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La scrittura nacque non per eternare il pensiero, ma per il fiero bisogno di tutelare i propri averi, annotare le quantità di beni, il numero dei capi di bestiame, le giare di birra, le misure di orzo, gli appezzamenti terrieri ecc. Le esigenze amministrative che si affermarono in Mesopotamia, nelle economie centralizzate, indussero gli ufficiali di palazzo, i funzionari dei templi a provvedere a quelle necessità con il sistema dei segni impressi nell'argilla. Ora il nome, la parola simbolo o segno distintivo, impoverito di ogni elemento di ogni elemento della realtà enunciata, è proprio delle civiltà di occidente. Nel vicino Oriente, dove ebbe sviluppo l'arte di fermare con caratteri ideografici il pensiero, quei segni erano stati rappresentazioni pittografiche del reale, e la loro funzione comunicativa originaria non era molto dissimile da quella dei geroglifici egiziani. Il cielo, con le sue infinite costellazioni, pareva volesse parlare ai popoli del vicino Oriente con il linguaggio figurato della realtà vivente. Non si può che lodare i Savi dell'Accademia di Lagado che incontriamo nel "Viaggi di Gulliver" perché non esitano a lanciare l'idea di abolire le parole: "Dal momento che le voci sono nomi per le cose, sarebbe più comodo per tutti gli uomini portare con sé le cose che sono necessarie ad esprimere le particolari faccende di cui intendono discorrere". A un tale inattingibile ideale deve essersi ispirato Wittgenstein: "perché il nome è il rappresentante dell'oggetto nella proposizione, ne risulta che la totalità delle proposizioni è la raffigurazione pittorica del mondo". Sono
parole che acuiscono la pena, l'accorante richiamo alla magia rivelatrice dell'antico linguaggio dei segni con i quali parlarono i Sumeri e gli Accadi. E la rodente nostalgia di un universo del mondo l'abbiamo vissuta nella culla delle grandi civiltà irrepetibili, quando i segni del linguaggio parlavano con la nuda realtà delle cose, liberi dalle forme delle stilizzazioni estreme. Così l'affermazione di Max Black che il linguaggio non assomiglia al mondo più che non corrisponda al mondo il telescopio con cui l'astronomo lo studia presuppone quella mortale divaricazione della scrittura in cui il linguaggio si colloca definitivamente come strumento convenzionale di enunciazione della realtà. Nietzsche una volta annotò: "Il filosofo legge ancora parole, noi moderni pensieri". Ma chi sosta a meditare sull'illuminante vicenda dei nomi si sentirà vivamente arricchito di valori e di pensieri che ne seguono. Un esempio? "L'uomo nasce dall'infinito e torna all'infinito, così è sempre stata tradotta una delle riflessioni più famose del filosofo Anassimandro. La parola invece "àpeiron" va tradotta con il semitico "apar" e con l'accadica "epera", parole che in Mesopotamia e più tradi nell'ebraico "aphar", stavano a significare "polvere, fango". Per cui la frase citata deve essere così correttamente tradotta: "L'uomo è polvere e polvere tornerà".
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