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E'ora
di finirla di disconoscerla, rimuoverla, disprezzarla pubblicamente e
praticarla di nascosto con tanta voluttà. E' ora di finirla di rinnegarla,
con tutto quello che fa per noi ogni giorno. E' ora di finirla di prendere
da lei solo il meglio e non dare niente in cambio, nessun riconoscimento,
neppure la dignità di vizio nobile. E' ora di finirla col mantra da
dopocena, quando si discetta sui vari gradi di gelosia, le nuance di
possessività, la smania di controllo, e immancabilmente ce n'è uno che
dice "per carità, io non sono invidioso", e tutti si precipitano ad
annuire, perché gelosi magari sì, con moderazione ma, insomma, è una
vergogna con una sua decenza, ma invidiosi, per carità, che piccineria,
che meschinata, noi non siamo così, noi gioiamo degli altrui successi,
sempre quando non siamo impegnati a essere pronti a morire perché
un'opinione diversa dalla nostra possa venire espressa. E' ora di
finirla. L'invidia è come l'amante, un'amante per cui tutti i giorni è
Natale, quel Natale in cui voi giocate ai bravi mariti e lei aspetta come
una scema di fianco al telefono il momento in cui fingerete di scendere in
cantina a prendere dell'altro vino e vi chiuderete in garage a farle una
rapida telefonata a bassa voce. L'invidia se ne sta in un angolo buio dal
quale muove magari non il sole e le altre stelle ma certo le vostre
ambizioni, smanie, desideri, e mai, mai che vi decidiate a riconoscere il
suo apporto. E' ora di finirla. E' ora di fare di lei una donna
onesta. "Invidia" è un romanzo semplicissimo, a volerne fare una scheda
scolastica. L'allievo di una scuola di perfezionamento sta scrivendo un
romanzo. Ha diciassette anni, e tutto converge a far pensare che abbia
assai più talento del suo professore di scrittura creativa, il quale - con
un tocco di verosimiglianza che fa pensare Muriel Spark abbia frequentato
Campo de' Fiori, o almeno Capalbio - è un fallimentare aspirante
romanziere (leggi anche: uno col blocco creativo). L'allievo e il
professore, Chris e Rowland, non riescono a staccarsi, dipendenti come
sono dall'essere invidioso e invidiato. Da qualche parte nel romanzo c'è
anche Nina, la moglie di Rowland, in un angolo, convinta di avere il ruolo
di quella che si disamora di Rowland vedendolo fallire, ma in realtà messa
in ombra dall'esclusività del divorante legame che c'è tra lo scrittore
vero e quello velleitario. "Non c'è bisogno che tu scriva un romanzo. Non
credi di essere una di quelle persone che possono vivere benissimo senza
scrivere un libro?", domanda Nina. Naturalmente Rowland risponde "No",
e il capitolo si chiude senza dirci se poi abbia ordinato un altro
brachetto, lì a Campo de' Fiori. "Invidia" dovrebbero distribuirlo nelle
scuole, che si capisca fin dagli anni di formazione che il velleitarismo è
il male del secolo (questo? quello scorso?); dovrebbero farne una fiction
ambientata tra case editrici di nicchia a Roma centro, e non ci sarebbe
neanche bisogno di un gran adattamento: a leggere, il collegio svizzero
non pare poi molto diverso, ci sono giusto meno aperitivi; dovrebbero
venderlo in doppia copia, perché è davvero uno scandalo noi si sia
costretti a leggere per intero un Adelphi rovinandone il rosa di
copertina, e non ce ne sia una copia di rimpiazzo cui far assolvere la
funzione primaria sua e di tutti gli altri compagni di collana, quella di
essere in perfetta nuance con la tappezzeria del corridoio. "Il fatto
che avesse solo diciassette anni - diciotto, forse, ora della
pubblicazione - era il suo vero atout". Non importa che poi i fatti diano
anche delle conferme alla scusa che Rowland trova per mitigare l'invidia
per Chris. Non importa che il produttore che ne vuole acquistare i diritti
