"Invidiare meno, invidiare tutti" di Guia Soncini, 2004

 

E'ora di finirla di disconoscerla, rimuoverla, disprezzarla pubblicamente e praticarla di nascosto con tanta voluttà. E' ora di finirla di rinnegarla, con tutto quello che fa per noi ogni giorno. E' ora di finirla di prendere da lei solo il meglio e non dare niente in cambio, nessun riconoscimento, neppure la dignità di vizio nobile.
E' ora di finirla col mantra da dopocena, quando si discetta sui vari gradi di gelosia, le nuance di possessività, la smania di controllo, e immancabilmente ce n'è uno che dice "per carità, io non sono invidioso", e tutti si precipitano ad annuire, perché gelosi magari sì, con moderazione ma, insomma, è una vergogna con una sua decenza, ma invidiosi, per carità, che piccineria, che meschinata, noi non siamo così, noi gioiamo degli altrui successi, sempre quando non siamo impegnati a essere pronti a morire perché un'opinione diversa dalla nostra possa venire espressa.
E' ora di finirla. L'invidia è come l'amante, un'amante per cui tutti i giorni è Natale, quel Natale in cui voi giocate ai bravi mariti e lei aspetta come una scema di fianco al telefono il momento in cui fingerete di scendere in cantina a prendere dell'altro vino e vi chiuderete in garage a farle una rapida telefonata a bassa voce. L'invidia se ne sta in un angolo buio dal quale muove magari non il sole e le altre stelle ma certo le vostre ambizioni, smanie, desideri, e mai, mai che vi decidiate a riconoscere il suo apporto. E' ora di finirla.
E' ora di fare di lei una donna onesta.
"Invidia" è un romanzo semplicissimo, a volerne fare una scheda scolastica. L'allievo di una scuola di perfezionamento sta scrivendo un romanzo.
Ha diciassette anni, e tutto converge a far pensare che abbia assai più talento del suo professore di scrittura creativa, il quale - con un tocco di verosimiglianza che fa pensare Muriel Spark abbia frequentato Campo de' Fiori, o almeno Capalbio - è un fallimentare aspirante romanziere (leggi anche: uno col blocco creativo). L'allievo e il professore, Chris e Rowland, non riescono a staccarsi, dipendenti come sono dall'essere invidioso e invidiato. Da qualche parte nel romanzo c'è anche Nina, la moglie di Rowland, in un angolo, convinta di avere il ruolo di quella che si disamora di Rowland vedendolo fallire, ma in realtà messa in ombra dall'esclusività del divorante legame che c'è tra lo scrittore vero e quello velleitario. "Non c'è bisogno che tu scriva un romanzo. Non credi di essere una di quelle persone che possono vivere benissimo senza scrivere un libro?", domanda Nina.
Naturalmente Rowland risponde "No", e il capitolo si chiude senza dirci se poi abbia ordinato un altro brachetto, lì a Campo de' Fiori. "Invidia" dovrebbero distribuirlo nelle scuole, che si capisca fin dagli anni di formazione che il velleitarismo è il male del secolo (questo? quello scorso?); dovrebbero farne una fiction ambientata tra case editrici di nicchia a Roma centro, e non ci sarebbe neanche bisogno di un gran adattamento: a leggere, il collegio svizzero non pare poi molto diverso, ci sono giusto meno aperitivi; dovrebbero venderlo in doppia copia, perché è davvero uno scandalo noi si sia costretti a leggere per intero un Adelphi rovinandone il rosa di copertina, e non ce ne sia una copia di rimpiazzo cui far assolvere la funzione primaria sua e di tutti gli altri compagni di collana, quella di essere in perfetta nuance con la tappezzeria del corridoio.
"Il fatto che avesse solo diciassette anni - diciotto, forse, ora della pubblicazione - era il suo vero atout". Non importa che poi i fatti diano anche delle conferme alla scusa che Rowland trova per mitigare l'invidia per Chris. Non importa che il produttore che ne vuole acquistare i diritti e gli editori interessati, tutti vogliono che Chris si sbrighi, perché a diciott'anni sarà solo un altro romanziere, mentre il minorenne e il romanzo storico, oh, quello sì che vale pubblicità, il minorenne che romanza una nuova tesi su Maria Stuarda, scherziamo, meglio ancora che se pubblicasse il solito diario in cui racconta d'essersi scopato gli amici di famiglia. Non importa che sia vero - lo è: i diciassette anni sono un atout, in quel caso e in molti altri - importa il meccanismo. Non è davvero bella, le foto sono ritoccate. E' arrivata sin lì, ma è solo perché si scopa il capo. E il grande mantra degli italiani tutti quando si tratta di parlare di un percorso altrui un po' meno miserabile del loro: per forza, è raccomandato (da pronunciarsi assieme o in alternativa a: si sa come vanno queste cose).
