Da "Saggi nella poesia italiana del '900" di Natale Tedesco, La Nuova Italia, 1970

 

L'uso del termine "crepuscolarismo" è stato introdotto da Borghese nel 1910, in un articolo nel quale discorreva di Moretti, Martini e Chiaves. Ma egli prendeva in prestito l'immagine naturalistica del crepuscolo per esprimere il convincimento dello stato agonico della grande poesia lirica italiana.
"Si direbbe - egli cominciava con esitazione - che dopo le "Laudi" e i "Pometi" la poesia italiana si sia spenta. Si spegne, infatti, ma in un mite e lunghissimo crepuscolo, cui forse non seguirà la nota". E poi aggiungeva sicuro: "La grandezza passata, la meravigliosa giornata lirica che dal grigio e magro civismo di Parini compì la sua parabola fino alla retorica e tragica sensualità dannunziana, è un fatto compiuto", talché l'opera dei tre giovani gli appariva come "una voce crepuscolare, la voce di una gloriosa poesia che si spegne".
Questo era appena il referto di un clinico troppo occupato e preoccupato del gran corpo morto della madre, per badare al tenero e lamentoso neonato: perché appunto, di nascita si doveva parlare soprattutto, come vedremo. Tuttavia il termine piacque, e fu accolto non tanto perché servisse a delineare la parabola discendente di una produzione poetica, quanto perché pareva utile a designare l'essenza, o meglio la caratteristica, di una poesia di un'epoca di trapasso. Del resto, un diretto suggerimento in tal senso veniva dall'uso che in quella poesia si faceva di luce discreta e grigia, di tonalità smorzate, che furono il segno di un'iniziale ambiguità psicologica, la quale pure presto divenne e rimase, soprattutto nei minori, come miniera e come limite.
Prima di considerare i vocaboli "crepuscolare" e "crepuscolarismo" come termini d'uso per una definizione storico-critica della poesia del Novecento, può essere di una qualche utilità saggiare l'impiego del primo nella Letteratura, a partire dalla seconda metà del secolo scorso.
Lo spoglio delle citazioni del "Grande dizionario della lingua italiana" di Salvatore Battaglia ala voce "crepuscolare" ci porta a considerare la diversa funzione qualificativa che questo aggettivo è chiamato a svolgere cominciando da Gozzano, per via del sostantivo cui lo unisce.
Se Prati parla di "tacit'ora crepuscolare", Carducci di "ciel crepuscolare", Oriani di "bruma crepuscolare", Pascoli e D'Annunzio rispettivamente di "chiarità" e di "ombra crepuscolare" (tutti potremmo aggiungere altre esemplificazioni cominciando dalle "farfalle crepuscolari" del pascoliano "Gelsomino notturno"), Gozzano è il primo ad unire l'aggettivo ad un sostantivo d'estrazione e di significanza naturalistiche diverse: egli parla di "perplessità crepuscolare". E se ci volgiamo tuttavia ad un esame sincronico, è importante notare, come prova del nove, che dei suoi coevi Saba, Moretti, Bachelli e Boine solo quest'ultimo, unendo "crepuscolare" ad "ebetudine", usa l'aggettivo secondo un registro interiore, empirico ed intimistico, mentre Saba (il primo Saba), Moretti e Bacchelli continuano il registro esterno, empirico e sensoriale. Gli uni consegnano una tonalità grigia, da crepuscolari di complemento ed appunto di maniera, seguendo un antico modulo descrittivo-naturalistico, Gozzano e Boine tentano un impegno linguistico che li vincola in una caratterizzazione e in un'interpretazione psicologiche ed esistenziali.
Naturalmente nel contesto dell'ultima strofa della parte quarta de "La Signorina Felicita" ( ), "perplessità" dichiara in primo luogo la circostanza dell'ora poco chiara del tramonto, anche se è inerente allo stato d'animo esitante e dubbioso dell'Avvocato e della Signorina soli nel solaio; però, ad ogni modo, è parola gozzaniana nel senso che viene usata dal poeta per esprimere un suo fondamentale atteggiamento psicologico-sentimentale. In "Pioggia d'agosto" assume senza ambiguità il significato d'incertezza e d'indecisione con il quale si caratterizza quell'atteggiamento e si mostra anche di ironizzarlo ("… non so quali voci esili inquiete/ sorgano dalla mia perplessità./ "). Per conservare alle nostre attuali misure storiografiche, i termini "crepuscolare" e "crepuscolarismo", bisogna negare che essi indichino una generica atmosfera di gusto e una tonalità formale puramente esteriore, esaurendo la loro funzione nella descrizione di un atteggiamento letterario, emblematico di una poesia fatiscente, che, in quanto tale, sarebbe assolutamente minoritaria e di poca importanza pure per la storia della cultura letteraria del Novecento italiano.
