Quali
gesta puoi attenderti, gradito lettore, da un pennuto tanto modesto e
per di più zoppo?
Una papera non è un falco, predatore ardito, dai forti artigli e dal
volo sicuro, e neppure è un gabbiano, viaggiatore instancabile che
elegante volteggia sui corsi d'acqua o nel mare aperto seguendo la scia
delle navi. Una papera è qualcosa di ben più modesto: un'oca in tenera
età, dal volo corto e senza eleganza, che per lo più si compiace di
galleggiare sulle acque o che s'avventura per pochi metri sulla
terraferma col suo passo traballante, buffo davvero. Una papera
domestica è poi ancora meno: la si può osservare gironzolare per l'aia
tutto il santo giorno, trascorrendo volubile dal pollaio al fienile e
dal fienile al pollaio, beccando qua e là, e sempre con quell'aria
titubante che le deriva dall'incerta andatura.
Né si può ritenere il comico verso, ben noto "qua, qua",
l'espressione di un particolare lavorìo interiore, dell'intelletto o
dell'immaginazione. No, una papera in cattività vale ancora meno di una
selvaggia: nella migliore delle ipotesi raggiungerà il più vicino
specchio d'acqua per dedicarsi all'amato esercizio del galleggiamento,
non altro, e non potremmo certo parlare di gesta mirabili. Eppure, se la
si paragona a quel pennuto dalle ali tarpate che vive solo allo stato
domestico, il gallo con la sua consorte, la mite e sciocca gallina, la
condizione della papera potrà sembrare decisamente superiore: il gallo
è sopravvissuto solo asservito, riducendosi a vile pollame, e quanto
alla nobiltà del volo, vi ha rinunciato da un tempo immemorabile. Tutta
la residua dignità di questa specie sembra ridotta al verso famoso dei
maschi crestati, canto ardito che si suole interpretare come omaggio al
giorno nascente, per quanto personalmente l'abbia udito in qualsiasi ora
del giorno o della notte.
Che questo canto sia assurto a dignità letteraria non si può tuttavia
negare, tanto spesso figura in prosa e in poesia, e purché un qualsiasi
stupido gallo si metta a strombettare darà sempre dei punti alla misera
papera. Che dire, dunque, se persino il volgarissimo pollame ha fama più
alta di una papera? E se la papera di cui si vuol fare parola è per
accidente zoppa, e non dico provvisoriamente azzoppata, ma
irrimediabilmente zoppa, che imprese dovremmo attenderci? Non soltanto
risulterà impedita nella deambulazione, ma anche nel nuoto e nel volo,
per l'impossibilità di spiccare salti abbastanza alti da schiudere le
ali. Ed allora? Dovremmo osservarla avviarsi, traballando malferma, alla
più vicina pozza fangosa per galleggiarvi alla meglio, o raggiungere più
ampi e limpidi specchi d'acqua, ma senza osare discendervi, timorosa
delle correnti?
Avremmo la forza d'animo di starle vicino mentre sosta, lì sulla
sponda, a guardare più felici esemplari della sua specie o contempla
malinconica i riflessi dell'umido elemento, in cui si specchia il cielo,
quel cielo dove mai conoscerà la libertà del volo? Quanta pena ne
avremmo! Chi scrive già ne ha le lacrime agli occhi. Ma non è il caso
di lasciarsi andare a sentimentalismi: proseguiamo, invece, la nostra
analisi con rigore impietoso. Possiamo supporre l'infelice animale
incline ad uno stato d'animo depresso, profondamente abulico, ma anche
che la vitalità frustrata abbia sviluppato, per contraccolpo, un'ardita
fantasia e l'aspirazione a un più pieno possesso, e dico ad alte
conquiste interiori. E perché no? Vogliamo immaginarci la nostra papera
tormentata da un profondo anelito metafisico ed estetico,
dall'inappagabile aspirazione a quella Bellezza che non nasce né muore,
alla conquista del supremo Vero.
Quali orgasmi interiori proverebbe! E oscillando da maniacali stati di
esaltazione a cupe crisi di malinconia, questa papera ciclotimica
risulterebbe affetta da nevrosi maniaco-depressiva e richiederebbe
l'intervento di uno psichiatra.
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