"Tommaso Dell'Era, le ragioni di una scoperta" di Cosimo Strazzeri, "L'Unità" 4 Feb. 2003

    

Nel suo celebre sonetto "Le Guignon" (La disdetta), Baudelaire così tracciava il ritratto, per molti versi autobiografico, del genio solitario e ignorato: "Qualche gioiello dorme sepolto / Nelle tenebre e nell'oblio, / Ben lontano da sonde e picconi. / Qualche fior con rammarico effonde / L'aroma dolce come un segreto / Nelle solitudini profonde." Questi splendidi versi potrebbero a buon titolo costituire l'epigrafe di una biografia dedicata allo scrittore barese Tommaso Dell'Era (1927-1997) poiché ne riassumono l'itinerario esistenziale, condotto tra la routine di un lavoro d'ufficio al Genio Civile (cui egli si adeguò nonostante avesse conseguito brillantemente la laurea in Lettere classiche) e l'attività letteraria, quasi clandestina, coltivata con pazienza certosina tra le anguste pareti del suo studiolo domestico, quando le occupazioni familiari e le necessità materiali gliene lasciavano il tempo. Questo ritratto potrebbe ben adattarsi a quello di qualsiasi colto dilettante, ma Tommaso Dell'Era non può certo essere così definito poiché la sua opera, per vastità di interessi, qualità dello stile, capacità di penetrazione analitica è degna di stare alla pari con quella dei grandi della letteratura italiana del Novecento. Questo giudizio, che a prima vista potrebbe sembrare azzardato, trova una sua puntuale conferma non appena si analizzino attentamente le sue opere, che purtroppo furono perlopiù ignorate dalla critica o, addirittura, rimasero inedite. Il convegno "Omaggio a Tommaso Dell'Era" è nato, quindi, dalla certezza che l'opera di questo scrittore sia degna di considerazione e dal desiderio di riparare in qualche modo a questa situazione, purtroppo non infrequente nella storia della letteratura (basti pensare a "casi letterari" come Svevo, Tomasi di Lampedusa, Morselli). L'opera di Tommaso Dell'Era va quindi studiata e analizzata con estrema attenzione, ma soprattutto collocata in un contesto più ampio affinché possano essere messe in risalto la sua originalità estetica e la sua profondità teoretica, che costituiscono nello stesso tempo la radice della sua grandezza, ma anche la causa del suo misconoscimento.
Questo è quanto ha cercato di dimostrare l'autore di questo articolo nel suo intervento, mettendo in evidenza sorprendenti analogie tra alcune opere di Tommaso Dell'Era (in particolar modo quella d'esordio, Un ficcanaso) e le modalità narrative del "Nouveau Roman", movimento letterario operante in Francia a partire dagli anni Cinquanta. Diciamo "sorprendenti" poiché lo scrittore barese non conosceva neppur per sentito dire i suoi colleghi d'oltralpe e quindi ebbe la capacità di compiere un percorso parallelo al loro nell'approfondire e rielaborare in maniera originale le intuizioni di Joyce, Kafka e Proust, autori che egli conosceva benissimo e amava.
Il professor Pasquale Guaragnella, invece, ha messo in evidenza nella sua relazione la "baresità" del nostro autore, ovvero la capacità di disegnare in due opere (I cari baresi e I cavalieri di San Nicola) un ritratto arguto e ironico dei vizi e delle virtù dei suoi concittadini. Come si può vedere, quindi, Dell'Era riunisce in sé la complessità intellettuale di un autore di respiro europeo, ma nello stesso tempo rimane fedele alla sua identità geografico-antropologica, allo stesso modo in cui Joyce nei Dubliners diede valore universale alle insignificanti vicende umane vissute nei quartieri periferici della sua "vecchia e sporca Dublino".
La capacità di Dell'Era nel cogliere il valore universale della classicità e applicarla alla comprensione del presente è stata brillantemente colta dal professor Corrado Petrocelli, che ha analizzato con finezza e scrupolo filologico due racconti appartenenti ad un'opera inedita, Espero, i cui protagonisti assurgono al ruolo di simboli della condizione umana.
Il professor Pierfranco Moliterni, invece, ha analizzato alcuni passi di un'opera dedicata da Dell'Era a Mozart, sottolineando non solo la vastità dei suoi interessi musicali, ma anche la capacità di trasporre in termini di scrittura la complessa armonia di questo grande musicista.
Il professor Daniele Giancane, infine, analizzando un'altra opera inedita, Fiabe forse, ha messo in rilievo la particolarità di questi brevi racconti fantastici e il loro discostarsi dalle caratteristiche strutturali del genere fiabesco, ad esempio nell'evitare accuratamente il lieto fine o la narrazione degli antefatti, cui viene preferita, invece, una presentazione dei protagonisti con pochi e vividi tratti.
Il ritratto di Dell'Era come uomo è stato invece tratteggiato all'inizio dal figlio dell'autore, Alfredo, che ne ha ricordato la vastità degli interessi culturali, il temperamento combattivo e la profonda umanità: dalle sue parole emerge con forza l'immagine di un intellettuale che ha dedicato la sua vita ad una grande passione, ricevendone in cambio molto poco.
Il convegno dell'11 gennaio, però, ha fatto giustizia di tanti anni di oscurità e silenzio, ponendo le basi per un'azione di scoperta e valorizzazione di questo grande scrittore italiano del Novecento. Fa ben sperare, in questo senso, l'azione di convergenza, quasi miracolosa, operatasi in breve tempo tra il III Circolo Didattico "D'Annunzio" e il Comune di Trani, che hanno promosso l'iniziativa, e l'Università degli Studi di Bari, che vi ha partecipato con impegno, come dimostrano la presenza di ben quattro docenti in veste di relatori e dello stesso rettore, Giovanni Girone, il quale ha svolto la funzione di presidente, coordinando gli interventi con grande autorevolezza.


© Cosimo Strazzeri, "L'Unità" 4 Febbraio 2003


 
 

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