"Maledetti americani" di Massimo Teodori, Mondadori, 2002.
Siamo rimasti sgomenti, l'11 settembre, incapaci di credere a quel che
guardavamo in televisione. Tutte le volte che abbiamo visto Manhattan e
il Pentagono sbriciolato, è stata l'America ad entrare nelle nostre case,
nelle nostre teste e nei nostri cuori. Quell'America che ha accompagnato le
nostre esistenze di donne e uomini occidentali cresciuti in quel mix di
cristianesimo, capitalismo e liberalismo, a tal punto intrecciato nella
vicenda storica contemporanea da rendere impossibile distinguere le diverse
fondamenta della nostra civiltà. L'angoscia per le stragi di New York e
Washington ha fissato in noi un'immagine degli Stati Uniti talmente intensa
da non avere precedenti. I terroristi che hanno colpito il "cuore
dell'impero" in realtà hanno compiuto un atto che ha riguardato, e non solo
simbolicamente, l'intero mondo occidentale. In particolare, per noi italiani
gli Stati Uniti sono stati nell'ultimo mezzo secolo una presenza viva e
costante con cui abbiamo dovuto fare i conti per ogni aspetto della vita
civile, politica ed economica, interna ed estera. Il World Trade Center
afflosciato su se stesso e il Pentagono slabbrato come un castello di
sabbia, ci hanno ricordato, improvvisamente e drammaticamente, che l'America
è parte di noi e che noi siamo parte dell'America. Il "secolo americano" non
è una costruzione immaginaria o una fantasia intellettuale facile da
cancellare ed ignorare: per noi tutti è la realtà e il tempo della nostra
vita. Bastano poche parole per evocare a quale punto e in qual modo il
secolo americano ci ha avvolti e soggiogati. Le invenzioni e i beni di cui
non possiamo fare a meno, anche se a volte le detestiamo, sono americani:
l'automobile, il telefono, l'aereo, il cinema, la televisione e, ancora, la
bomba atomica, le esplorazioni spaziali, il computer, la Coca-Cola. La nuova
cultura che respiriamo con i suoi "topoi e logoi" viene in gran parte da
Oltreatlantico: il cinema, il jazz, la pubblicità, il marketing, Internet.
Il lessico con cui ci esprimiamo nei settori innovativi dell'economia e della
società, anche in patria, oltre che nelle comunicazioni internazionali, è
ormai al novanta per cento americano. Gli Usa ci hanno penetrati
profondamente, anche se non ne abbiamo preso coscienza fino all'11 settembre
quando, frastornati, abbiamo ripetuto: "Siamo tutti americani".
"Paradossalmente" è stato notato che "l'Italia di oggi è molto più americana
di quanto non sia la stessa America: al Rockefeller Center di New York non
si vendono hamburger, in Galleria Vittorio Emanuele a Milano, sì". Per
gli italiani, l'essere parte degli Stati Uniti ha ragioni particolari che
vanno oltre l'omologazione tipica di tutto il mondo sviluppato. La libertà
ci è stata restituita nel 1943-45 dai soldati che avanzavano su per una
penisola dietro la bandiera a stelle e strisce di cui non pochi concittadini
conservavano un felice ricordo. Più tardi la generazione di mezzo, che aveva
attraversato un processo di americanizzazione senza precedenti, è stata
attratta dalla cosiddetta "Altra America" di cui ha enfatizzato, in maniera
stereotipa, i miti di John F. Kennedy e Martin Luther King, condannando la
tragedia del Vietnam. Nel mezzo secolo che ci siamo lasciati alle spalle, la
tv globale e il cinema ci hanno reso gli Usa familiari, quasi una
parte della nostra esistenza quotidiana e un riferimento obbligato della
modernità. Se tra Ottocento e Novecento gli italiani più poveri, soprattutto
meridionali, si trovano a fantasticare, coltivare e, spesso, sperimentare
con l'emigrazione l'American Dream, mezzo secolo più tardi sono state le
classi colte a stabilire una simbiosi con gli Stati Uniti, dove hanno
mandato i loro figli a studiare in prestigiose università come Harvard o
Berkeley. La realtà d'oggi, accettata o rifiutata, è che non c'è stata
impresa dinamica o avventura intellettuale innovatrice che non sia passata
attraverso la terra americana, tornando in Italia arricchita da nuova
linfa. Ma ancora prima e ancor più dei rapporti intercorsi tra le due
società, il solido ancoraggio con l'altra sponda dell'Atlantico nasce dal
fatto che per cinquant'anni la nostra Repubblica è stata legata
politicamente, economicamente e militarmente agli Stati Uniti, grazie alla
