Da "Cose d'Italia" di Nino Savarese, Sellerio editore, 1991

 

Solitudine della Sardegna. Arrivo. Giungere in un paese sconosciuto e non trovarvi i consueti aspetti, sempre uguali dovunque si sono formati centri di vita, ma sentire che i nostri occhi si posano, per la prima volta, sopra un lembo di terra ancora umido di una freschezza verginale: questo si prova forse solo approdando nell'isola di Sardegna, all'alba, dopo una notte di navigazione.
Certamente, se invece che a Terranova fossi sbarcato a Cagliari, città come tutte le altre, non avrei provato l'antica emozione degli approdi primordiali. Leggiamo che i monti che limitano l'immensa pianura, che ora attraversiamo, sono quelli della catena del Marghine, ma non desideriamo notizie più minute; avvertiamo anzi un certo fastidio della guida, e senz'altro bisogna chiuderla. Ci sono terre che sembrano nascoste sotto l'opera dell'uomo: terre che scompaiono ad un certo momento, sotto le iscrizioni, le illustrazioni e l'eloquenza. La loro irriducibile realtà non perde certo ogni potere di suggestione, ma rimane come spalmata da una gelatina scientifica, attraverso la quale è fatale che bisogna guardarle. Ma questo paesaggio sembra da poco emerso dalle acque: sulle pietre, sulla sua solitudine c'è ancora il velo di un sonno antichissimo che non si dissolve alla luce del giorno già alto. La terra si distende rivestita da un manto riccio e basso di ciuffi. Non si vede traccia di abitazioni, ma la pietra ha un modo speciale di riempire queste solitudini; si direbbe di abitarle. In certi punti i massi, i pietroni sporgono dalle macchie verdi come dorsi animaleschi: si levano come corpi, o si ammassano in lontananza come moltitudini ferme. Qualche vacca (ed ha il colore della pietra) che si muove da un punto all'altro, o un gregge che si sposta lentamente, come un'increspatura, sembrano animare miracolosamente un paesaggio geologico. E poi guardando lontano, nella pianura che sfugge in ondeggiamenti di bassi colli rocciosi, continuerà l'inganno dei nostri occhi che si poseranno, indecisi, sui greggi e sulle pietre, scambiandoli. Il cielo è solcato di tanto in tanto da avvoltoi e da aquile, che con la loro mole inusitata sembrano istituire nuovi rapporti tra la terra ed i suoi aerei abitatori. E il cielo sembra più basso: più unito alla terra.
Le greggi. La pastorizia, che in altre regioni è andata adattandosi e snaturandosi, fino a mendicare un po' di posto tra la ressa delle colture, qui, in Sardegna, ritrova le condizioni dei suoi tempi eroici: spazio e solitudine. Soprattutto non presenta quel tanto di lezioso e decadente di cui ogni grande attività umana si offusca prima di corrompersi e scomparire. L'aspetto pastorale sardo, per intenderci, non è materia di estetizzanti e di gente incuriosita: il bello che vi può cogliere uno spirito profondo, deve prescindere dalla pittoricità e riferirsi al rapporto primitivo, degli uomini e degli animali, con la terra e con Dio. Bisogna sentire che il treno che passa in queste solitudini disseminate di greggi è un accidente senza conseguenze, e quasi senza senso: solca il silenzio, come un ronzio nel meriggio ed appena scomparso, alle sue spalle il silenzio si richiude, più intimo e più ermetico.
In certi punti i vasti pascoli sono limitati da alte cortine di rocce frastagliate e chiare, che all'occhio desioso e disperato dei solitari, debbono apparire come profili di città fantastiche. In certi fasci di rocce a punta, i pastori vedono forse sagome di cattedrali abbandonate e tutta questa pietra, rotta e mossa appare alle volte come la vuota sede di una civiltà e di una società morte di disgusto e di stanchezza. Unica realtà, ferma ed immutabile, appaiono le capanne dei pastori, le loro figure avvolte di pelli, le greggi che si muovono lentamente lungo i bordi dei ruscelli o tra i sassi erbosi di poggi. A dare alla pastorizia questo carattere arcaico e grandioso, concorrono, come sempre accade, condizioni pratiche, e locali necessità. Ma nei modi e nell'estensione di questa attività non c'è forse, anche, una speciale inclinazione? E quella nativa simpatia che accompagna le manifestazioni tradizionali e persistenti di un paese, e che si risolve, alla fine, nella coscienza di un privilegio? Le ragioni che può darci il tecnico per spiegare lo sviluppo della pastorizia in Sardegna, sono certamente valide, ma non bastano, se non si tiene conto di una speciale attitudine dello spirito sardo. Insomma, altrove la pastorizia può nascere esclusivamente da una necessità pratica, qui, secondo noi, la necessità sveglia ed istiga una naturale disposizione. E' così del resto che si sono formate le speciali competenze delle diverse regioni italiane, la fama di certe attività e di certe maestranze. Ché da noi il lavoro ha ancora il suo lato di ispirazione, il segno di una vocazione. Non si lavora solo con le mani, come nei paesi invasati di razionalismo, ma col cervello e col cuore. Perciò il lavoro ha un contenuto che trascende l'economia ed un che di sacro e di esteticamente bello.
