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L'uso
del termine "crepuscolarismo" è stato introdotto da Borghese nel 1910, in
un articolo nel quale discorreva di Moretti, Martini e Chiaves. Ma egli
prendeva in prestito l'immagine naturalistica del crepuscolo per esprimere
il convincimento dello stato agonico della grande poesia lirica
italiana. "Si direbbe - egli cominciava con esitazione - che dopo le
"Laudi" e i "Pometi" la poesia italiana si sia spenta. Si spegne, infatti,
ma in un mite e lunghissimo crepuscolo, cui forse non seguirà la nota". E
poi aggiungeva sicuro: "La grandezza passata, la meravigliosa giornata
lirica che dal grigio e magro civismo di Parini compì la sua parabola fino
alla retorica e tragica sensualità dannunziana, è un fatto compiuto",
talché l'opera dei tre giovani gli appariva come "una voce crepuscolare,
la voce di una gloriosa poesia che si spegne". Questo era appena il
referto di un clinico troppo occupato e preoccupato del gran corpo morto
della madre, per badare al tenero e lamentoso neonato: perché appunto, di
nascita si doveva parlare soprattutto, come vedremo. Tuttavia il termine
piacque, e fu accolto non tanto perché servisse a delineare la parabola
discendente di una produzione poetica, quanto perché pareva utile a
designare l'essenza, o meglio la caratteristica, di una poesia di un'epoca
di trapasso. Del resto, un diretto suggerimento in tal senso veniva
dall'uso che in quella poesia si faceva di luce discreta e grigia, di
tonalità smorzate, che furono il segno di un'iniziale ambiguità
psicologica, la quale pure presto divenne e rimase, soprattutto nei
minori, come miniera e come limite. Prima di considerare i vocaboli
"crepuscolare" e "crepuscolarismo" come termini d'uso per una definizione
storico-critica della poesia del Novecento, può essere di una qualche
utilità saggiare l'impiego del primo nella Letteratura, a partire dalla
seconda metà del secolo scorso. Lo spoglio delle citazioni del "Grande
dizionario della lingua italiana" di Salvatore Battaglia ala voce
"crepuscolare" ci porta a considerare la diversa funzione qualificativa
che questo aggettivo è chiamato a svolgere cominciando da Gozzano, per via
del sostantivo cui lo unisce. Se Prati parla di "tacit'ora
crepuscolare", Carducci di "ciel crepuscolare", Oriani di "bruma
crepuscolare", Pascoli e D'Annunzio rispettivamente di "chiarità" e di
"ombra crepuscolare" (tutti potremmo aggiungere altre esemplificazioni
cominciando dalle "farfalle crepuscolari" del pascoliano "Gelsomino
notturno"), Gozzano è il primo ad unire l'aggettivo ad un sostantivo
d'estrazione e di significanza naturalistiche diverse: egli parla di
"perplessità crepuscolare". E se ci volgiamo tuttavia ad un esame
sincronico, è importante notare, come prova del nove, che dei suoi coevi
Saba, Moretti, Bachelli e Boine solo quest'ultimo, unendo "crepuscolare"
ad "ebetudine", usa l'aggettivo secondo un registro interiore, empirico ed
intimistico, mentre Saba (il primo Saba), Moretti e Bacchelli continuano
il registro esterno, empirico e sensoriale. Gli uni consegnano una
tonalità grigia, da crepuscolari di complemento ed appunto di maniera,
seguendo un antico modulo descrittivo-naturalistico, Gozzano e Boine
tentano un impegno linguistico che li vincola in una caratterizzazione e
in un'interpretazione psicologiche ed esistenziali. Naturalmente nel
contesto dell'ultima strofa della parte quarta de "La Signorina Felicita"
( ),
"perplessità" dichiara in primo luogo la circostanza dell'ora poco chiara
del tramonto, anche se è inerente allo stato d'animo esitante e dubbioso
dell'Avvocato e della Signorina soli nel solaio; però, ad ogni modo, è
parola gozzaniana nel senso che viene usata dal poeta per esprimere un suo
fondamentale atteggiamento psicologico-sentimentale. In "Pioggia d'agosto"
assume senza ambiguità il significato d'incertezza e d'indecisione con il
quale si caratterizza quell'atteggiamento e si mostra anche di ironizzarlo
("… non so quali voci esili inquiete/ sorgano dalla mia perplessità./ "). Per
conservare alle nostre attuali misure storiografiche, i termini
"crepuscolare" e "crepuscolarismo", bisogna negare che essi indichino una
generica atmosfera di gusto e una tonalità formale puramente esteriore,
esaurendo la loro funzione nella descrizione di un atteggiamento
letterario, emblematico di una poesia fatiscente, che, in quanto tale,
sarebbe assolutamente minoritaria e di poca importanza pure per la storia
della cultura letteraria del Novecento italiano. Il crepuscolarismo
prima di battezzare una corrente poetica riflette e qualifica una
condizione psicologica profondamente ancorata ad una situazione sociale.