E' che l'invidia è democratica. La gelosia vuole per sé l'oggetto del contendere, è una roba di espropri e possesso e feudi e rivoluzione nella fase del terrore. L'invidia tende a parificare, a portare sullo stesso livello, io che ti invidio voglio essere "come" te, non necessariamente "invece" di te, né tantomeno "contro" di te. L'invidia ha a che fare con la giustizia, mica con le passioni.
Anche tutta la storia del Calciatore e della Conduttrice che si separano e di lui che promette di scoperchiare pentole e finisce per vendere alla stampa i messaggi d'amore che a lei venivano inviati da un Altro, mica penserete sia una storia di gelosia. Cercate per un momento di lasciar perdere la cernita di tutto quello che avete letto e che vi ha dato per certo il cugino di uno il cui cognato li conosce bene. Prendete tutto per buono, senza scremare, e spersonalizzate. Tanto com'è andata davvero lo sanno solo loro, noi conviene che tralasciamo la verità e ne facciamo una questione di archetipi. Dunque il Calciatore imposta con la Conduttrice un rapporto basato su un modulo antico ma sempre efficace: tu sei quella che mi ama, io sono quello che si lascia amare. Il che - archetipicamente, mica biograficamente - implica: che lui la riempia di corna, che non se la scopi manco per il suo compleanno, che la tratti piuttosto male in pubblico. E che lei sopporti sorridente, grata del solo fatto che lui comunque torni a casa da lei la sera (cioè: le sere in cui ci torna) invece di trovarsi una più giovane e fresca. Il modulo comportamentale nevrotico si acuisce e si distorce quando gli estremi si allontanano. Lei, dopo aver faticosamente lavorato per raggiungere l'obiettivo, è una donna di successo. Di un successo clamoroso e indiscutibile, senza pari in quel momento e in quel demi monde in cui la coppia si muove. Lui, un disastro.
Una pippa nel suo mestiere, e per di più impelagato in affari legali che gli costano la squalifica, per cui se prima stava in panchina ora neanche più quello. Un fallito. Non c'è da meravigliarsi che non gli tiri, con una che guadagna più di lui depilandosi di meno; non c'è da meravigliarsi gli venga naturale punirla così: professionalmente, puoi avere tutto ciò che vuoi, ma da me non avrai ciò che più desideri. Non c'è neppure da meravigliarsi che alla fine la coppia scoppi, perché è per questo che si disfano le coppie in un'epoca in cui le donne non hanno intenzione di stare a casa a fare la sfoglia: perché lei guadagna più di lui, perché lei ha cinquanta dipendenti e lui sì e no una segretaria da smezzarsi col vicino di scrivania, perché lei ha spuntato un contratto da inviata e lui è ancora lì che fa il desk. Ci si lascia per invidia, mica per gelosia. Comunque, canzonette e proverbi insegnano a badare ai dettagli, e il dettaglio principale è che la rovina, la vergogna, la squalifica, per lui sono arrivate a causa di alcuni inaccorti sms. Lui dice che ne digitava a decine, distrattamente, e chissà cos'ha scritto. Lui sa come si può essere compulsivi coi messaggini adolescenziali. E sa come punire chi lo priva di ciò che gli è rimasto. Di tutto ciò che ormai aveva, a squalifica ancora da scontare, età ormai troppo avanzata, età ormai troppo avanzata, avvenire dietro le spalle: lo status di marito della Conduttrice. L'Altro va punito. Ma non per gelosia, non - banalmente - per avergli scopato la moglie, quello era uno sporco lavoro ma qualcuno doveva pur farlo. No, l'altro va punito per il più puro dei sentimenti: l'invidia. Perché l'Altro è tutto ciò che lui non è, di successo e con un'impeccabile immagine pubblica, con una moglie bella e pacata e, soprattutto, dotato di quel qualcosa in più che lui non ha (più): la capacità di trovare la Conduttrice desiderabile. Non desiderare la donna d'altri, specie se gli altri in questione non la desiderano più. Il Calciatore ha molto tempo e il lusso di sprecarlo, quindi sa che una compulsione è una compulsione. Si siede sulla riva della borsa della Conduttrice, e aspetta il cellulare. E quando lo trova, lì stanno gli immancabili messaggi, e la punizione adatta per l'uomo che lui non può non invidiare. Il modo di pareggiare la situazione. Di trascinarlo al suo livello e instaurare l'uguaglianza. Un sms ti seppellirà. Lo stesso che ha seppellito me.
