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Solitudine
della Sardegna. Arrivo. Giungere in un paese sconosciuto e non trovarvi i
consueti aspetti, sempre uguali dovunque si sono formati centri di vita,
ma sentire che i nostri occhi si posano, per la prima volta, sopra un
lembo di terra ancora umido di una freschezza verginale: questo si prova
forse solo approdando nell'isola di Sardegna, all'alba, dopo una notte di
navigazione. Certamente, se invece che a Terranova fossi sbarcato a
Cagliari, città come tutte le altre, non avrei provato l'antica emozione
degli approdi primordiali. Leggiamo che i monti che limitano l'immensa
pianura, che ora attraversiamo, sono quelli della catena del Marghine, ma
non desideriamo notizie più minute; avvertiamo anzi un certo fastidio
della guida, e senz'altro bisogna chiuderla. Ci sono terre che sembrano
nascoste sotto l'opera dell'uomo: terre che scompaiono ad un certo
momento, sotto le iscrizioni, le illustrazioni e l'eloquenza. La loro
irriducibile realtà non perde certo ogni potere di suggestione, ma rimane
come spalmata da una gelatina scientifica, attraverso la quale è fatale
che bisogna guardarle. Ma questo paesaggio sembra da poco emerso dalle
acque: sulle pietre, sulla sua solitudine c'è ancora il velo di un sonno
antichissimo che non si dissolve alla luce del giorno già alto. La terra
si distende rivestita da un manto riccio e basso di ciuffi. Non si vede
traccia di abitazioni, ma la pietra ha un modo speciale di riempire queste
solitudini; si direbbe di abitarle. In certi punti i massi, i pietroni
sporgono dalle macchie verdi come dorsi animaleschi: si levano come corpi,
o si ammassano in lontananza come moltitudini ferme. Qualche vacca (ed ha
il colore della pietra) che si muove da un punto all'altro, o un gregge
che si sposta lentamente, come un'increspatura, sembrano animare
miracolosamente un paesaggio geologico. E poi guardando lontano, nella
pianura che sfugge in ondeggiamenti di bassi colli rocciosi, continuerà
l'inganno dei nostri occhi che si poseranno, indecisi, sui greggi e sulle
pietre, scambiandoli. Il cielo è solcato di tanto in tanto da avvoltoi e
da aquile, che con la loro mole inusitata sembrano istituire nuovi
rapporti tra la terra ed i suoi aerei abitatori. E il cielo sembra più
basso: più unito alla terra. Le greggi. La pastorizia, che in altre
regioni è andata adattandosi e snaturandosi, fino a mendicare un po' di
posto tra la ressa delle colture, qui, in Sardegna, ritrova le condizioni
dei suoi tempi eroici: spazio e solitudine. Soprattutto non presenta quel
tanto di lezioso e decadente di cui ogni grande attività umana si offusca
prima di corrompersi e scomparire. L'aspetto pastorale sardo, per
intenderci, non è materia di estetizzanti e di gente incuriosita: il bello
che vi può cogliere uno spirito profondo, deve prescindere dalla
pittoricità e riferirsi al rapporto primitivo, degli uomini e degli
animali, con la terra e con Dio. Bisogna sentire che il treno che passa in
queste solitudini disseminate di greggi è un accidente senza conseguenze,
e quasi senza senso: solca il silenzio, come un ronzio nel meriggio ed
appena scomparso, alle sue spalle il silenzio si richiude, più intimo e
più ermetico. In certi punti i vasti pascoli sono limitati da alte
cortine di rocce frastagliate e chiare, che all'occhio desioso e disperato
dei solitari, debbono apparire come profili di città fantastiche. In certi
fasci di rocce a punta, i pastori vedono forse sagome di cattedrali
abbandonate e tutta questa pietra, rotta e mossa appare alle volte come la
vuota sede di una civiltà e di una società morte di disgusto e di
stanchezza. Unica realtà, ferma ed immutabile, appaiono le capanne dei
pastori, le loro figure avvolte di pelli, le greggi che si muovono
lentamente lungo i bordi dei ruscelli o tra i sassi erbosi di poggi. A
dare alla pastorizia questo carattere arcaico e grandioso, concorrono,
come sempre accade, condizioni pratiche, e locali necessità. Ma nei modi e
nell'estensione di questa attività non c'è forse, anche, una speciale
inclinazione? E quella nativa simpatia che accompagna le manifestazioni
tradizionali e persistenti di un paese, e che si risolve, alla fine, nella
coscienza di un privilegio? Le ragioni che può darci il tecnico per
spiegare lo sviluppo della pastorizia in Sardegna, sono certamente valide,
ma non bastano, se non si tiene conto di una speciale attitudine dello
spirito sardo. Insomma, altrove la pastorizia può nascere esclusivamente
da una necessità pratica, qui, secondo noi, la necessità sveglia ed istiga
una naturale disposizione. E' così del resto che si sono formate le
speciali competenze delle diverse regioni italiane, la fama di certe
attività e di certe maestranze. Ché da noi il lavoro ha ancora il suo lato
di ispirazione, il segno di una vocazione. Non si lavora solo con le mani,
come nei paesi invasati di razionalismo, ma col cervello e col cuore.