e gli editori interessati, tutti vogliono che Chris si sbrighi, perché a
diciott'anni sarà solo un altro romanziere, mentre il minorenne e il
romanzo storico, oh, quello sì che vale pubblicità, il minorenne che
romanza una nuova tesi su Maria Stuarda, scherziamo, meglio ancora che se
pubblicasse il solito diario in cui racconta d'essersi scopato gli amici
di famiglia. Non importa che sia vero - lo è: i diciassette anni sono un
atout, in quel caso e in molti altri - importa il meccanismo. Non è
davvero bella, le foto sono ritoccate. E' arrivata sin lì, ma è solo
perché si scopa il capo. E il grande mantra degli italiani tutti quando si
tratta di parlare di un percorso altrui un po' meno miserabile del loro:
per forza, è raccomandato (da pronunciarsi assieme o in alternativa a: si
sa come vanno queste cose). E' che l'invidia è democratica. La gelosia
vuole per sé l'oggetto del contendere, è una roba di espropri e possesso e
feudi e rivoluzione nella fase del terrore. L'invidia tende a parificare,
a portare sullo stesso livello, io che ti invidio voglio essere "come" te,
non necessariamente "invece" di te, né tantomeno "contro" di te. L'invidia
ha a che fare con la giustizia, mica con le passioni. Anche tutta la
storia del Calciatore e della Conduttrice che si separano e di lui che
promette di scoperchiare pentole e finisce per vendere alla stampa i
messaggi d'amore che a lei venivano inviati da un Altro, mica penserete
sia una storia di gelosia. Cercate per un momento di lasciar perdere la
cernita di tutto quello che avete letto e che vi ha dato per certo il
cugino di uno il cui cognato li conosce bene. Prendete tutto per buono,
senza scremare, e spersonalizzate. Tanto com'è andata davvero lo sanno
solo loro, noi conviene che tralasciamo la verità e ne facciamo una
questione di archetipi. Dunque il Calciatore imposta con la Conduttrice un
rapporto basato su un modulo antico ma sempre efficace: tu sei quella che
mi ama, io sono quello che si lascia amare. Il che - archetipicamente,
mica biograficamente - implica: che lui la riempia di corna, che non se la
scopi manco per il suo compleanno, che la tratti piuttosto male in
pubblico. E che lei sopporti sorridente, grata del solo fatto che lui
comunque torni a casa da lei la sera (cioè: le sere in cui ci torna)
invece di trovarsi una più giovane e fresca. Il modulo comportamentale
nevrotico si acuisce e si distorce quando gli estremi si allontanano. Lei,
dopo aver faticosamente lavorato per raggiungere l'obiettivo, è una donna
di successo. Di un successo clamoroso e indiscutibile, senza pari in quel
momento e in quel demi monde in cui la coppia si muove. Lui, un
disastro. Una pippa nel suo mestiere, e per di più impelagato in affari
legali che gli costano la squalifica, per cui se prima stava in panchina
ora neanche più quello. Un fallito. Non c'è da meravigliarsi che non gli
tiri, con una che guadagna più di lui depilandosi di meno; non c'è da
meravigliarsi gli venga naturale punirla così: professionalmente, puoi
avere tutto ciò che vuoi, ma da me non avrai ciò che più desideri. Non c'è
neppure da meravigliarsi che alla fine la coppia scoppi, perché è per
questo che si disfano le coppie in un'epoca in cui le donne non hanno
intenzione di stare a casa a fare la sfoglia: perché lei guadagna più di
lui, perché lei ha cinquanta dipendenti e lui sì e no una segretaria da
smezzarsi col vicino di scrivania, perché lei ha spuntato un contratto da
inviata e lui è ancora lì che fa il desk. Ci si lascia per invidia, mica
per gelosia. Comunque, canzonette e proverbi insegnano a badare ai
dettagli, e il dettaglio principale è che la rovina, la vergogna, la
squalifica, per lui sono arrivate a causa di alcuni inaccorti sms. Lui
dice che ne digitava a decine, distrattamente, e chissà cos'ha scritto.