L'unico caso in cui si può senza scadere nel ridicolo dire "invidia io? Non so cosa sia" è quando si è donne e l'invidia in questione è quella del pene. Quella con tutta evidenza riguarda solo gli uomini, e gli altri uomini.
Kathryn Chetkovich non so neppure se abbia mai scritto qualcos'altro di meritevole, non lo so e non m'interessa, ma ho visto copie del Granta che conteneva il suo racconto consunte per il numero di amiche che se le erano passate in prestito, e non ne ho mai vista una che leggendo riuscisse a evitare quel sorriso un po' triste e quell'espressione un po' saggia, quegli occhi semichiusi, "oh, com'è vero". "Envy" è la cronaca d'una vergogna, ovvero quel che accade quando il naturale corso delle cose, quello dell'uomo invidioso della donna che fa più carriera di lui, viene invertito. "Envy" è lo spaccato di quest'epoca che sottovaluta Nonna Papera, questi anni insensati in cui le donne pensano di avere il diritto a (forse addirittura il dovere di) una vita professionale che non sia quella di mogli e madri, questi ultimi giorni dell'occidente in cui le donne sono ambiziose come e più degli uomini. Kathryn Chetkovich è una scrittrice, e ci sarà anche qualcuno là fuori che sappia cos'altro ha scritto, ma sono una minoranza. Tutte quelle cui sia capitato quel numero di Granta sottomano, però, non hanno più dimenticato come Chetkovich parla di quell'uomo, l'uomo che conobbe quando si era appena separata, lui tentava di scrivere un romanzo, e lei, anche lei tentava di scrivere, poi però le stava morendo il padre e forse aveva anche il blocco dello scrittore, lo stesso di Rowland, quello che non si è mai capito cosa sia, forse solo un segno mandato dal dio delle piccole cose a dirti che quello non è il mestiere tuo, e insomma erano due aspiranti scrittori, lui per la verità con un paio di romanzi pubblicati ma niente di che, erano anime gemelle chiaramente destinate al fallimento e alla frustrazione, e questo era meraviglioso.
(Tutte quelle che l'hanno letto, "Envy", ma anche tutti quelli, gli uomini, che hanno trovato nel racconto una conferma della loro pessima opinione del genere femminile e della rovina cui conducono le ambizioni femminili.
Tutti quegli uomini che leggendo sono stati colti dal dubbio che nessuno li avesse avvisati ma la scala delle priorità fosse cambiata, e ora, in cima alla lista delle fonti d'ansia nella vita di coppia, non ci fossero più le macchie di rossetto sul colletto della camicia bensì il timor panico che lei non volesse più essere quella che le camicie da ufficio le lava né quella che le macchia, pretendesse di diventare quella che le indossa).
"Era, lo scoprii presto, in difficoltà. Ci saranno pure donne là fuori che non amano sopra ogni altra cosa questo, in un uomo: il suo essere in difficoltà - ma io non sono una di loro". Kathryn è uguale e contraria a Nina, che non riesce a lasciare Rowland ma smette di trovarlo interessante nel momento in cui capisce che il suo romanzo non esisterà mai: non s'innamora di Chris e del suo, di romanzo, ma le servono - autore e opera - per capire l'inadeguatezza di Rowland, persino un diciassettenne è in grado di scrivere un romanzo e tu no, e io non voglio un fallito, io voglio un uomo di successo. Kathryn, invece, vuole un fallito. Dettaglio: dello scrittore, in "Envy", Kathryn non fa mai il nome. Lo chiama "l'uomo". "L'uomo, che era in così adorabile difficoltà, aveva finalmente trovato la chiave. Nei mesi che a me erano necessari per produrre un raccontino di quindici pagine sulla fine di un matrimonio, un atto unico su una donna che va a letto col marito della sua migliore amica e settanta pagine di una sceneggiatura tutta attraversata dalle disperate insegne "apprendista scrittrice", lui impilava parecchie centinaia di pagine del suo nuovo romanzo. Ed era pure buono. Era un'informazione che ottenevo leggendolo, ma che potevo altresì verificare indipendentemente dalla mia lettura: perché, a mano a mano che i capitoli venivano finiti, volavano immediatamente verso la stampa, e altrettanto immediatamente il telefono cominciava a suonare con messaggi di congratulazioni, paragoni con scrittori morti, e con altri la cui reputazione era talmente solida che avrebbero anche potuto esserlo, morti. Nel mezzo di questo periodo in qualche modo teso l'uomo arrivò a casa una sera, frustrato dopo un paio di giornate difficili, e chiese se mi andasse di leggere alcune pagine che gli stavano dando dei problemi.
