Amare Raffaello di Francesco Stefanini, 2005

 

Nonostante le tante tensioni italiane e internazionali anche di quegli anni, c'è un momento all'inizio del 1500 in cui la Chiesa pensa che le contraddizioni del mondo si siano sostanzialmente composte grazie alla mediazione del cattolicesimo, e che Cielo e Terra possano marciare nella concordia e nell'armonia. Giulio II è il Papa convinto di questa verità e Raffaello è l'artista che la rappresenta. Pochi anni dopo la morte di Giulio II, Lutero pubblicherà le sue tesi a Wittenberg che segneranno la nascita della riforma protestante. Qualche anno ancora e i lanzichenecchi invaderanno Roma. La concordia e l'armonia spariranno dal mondo occidentale e per decenni l'Europa sarà sconvolta dalle guerre di religione. La National Gallery con la mostra su Raffaello e il papato di Giulio II (Raphael from Urbino to Rome) c'invita a fare i conti con "quel 'momento' di concordia e armonia e con la straordinaria arte che ne derivò", così Flavio Caroli, professore di Storia dell'arte moderna al Politecnico di Milano e autore del recente libro "Le tre vie della pittura".
La mostra della National Gallery, esposta nel mese di febbraio a Londra, parte dal nucleo originale delle opere del pittore urbinate possedute, e raccoglie, poi, i contributi necessari da tutto il mondo, con dipinti e disegni non solo di Raffello, ma anche dei suoi maestri e degli artisti che si sono ispirati a lui. "Sì, la National Gallery è una delle poche istituzioni al mondo che possa permettersi una mostra superba come questa sull'urbinate. Forse solo il Louvre e il Metropolitan di New York hanno l'influenza sufficiente per raccogliere una così ampia e articolata selezione di opere.
E, dunque, l'esposizione costituisce l'osservatorio ideale per riflettere sul tema da me sottolineato: Raffaello come l'artista che rappresenta la perfezione del cattolicesimo e che nell'assolvere a questo compito, fissa un punto di vista fondamentale nell'arte occidentale. Un punto di vista collegato, inoltre, a più di una delle polarità che sono emerse nella lunga storia dialettica dell'arte occidentale. Ancora prima della divisione tra apollinei e dionisiaci, vale la pena di ricordare la dialettica tra l'arte impressionista e quella astratta che lo storico sociale dell'arte Hauser identifica già tra i liberi primitivi del paleolitico che dipingono in modo impressionistico i bisonti a Lascaux e l'arte del neolitico, fino all'Egitto dell'autocrazia faraonica che produce la più geometrica delle arti. E ne deduce quasi un teorema: gli uomini liberi sono impressionistici, quelli che vivono un'esperienza totalitaria, geometrici.
E l'arte raffaellesca è classica, simmetrica per eccellenza, dunque geometrica e perciò, verrebbe quasi quasi da dire con l'Hauser, totalitaria. E, in fondo, dal punto di vista della rappresentazione della perfezione del cattolicesimo, in qualche modo lo è. Prendete il quadro che riproduciamo in questa pagina, la sua 'Pietà' del 1504, guardate come le quercette tagliano lo spazio: quelle che definiscono la sezione aurea, quelle che inscrivono la scena centrale, la composizione dei personaggi, la centralità del Cristo, la linea declinante. Un trionfo di grazia, serenità ma anche di spirito geometrico. Esaminando, poi, un altro tipo di dialettica, se guardate i dipinti di Raffaello e Michelangelo potrete confrontarvi sulla differenza tra la serenità dell'urbinate (considerate il ritratto della 'Dama con unicorno' che riproduciamo in questa pagina) e la terribilità del fiorentino (pensate ai suoi ultimi affreschi nella Cappella Sistina): l'una ispirerà tutte le opere classiche successive, l'altra costituirà quasi un annuncio dei tempi del romanticismo.
Valutate, poi, ancora la figura femminile della 'Madonna dei garofani', tanto carnale (guardate quei dentini) quanto divinizzata: uno dei più grandi pittori che s'ispirarono a Raffaello, Guido Reni, parla di 'divinità umanata'. E, invece, pensate a come dipinge un pittore come Dürer, tedesco ma innamorato dell'arte italiana, di cui si lamenta di non essere capace di riprodurre la dolcezza: studiate le facce disegnate da questo pittore, di cui si discuterà in un prossimo numero del Foglio quando si tratterà del comico e del grottesco in Germania, e capirete come pochi anni prima della maturità di Raffaello e della riforma protestante, quell'artista rappresentò un'umanità tormentata nei suoi rapporti con la divinità, che si contrapponeva alla 'divinità umanata', e di fatto annunciava così i temi della Riforma".
Insomma Raffaello prodotto della storia? "Non si capisce Raffaello senza la storia, senza quel Papa che fu Giulio II, un Della Rovere, esponente di una delle famiglie che fecero il Rinascimento, militare e intellettuale, protettore di quella Urbino che era la porta di Roma e ristrutturatore della Città eterna, luogo in cui solo pochi anni prima pascolavano le pecore e che sotto la guida giuliesca contesta a Firenze il titolo di capitale della cultura. Non si capisce Raffaello senza la corte di umanisti raccolti in Vaticano, filosofi neoplatonici che studiano con il pittore urbinate (sotto la ferma direzione papale) la decorazione delle Stanze: leggetevi i nomi dei dipinti dei Palazzi Vaticani illustrate dall'urbinate e avrete i capitoli di una storia della Chiesa (da Costantino a Leone Magno all'incoronazione di Carlo Magno) e di una filosofia che, pur cristiana, poggia sulle idee del Vero della Scuola di Atene e della Disputa del Sacramento, del Bello del Parnaso.