Nel profilarsi della crisi definitiva dello stato liberale, il contrasto
tra vecchi e nuovi rapporti umani, tra attuali e sorpassati parametri
etico-culturali, postula per una via dapprima radicalmente negativa il
diverso strutturarsi della coscienza. Se prima di tutto si riconosce
nel crepuscolarismo un atteggiamento mentale e sentimentale nuovo della
società relativamente all'esperienza del reale, si può forse progettare
una qualificazione critica di questo termine che contribuisca a risolvere
l'esigenza di meno frammentarie periodizzazioni della civiltà letteraria
svoltasi in Italia nella prima metà del secolo. In questo senso il termine
può assumere un significato emblematico se lo si usa nell'accezione di
stato d'ambiguità, di condizione dolorosa della coscienza che stabilisce
rapporti diversi, insicuri o problematici, con la realtà. Aridità ed
indifferenza sono i termini in cui si manifesta una concezione
dell'esistenza che trae origine dal riconoscimento di un'angoscia nativa,
connaturata all'uomo. Certo, sarebbe arduo riconoscere in Gozzano la
consapevolezza di una posizione filosofica esistenzialista: egli che si
era lasciato alle spalle la cultura dell'ultimo Ottocento, in bilico tra
positivismo e spiritualismo, giunge ad un'intuizione di tipo
esistenzialistico piuttosto scavando alle radici di un'esperienza
individuale negativa. Ma è proprio questo che,mentre nel caso particolare
procura all'intuizione gozzaniana un contrassegno di verità e
d'autenticità, contribuisce anche per questa via ad assicurare in generale
all'esistenzialismo i caratteri di una corrente filosofica fondamentale ed
emblematica della problematica ideale del secolo. Tra le componenti
costruttive ed essenziali dell'opera di Gozzano e dei suoi coevi, alle
quali sarà da aggiungere il modo discorsivo e colloquiale d'espressione
anche dei versi più "lirici", emerge un atteggiamento che esprime una
precarietà consustanziale all'esperienza del vivere e che potremmo
definire esistenzialistico quasi in termini da manuale. E' chiaro che si
tratta di un'intuizione della vita, che non può aspirare ad una
sistemazione teorica, ma che, riconosciuta, può ambire a qualificare in
modo nuovo il contenuto del crepuscolarismo e dei crepuscolari. Si
guardi Gozzano. Abbiamo già visto, e sempre meglio andremo vedendo, come
la sua opera ci offra un'interpretazione dell'esistenza in termini di
probabilità, mettendo in luce la problematicità della realtà umana con il
caratterizzarne l'instabilità e la finitezza. Non si può non pensare a
Kierkegaard sia per questa tematica, sia per la figura umana e poetica che
Gozzano viene così mostrando. I primi poeti del secolo sentono il
dissidio fra la consapevolezza dell'impossibilità storica di continuare a
stabilire un franco rapporto con la realtà e la volontà che è in loro come
il frutto naturale di un'altrettanta storica necessità, di annettere e di
rappresentare, con il linguaggio dell'uso più aperto e libero e ricco, più
larghe e nuove zone della realtà stessa. Mentre si travolgeva
l'atteggiamento tradizionale relativamente all'esperienza del reale, il
diverso pluralistico comportamento umano implicava un'educazione
sentimentale e linguistica di tipo nuovo: tal educazione aveva la sua
prima esauriente verifica, dopo il preludio tardo ottocentesco di De
Roberto e di Gualdo, nell'opera di Svevo, di Pirandello e, tenendoci al
nostro attuale discorso, di Gozzano.
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