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La
scrittura riflette l’uomo. Su questo dato di fatto, riconosciuto da
qualche tempo, si basa la grafia. Esistono indubbiamente dei rapporti fra
i vari segni grafici che compongono il tracciato individuale e la
psicologia dello scrivente: rapporti che non sono di ordine matematico e
che non possono essere stabiliti unicamente con metodi scientifici.
Dobbiamo pertanto accettare come un postulato quello che è stato
dimostrato dalla pratica e in altre parole che la coordinazione dei segni
grafici e dei loro significati psicologici permette combinazioni sensate,
aventi per risultato un ritratto veritiero dello scrivente. Qual è il
nesso fra il segno grafico e il suo senso psicologico? Tale nesso è il
simbolo. Fatta eccezione per alcune specie di segni (pressione, tremolio,
lettere spezzate, atassia) che sono in parte di ordine psicologico, la
scrittura è essenzialmente simbolica. Max Pulver, nel suo libro “La
simbologia della scrittura”, fa di questa concezione la base del suo
sistema di grafologia. Il nesso inerente alle forme grafiche è percepito
dalle persone particolarmente sensibili. E’ buon grafologo colui che
rivive il significato simbolico dei segni o gruppi di segni e che li
combina con l’aiuto delle proprie conoscenze psicologiche. Più lui dispone
di idee giuste e vere da annettere ai segni grafici, più i suoi ritratti
saranno ricchi e somiglianti. Più la sua esperienza è vasta, più egli sarà
capace di comprendere una scrittura, per analogia con altre che conosce a
fondo. I metodi di analisi sono soltanto un aiuto, mezzi tecnici,
itinerari utili. Quello che è essenziale è l’atto creatore. Il grafologo
si serve del proprio vocabolario di segni e delle interpretazioni che ad
essi si collegano, come un compositore mette insieme delle note musicali,
per comporre una musica o un minuetto. La grafologia comprende due
elementi: i segni grafici e la loro interpretazione. Il suo problema
centrale è dunque quello del rapporto fra elementi visibili (i segni della
scrittura) ed elementi invisibili (i dati psicologici). Gli elementi
visibili sono stati denominati e classificati in maniera pressappoco
definitiva da Michon e Crépieux-Jamin. Per quanto concerne gli elementi
psicologici invisibili, il problema è molto più complesso. I primi
grafologi avevano trovato, quali equivalenze dei segni grafici, tratti di
carattere (qualità e difetti) presi in prestito dal linguaggio corrente,
rispondendo in tal modo alla domanda del pubblico, senza sottoporre questa
parte della grafologia ad alcun controllo. Ma tratti di carattere quali
bontà, cattiveria, franchezza, dissimulazione, sono troppo vaghi, troppo
carichi di idee personali e di pregiudizi di ogni sorta per poter
costituire l’oggetto di una classificazione scientifica. A mio parere,
saremmo su un terreno assai più sicuro se, invece di cercare delle
proprietà fisse di carattere, studiassimo le reazioni, il rapporto delle
funzioni, il rapporto delle tendenze, insomma i moti dell’anima, il
dinamismo dell’essere umano. Come si vedrà in seguito, i tratti di
carattere sono, infatti, semplicemente delle qualità derivate da queste
tendenze primordiali. Allo stato attuale delle cose, si tratta dunque
di confrontare le classificazioni di segni di Michon e di Crépieux-Jamin
con i dati recenti messi a nostra disposizione dalla psicologia. E’
innegabile che la maggior parte delle osservazioni di questi due autori
siano giuste o restino valide, d’altra parte, però, esse non corrispondono
più all’epoca attuale. Per fare un esempio, Crépieux-Jamin, nel suo “A. B.
C. de la graphologie” afferma che la scrittura pallida “è spesso quella
della fanciulla le cui virtù sonnecchiano, non ancora sviluppate”. Le
ragazze di oggigiorno sono assai diverse da quelle del 1.900 e la loro
scrittura, lungi dall’essere pallida, è spesso più energica e più
indipendente di quella dei maschi. Non c’è nessun bisogno che il
grafologo si metta a costruire una nuova psicologia, giacché esistono
sufficienti metodi e sufficienti classificazioni tipologiche fra i quali
poter scegliere quella che meglio corrisponde alle proprie necessità.