Lui sa come si può essere compulsivi coi messaggini adolescenziali. E sa
come punire chi lo priva di ciò che gli è rimasto. Di tutto ciò che ormai
aveva, a squalifica ancora da scontare, età ormai troppo avanzata, età
ormai troppo avanzata, avvenire dietro le spalle: lo status di marito
della Conduttrice. L'Altro va punito. Ma non per gelosia, non - banalmente
- per avergli scopato la moglie, quello era uno sporco lavoro ma qualcuno
doveva pur farlo. No, l'altro va punito per il più puro dei sentimenti:
l'invidia. Perché l'Altro è tutto ciò che lui non è, di successo e con
un'impeccabile immagine pubblica, con una moglie bella e pacata e,
soprattutto, dotato di quel qualcosa in più che lui non ha (più): la
capacità di trovare la Conduttrice desiderabile. Non desiderare la donna
d'altri, specie se gli altri in questione non la desiderano più. Il
Calciatore ha molto tempo e il lusso di sprecarlo, quindi sa che una
compulsione è una compulsione. Si siede sulla riva della borsa della
Conduttrice, e aspetta il cellulare. E quando lo trova, lì stanno gli
immancabili messaggi, e la punizione adatta per l'uomo che lui non può non
invidiare. Il modo di pareggiare la situazione. Di trascinarlo al suo
livello e instaurare l'uguaglianza. Un sms ti seppellirà. Lo stesso che ha
seppellito me. L'unico caso in cui si può senza scadere nel ridicolo
dire "invidia io? Non so cosa sia" è quando si è donne e l'invidia in
questione è quella del pene. Quella con tutta evidenza riguarda solo gli
uomini, e gli altri uomini. Kathryn Chetkovich non so neppure se abbia
mai scritto qualcos'altro di meritevole, non lo so e non m'interessa, ma
ho visto copie del Granta che conteneva il suo racconto consunte per il
numero di amiche che se le erano passate in prestito, e non ne ho mai
vista una che leggendo riuscisse a evitare quel sorriso un po' triste e
quell'espressione un po' saggia, quegli occhi semichiusi, "oh, com'è
vero". "Envy" è la cronaca d'una vergogna, ovvero quel che accade quando
il naturale corso delle cose, quello dell'uomo invidioso della donna che
fa più carriera di lui, viene invertito. "Envy" è lo spaccato di
quest'epoca che sottovaluta Nonna Papera, questi anni insensati in cui le
donne pensano di avere il diritto a (forse addirittura il dovere di) una
vita professionale che non sia quella di mogli e madri, questi ultimi
giorni dell'occidente in cui le donne sono ambiziose come e più degli
uomini. Kathryn Chetkovich è una scrittrice, e ci sarà anche qualcuno là
fuori che sappia cos'altro ha scritto, ma sono una minoranza. Tutte quelle
cui sia capitato quel numero di Granta sottomano, però, non hanno più
dimenticato come Chetkovich parla di quell'uomo, l'uomo che conobbe quando
si era appena separata, lui tentava di scrivere un romanzo, e lei, anche
lei tentava di scrivere, poi però le stava morendo il padre e forse aveva
anche il blocco dello scrittore, lo stesso di Rowland, quello che non si è
mai capito cosa sia, forse solo un segno mandato dal dio delle piccole
cose a dirti che quello non è il mestiere tuo, e insomma erano due
aspiranti scrittori, lui per la verità con un paio di romanzi pubblicati
ma niente di che, erano anime gemelle chiaramente destinate al fallimento
e alla frustrazione, e questo era meraviglioso. (Tutte quelle che
l'hanno letto, "Envy", ma anche tutti quelli, gli uomini, che hanno
trovato nel racconto una conferma della loro pessima opinione del genere
femminile e della rovina cui conducono le ambizioni femminili. Tutti
quegli uomini che leggendo sono stati colti dal dubbio che nessuno li
avesse avvisati ma la scala delle priorità fosse cambiata, e ora, in cima
alla lista delle fonti d'ansia nella vita di coppia, non ci fossero più le
macchie di rossetto sul colletto della camicia bensì il timor panico che
lei non volesse più essere quella che le camicie da ufficio le lava né
quella che le macchia, pretendesse di diventare quella che le
indossa). "Era, lo scoprii presto, in difficoltà. Ci saranno pure donne
là fuori che non amano sopra ogni altra cosa questo, in un uomo: il suo
essere in difficoltà - ma io non sono una di loro". Kathryn è uguale e
contraria a Nina, che non riesce a lasciare Rowland ma smette di trovarlo
interessante nel momento in cui capisce che il suo romanzo non esisterà
