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Alcune
delle pagine più belle e avvincenti che siano mai state scritte
sull'euforia dell'odio, la gioia di uccidere innocenti e morire con
altrettanta fanatica gioia in nome della propria religione, sono dovute
alla penna di uno scrittore ucraino, Mykola Hohol, molto più celebre
secondo la traslitterazione russa del suo nome: Nicolaj Gogol. Il suo
Taras Bulba - il più curato forse dei suoi romanzi, quello cui dedicò i
dieci anni più produttivi della sua vita (una prima versione uscì nel
1835, quella definitiva, ampliata e riscritta, solo dieci anni dopo),
parla dell'epopea di uno dei più formidabili e feroci "eserciti del
terrore" di tutti i tempi, quella dei cosacchi Zaporoghi (da za porogami,
abitanti del paese "al di là delle cateratte" del fiume Dniepr), che per
secoli imperversarono nelle steppe e le paludi dell'Ucraina (paese di
confine). Terrorizzando turchi e tartari musulmani, cattolici polacchi,
persino russi cristiani ortodossi come loro, e soprattutto gli ebrei che
convivevano con ciascuna di queste "civiltà" che oggi definiremmo
"superiori" a quella dei cosacchi, e in mezzo agli stessi cosacchi. Volta
a volta usati dallo Zar di Mosca, dal Re di Polonia, o anche dal Sultano
di Istanbul per dar fastidio al rivale del momento, salvo pentirsene
quando finivano col dare più fastidio a loro che agli altri. Spesso al
servizio del migliore offerente, ma assolutamente incontrollabili,
regolarmente "traditi" e abbandonati dai loro committenti, e ancor più
frequentemente portati a rivolgerglisi contro. Gli storici non sono ancora
riusciti a mettersi d'accordo neppure su quale sia l'origine del termine
"cosacco". Un popolo, discendente dagli antichi sciiti, formato da tribù
tartare e calmucche mischiatesi con gli slavi, come si propendeva a
ritenere nell'Ottocento? Contadini, servi della gleba, fuggiti dai loro
signori, come concludevano le storie ufficiali sovietiche? Una libera
accolita di banditi di ogni provenienza, come indicherebbe una delle
possibili origini del termine, dal turco "kachak", fuggitivo (lungi
dall'essere appurata ed indiscussa)? "Una moltitudine di uomini ai quali
nessuno chiedeva chi fossero e da dove venissero e come si chiamassero", è
il modo in cui nel romanzo Gogol parla della Sjech, la capitale
provvisoria nelle isole del delta del Dniepr cui si presentano il vecchio
guerriero Taras e i due figli, appena usciti dal seminario in cui hanno
studiato a Kiev. "Il sopraggiunto si presentava a un koscevoi (capo del
Kos, o villaggio dei zaporoghi), il quale di solito gli chiedeva: 'Salute!