Quanto a me, dopo molte ricerche, mi sono fermata alla psicologia del
profondo (Freud, Jung, Adler) e particolarmente alla tipologia di Carl C.
Jung (i tipi di atteggiamento: estroversione e introversione, e i tipi
funzionali: pensiero, sentimento, sensazione, intuizione) che mi sembra la
più vicina alla vita, la più duttile e maneggevole. D’altronde, in ogni
epoca, i grafologi sono ricorsi alle tipologie, a partire dalle antiche
nozioni dei quattro temperamenti (bilioso, nervoso, sanguigno, linfatico)
e dei tipi astrologici (carattere marziano, gioviale, venereo, saturniano,
mercuriale, lunare, solare), fino a Saint-Morand, che classifica gli
individui in tre categorie: i supervitali, i subvitali e gli
equilibrati. Klages respinge le tipologie esistenti, e, fondandosi
principalmente sull’idea di un irriducibile antagonismo fra l’anima e lo
spirito, applica alle scritture le classificazioni che derivano da questo
concetto. Al contrario, Max Pulver, il più progredito dei grafologi, si
oppone all’introduzione di idee metafisiche nel campo della grafologia, e
utilizza, come me, le nozioni della psicologia del profondo e i concetti
della psicopatologia (Kretschmer ed altri). Queste nozioni presentano il
grande vantaggio di essere conosciute nel mondo intero e il grafologo che
si basa su di esse e che impiega, consapevolmente, una terminologia
ammessa da tutti, avrà l’opportunità di uscire dal proprio isolamento.
Egli troverà nella psicologia attuale tre tipi che riflettono tanto l’uomo
nevrotico e malato quanto l’uomo sano. D’altronde, le nevrosi non sono
anomalie rare, bensì esagerazioni di certe caratteristiche dell’essere
normale, le quali, radicandosi in profondità, finiscono per diventare
carattere. “Due esempi di analisi di scrittura” di Jean Cocteau. Con la
sua scrittura Cocteau ci mette a fronte a un problema estremamente
conturbante, giacché non soltanto egli trasgredisce i limiti fra scrittura
e disegno, ma sconvolge altresì tutto quanto sembra acquisito nel campo
della grafologia, della quale pure riconosceva, egli stesso, la profonda
verità. La scrittura di Cocteau sfida tutte le nostre leggi, eppure è
infinitamente espressiva. Il grafologo è nell’impossibilità di dimenticare
la personalità di Jean Cocteau. La chiave che ci apre il regno misterioso
di quest’anima, di questo funambolo che si muove a suo agio in tutti i
mondi, infernali e celesti, e che, come un fanciullo, gioca al volano con
l’invisibile, risiede, a mio avviso, semplicemente nel fatto che Cocteau è
rimasto appunto bambino. La prima caratteristica della sua scrittura è,
infatti, quella d’essere infantile. Essa riflette non già il bambino bene
educato, modellato e stilizzato secondo l’ideale degli adulti, bensì il
bambino quale è stato visto per la prima volta da Freud: il bambino dotato
di un erotismo polimorfo, di una curiosità insaziabile, il bambino
crudele, veridico, priva di riguardo e di pudore, possessivo, egocentrico,
bisessuato, pieno di grazia animale, amorale, in quanto vive al di fuori
delle leggi dell’uomo. O meglio ancora, il bambino creatore, quale ci è
stato fatto conoscere dalla scuola moderna attraverso i disegni spontanei
dei piccolissimi, il bambino immaginifico e geniale, che si muove nel suo
regno dal quale non è stato ancora scacciato. “Camille Pissarro”.
Scrittura di pittore che è pittore in senso assoluto. Grande, leggermente
pastosa, vellutata, carezzevole, appassionata e sensuale, ricorda il
pennello più che la penna. La ricettività avida, insaziabile dinanzi alle
innumerevoli impressioni offerte dalla vita delle forme e dei colori, è
più forte di ogni riflessione. E l’amore, poi! Vediamo qui il dono
spontaneo dell’uomo creatore alle inesauribili forze della Natura,
misteriosa unione con tutto quanto vive. Questo documento data
all’epoca in cui Pissarro non aveva ancora subito l’influsso di Cézanne,
influsso che, in seguito, doveva rendere la sua arte più raffinata. Qui,
come rivela il tracciato, egli è ancora il pittore che “maneggia la
pasta”. |