mai: non s'innamora di Chris e del suo, di romanzo, ma le servono - autore
e opera - per capire l'inadeguatezza di Rowland, persino un diciassettenne
è in grado di scrivere un romanzo e tu no, e io non voglio un fallito, io
voglio un uomo di successo. Kathryn, invece, vuole un fallito. Dettaglio:
dello scrittore, in "Envy", Kathryn non fa mai il nome. Lo chiama
"l'uomo". "L'uomo, che era in così adorabile difficoltà, aveva finalmente
trovato la chiave. Nei mesi che a me erano necessari per produrre un
raccontino di quindici pagine sulla fine di un matrimonio, un atto unico
su una donna che va a letto col marito della sua migliore amica e settanta
pagine di una sceneggiatura tutta attraversata dalle disperate insegne
"apprendista scrittrice", lui impilava parecchie centinaia di pagine del
suo nuovo romanzo. Ed era pure buono. Era un'informazione che ottenevo
leggendolo, ma che potevo altresì verificare indipendentemente dalla mia
lettura: perché, a mano a mano che i capitoli venivano finiti, volavano
immediatamente verso la stampa, e altrettanto immediatamente il telefono
cominciava a suonare con messaggi di congratulazioni, paragoni con
scrittori morti, e con altri la cui reputazione era talmente solida che
avrebbero anche potuto esserlo, morti. Nel mezzo di questo periodo in
qualche modo teso l'uomo arrivò a casa una sera, frustrato dopo un paio di
giornate difficili, e chiese se mi andasse di leggere alcune pagine che
gli stavano dando dei problemi. Fu un immenso sollievo pensare che
anche lui fosse in grado di produrre brutta roba, ed ero grata che volesse
mostrarmela. Ebbi l'improvviso desiderio di sbatterlo sul pavimento e
tirarmi su la gonna, ma pensai di leggere prima le pagine. Mi portò delle
olive e un bicchiere di vino, e mi sedetti a leggere. Sperando per il
peggio, e pronta a essere incoraggiante. 'Non capisco - dissi quando finii
- E' ottimo'. 'Lo pensi davvero? - chiese speranzoso - Credi davvero che
vada bene?' 'Penso sia perfetto: divertente, vero, interessante'. Riusci a
spingere le parole su per la gola e a farle uscire dalla bocca. Potevo
desiderare che fosse brutto ma non potevo dirgli che lo era se non era
vero. 'Grazie. E' un sollievo immenso. Mi è davvero, davvero d'aiuto.
Grazie'. Se vuoi vedere un lavoro mal fatto te ne faccio vedere uno io,
pensai mentre segretamente facevo voto di non fargli mai più vedere una
parola scritta da me. Avevo quarant'anni, poi quarantuno, poi quarantadue.
Non avevo figli, il marito che credevo fosse per sempre se n'era andato,
il padre che avevo sempre dato per scontato avrebbe un giorno finalmente
capito davvero com'ero fatta era morto, e non avevo una carriera. E ora mi
ritrovavo con un uomo in grado di produrre una cosa del genere. La voglia
di fare l'amore mi era passata". Lei non ne fa mai il nome ma, empatia
a parte, c'è una ragione per cui "Envy" pare a tutte le donne con un
qualunque tipo di carriera e che si trovano dentro a una coppia
competitiva (cioè: a tutte quelle che hanno uno straccio di vita
sentimentale e che non sono delle ereditiere) - c'è una ragione per cui
pare loro irresistibile. Ed è che quel libro e quello scrittore esistono.
"L'uomo" si chiamava e si chiama Jonathan Franzen, quelle pagine che non
lo convincevano e quei capitoli che scomodavano così alti paragoni
diventarono "Le correzioni". (Chetkovich non lo dice mai, nel racconto, ma
è impossibile, leggendo dell'agonia di suo padre, leggendo passaggi come
quello in cui descrive l'egoismo che la coglieva al suo capezzale - "Non
ho paura che muoia, mi ritrovai a dire. Ho paura che viva" - è impossibile
non pensare che, esattamente come il romanzo di Chris si nutre
dell'invidia di Rowland, Franzen si sia cibato dei cattivi sentimenti di
Chetkovich, e forse persino delle specifiche disfunzionalità della di lei
famiglia, per scrivere il Grande Romanzo sulla Famiglia Disfunzionale
Americana traversata da Cattivi Sentimenti). (Il fatto è che
bisognerebbe dirselo all'inizio, come ci si vuole. Fare su questo un
accordo prematrimoniale, in cui sancire se si vuol essere solidali nel
successo o nell'insuccesso. Perché Chetkovich ha ragione, dal punto di
vista del contratto: se siamo due poeti maledetti che vivono in una
soffitta e rifiutano le convenzioni della società borghese non è che tu
domani puoi pubblicare con Mondadori e avere uno speciale Porta a Porta