Fu un immenso sollievo pensare che anche lui fosse in grado di produrre brutta roba, ed ero grata che volesse mostrarmela. Ebbi l'improvviso desiderio di sbatterlo sul pavimento e tirarmi su la gonna, ma pensai di leggere prima le pagine. Mi portò delle olive e un bicchiere di vino, e mi sedetti a leggere. Sperando per il peggio, e pronta a essere incoraggiante. 'Non capisco - dissi quando finii - E' ottimo'. 'Lo pensi davvero? - chiese speranzoso - Credi davvero che vada bene?' 'Penso sia perfetto: divertente, vero, interessante'. Riusci a spingere le parole su per la gola e a farle uscire dalla bocca. Potevo desiderare che fosse brutto ma non potevo dirgli che lo era se non era vero.
'Grazie. E' un sollievo immenso. Mi è davvero, davvero d'aiuto. Grazie'. Se vuoi vedere un lavoro mal fatto te ne faccio vedere uno io, pensai mentre segretamente facevo voto di non fargli mai più vedere una parola scritta da me. Avevo quarant'anni, poi quarantuno, poi quarantadue. Non avevo figli, il marito che credevo fosse per sempre se n'era andato, il padre che avevo sempre dato per scontato avrebbe un giorno finalmente capito davvero com'ero fatta era morto, e non avevo una carriera. E ora mi ritrovavo con un uomo in grado di produrre una cosa del genere. La voglia di fare l'amore mi era passata".
Lei non ne fa mai il nome ma, empatia a parte, c'è una ragione per cui "Envy" pare a tutte le donne con un qualunque tipo di carriera e che si trovano dentro a una coppia competitiva (cioè: a tutte quelle che hanno uno straccio di vita sentimentale e che non sono delle ereditiere) - c'è una ragione per cui pare loro irresistibile. Ed è che quel libro e quello scrittore esistono. "L'uomo" si chiamava e si chiama Jonathan Franzen, quelle pagine che non lo convincevano e quei capitoli che scomodavano così alti paragoni diventarono "Le correzioni". (Chetkovich non lo dice mai, nel racconto, ma è impossibile, leggendo dell'agonia di suo padre, leggendo passaggi come quello in cui descrive l'egoismo che la coglieva al suo capezzale - "Non ho paura che muoia, mi ritrovai a dire. Ho paura che viva" - è impossibile non pensare che, esattamente come il romanzo di Chris si nutre dell'invidia di Rowland, Franzen si sia cibato dei cattivi sentimenti di Chetkovich, e forse persino delle specifiche disfunzionalità della di lei famiglia, per scrivere il Grande Romanzo sulla Famiglia Disfunzionale Americana traversata da Cattivi Sentimenti).
(Il fatto è che bisognerebbe dirselo all'inizio, come ci si vuole. Fare su questo un accordo prematrimoniale, in cui sancire se si vuol essere solidali nel successo o nell'insuccesso. Perché Chetkovich ha ragione, dal punto di vista del contratto: se siamo due poeti maledetti che vivono in una soffitta e rifiutano le convenzioni della società borghese non è che tu domani puoi pubblicare con Mondadori e avere uno speciale Porta a Porta che ti promuova il libro - cioè, puoi, ma è un tradimento assai peggiore che se ti scopassi la mia migliore amica nel mio letto e postcoito finiste tutti i miei After Eight. Se uno dei due inizia improvvisamente a deragliare dalle basi della relazione ci si sente come dice lei, colti "da quel panico che ti assale se un'amica ti molla a bere da sola andandosene agli Alcolisti Anonimi". Non si fa, e siccome queste sono le cose importanti bisognerebbe dirsele subito. Altro che disperdersi in dettagli, con che religione alleveremo i nostri figli e vuoi vivere in campagna o in città, bisognerebbe essere sinceri, posso stare con te solo se fallisci quotidianamente dimostrandomi che hai bisogno delle mie consolazioni, oppure posso amarti solo se fai di me l'ammirata moglie di un uomo in eterna ascesa, insomma: vivrò con te finché inversione di carriera non ci separi).