Campagna toscana. In gran parte della campagna toscana, la terra non si mostra: scompare calata al fondo d'una vegetazione misurata, ma costante. Non monti che affacciano le alti fronti di macigno sulle valli, non squarci di calanchi che scoprono aride nudità, pur tra il variare dei verdi: non dure costole di massi che affiorano nelle distese dei vigneti e dei frutteti o li recingono ammucchiati a muretti o a dighe di terrazzi. La pietra non si vede tra il tenero delle piante, a ricordare la storia del millenario cammino per diventare talamo di nuove fecondità.
I cataclismi sono lontani: remotissime le epoche delle trasformazioni, che altrove si possono cogliere in atto, nei vasti paesaggi di rocce e d'acque, in cui vedi il travaglio e la violenza della natura. Qui invece la terra ha finito la sua fatica. E' giunta al culmine della sua giornata. Ora riposa e si adorna. Sulle punte degli esili cipressi sosta, nel tremore di un miracoloso equilibrio, la calma un po' stanca della sospirata perfezione. In certe ore della sera, allorché la luce viene a mancare nella campagna, sembra che il tempo si fermerà su questa terra armoniosa, che i ricordi della sua impareggiabile arte suggellano in un'estatica immobilità. Le colline che chiudono l'orizzonte sembrano scendere nel mare delle piante come in un dolce tramonto: come se dovessero scomparire in un soffio di purezza.
Terra singolarissima tra tutte: spirituale, nel senso che, lontana dalla rude ed eroica fatica della pietra, è tutta in fiore. Tuttavia la sua vegetazione non è facile ed abbondante come quella dei molli climi, in cui tutto cresce e prolifica con un certo abbandono. Anzi è piena di nodosità: il suo colore tende piuttosto ai verdi cupi e concentrati, le sue forme si arrestano in un'armoniosa misura. Sono scartati tutti gli eccessi, anche quelli che alle volte ci incantano come esplosioni di piena felicità naturale. I contadini non vi stanno sopra in quella armata opposizione che in altri regioni è lotta per strappare al suolo un prodotto qualsiasi: anche nella loro più sudata fatica, essi sembrano accarezzare quella quiete, secondare quella piacevole cura dell'ornamento. Gli aratri non debbono creare più nulla con le punte dei loro vomeri: né una zolla nuova che ancora non conobbe la sementa, né un solco che apra all'aperta aria il segno di un lavoro che comincia. Sembrano trascorrere da un capo all'altro dei poderi, come se si muovessero nell'interno di un quadro. L'assetto di questa campagna sorprende per il suo ordine e per la sua uniformità. Uniformità dei diversi poderi, ma varietà grande nell'ambito di ciascun podere, dove in generale si associano le più svariate colture. E in tutto si rivela una solerte economia: sembra che anche3 i prodotti della terra, in ogni luogo esposti ad un'inevitabile dispersione, qui si sia riusciti a chiuderli ordinatamente negli scomparti delle prode, come in una serie di colorite scacchiere. Gli uomini, non si sa come, tengono ferme nelle loro mani anche le solitudini di questi pascoli, di questi boschi, di questi valli, che sembrano più in balia degli elementi ed esposti all'avventura. La vegetazione che copre la terra si direbbe plasmata dalle stesse mani degli agricoltori: porta il segno ben evidente di una tecnica consumata, antichissima e da ciò, uno strano senso di lontananza della natura, nel punto stesso che della natura si afferma un più pieno possesso. Altrove la terra si illumina e si schiarisce a tratti, sotto l'opera dell'uomo che ne aiuta e discrimina la fecondità: qui invece sembra che nel rigoglio si stringa troppo intorno all'uomo, in una quasi mortificata obbedienza. In certi punti specialmente, l'utilizzazione del suolo sa di troppo pieno, di troppo insistito.


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