Non si capisce Raffello senza la politica che a un certo punto sembra quasi concedere una tregua alle lunghe guerre italiane e ai difficili assestamenti dell'Europa. Ma, naturalmente, Papa, filosofia e politica non spiegano che parzialmente il Raffaello artista e uomo. Se l'artista, per esempio, è sereno, l'uomo è percorso da inquietudini che condizioneranno anche l'arte dei suoi ultimi anni di vita, ed è segnato da misteri che culmineranno nella sua morte alla giovane età di 37 anni, evento che l'ha fatto assimilare da alcuni commentatori del tempo a Gesù Cristo. Ed evento comunque non svelato: com'è morto uno degli uomini più ricchi e potenti dell'Italia di allora? Non c'è nessuna vera spiegazione al di là delle malignità del Vasari sui bagordi sessuali iperlogoranti dell'urbinate.
Ma il grande biografo degli artisti rinascimentali non è in questo caso credibile: Vasari faceva parte del clan di Michelangelo impegnato in una dura lotta di contrasto al clan di Raffaello. Quando quest'ultimo muore, Sebastiano del Piombo chiede subito a Michelangelo di insistere con il Papa perché le ultime stanze siano terminate dal loro clan. Prevarranno invece gli allievi di Raffaello, tra i quali artisti come Giulio Romano. Senza l'uomo in carne e ossa (assai meno sereno, nella sua vita tumultuosa, del tono che riusciva a trasmettere ai suoi quadri), lo spirito del tempo non basta a comprendere l'artista.
E della vita dell'uomo in carne e ossa fa parte il fatto di essere figlio di un pittore di Urbino, decoroso ma non eccelso, di essere passato ancora giovanissimo dalla sua già vivace Urbino alla più intensa vita di Perugia in cui operava il Perugino, suo primo maestro, artista di grande valore a cui Raffaello dovette molto. E infine fa parte della sua biografia il periodo passato in una Firenze che era il centro del mondo, in cui s'incontrava Michelangelo e un Leonardo, cinquantenne, scappato da Milano dopo la caduta di Ludovico il Moro. Proprio Leonardo diventa il maestro che completa la formazione del giovane urbinate, che ne raffina l'arte, anche se poi il tocco finale di Raffello è del tutto personale come avviene per tutti i grandi.
Da studioso dell'arte m'interrogo sempre da dove venga quell'ispirazione in più che troviamo nei grandissimi. Guardi, guardi i dipinti, studi le pennellate, il lavoro, ti dici in fin dei conti è materia, tela, vernici. Poi consideri quei capelli biondi del bimbetto nella 'Madonna dei garofani', o le fantastiche spalle del ritratto della 'Dama dell'unicorno' e t'interroghi: perché avverti un senso di divinità, di bellezza infinita nel guardare quei segnetti di colore giallo, quell'evidente esagerazione del corpo femminile che cogli nelle spalle della Dama? Qual è il mistero che si cela dietro i grandi artisti? E a Raffaello non serve la potenza del colore per ottenere i suoi effetti, gli bastano pochi tratti di disegno: considerate la 'Testa di un uomo di mezza età (1504)', che presentiamo a fondo pagina". Grande artista, sintesi non solo della pittura della sua epoca, ma anche del punto più alto raggiunto nel rappresentare la totalità cristiana. "Sì, senza dubbio. Osservate il dipinto centrale di questa pagina la 'Disputa del Sacramento', come l'ostensorio ne sia il centro formale e spirituale, come su questo punto convergano le linee prospettiche della composizione, articolata su due piani. In quella superiore, celeste, si rappresenta la Chiesa trionfante che composta da personaggi dell'Antico e del Nuovo Testamento, contempla direttamente la Trinità. Nell'ordine terreno sono raffigurati i Dottori e i Santi della Chiesa militante che partecipano della Rivelazione, attraverso il mistero miracoloso dell'Eucarestia.
Al sommo della lunetta domina i due emicicli sovrapposti la figura del Padre Eterno benedicente, circondato da angeli, sotto il quale si apre l'aureola in cui si trovano Gesù Cristo, la Vergine e Giovanni Battista, seduti su una nuvola. Il risultato è artisticamente miracoloso. Perfezione di spazi archeologici, architettonici e naturali: un Olimpo detentore di tutte le verità. La Religione come Totalità".
Perfezione, geometria, totalità sono anche caratteristiche che hanno fatto di Raffaello un pittore antipatico. "Beh, ai nostri tempi siamo tutti un po' più dionisiaici che apollinei, più romantici che classici, più impressionisti che geometrici. Raffaello, comunque, va visto e rivisto perché senza di lui la nostra storia dell'arte è monca. E, poi, anche in un dipinto così totalizzante come la Disputa del Sacramento, osservate quelle luci dolci e bionde che spuntano dietro le scene di grande respiro ideologico e religioso, guardatele con attenzione: sono il segno di quella grazia, quella dolcezza, quel tocco lievissimo per cui alla fine non ci si può non innamorare dell'antipatico Raffaello.


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