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Nonostante
le tante tensioni italiane e internazionali anche di quegli anni, c'è un
momento all'inizio del 1500 in cui la Chiesa pensa che le contraddizioni
del mondo si siano sostanzialmente composte grazie alla mediazione del
cattolicesimo, e che Cielo e Terra possano marciare nella concordia e
nell'armonia. Giulio II è il Papa convinto di questa verità e Raffaello è
l'artista che la rappresenta. Pochi anni dopo la morte di Giulio II,
Lutero pubblicherà le sue tesi a Wittenberg che segneranno la nascita
della riforma protestante. Qualche anno ancora e i lanzichenecchi
invaderanno Roma. La concordia e l'armonia spariranno dal mondo
occidentale e per decenni l'Europa sarà sconvolta dalle guerre di
religione. La National Gallery con la mostra su Raffaello e il papato di
Giulio II (Raphael from Urbino to Rome) c'invita a fare i conti con "quel
'momento' di concordia e armonia e con la straordinaria arte che ne
derivò", così Flavio Caroli, professore di Storia dell'arte moderna al
Politecnico di Milano e autore del recente libro "Le tre vie della
pittura". La mostra della National Gallery, esposta nel mese di
febbraio a Londra, parte dal nucleo originale delle opere del pittore
urbinate possedute, e raccoglie, poi, i contributi necessari da tutto il
mondo, con dipinti e disegni non solo di Raffello, ma anche dei suoi
maestri e degli artisti che si sono ispirati a lui. "Sì, la National
Gallery è una delle poche istituzioni al mondo che possa permettersi una
mostra superba come questa sull'urbinate. Forse solo il Louvre e il
Metropolitan di New York hanno l'influenza sufficiente per raccogliere una
così ampia e articolata selezione di opere. E, dunque, l'esposizione
costituisce l'osservatorio ideale per riflettere sul tema da me
sottolineato: Raffaello come l'artista che rappresenta la perfezione del
cattolicesimo e che nell'assolvere a questo compito, fissa un punto di
vista fondamentale nell'arte occidentale. Un punto di vista collegato,
inoltre, a più di una delle polarità che sono emerse nella lunga storia
dialettica dell'arte occidentale. Ancora prima della divisione tra
apollinei e dionisiaci, vale la pena di ricordare la dialettica tra l'arte
impressionista e quella astratta che lo storico sociale dell'arte Hauser
identifica già tra i liberi primitivi del paleolitico che dipingono in
modo impressionistico i bisonti a Lascaux e l'arte del neolitico, fino
all'Egitto dell'autocrazia faraonica che produce la più geometrica delle
arti. E ne deduce quasi un teorema: gli uomini liberi sono
impressionistici, quelli che vivono un'esperienza totalitaria,
geometrici. E l'arte raffaellesca è classica, simmetrica per
eccellenza, dunque geometrica e perciò, verrebbe quasi quasi da dire con
l'Hauser, totalitaria. E, in fondo, dal punto di vista della
rappresentazione della perfezione del cattolicesimo, in qualche modo lo è.
Prendete il quadro che riproduciamo in questa pagina, la sua 'Pietà' del
1504, guardate come le quercette tagliano lo spazio: quelle che
definiscono la sezione aurea, quelle che inscrivono la scena centrale, la
composizione dei personaggi, la centralità del Cristo, la linea
declinante. Un trionfo di grazia, serenità ma anche di spirito geometrico.
Esaminando, poi, un altro tipo di dialettica, se guardate i dipinti di
Raffaello e Michelangelo potrete confrontarvi sulla differenza tra la
serenità dell'urbinate (considerate il ritratto della 'Dama con unicorno'
che riproduciamo in questa pagina) e la terribilità del fiorentino
(pensate ai suoi ultimi affreschi nella Cappella Sistina): l'una ispirerà
tutte le opere classiche successive, l'altra costituirà quasi un annuncio
dei tempi del romanticismo. Valutate, poi, ancora la figura femminile
della 'Madonna dei garofani', tanto carnale (guardate quei dentini) quanto
divinizzata: uno dei più grandi pittori che s'ispirarono a Raffaello,
Guido Reni, parla di 'divinità umanata'. E, invece, pensate a come dipinge
un pittore come Dürer, tedesco ma innamorato dell'arte italiana, di cui si
lamenta di non essere capace di riprodurre la dolcezza: studiate le facce
disegnate da questo pittore, di cui si discuterà in un prossimo numero del
Foglio quando si tratterà del comico e del grottesco in Germania, e
capirete come pochi anni prima della maturità di Raffaello e della riforma
protestante, quell'artista rappresentò un'umanità tormentata nei suoi
rapporti con la divinità, che si contrapponeva alla 'divinità umanata', e
di fatto annunciava così i temi della Riforma". Insomma Raffaello
prodotto della storia? "Non si capisce Raffaello senza la storia, senza
quel Papa che fu Giulio II, un Della Rovere, esponente di una delle
famiglie che fecero il Rinascimento, militare e intellettuale, protettore
di quella Urbino che era la porta di Roma e ristrutturatore della Città
eterna, luogo in cui solo pochi anni prima pascolavano le pecore e che
sotto la guida giuliesca contesta a Firenze il titolo di capitale della
cultura. Non si capisce Raffaello senza la corte di umanisti raccolti in
Vaticano, filosofi neoplatonici che studiano con il pittore urbinate
(sotto la ferma direzione papale) la decorazione delle Stanze: leggetevi i
nomi dei dipinti dei Palazzi Vaticani illustrate dall'urbinate e avrete i
capitoli di una storia della Chiesa (da Costantino a Leone Magno
all'incoronazione di Carlo Magno) e di una filosofia che, pur cristiana,
poggia sulle idee del Vero della Scuola di Atene e della Disputa del
Sacramento, del Bello del Parnaso. Non si capisce Raffello senza la
politica che a un certo punto sembra quasi concedere una tregua alle
lunghe guerre italiane e ai difficili assestamenti dell'Europa. Ma,
naturalmente, Papa, filosofia e politica non spiegano che parzialmente il
Raffaello artista e uomo. Se l'artista, per esempio, è sereno, l'uomo è
percorso da inquietudini che condizioneranno anche l'arte dei suoi ultimi
anni di vita, ed è segnato da misteri che culmineranno nella sua morte
alla giovane età di 37 anni, evento che l'ha fatto assimilare da alcuni
commentatori del tempo a Gesù Cristo. Ed evento comunque non svelato:
com'è morto uno degli uomini più ricchi e potenti dell'Italia di allora?