Credi in Cristo?'. 'Credo', gli rispondeva il nuovo arrivato. 'E nella
Santa Trinità ci credi?'. 'Ci credo'. 'Vai in chiesa?'. 'Ci vado!'. 'Su
fatti il segno della croce'. Il sopraggiunto si segnava. 'Va bene, diceva
il koscevoi, scegliti il distaccamento che più ti piace". Non so gli altri
lettori, ma, mutatis mutandis, l'intervista ad un reclutando in uno dei
campi di addestramento di Al Qaida me la immagino pressappoco così. "La
Sjech era composta di una sessantina e più di distaccamenti che
somigliavano a separate repubbliche indipendenti, ma più ancora ad una
scuola o seminario di giovanotti…". Non ci sono donne, i cosacchi sono
puritani, in campagna rinunciano persino, sotto pene severissime, al loro
passatempo preferito che è ubriacarsi. Li tiene insieme, tutti quei
giovani che "hanno dimenticato in un attimo la casa paterna, il seminario,
e tutto quello che prima li commuoveva", una fede fanatica ("pregavano in
un sola chiesa, ed erano pronti a difenderla fino all'ultima goccia di
sangue"), uno spirito di cameratismo goliardico, e soprattutto una gran
voglia di menare la mani, ammazzare e farsi ammazzare. Uccidono con
gioia, e si fanno uccidere con gioia. E più sono atroci i metodi con cui
le potenze "civili" cercano di ricondurli alla "ragione", più atroce e
selvaggia è la loro reazione. Nel momento in cui gli eroi del romanzo,
Taras Bulba e i figli Ostap e Andrei, quelli che la vecchia mamma chiama
ancora i suoi "bambini", arrivano alla Stejch, i cosacchi non sanno bene
con chi prendersela. "Si potrebbe andare in Turchia o contro i tartari",
propone Taras che non vede l'ora di un po' d'azione. "Non si può andare né
in Turchia né contro i tartari", gli risponde il koscevoi. "Come non si
può?". "Così. L'abbiamo promesso al sultano". "Ma quello è un
miscredente, e Dio e le Sacre scritture ci impongono di combattere i
musulmani!". "Non ne abbiamo il diritto. Se non avessimo giurato sulla
nostra fede si potrebbe, magari, farlo; ma ora non si può". "Dunque
dobbiamo marcire come cani, senza compiere atti di valore, senza profitto
per la patria e per tutti i cristiani? E allora che viviamo a fare, che
senso ha vivere allora? Spiegamelo tu…. Che viviamo a fare?", la reazione
di Taras. (…) Escluderei che la spiegazione del perché queste pagine
continuano ad affascinare in modo così irresistibile sia quella che ad un
certo punto azzarda l'autore: che "i cosacchi pagavano con moneta grossa i
debiti antichi", insomma che violenza chiama violenza, atrocità atrocità.
Sarebbe noioso come discettare sul se sia venuto prima l'uovo o la
gallina. E per giunta non porterebbe da nessuna parte. Ancora più in
difficoltà mi trovo nel cercare di spiegarmi razionalmente cosa mi avvince
nel personaggio di Taras. Più di quanto mi avvinca quello, pure
straordinario, dell'ebreo Yankel, sua vittima e insieme suo amico,
protetto e protettore, eterno vaso di coccio tra i vasi di ferro,
l'antitesi del fanatico, uno che riesce a cavarsela tra i cosacchi come
tra i polacchi. Potrebbe essere un mio antenato: per parte di padre i miei
venivano da quelle parti, le marche di confine tra Moldavia e Ucraina,
qualche qualità dovevano averla se riuscirono a sopravvivere a generazioni
di pogrom cosacchi e roghi cattolici. Il fatto che Taras è una figura
tragica, nell'accezione più classica del termine? Perde due figli, uno
è lui stesso ad ammazzarlo, l'altro in un atroce supplizio pubblico nella
piazza di Varsavia, di cui Gogol ci fornisce, sia pure indirettamente,
tutti i dettagli, subito dopo aver promesso: "non turberemo i lettori col
quadro dei tormenti infernali che farebbero rizzar loro i capelli in
testa…". Ma se l'è cercata, è lui che li ha portati allegramente in guerra
strappandoli all'affetto materno. Il fatto che, nello stesso tempo, è
