrato al dio maiale", per usare la sorridente
metafora a rischio di devozione blasfema, del "Giornale dell'Esposizione".
Che ne assegnava il merito al "gran prete Bellentani di Modena",
coadiuvato dal "sacro collegio sacerdotale di Bologna" (gli Zappoli, i
Romagnoli, i Forni tra gli altri). "Entro il tempio - si spiegava tra
arguzia ed orgogliosa seriosità - oltre al simulacro dell'idolo,
presentato al naturale in diversi tipi, sono esposte alla venerazione dei
fedeli tutte le varie, infinite sue trasfigurazioni, e fra queste immane,
smisurata, simbolica, tutta avvolta d'argento, riprodotta le cento volte,
l'universale mortadella". Che proprio allora, per altro, andava conoscendo
una nuova stagione di successi internazionali, grazie al metodo Forni di
inscatolamento per fette sottili in confezioni di latta sotto vuoto a
lunga conservazione, facilmente esportabili nei mercati più
lontani. "Grassa", dunque, Bologna lo era sempre (e ancora il Baedeker
del 1886 così la definisce, aggiungendo "on vit bien à Bologna") e
"grassa" "per l'opulenza sua, o meglio per la fertilità della sue
campagne" - come la descrive Michelangelo Gualandi in una guida del 1850:
quasi un destino naturale, al quale le sue donne, per un verso, ed i suoi
cuochi, sotto un altro aspetto, non potevano non rispondere con la
maestria delle loro combinazioni e delle loro cotture. Una corposità che
Guido Piovene, nel suo straordinario Viaggio in Italia dei primi anni
Cinquanta, vede sostanziare la stessa fisionomia architettonica e urbana
della città, da lui definita, senza mezzi termini, tra le più belle
d'Italia e d'Europa. Spiegando che a Bologna "i portici, gli archi, le
cupole, tutto fa pensare a una rotondità carnosa. Lo stesso dialetto,
l'accento, sono abbondanti e tondeggianti […] Molte bellezze di Bologna
[…] sono […] avviluppat[e] e nascost[e] nelle sue pieghe prosperose. Il
segreto del ripieno in un piatto succulento. La bellezza a Bologna non si
pensa, ma si respira, si assorbe, si fa commestibile". Ma "grassa"
anche fin dall'inizio della sua prosperità medievale - come s'è detto -
per la vocazione e la facilità ai transiti, alle relazioni commerciali,
alle aperture verso mondi diversi, che proprio il suo essere "dotta" per
via accademica, rendevano inevitabili e che finivano per proporci una
cucina sensibile alle contaminazioni di produzioni e di elaborazioni
provenienti da altri luoghi, purché naturalmente in grado di arricchire le
nostre tavole distribuite a fine Trecento in 150 osterie e 50 alberghi.
Così incontriamo nel medioevo il grande consumo del vino di Creta e della
vernaccia dolce; o ci troviamo di fronte, in una delle novelle, bolognesi
di Sabbadino degli Arienti, scritte nel Quattrocento ma ambientate a fine
Trecento, un inaspettato cuoco tedesco operante nel convento di San
Procolo ed incaricato di preparare per l'abate ed i suoi ospiti un paio di
catini di lasagne "con un buono caso gratusato"; oppure leggiamo in un
ricettario secentesco del famoso cuoco bolognese Bartolomeo Stefani la sua
costante ricerca di prodotti, in particolare verdure, provenienti da altre
parti d'Italia, mentre la parallela esportazione di tipicità bolognesi
riguardava uva, olive (queste più volte magnificate dai viaggiatori
stranieri) e finocchi, definiti dall'agronomo Tanara, ancora nel Seicento,
"gloria degli agricoltori bolognesi". Senza dimenticare, da ultimo, di
stupirci, ripercorrendo le sontuosità dei banchetti rinascimentali e
sei-settecenteschi, ripetuti in Bologna in moltissime occasioni pubbliche,
fatti di stupefacenti allegorie dove il cibo, nel suo variopinto comporsi,
era anche un pretesto per esprimere significati festevoli, politici,
araldici. Tanto più che l'obiettivo da raggiungere nei sapori, secondo
un'eredità risalente all'epoca romana, era quello di combinare il più
possibile gli ingredienti per conseguire risultati di sintesi tra il dolce
e l'agro, vere e proprie invenzioni del gusto a base di spezie e di
zuccheri sparsi in ogni piatto, comunque lontani dalla semplice fruizione
del prodotto, così come offerto dalla natura. Un modo questo - sia detto
per inciso - di intendere l'abilità cuciniera per nulla confinato a quei
secoli di tavola, per così dire, barocca, se nel 1927, proprio la Sms fra
cuochi bolognesi, per celebrare il suo venticinquennale, offriva una
mostra di piatti che, con un uso scultoreo dei più svariati ingredienti
adatti all'esigenza illustrativa, rappresentavano, di volta in volta, la