che ti promuova il libro - cioè, puoi, ma è un tradimento assai peggiore
che se ti scopassi la mia migliore amica nel mio letto e postcoito finiste
tutti i miei After Eight. Se uno dei due inizia improvvisamente a
deragliare dalle basi della relazione ci si sente come dice lei, colti "da
quel panico che ti assale se un'amica ti molla a bere da sola andandosene
agli Alcolisti Anonimi". Non si fa, e siccome queste sono le cose
importanti bisognerebbe dirsele subito. Altro che disperdersi in dettagli,
con che religione alleveremo i nostri figli e vuoi vivere in campagna o in
città, bisognerebbe essere sinceri, posso stare con te solo se fallisci
quotidianamente dimostrandomi che hai bisogno delle mie consolazioni,
oppure posso amarti solo se fai di me l'ammirata moglie di un uomo in
eterna ascesa, insomma: vivrò con te finché inversione di carriera non ci
separi). L'inversione dei ruoli è un problema per tutti. Chetkovich a
un certo punto parla con la madre, che le dice che ai tempi suoi era anche
peggio, perché lei ovunque andasse era solo e sempre la moglie di suo
padre. La figlia prova a spiegarle che no, competere nello stesso settore
è assai peggio: "Tu non lavoravi nel suo stesso campo". Ma quello della
madre è un problema più ancestrale e assoluto: "Io neppure ce l'avevo, un
campo". L'inversione dei ruoli, che poi inversione non è ma
liberalizzazione, tutti che possono fare tutto, una partita giocata con
ventidue liberi, il "liberi tutti" della guerra tra i sessi è un problema.
Una volta - ai tempi della madre di Chetkovich, direi - la sera l'uomo
tornava a casa stanco, e la moglie lo guardava e diceva quelle cose da
Marion Cunningham tipo "Tu lavori troppo". Non era premura: era invidia.
Tu sei sempre lì fuori a fare chissà cosa, riunioni, che saranno mai
queste misteriose riunioni, che vi riunirete a fare, la verità è che vi
divertite un casino, tra di voi che conoscete le cose del mondo e ne
chiacchierate a maniche di camicia arrotolate - tu stai là fuori nel mondo
e io qua con degli infanti che non parlano la mia lingua. Era invidia,
pura, semplice, diretta, all'interno di una coppia classica. Una cosa
sana. Adesso, invece. Non è certo Nina che dice a Rowland "lavori troppo",
anzi, Nina è là fuori impegnata a sbattersi un uomo più risolto, pensa di
essere "troppo giovane per essere legata a un uomo sposato col suo
romanzo" ("O meglio, fidanzato, visto che la sua metà ancora non
esisteva", aggiunge Spark con sublime perfidia). Nina se ne sbatte di
Rowland e del suo eventuale stress. E la coppia, lo si capisce presto, è
altrove: è quella cementata da quella classica e sacrosanta invidia per
cui uno ha un lavoro che non è solo velleità, ha un romanzo che procede
spedito, e l'altro fa il preoccupato: "Santo cielo, rischi di stancarti
troppo. Prenditi un giorno di vacanza". E' Rowland a dirlo a Chris, mica
una qualunque delle fanciulle che si scopa lì al collegio. E' Rowland che
si sente una casalinga insoddisfatta che spignatta tutto il giorno e non
conosce le glorie e gli affanni del mondo i cui segni vede sul viso della
sua metà la sera. E' Rowland, solo che non sta parlando con sua moglie, ma
con un ragazzino irritantemente dotato. Un ragazzino con cui non forma una
coppia classica, e neppure una alternativa. Almeno: non ancora. A
volerla dire tutta, amore che non si nutra di invidia non esiste. Non solo
quello di Chetkovich per Franzen (ma lui lo sapeva? se ne accorgeva? se
n'è accorto, l'11 settembre, quando correvano da una stanza all'altra per
vedere tutti i telegiornali ma lei pensava solo "finalmente la finiranno
di parlare di quel cazzo di libro"? oppure era così allocco da pensare che
lei fosse appagata dal semplice dividere il successo di lui e vederne il
nome ovunque e accompagnarlo a serate dove tutti lo ricoprivano di lodi?).
Non solo quello di Rowland e Chris, che da invidiante e invidiato hanno
bisogno l'uno dell'altro e si bramano e si detestano e s'inseguono con una
passione che le coppie formatesi su basi meno solide dell'invidia non
hanno più ormai neppure nei romanzi. Un amore che non si nutra di invidia
non è un amore. Come si può amare qualcuno la cui carriera o anche solo il
cui guardaroba non si voglia avere per sé? A volerla dire tutta, e senza
bisogno di farla tanto lunga, a non esistere è la gelosia. |