anche una figura comica? Ha il coraggio, aiutato da Yankel, di cercare di
andare a incontrare, travestito da viaggiatore occidentale, il figlio in
carcere in mano ai polacchi, ma per poco ci rimette la pelle quando, al
haiduk, il brigante carceriere, che gli chiede perchè mai voglia vedere i
prigionieri cosacchi, che tanto "sono cani, non uomini, e hanno una
religione che nessuno la rispetta", si tradisce rispondendogli per le
rime: "Cane sei tu. Come osi dire che nessuno rispetta la nostra religione
(ortodossa) ? È la vostra religione eretica (cattolica) che non è
rispettata da nessuno!". E' un comandante militare astuto e
sperimentato. Ma si fa catturare perché, dopo una sortita riuscita
dall'accerchiamento, si accorge di aver perso la sua inseparabile pipa, e
torna indietro a cercarla. Escluderei che sia per le sue prediche, anche
se squisitamente poetiche, come quando spiega ai compagni di scorreria la
"prima santa legge del cameratismo", la ragione per cui non si possono
abbandonare "i nostri confratelli perché vengano scuoiati vivi, oppure che
i loro corpi di cosacchi, squartati, vengano portati per le città e per le
campagne", gli chiede "che cosacco è colui che abbandona un compagno nella
sventura, che lo abbandona come un cane lasciandolo morire in terra
straniera?.. che tollera che gli si sputi sui baffi canuti, e che lo si
offenda con parole ingiuriose?" Improbabile che sia la sua sete
inestinguibile di vendetta, "la sua spietata ferocia e la sua crudeltà,
che perfino ai cosacchi sembrava esagerata". " 'Non risparmiate nulla!',
ripeteva solo Taras. Non rispettarono i cosacchi le damigelle dalle
ciglia nere, dai seni nivei, dai volti chiari; non poterono esse salvarsi
nemmeno davanti agli altari: Taras le faceva ardere insieme con gli
altari… i crudeli cosacchi non conoscevano pietà, e infilzando con le
lance i bambini nelle strade, li buttavano anch'essi a raggiungere le
donne in fiamme…" (Ma com'è che l'altro grande cantore dell'anima russa,
Fiodor Dostoevskij, che non poteva non aver letto queste pagine di Gogol,
quando parla di atrocità contro i bambini se la prende solo coi soliti
turchi?). Che malgrado tutto questo mostro possa riuscire "simpatico"
perché almeno non fa finta di essere "buono"? Perché, come scrive Gogol
"era tremendamente ostinato"? "Uno di quei caratteri - continua facendo
un'insopportabile lezione che potevano formarsi soltanto nel difficile
secolo XV in quell'angolo dell'Europa, abitato da popolazioni seminomadi,
quando tutta la Russia meridionale, abbandonata dai suoi principi, era
stata devastata e incendiata dagli indomabili predatori mongoli nelle loro
incursioni… perduti casa e tetto, l'uomo era diventato temerario, e,
andando a vivere fra le rovine delle case divorate dall'incendio, in
continuo contatto con un nemico terribile, si era abituato a guardare il
pericolo in faccia, a non aver paura di nulla al mondo…"? Non sarà magari
per l'audacia sfacciata, l'irriverenza nei confronti del mondo intero e di
tutti i potenti, che accomuna in qualche modo l'indifeso Yankel e il
focoso Taras, la sfrontatezza, immortalata in uno splendido dipinto di
Ilja Repin, che fa rispondere ai cosacchi, al sultano che gli chiede
quanti fossero: "E chi lo sa? Siamo sparsi dappertutto"? Certo aiuta che
Taras Bulba sia un personaggio completamente immaginario. Nessuna
penna, nemmeno quella di Gogol, potrebbe rendere "simpatici" Hitler o Pol
Pot, Saddam Hussein o Osama, anche avessero l'humour di Taras. Ha un bel
cavarsela il buon Gogol addossando la responsabilità di tanto scempio a un
"secolo duro e feroce, in cui gli uomini conducevano ancora una vita
sanguinaria, fatta unicamente di imprese guerresche, che ne avevano
impregnato l'anima, ma la rendevano inaccessibile al minimo sentimento di