Non c'è nessuna vera spiegazione al di là delle malignità del Vasari sui
bagordi sessuali iperlogoranti dell'urbinate. Ma il grande biografo
degli artisti rinascimentali non è in questo caso credibile: Vasari faceva
parte del clan di Michelangelo impegnato in una dura lotta di contrasto al
clan di Raffaello. Quando quest'ultimo muore, Sebastiano del Piombo chiede
subito a Michelangelo di insistere con il Papa perché le ultime stanze
siano terminate dal loro clan. Prevarranno invece gli allievi di
Raffaello, tra i quali artisti come Giulio Romano. Senza l'uomo in carne e
ossa (assai meno sereno, nella sua vita tumultuosa, del tono che riusciva
a trasmettere ai suoi quadri), lo spirito del tempo non basta a
comprendere l'artista. E della vita dell'uomo in carne e ossa fa parte
il fatto di essere figlio di un pittore di Urbino, decoroso ma non
eccelso, di essere passato ancora giovanissimo dalla sua già vivace Urbino
alla più intensa vita di Perugia in cui operava il Perugino, suo primo
maestro, artista di grande valore a cui Raffaello dovette molto. E infine
fa parte della sua biografia il periodo passato in una Firenze che era il
centro del mondo, in cui s'incontrava Michelangelo e un Leonardo,
cinquantenne, scappato da Milano dopo la caduta di Ludovico il Moro.
Proprio Leonardo diventa il maestro che completa la formazione del giovane
urbinate, che ne raffina l'arte, anche se poi il tocco finale di Raffello
è del tutto personale come avviene per tutti i grandi. Da studioso
dell'arte m'interrogo sempre da dove venga quell'ispirazione in più che
troviamo nei grandissimi. Guardi, guardi i dipinti, studi le pennellate,
il lavoro, ti dici in fin dei conti è materia, tela, vernici. Poi
consideri quei capelli biondi del bimbetto nella 'Madonna dei garofani', o
le fantastiche spalle del ritratto della 'Dama dell'unicorno' e
t'interroghi: perché avverti un senso di divinità, di bellezza infinita
nel guardare quei segnetti di colore giallo, quell'evidente esagerazione
del corpo femminile che cogli nelle spalle della Dama? Qual è il mistero
che si cela dietro i grandi artisti? E a Raffaello non serve la potenza
del colore per ottenere i suoi effetti, gli bastano pochi tratti di
disegno: considerate la 'Testa di un uomo di mezza età (1504)', che
presentiamo a fondo pagina". Grande artista, sintesi non solo della
pittura della sua epoca, ma anche del punto più alto raggiunto nel
rappresentare la totalità cristiana. "Sì, senza dubbio. Osservate il
dipinto centrale di questa pagina la 'Disputa del Sacramento', come
l'ostensorio ne sia il centro formale e spirituale, come su questo punto
convergano le linee prospettiche della composizione, articolata su due
piani. In quella superiore, celeste, si rappresenta la Chiesa trionfante
che composta da personaggi dell'Antico e del Nuovo Testamento, contempla
direttamente la Trinità. Nell'ordine terreno sono raffigurati i Dottori e
i Santi della Chiesa militante che partecipano della Rivelazione,
attraverso il mistero miracoloso dell'Eucarestia. Al sommo della
lunetta domina i due emicicli sovrapposti la figura del Padre Eterno
benedicente, circondato da angeli, sotto il quale si apre l'aureola in cui
si trovano Gesù Cristo, la Vergine e Giovanni Battista, seduti su una
nuvola. Il risultato è artisticamente miracoloso. Perfezione di spazi
archeologici, architettonici e naturali: un Olimpo detentore di tutte le
verità. La Religione come Totalità". Perfezione, geometria, totalità
sono anche caratteristiche che hanno fatto di Raffaello un pittore
antipatico. "Beh, ai nostri tempi siamo tutti un po' più dionisiaici che
apollinei, più romantici che classici, più impressionisti che geometrici.
Raffaello, comunque, va visto e rivisto perché senza di lui la nostra
storia dell'arte è monca. E, poi, anche in un dipinto così totalizzante
come la Disputa del Sacramento, osservate quelle luci dolci e bionde che
spuntano dietro le scene di grande respiro ideologico e religioso,
guardatele con attenzione: sono il segno di quella grazia, quella
dolcezza, quel tocco lievissimo per cui alla fine non ci si può non
innamorare dell'antipatico Raffaello.
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