L'inversione dei ruoli è un problema per tutti. Chetkovich a un certo punto parla con la madre, che le dice che ai tempi suoi era anche peggio, perché lei ovunque andasse era solo e sempre la moglie di suo padre. La figlia prova a spiegarle che no, competere nello stesso settore è assai peggio: "Tu non lavoravi nel suo stesso campo". Ma quello della madre è un problema più ancestrale e assoluto: "Io neppure ce l'avevo, un campo". L'inversione dei ruoli, che poi inversione non è ma liberalizzazione, tutti che possono fare tutto, una partita giocata con ventidue liberi, il "liberi tutti" della guerra tra i sessi è un problema. Una volta - ai tempi della madre di Chetkovich, direi - la sera l'uomo tornava a casa stanco, e la moglie lo guardava e diceva quelle cose da Marion Cunningham tipo "Tu lavori troppo". Non era premura: era invidia. Tu sei sempre lì fuori a fare chissà cosa, riunioni, che saranno mai queste misteriose riunioni, che vi riunirete a fare, la verità è che vi divertite un casino, tra di voi che conoscete le cose del mondo e ne chiacchierate a maniche di camicia arrotolate - tu stai là fuori nel mondo e io qua con degli infanti che non parlano la mia lingua. Era invidia, pura, semplice, diretta, all'interno di una coppia classica. Una cosa sana. Adesso, invece. Non è certo Nina che dice a Rowland "lavori troppo", anzi, Nina è là fuori impegnata a sbattersi un uomo più risolto, pensa di essere "troppo giovane per essere legata a un uomo sposato col suo romanzo" ("O meglio, fidanzato, visto che la sua metà ancora non esisteva", aggiunge Spark con sublime perfidia). Nina se ne sbatte di Rowland e del suo eventuale stress. E la coppia, lo si capisce presto, è altrove: è quella cementata da quella classica e sacrosanta invidia per cui uno ha un lavoro che non è solo velleità, ha un romanzo che procede spedito, e l'altro fa il preoccupato: "Santo cielo, rischi di stancarti troppo. Prenditi un giorno di vacanza". E' Rowland a dirlo a Chris, mica una qualunque delle fanciulle che si scopa lì al collegio. E' Rowland che si sente una casalinga insoddisfatta che spignatta tutto il giorno e non conosce le glorie e gli affanni del mondo i cui segni vede sul viso della sua metà la sera. E' Rowland, solo che non sta parlando con sua moglie, ma con un ragazzino irritantemente dotato. Un ragazzino con cui non forma una coppia classica, e neppure una alternativa. Almeno: non ancora.
A volerla dire tutta, amore che non si nutra di invidia non esiste. Non solo quello di Chetkovich per Franzen (ma lui lo sapeva? se ne accorgeva? se n'è accorto, l'11 settembre, quando correvano da una stanza all'altra per vedere tutti i telegiornali ma lei pensava solo "finalmente la finiranno di parlare di quel cazzo di libro"? oppure era così allocco da pensare che lei fosse appagata dal semplice dividere il successo di lui e vederne il nome ovunque e accompagnarlo a serate dove tutti lo ricoprivano di lodi?). Non solo quello di Rowland e Chris, che da invidiante e invidiato hanno bisogno l'uno dell'altro e si bramano e si detestano e s'inseguono con una passione che le coppie formatesi su basi meno solide dell'invidia non hanno più ormai neppure nei romanzi. Un amore che non si nutra di invidia non è un amore. Come si può amare qualcuno la cui carriera o anche solo il cui guardaroba non si voglia avere per sé? A volerla dire tutta, e senza bisogno di farla tanto lunga, a non esistere è la gelosia.


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