Da "Le mirabili gesta della papera zoppa" di BrunoTeofilo, Edizioni Clandestine 2004


Quali gesta puoi attenderti, gradito lettore, da un pennuto tanto modesto e per di più zoppo?
Una papera non è un falco, predatore ardito, dai forti artigli e dal volo sicuro, e neppure è un gabbiano, viaggiatore instancabile che elegante volteggia sui corsi d'acqua o nel mare aperto seguendo la scia delle navi. Una papera è qualcosa di ben più modesto: un'oca in tenera età, dal volo corto e senza eleganza, che per lo più si compiace di galleggiare sulle acque o che s'avventura per pochi metri sulla terraferma col suo passo traballante, buffo davvero. Una papera domestica è poi ancora meno: la si può osservare gironzolare per l'aia tutto il santo giorno, trascorrendo volubile dal pollaio al fienile e dal fienile al pollaio, beccando qua e là, e sempre con quell'aria titubante che le deriva dall'incerta andatura.
Né si può ritenere il comico verso, ben noto "qua, qua", l'espressione di un particolare lavorìo interiore, dell'intelletto o dell'immaginazione. No, una papera in cattività vale ancora meno di una selvaggia: nella migliore delle ipotesi raggiungerà il più vicino specchio d'acqua per dedicarsi all'amato esercizio del galleggiamento, non altro, e non potremmo certo parlare di gesta mirabili. Eppure, se la si paragona a quel pennuto dalle ali tarpate che vive solo allo stato domestico, il gallo con la sua consorte, la mite e sciocca gallina, la condizione della papera potrà sembrare decisamente superiore: il gallo è sopravvissuto solo asservito, riducendosi a vile pollame, e quanto alla nobiltà del volo, vi ha rinunciato da un tempo immemorabile. Tutta la residua dignità di questa specie sembra ridotta al verso famoso dei maschi crestati, canto ardito che si suole interpretare come omaggio al giorno nascente, per quanto personalmente l'abbia udito in qualsiasi ora del giorno o della notte.
Che questo canto sia assurto a dignità letteraria non si può tuttavia negare, tanto spesso figura in prosa e in poesia, e purché un qualsiasi stupido gallo si metta a strombettare darà sempre dei punti alla misera papera. Che dire, dunque, se persino il volgarissimo pollame ha fama più alta di una papera? E se la papera di cui si vuol fare parola è per accidente zoppa, e non dico provvisoriamente azzoppata, ma irrimediabilmente zoppa, che imprese dovremmo attenderci? Non soltanto risulterà impedita nella deambulazione, ma anche nel nuoto e nel volo, per l'impossibilità di spiccare salti abbastanza alti da schiudere le ali. Ed allora? Dovremmo osservarla avviarsi, traballando malferma, alla più vicina pozza fangosa per galleggiarvi alla meglio, o raggiungere più ampi e limpidi specchi d'acqua, ma senza osare discendervi, timorosa delle correnti?
Avremmo la forza d'animo di starle vicino mentre sosta, lì sulla sponda, a guardare più felici esemplari della sua specie o contempla malinconica i riflessi dell'umido elemento, in cui si specchia il cielo, quel cielo dove mai conoscerà la libertà del volo? Quanta pena ne avremmo! Chi scrive già ne ha le lacrime agli occhi. Ma non è il caso di lasciarsi andare a sentimentalismi: proseguiamo, invece, la nostra analisi con rigore impietoso. Possiamo supporre l'infelice animale incline ad uno stato d'animo depresso, profondamente abulico, ma anche che la vitalità frustrata abbia sviluppato, per contraccolpo, un'ardita fantasia e l'aspirazione a un più pieno possesso, e dico ad alte conquiste interiori. E perché no? Vogliamo immaginarci la nostra papera tormentata da un profondo anelito metafisico ed estetico, dall'inappagabile aspirazione a quella Bellezza che non nasce né muore, alla conquista del supremo Vero.
Quali orgasmi interiori proverebbe! E oscillando da maniacali stati di esaltazione a cupe crisi di malinconia, questa papera ciclotimica risulterebbe affetta da nevrosi maniaco-depressiva e richiederebbe l'intervento di uno psichiatra.


 

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