Da "Il breve viaggio" di Mirella Serri, Marsilio, Venezia, 2002.

 

Temo che abbia sbagliato a sdrammatizzare la propria morte con l'argomento che non esistono persone insostituibili. Continuando a vivere avrebbe potuto incontrare i nostri stessi dilemmi, ma avrebbe potuto incontrare risposte migliori" : così Luigi Pintor nel suo libro di memorie "Servabo" ricorda la morte del fratello Giaime, scomparso nel dicembre del 1943, a ventiquattro anni, mentre tentava di passare le linee tedesche, per congiungersi a gruppi di partigiani. Una morte drammatica, quella di Giaime, saltato su una mina per partecipare alla guerra civile e autore di una famosa lettera, indirizzata al fratello Luigi, scritta tre giorni prima di morire e divenuta il manifesto di una generazione antifascista. Uno scritto in cui esorta all'azione e alla lotta armata: "Oggi sono riaperte agli Italiani tutte le possibilità del Risorgimento. (…) Se non dovessi tornare, non mostratevi inconsolabili. Una delle poche certezze acquisite nella mia esperienza è che non ci sono individui insostituibili e perdite irreparabili. Un uomo vivo trova sempre le ragioni sufficienti di gioia negli altri uomini vivi e tu che sei giovane e vitale hai il dovere di lasciare che i morti seppelliscano i morti". Giustamente Luigi Pintor sottolinea il tentativo di Giaime di eliminare dal proprio gesto ogni pathos. Nonostante questa controllata e razionale esortazione di Giaime, negli anni successivi alla sua scomparsa lo stesso è stato usato, invece - per l'esemplarità del suo sacrificio, per questa epistola-testamento - al fine di potenziare l'aspetto epico della lotta partigiana ed è stato additato come esempio e modello d'intellettuale alle più giovani generazioni. Pintor è diventato, non solo nei libri di ricerca storica, ma anche nelle antologie scolastiche, uno dei simboli della Resistenza stessa. Alla sua figura emblematica è stato chiesto, ripetutamente negli anni, anche a distanza di decenni dalla sua scomparsa e fino ai nostri giorni, quello che si chiede agli eroi: di essere la Vestale di una memoria che senza la sua figura certo non scomparirebbe, ma comunque perderebbe di suggestione. Per decenni Pintor è stato un "capo generazione postumo", come ha scritto Italo Calvino.
A Pintor è capitata la singolare sorte di essere diventato un riferimento ideale, in particolare per la sinistra italiana, nei momenti di più acceso dibattito politico e culturale nella storia del dopoguerra. Il nome di questo giovane diplomatico, giornalista, poeta, traduttore, germanista - che aveva invitato "scrittori e artisti" ad abbandonare i propri privilegi per trasferirli sul "terreno dell'utilità comune" - è stato spesso evocato come monito alle più giovani generazioni antifasciste anche dopo la fine del conflitto mondiale. Dunque non solo un martire caduto sul campo in un gesto di estremo coraggio per difendere l'Italia. Ma incarnazione - così è stato interpretato il suo messaggio nel dopoguerra - della capacità di mobilitarsi degli intellettuali italiani "impegnati" contro il risorgere del fascismo, immagine del tratto più eroico e consapevole dell'antifascismo permanente, effigie di uno stato di all'erta dell'intellighenzia della sinistra. E periodicamente si è tornati in varie fasi della storia d'Italia del dopoguerra a discutere di Pintor scrittore, di Pintor germanista traduttore di Rainer Maria Rilke, di Pintor come uno dei padri dell'Einaudi con Cesare Pavese, Norberto Bobbio e Leone Ginzburg.
"Si badi bene alle date che scandiscono le pubblicazioni o ristampe di scritti di Pintor e gli interventi più significativi su di lui: quasi per un'inconsapevole astuzia della sorte essi apparvero sempre in momenti cruciali della storia della cultura e della politica italiane, come ad alludere a un confronto tuttora necessario all'opportunità di tenere conto anche di quella voce in un periodo di ripensamento e di crisi". Un'astuzia della sorte, così Luisa Mangoni, nell'introduzione al volume che raccoglie lo scambio epistolare tra Giaime Pintor e Filomena d'Amico, definisce il destino toccato fatalmente al saggista. Se il nome di Pintor, come rileva la Mangoni, si è affacciato in momenti cruciali della storia d'Italia, è stato per questa sua capacità evocativa dell'"impegno" a sinistra, per questa sua capacità di compattare gli intellettuali in momenti di particolare pericolo e di incertezza sulle sorti della democrazia. La sua biografia d'intellettuale - divulgata come quella di un giovane che, per gusto, inclinazioni, sensibilità e cultura, si era schierato fin dagli anni trenta contro la dittatura - ha rappresentato poi l'emblema del viaggio attraverso il fascismo di più generazioni.
Perché dunque tornare oggi su Pintor? Perché oggi sulla più nota immagine resistenziale di Giaime che fin dai primi mesi dopo la morte è stata pubblicizzata come quella di un eroe antifascista che ha compiuto un passaggio attraverso il fascismo per approdare alla presa di coscienza molto presto e molto prima della caduta del regime, sembrano essersi addensati dubbi e incertezze. Per primo, alla fine degli anni Settanta, è stato Franco Fortini a rilevare che numerose ombre coprivano la sua figura più nota. Lo scrittore e saggista aveva conosciuto personalmente Giaime e aveva firmato l'introduzione, a metà degli anni Cinquanta, a una nota edizione di poesie di Rilke tradotte da Pintor. Il saggista di "Dieci inverni", all'uscita del "Doppio diario", il libro che accoglieva lettere e diario di Giaime, curato da chi scrive e con l'introduzione di Luigi Pintor, interveniva con un articolo in cui capovolgeva la più risaputa immagine del germanista. Il caso Pintor, sollevato da Fortini sui "Quaderni Piacentini" in epoca per nulla sospetta di tendenze revisionistiche, aveva origine a partire dall'acquisizione di nuovi elementi biografici portati dalla lettura del "Doppio diario", rimasto più di trent'anni nel cassetto.
Dopo l'uscita dei saggi scritti da Giaime in cinque anni di intensa attività e riuniti ne "Il sangue d'Europa", a cura di Valentino Gerratana (la prefazione è del dicembre '49, il libro uscì nel 1950), e dopo la riedizione nel 1965, Luigi, custode del prezioso lascito del fratello, solo nel 1978 aveva ritenuto opportuno procedere alla pubblicazione delle carte ancora inedite e indubbiamente molto delicate: "Ho esitato a lungo prima di decidere la pubblicazione di questo libro, e tuttora non sono sicuro si tratti di una decisione giusta", scriveva nella prefazione al "Doppio diario".
A metà degli anni Settanta, su pressione anche dell'amico Paolo Spriano, consulente einaudiano convinto che fosse il momento di arrivare all'edizione di "Diario", Luigi aveva dato il suo benestare per far apparire uno dei testi chiave su Fascismo e Resistenza. La pubblicazione del "Doppio diario" nasceva anche dall'idea di restituire alle più giovani generazioni che dimostravano insofferenza e fastidio contro la retorica resistenziale un'immagine non edulcorata e stereotipa dell'antifascista Pintor. Di sottrarlo al destino, che lui avrebbe sicuramente detestato, di essere un "falso" maestro, un idolo inutile agli occhi delle nuove generazioni di sinistra, che in quel periodo postsessantotesco avevano riscoperto l'interesse per fascismo, antifascismo e guerra civile. Un interesse a scavare e approfondire su tante questioni irrisolte della storia più recente.


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