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Per
non dimenticare chi eravamo, per sapere chi siamo e dove siamo diretti. Un
"pateravegloria" e via, toccarono atterriti le agognate Americhe
scivolando appesi ai ganci di una fune tesa tra il transatlantico alla
fonda e il battello con il quale dovevano poi risalire il Rio Parnaìba. I
bambini piangevano nelle ceste. Le pinne dei pescecani disegnavano sotto
di loro lenti cerchi nell'acqua. Lo sbarco in Brasile di 331 poveri cristi
raccontato da Bernardino Frescura, geografo, viaggiatore, reporter,
scrittore, autore di 79 pubblicazioni testimoni di una curiosità onnivora,
illustra come pochi altri documenti quanto furono lunghi, lunghi, lunghi i
viaggi di tanti italiani per raggiungere i paradisi che erano stati loro
promessi. Odissee interminabili che potevano durare mesi e cominciavano
spesso con lunghe marce a piedi dal borgo natio, le spalle cariche di
fagotti, i bambini piccoli in braccio, i pochi soldi cuciti nelle braghe,
per finire dopo mille trasbordi su somari e carretti e treni e piroscafi e
ancora treni e carretti e somari, con nuove lunghe marce là dove il
destino o un affabulatore bugiardo avevano fissato il luogo finale della
deportazione. La storia di questi nostri 331 pellegrini, spiega una
relazione su "I moderni problemi dell'emigrazione italiana" tenuta da
Frescura il 21 marzo 1907 all'Associazione Ligure Ragionieri e oggi
custodita dal nipote Bernardino Bertella, cominciò da qualche parte
dell'Italia centro-settentrionale nel 1895, l'anno in cui i fratelli
Lumière giravano il leggendario "L'arrivée d'un train en gare de La
Ciotat": "Un certo dottor Sampaio, ricco fazendeiro, aveva ottenuto dal
governo italiano di arruolare 331 emigranti per le sue tenute situate nel
Piauhy ed era con questi partito da Genova a bordo di un vapore inglese,
il Pera, sul quale aveva pure preso imbarco un delegato del governo
italiano italiano, il signor R… Dopo un viaggio discreto attraverso
l'oceano, giunsero di fronte alla spiaggia arida, bianca e desolata del
Piauhy: invano spinsero lo sguardo verso una città qualsiasi, che
rispondesse al nome d'Amaraçao: non videro che quattro capanne di palma e
di canna su di un cumulo di sabbia, poi laggiù in fondo, in mezzo a
macchie d'alberi di cocco, sottili e bianchi come fantasmi, con un'esile
chioma, qualche casuccia semidistrutta, e poi in giù ancora un ammasso di
pietre sormontate da una croce a forma di chiesa. Così si presentò ai
nostri emigranti il Piauhy, l'Eldorado che avevano sentito celebrare dagli
arruolatori". Era soltanto il primo trauma: "Dal transoceanico
bisognava sbarcare su uno di quei luridi vapori fluviali che risalgono il
Parnahyba, fiume che divide i due stati di Maranhao e Piauhy ed unica via
di penetrazione per arrivare alla capitale di quest'ultimo stato,
Therezina: fiume dalla foce maestosa, ma ingombro dalle sabbie e di
difficilissima navigazione. Mentre il vento fischiava tra le sartie e i
boccaporti, il trasbordo si faceva penosamente, legando uomini e donne con
una fune attraverso il corpo e mettendo i bambini dentro le sporte, mentre
attorno al vapore si aggiravano quei terribili pescicani che numerosissimi
e audaci infestano quei paraggi, facendo sempre qualche vittima. Un negro
pochi giorni prima si aveva visto troncare nettamente una gamba, che aveva
lasciata penzolare fuori della canoa, presso alla spiaggia. Mentre
penosamente si faceva questo trasbordo, capitò colà un frate cappuccino
italiano, padre Stefano, ed appena quei poveretti lo videro, gli si
strinsero attorno, tempestandolo di domande sullo stato di Piauhy, sul
clima e sulla distanza del paese cui erano diretti: e quando sentirono che
occorreva almeno una settimana di cattiva navigazione per giungere a
destinazione, si diedero a tumultuare, imprecando contro il Sampaio e il
R… che li avevano atrocemente ingannati". Ogni lamento, ogni supplica,
ogni protesta fu vana: "A forza furono tuttavia caricati in 300 sul
Cabral, un vaporetto che non poteva portarne che una cinquantina e con
pochi viveri e pessimi, perché il Sampaio aveva ormai consumato i denari.