Il crepuscolarismo prima di battezzare una corrente poetica riflette e qualifica una condizione psicologica profondamente ancorata ad una situazione sociale. Nel profilarsi della crisi definitiva dello stato liberale, il contrasto tra vecchi e nuovi rapporti umani, tra attuali e sorpassati parametri etico-culturali, postula per una via dapprima radicalmente negativa il diverso strutturarsi della coscienza.
Se prima di tutto si riconosce nel crepuscolarismo un atteggiamento mentale e sentimentale nuovo della società relativamente all'esperienza del reale, si può forse progettare una qualificazione critica di questo termine che contribuisca a risolvere l'esigenza di meno frammentarie periodizzazioni della civiltà letteraria svoltasi in Italia nella prima metà del secolo. In questo senso il termine può assumere un significato emblematico se lo si usa nell'accezione di stato d'ambiguità, di condizione dolorosa della coscienza che stabilisce rapporti diversi, insicuri o problematici, con la realtà.
Aridità ed indifferenza sono i termini in cui si manifesta una concezione dell'esistenza che trae origine dal riconoscimento di un'angoscia nativa, connaturata all'uomo. Certo, sarebbe arduo riconoscere in Gozzano la consapevolezza di una posizione filosofica esistenzialista: egli che si era lasciato alle spalle la cultura dell'ultimo Ottocento, in bilico tra positivismo e spiritualismo, giunge ad un'intuizione di tipo esistenzialistico piuttosto scavando alle radici di un'esperienza individuale negativa. Ma è proprio questo che,mentre nel caso particolare procura all'intuizione gozzaniana un contrassegno di verità e d'autenticità, contribuisce anche per questa via ad assicurare in generale all'esistenzialismo i caratteri di una corrente filosofica fondamentale ed emblematica della problematica ideale del secolo.
Tra le componenti costruttive ed essenziali dell'opera di Gozzano e dei suoi coevi, alle quali sarà da aggiungere il modo discorsivo e colloquiale d'espressione anche dei versi più "lirici", emerge un atteggiamento che esprime una precarietà consustanziale all'esperienza del vivere e che potremmo definire esistenzialistico quasi in termini da manuale. E' chiaro che si tratta di un'intuizione della vita, che non può aspirare ad una sistemazione teorica, ma che, riconosciuta, può ambire a qualificare in modo nuovo il contenuto del crepuscolarismo e dei crepuscolari.
Si guardi Gozzano. Abbiamo già visto, e sempre meglio andremo vedendo, come la sua opera ci offra un'interpretazione dell'esistenza in termini di probabilità, mettendo in luce la problematicità della realtà umana con il caratterizzarne l'instabilità e la finitezza. Non si può non pensare a Kierkegaard sia per questa tematica, sia per la figura umana e poetica che Gozzano viene così mostrando.
I primi poeti del secolo sentono il dissidio fra la consapevolezza dell'impossibilità storica di continuare a stabilire un franco rapporto con la realtà e la volontà che è in loro come il frutto naturale di un'altrettanta storica necessità, di annettere e di rappresentare, con il linguaggio dell'uso più aperto e libero e ricco, più larghe e nuove zone della realtà stessa. Mentre si travolgeva l'atteggiamento tradizionale relativamente all'esperienza del reale, il diverso pluralistico comportamento umano implicava un'educazione sentimentale e linguistica di tipo nuovo: tal educazione aveva la sua prima esauriente verifica, dopo il preludio tardo ottocentesco di De Roberto e di Gualdo, nell'opera di Svevo, di Pirandello e, tenendoci al nostro attuale discorso, di Gozzano.


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