Tavolozza di Raffaello (con pan di allodole, testine di allodole, gelatine
e allodole ripiene), o l'anatra montmorency con un pennuto sullo sfondo le
due torri, od ancora un Littoriale con la pista fatta di pasticcio di
fegato e il campo di torta dolce. Inevitabile, quindi, per simili
modalità di preparazione in tavola che si ricorresse ai prodotti più
diversi, magari privilegiando proprio quelli più esotici, sì da aggiungere
stupore a stupore. Sarà solo, tra ultimo Settecento e l'Ottocento, fino
alla codificazione di Pellegrino Artusi nel 1891, che si elaborerà anche
nel nostro paese come nel resto d'Europa, una cucina dominata dalla
vincente mediatas borghese, con il suo ordine, la sua decorosa ma modesta
semplicità, il suo risparmioso ricorso ai prodotti della natura e dei
mercati locali; la sua, in definitiva, ricerca di omogeneizzazione tra
cucina dei ricchi e quella dei poveri, senza luccichii, ma pure senza
sprechi, senza stravaganze elaborative, ma pure senza carenze nutritive,
dalla cui eliminazione si sapeva bene sarebbe alla lunga dipeso il
sostegno materiale della trasformazione capitalistico-industriale in
corso. Un processo che nel nostro paese si andò a sommare e ad intersecare
con la vicenda risorgimentale di costruzione dell'unità nazionale da
racchiudersi in un solo Stato, composto da cento frammenti diversi, tra i
quali trovare, appunto, un sistema di composizione omogeneo anche, perché
no?, nel gusto alimentare. Ecco, allora, la riscoperta delle diverse
tipicità produttive delle varie città della penisola proposte in una loro
precisa catalogazione e nella loro più comune traduzione in piatti e menù,
sì da proporre un equilibrio tra centro e periferie, nella consapevolezza
che solo dando rilievo alle specificità locali le si potesse combinare in
una particolarità gastronomica nazionale, lontana dalla cucina
internazionale come da quella della pura naturalità delle varie campagne
regionali. Cominceranno, così via via quelle cartine geografiche, che
tutti ricordiamo, dove ogni campanile si segnalava per una propria
attitudine alimentare e tutte insieme andavano a comporre il nuovo gusto
dell'Italia borghese in formazione. Fu, dunque, facile, all'interno di una
simile esigenza generale, ritrovare a Bologna le antiche, sempre ribadite,
abbondanze produttive del suo entroterra e farne una nuova esemplare
codificazione in proposte gastronomiche, dove la tradizione veniva a patti
con la sopraddetta esigenza di misura e ordine borghesi, ben agganciata a
menù facilmente rapportabili ai sapori dei campi, degli orti, dei pollai,
delle stalle del contado emiliano-romagnolo, ritrovando per tal via le
ragioni per poter continuare ad essere "grassa" anche nelle mutate
condizioni e ribadire antiche primazie. Tagliatelle, lasagnette,
tortellini, tortelloni, strichetti, costolette al prosciutto, fritto
misto, umido incassato, baccalà e frittata alla bolognese, sfrappole,
raviole, mistocchine, torta di riso, certosino, e altro ancora, secondo la
documentazione raccolta dal Touring Club in una Guida gastronomica
d'Italia , del 1931, per una sua lista di specialità a quel punto
universalmente riconosciute come tali. Su tutto nella loro esemplarità le
tagliatelle, in quanto davvero espressione di tale cucina bolognese
affondata nelle radici agricolo-produttive: queste (secondo una corretta
intuizione del Paglia nel suo Breviario della buona cucina bolognese ),
"riunendo insieme il meglio della stalla, del pollaio, dell'orto e del
campo, rappresentano la sintesi di quanto di più prelibato produce la
campagna emiliana, una sintesi equilibrata e perfetta". Per nulla
semplice e lineare, dunque, la lunga vicenda della realtà cuciniera
bolognese, sempre comunque all'insegna di un'eccellenza trovata nella
scelta accurata dei prodotti utilizzati. E lo testimoniò anche uno dei
maestri della nostra gastronomia, quel Vittorio Zurla, conosciuto ed
ammirato ben oltre i nostri confini, il quale, interpellato da Paolo
Monelli per il suo volumetto Il Ghiottone errante , spiegò : "Non ci sono
segreti nella cucina, ci sono virtù e attenzioni che si possono ricordare
a chi voglia cucinare, ma non si insegnano. È tutta una questione di
sfumature; nella cottura, nel condimento, nelle proporzioni. E di qualità
nelle materie prime". Qui in questa ultima sottolineatura sta il nostro
passato, sono certo che per una simile strada troveremo anche il nostro
futuro. |