Immaginiamoci dunque la condizione di questi 300 infelici d'ogni età,
stivati come le acciughe in una barcaccia, sudicia, incomoda, puzzolente,
lungo un fiume noto per le secche, da cui bisogna talora disincagliare con
pali l'imbarcazione, sotto i raggi di un sole tropicale! Invece delle
cuccette per dormire, il tavolato lurido come una stalla: invece della
minestra, del brodo, del pane, ebbero la dolorosa sorpresa di vedersi
buttare davanti un pugno di farina di mandioca, un pezzo di puzzolente
baccalà e di carne secca, e quindi le malattie non tardarono a
manifestarsi a bordo, mentre mancava il medico che, avendo avuto qualche
questione per causa di donne, non aveva voluto seguire la spedizione. Il
malumore cresceva ogni giorno di più ed i nostri emigranti erano
disperati, tanto più che dovevano assistere alle morti d'inedia e di
stenti dei poveri bambini che, sotto agli occhi dei genitori inebetiti dal
dolore, si gettavano in pasto ai pescecani. Un giorno cadde nel fiume una
giovane donna che certamente si poteva salvare: ebbene, nessuno si mosse,
ed il vapore continuò a filare dritto, senza fermarsi! Ed il delegato
italiano che faceva a bordo? S'aggirava fra quelli infelici, vendendo
tabacco e cambiando monete, comprando le lire italiane per 600 reis! Era
troppo! Gli uomini si ribellarono finalmente: e allora furono bastonati a
sangue dai soldati fatti venire da Therezina, sotto agli occhi delle loro
donne e dei loro bimbi, invano imploranti pietà. Furono poi internati
nelle foreste lungo il fiume, altri in un deserto privo d'acqua, mentre il
pessimo cibo li decimava. Ed allora cominciò una fuga generale dallo stato
di Piauhy: alcuni si rifugiarono nel Maranhao ove, non potendo lavorare la
terra in quel clima, s'impiegarono nel cotonificio del signor Airly,
agente consolare inglese a Saint Luiz: altri si portarono a Rio
Janeiro". Furono in tanti ad essere imbrogliati, tra i quasi 27 milioni
d'italiani, pari alla popolazione di tutta la penisola al momento
dell'Unità che dalla seconda metà dell'Ottocento sono andati a cercare
fortuna all'estero. Frescura lo sapeva bene. E non solo scrisse una serie
di guide per chi espatriava, ma al Congresso Geografico di Milano del 1901
suggerì che i giornali pubblicassero accurate descrizioni delle aree dove
l'emigrazione italiana era più forte o sulle quali più batteva la
scellerata propaganda degli arruolatori delle compagnie di
navigazione. In un paese oppresso come il nostro dall'analfabetismo,
dove nel 1881 (quando in Germania solo l'1,8 per cento dei coscritti era
totalmente a digiuno di lettere) il 67 per cento degli abitanti non sapeva
né leggere né scrivere, il 59 per cento degli sposi non era in grado di
firmare neppure l'atto di matrimonio e gli alunni iscritti alle medie
erano 35.390 su una popolazione di un milione e 383 mila ragazzi dai 10 ai
15 anni, era facile "vendere", a chi voleva emigrare, paesi fantastici. Da
decenni le contrade erano battute dagli istrioni del Mondo Nuovo che
giravano per le fiere con una cassa di legno più o meno sofisticata e
impreziosita da disegni ed intarsi e fornita di un occhio magico dentro il
quale si potevano vedere le illustrazioni colorate e luminose dell'ultima
festa di un imperatore o del varo di una nave. Erano ghiotti di racconti
d'ogni genere, i nostri nonni. Avevano un così disperato bisogno di
sognare, che erano tentati di attaccarsi ad ogni promessa, ogni lusinga,
ogni illusione. Incapaci di difendersi dalle menzogne, spesso raccontate
da veri emigranti tornati in patria per smerciare storie d'arricchimenti
favolosi e digiune com'erano di quel minimo di nozioni geografiche che i
più attenti difensori degli emigranti invocavano, racconta Grosselli,
alcune famiglie trentine di Fornace e Civezzano salparono nel 1877 per
raggiungere parenti e compaesani in Brasile e, dopo un lungo viaggio, si
ritrovarono invece nelle Antille poiché "l'armatore, a loro insaputa,
aveva sottoscritto un impegno con le autorità di Haiti e non tutti seppero
opporvi le proprie ragioni". Altri, che volevano andare a Buenos Aires, a
causa di una gabola sui biglietti dell'agente si ritrovarono a New York.
Altri subirono la sorte esattamente contraria e altri ancora si
ritrovarono semplicemente sul molo di Genova senza soldi, senza biglietti
e senza agente da rincorrere coi bastoni. Potevano cascarci tutti,
nella delusione di un sogno infranto. Anche i preti. Eppure ce l'abbiamo
fatta lo stesso, noi italiani. Inondando il mondo d'arrotini della Val
Rendena e contadini delle Murge, pescatori delle Eolie ed orsanti e
scimmianti dell'Appennino parmense, balie della Romagna e spazzacamini
della Val Vigezzo, stradini friulani e minatori abruzzesi. Sopravvivendo a
mille stereotipi insultanti. Liberandoci di mille nomignoli offensivi.
Superando le diffidenze che ci venivano rovesciate addosso per il solo
fatto d'essere compatrioti dei troppi anarchici omicidi che scatenarono il
terrore tra i capi di stato stranieri a cavallo dell'Ottocento e Novecento
o quella minoranza di mafiosi che ci disonorò con uomini come Al Capone.
Piangendo con dignità i nostri morti, dopo aver subito sanguinose cacce
all'uomo in tutto il mondo ed essere stati i più linciati dopo i neri
nella storia degli Stati Uniti. Ce l'abbiamo fatta. Siamo riusciti giorno
dopo giorno a guadagnarci la riconoscenza, la stima, l'amicizia di chi ci
ha accolto. Ed abbiamo dato a tutti, dall'America all'Australia, dalla
Francia all'Argentina, statisti e pittori, scrittori e scienziati,
banchieri ed eroi, sindaci amatissimi e sportivi celeberrimi. Eppure della
nostra storia d'emigranti, una storia di formidabili successi e lancinanti
dolori, sappiamo poco. Delle nostre odissee di viaggio pochissimo. Ed
anche la retorica patriottarda sul bravo italiano che sgobba e si fa voler
bene da tutti, non ha saputo cogliere un punto che altri popoli hanno
invece colto: un'identità nazionale si può costruire anche sul dolore.
Sulla condivisione di un lutto. Sull'elaborazione collettiva di una storia
comune in cui abbiamo mischiato i sogni e le lacrime insieme, valdostani e
calabresi, marchigiani e pugliesi, veneti e sardi e siciliani. |