umanità". Quale secolo esattamente, resta volutamente sfocato. Lo stesso
Gogol, nella pagina che abbiamo appena citato parla di XV, in un'altra,
poco dopo, di XVI, molti dei fatti e dei personaggi cui si fa riferimento
sono del XVII. La precisione storica è molto relativa. La prima
redazione di questo "romanzo storico" coincide col momento in cui l'autore
aveva ormai rinunciato all'idea di una monumentale Storia dell'Ucraina e
del Sud della Russia, e anche una "Storia universale quale non ve n'è fino
ad oggi non solo in Russia ma nemmeno in Europa". Aveva messo da parte i
ponderosi annali, la Storia dei Ruteni o della Piccola Russia attribuita
all'arcivescovo Konisski, e poi riconosciuta come un clamoroso falso
"patriottico" ucraino, la descrizione dell'Ucraina del francese Guillaume
Le Vasseur de Beauplan e aveva preferito attingere ai repertori dei
cantastorie. "La storia non deve cercare l'indicazione del giorno e del
luogo della battaglia... Se vorrà conoscere la vera vita, le forze
elementari del carattere, tutte le sfumature dei sentimenti, delle
passioni, dei turbamenti, delle sofferenze e delle gioie di un popolo… gli
basteranno pochi canti popolari", aveva teorizzato. Romanzava un falso, e
lo sapeva benissimo. Non sarebbe stato né il primo né l'ultimo a farlo. Si
continua alla grande nelle migliori famiglie. Ma è proprio la
"falsificazione romanzata" a produrre il miracolo per cui la storia del
secolo incerto di Taras somiglia tanto e continua a dire qualcosa anche ai
secoli successivi, compreso l'attuale. Forse perché tutto cambia, ma anche
nulla cambia. L'Ucraina continua ad essere un'immensa periferia degli
imperi di un tempo, lacerata tra le sue anime e le sue religioni, i
cattolici che guardano alla Polonia ad ovest, gli ortodossi che guardano
alla Russia e al suo nuovo zar ad est, anche se si scannano ormai per il
risultato elettorale, non sui campi di battaglia o sui patiboli. La steppa
non è più quella che Gogol descrive in una pagina struggente: "Tutta la
superficie della terra sembrava un oceano verde oro, spruzzato da milioni
di fiori diversi. Attraverso gli alti steli sottile dell'erba trasparivano
viole azzurre turchine e lilla; la ginestra gialla spuntava in alto con la
sua cima a piramide; il trifoglio bianco spruzzava la superficie con i
suoi cappucci ad ombrello; una spiga di frumento, portata da chissà dove,
graniva nel folto. Tra gli steli sottili correvano col collo teso le
pernici. L'aria era piena di mille cinguettii e fischi di uccelli. Nel
cielo, immobili, planavano gli avvoltoi… le grida di uno stormo di oche
selvatiche.., dall'erba si alzava a colpi d'ala ritmici un gabbiano, e si
tuffava superbamente nelle onde azzurre dell'aria… Il diavolo vi porti, oh
steppe come siete belle!". Non vi cavalcano più i cosacchi di Taras, né il
veloce tartaro, né l'elegante cavaliere polacco dipinto da Rembrandt. Nel
frattempo vi avevano costruito Cernobil. Non c'è più neanche il ghetto di
Varsavia, descritto in pagine altrettanto splendide. Ma i protagonisti,
gli uomini, con il loro cervello, le loro fantasie, la loro sete di
amicizie e i loro odii, la loro grandezza e il loro ridicolo, la loro
capacità infinita di inventarsi sempre nuove atrocità, nuove "fratellanze"
del terrore e nuovi fanatismi contrapposti, sono rimasti gli stessi. Gogol
non è uno che la butta solo sul tragico, sapeva usare l'humour. Aveva
intuito che per essere assurdi e suicidi i conflitti non hanno neppure
bisogno di essere sanguinari: nelle Anime morte e nell'Ispettore, il
conflitto è burocratico e amministrativo; quello che contrappone i due
Ivan in un altro dei suoi racconti ucraini, all'insegna di un umorismo
esilarante, è giudiziario. Ma il senso dell'humour non gli impedì di
finire pazzo. |