lungimirante scelta delle classi dirigenti democratiche che hanno guidato il
paese nel primo decennio del dopoguerra resistendo alle illusioni
neutraliste delle terze vie. Ed è stato il legame politico dell'Italia,
entrata a far parte della comunità atlantica, che ha rappresentato la
cornice dell'osmosi culturale, che ha reso forte e singolare il legame tra
Italia e America talvolta declassato alla stregua di altri rapporti politici
e ideologici internazionali di ben più scarso rilievo. E' anche accaduto,
specialmente nei decenni del dopoguerra, che la pubblicistica filocomunista
abbia preteso di considerare le relazioni con i paesi mediterranei e arabi o
con l'Unione Sovietica equivalenti e speculari a quelle con il mondo
euroatlantico. Lo slogan "Siamo tutti americani" dell'11 settembre non è
stato, dunque, un semplice e accidentale grido come il "Siamo tutti
berlinesi" pronunciato dal presidente John F. Kennedy quarant'anni fa di
fronte al Muro della vergogna che simboleggiava la cortina di ferro. Noi
italiani eravamo un po' americani anche prima dell'11 settembre per ragioni
storiche, culturali e politiche. E lo siamo diventati ancora di più dopo gli
attacchi a New York e Washington, non solo e non tanto per la solidarietà
alla tragedia americana e per la convergenza politica e militare che ci ha
portati alla coalizione antiterrorismo, quanto perché gran parte di noi ha
preso coscienza di come profondamente coincidessero le fondamenta della
cultura di massa americana e di quella italiana recente. Se poi si è alla
ricerca delle origini della sempre maggior identificazione tra i due paesi
dalle vicende pur così diverse e dai caratteri antropologici così lontani,
occorre porre mente al processo di modernizzazione che ha investito
l'Italia nell'ultimo mezzo secolo. A mano a mano che l'Italia si
modernizzava nell'economia e nella società, cresceva nel benessere
collettivo e si apriva ai consumi di massa, a mano a mano che i costumi si
liberalizzavano lasciandosi alle spalle il mondo contadino e il
tradizionalismo cattolico, a mano a mano che la civiltà delle immagini ci
invadeva e si passava da una cultura ristretta delle classi dirigenti ad una
cultura di massa, la trasformazione dell'Italia in senso moderno si
identificava con l'americanizzazione. La modernizzazione, sterilizzata dal
fascismo che aveva fatto barriera con la cosiddetta "civiltà italica",
irrompeva tumultuosamente nel dopoguerra anche in relazione ai nuovi
rapporti stabiliti in ambito atlantico con gli Stati Uniti. Nel ventennio
postbellico l'Italia cambia dunque faccia per lo sviluppo industriale, per
la mobilità territoriale e per i consumi privati che inseguono quel "modello
americano" rappresentato dal cinema hollywoodiano che invade gli schermi
della penisola. In soli quindici anni la circolazione delle auto decuplica e
la maggior parte delle famiglie italiane possiede elettrodomestici,
frigoriferi, lavastoviglie e più tardi televisori. Nel 1954 Alberto Sordi,
con "Un americano a Roma" di Steno, rappresenta e simboleggia la figura
dell'italiano americanizzato; l'anno dopo Mike Bongiorno porta, oltre che
nelle case dei benestanti anche nei bar di paese, "Lascia o raddoppia?" che
riproduce il famoso show americano "The 64.000 Dollar Question". La
modernizzazione come americanizzazione non investe solo gli aspetti per così
dire strutturali - produzione, consumo - della nuova società italiana da
poco acquisita alla democrazia del suffragio universale, ma anche gli stili
di vita e le aspirazioni di una popolazione sempre meno prigioniera del
vecchio immobilismo e delle antiche abitudini. Ed è stata questa
coincidenza, nel bene e nel male, tra America e modernità che nel momento
della tragedia dell'11 settembre ha colto gli italiani particolarmente
attenti, nella simpatia o nella diffidenza, a quel che accadeva negli Stati
Uniti sicché, quando i grattacieli brucianti di New York si sono fissati nei
nostri occhi, abbiamo percepito che quella realtà era la nostra realtà, e
che quel che accadeva lì poteva benissimo accadere anche qui. Il mondo
globale, almeno per noi occidentali, non era più una formula o un'ubbia
ideologica da accettare o rifiutare, bensì una realtà attualissima che non
poteva non coinvolgerci.