Perciò il lavoro ha un contenuto che trascende l'economia ed un che di
sacro e di esteticamente bello. Campagna toscana. In gran parte della
campagna toscana, la terra non si mostra: scompare calata al fondo d'una
vegetazione misurata, ma costante. Non monti che affacciano le alti fronti
di macigno sulle valli, non squarci di calanchi che scoprono aride nudità,
pur tra il variare dei verdi: non dure costole di massi che affiorano
nelle distese dei vigneti e dei frutteti o li recingono ammucchiati a
muretti o a dighe di terrazzi. La pietra non si vede tra il tenero delle
piante, a ricordare la storia del millenario cammino per diventare talamo
di nuove fecondità. I cataclismi sono lontani: remotissime le epoche
delle trasformazioni, che altrove si possono cogliere in atto, nei vasti
paesaggi di rocce e d'acque, in cui vedi il travaglio e la violenza della
natura. Qui invece la terra ha finito la sua fatica. E' giunta al culmine
della sua giornata. Ora riposa e si adorna. Sulle punte degli esili
cipressi sosta, nel tremore di un miracoloso equilibrio, la calma un po'
stanca della sospirata perfezione. In certe ore della sera, allorché la
luce viene a mancare nella campagna, sembra che il tempo si fermerà su
questa terra armoniosa, che i ricordi della sua impareggiabile arte
suggellano in un'estatica immobilità. Le colline che chiudono l'orizzonte
sembrano scendere nel mare delle piante come in un dolce tramonto: come se
dovessero scomparire in un soffio di purezza. Terra singolarissima tra
tutte: spirituale, nel senso che, lontana dalla rude ed eroica fatica
della pietra, è tutta in fiore. Tuttavia la sua vegetazione non è facile
ed abbondante come quella dei molli climi, in cui tutto cresce e prolifica
con un certo abbandono. Anzi è piena di nodosità: il suo colore tende
piuttosto ai verdi cupi e concentrati, le sue forme si arrestano in
un'armoniosa misura. Sono scartati tutti gli eccessi, anche quelli che
alle volte ci incantano come esplosioni di piena felicità naturale. I
contadini non vi stanno sopra in quella armata opposizione che in altri
regioni è lotta per strappare al suolo un prodotto qualsiasi: anche nella
loro più sudata fatica, essi sembrano accarezzare quella quiete, secondare
quella piacevole cura dell'ornamento. Gli aratri non debbono creare più
nulla con le punte dei loro vomeri: né una zolla nuova che ancora non
conobbe la sementa, né un solco che apra all'aperta aria il segno di un
lavoro che comincia. Sembrano trascorrere da un capo all'altro dei poderi,
come se si muovessero nell'interno di un quadro. L'assetto di questa
campagna sorprende per il suo ordine e per la sua uniformità. Uniformità
dei diversi poderi, ma varietà grande nell'ambito di ciascun podere, dove
in generale si associano le più svariate colture. E in tutto si rivela una
solerte economia: sembra che anche3 i prodotti della terra, in ogni luogo
esposti ad un'inevitabile dispersione, qui si sia riusciti a chiuderli
ordinatamente negli scomparti delle prode, come in una serie di colorite
scacchiere. Gli uomini, non si sa come, tengono ferme nelle loro mani
anche le solitudini di questi pascoli, di questi boschi, di questi valli,
che sembrano più in balia degli elementi ed esposti all'avventura. La
vegetazione che copre la terra si direbbe plasmata dalle stesse mani degli
agricoltori: porta il segno ben evidente di una tecnica consumata,
antichissima e da ciò, uno strano senso di lontananza della natura, nel
punto stesso che della natura si afferma un più pieno possesso. Altrove la
terra si illumina e si schiarisce a tratti, sotto l'opera dell'uomo che ne
aiuta e discrimina la fecondità: qui invece sembra che nel rigoglio si
stringa troppo intorno all'uomo, in una quasi mortificata obbedienza. In
certi punti specialmente, l'utilizzazione del suolo sa di troppo pieno, di
troppo insistito. |