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C'è
un precedente nella Storia della Letteratura: il Candido di Voltaire
riuscì a smontare l'intolleranza di chi vedeva nel terremoto di Lisbona il
castigo di Dio. La sua fu un'operazione riuscita. E poi ancora: il
terremoto in fondo all'oceano, che oggi si tende a valutare come di
potenza 9 della scala Richter, colpì decine e decine di paesi che si
affacciavano sulla costa. Trenta minuti dopo, uno tsunami, con onde di 6
metri, uccise forse più persone di quelle che erano perite sotto le
macerie e negli incendi. Non fu il più devastante della storia (si
contarono solo le vittime nelle contrade più "civilizzate", quelle che
turismo e commercio avevano reso famose, delle altre si è persa la
memoria). Ma i suoi effetti sulla coscienza e l'immaginazione del mondo
furono enormi, si protrassero per decenni. Era il 1 novembre 1755,
giorno di Ognissanti. Il terremoto di Lisbona è solo una delle tantissime
catastrofi orripilanti in cui incappano Candide e gli altri personaggi del
romanzo pubblicato anonimamente da Voltaire quattro anni dopo, nel 1759.
Nell'allegra "giostra di disastri" di ogni specie, a catena, di questo
esilarante "giro del mondo in 80 pagine" (come lo definì un lettore
eccezionale, Italo Calvino) è tra le pochissime del tutto "naturali" e non
di mano umana. E nemmeno la peggiore ("Avete mai visto la peste?... Se
l'aveste vista ammettereste che è assai superiore al
terremoto"). Quella tragedia aveva fatto discutere a non finire gli
"opinionisti" del tempo, giornalisti, filosofi, diplomatici, politici,
predicatori, fustigatori di costumi e libertini, progressisti e codini,
scienziati, tecnici e chiacchieroni (T.D. Kendrick, nel suo "The Lisbon
Earthquake", del 1957, ne fornisce un catalogo impressionante). Spesso e
volentieri coinvolgendo a sproposito Dio, che coi terremoti (e
nell'opinione di chi scrive anche con la procreazione assistita) c'entra
quanto il cavolo a merenda. Quasi un quarto di millennio dopo, succede
ancora per lo tsunami nell'Oceano indiano. "Dov'era Dio, come ha potuto
consentire qualcosa del genere, la morte e la sofferenza di tanti
innocenti, tanti bambini?" è una domanda ricorrente in molti commenti
sulla stampa occidentale (e in particolare quella americana). Da uomini di
ogni fede sono venute le risposte più disparate. Alcune di buon senso,
altre banali, altre da far venire l'orticaria. In Indonesia, la parola
d'ordine degli imam - che pure, assieme ai capi di villaggio sono quelli
che più hanno fatto per organizzare i soccorsi - sembra essere che Allah
"è in collera con il popolo di Aceh perché si sono allontanati dai
precetti del Corano". Secondo alcuni, i "moderati", perché contravvenendo
ai suoi precetti "dei musulmani hanno ucciso altri musulmani" nella guerra
separatista; secondo i "puristi" e i simpatizzanti dei ribelli perché "c'è
corruzione al governo (a Giakarta)", le gente "si comporta male", "si
erano messi a far l'amore prima del matrimonio, i ragazzi stavano con le
ragazze". Per molto meno, quarant'anni prima era scattato il massacro
di un milione di "comunisti" e di "cinesi" infedeli. Il più immane
cataclisma da quelle parti del mondo era stata l'eruzione del vulcano
Krakatoa, nel 1883. Anche allora un mullah arrivato dall'Arabia a
convertire gli indù all'islam, Abdul Karim, aveva dato vita ad una
sanguinosa ribellione predicando che si trattava della collera di Dio per
il fatto che le popolazioni di Giava e di Sumatra si lasciavano governare
dagli imperialisti olandesi. In Sri Lanka ci sono buddisti che danno la
colpa ai cristiani "carnivori", che "avevano ucciso molti animali" per il
pranzo di Natale, o ai musulmani. O ai pescatori, che "uccidevano i
pesci", mentre i contadini vegetariani e buddisti dell'entroterra "non
hanno avuto problemi". C'è chi ricorda l'esempio ammonitore dello tsunami
di 2200 anni fa, provocato, secondo la leggenda, da un re che aveva ucciso
un monaco buddista, discettando su quale sia il leader politico le cui
malefatte hanno scatenato la nuova punizione. Ma ci sono anche
fondamentalisti cristiani che su internet attribuiscono l'ira divina alle
persecuzioni subite dai cristiani in paesi a maggioranza buddista o
islamica. Dall'India viene una versione "ambientalista" della
punizione divina: "Se si dimentica la natura, questo è il modo in cui la
natura, stressata e devastata, inorridita per i crimini, si fa sentire",
ha spiegato il guru Sri Ravi Shankar. Argomenti simili sono abituali per i
predicatori della destra religiosa Usa, che alla "retribuzione" divina non
avevano mancato di attribuire ogni sorta di disastro, dall'Aids all'11
settembre. Ma fa ancora più impressione che stavolta ci si sia messo,
da Israele, anche il rabbino capo sefardita Shlomo Amar, che nello tsunami
ha visto "un'espressione della collera di Dio col mondo, la punizione del
mondo per le malefatte, l'inutile odio di ciascuno nei confronti di
ciascun altro, la mancanza di carità, la turpitudine morale". Senza
accorgersi di quanto suona osceno se si pensa ad Auschwitz,
incomparabilmente più blasfemo di chi si è chiesto dov'era il Dio degli
ebrei quando massacravano il suo popolo. Non tutti per fortuna le hanno
sparate così grosse. Un rabbino americano molto "volterriano", Jonathan
Sacks, si è ad esempio premurato di spiegare, in un intervento sul Los
Angeles Times perché gli ebrei (o almeno alcuni) "leggono la Bibbia
diversamente". Osserva che forse in nessun altro testo sacro le domande
più brutali a Dio perché dia conto del "male" inspiegabile vengono non
dagli scettici ma dai campioni della fede. Da Abramo ("Non dovrebbe il
giudice della Terra far giustizia?"), a Mosè ("Perché hai fatto del male a
questo popolo"?), a Giobbe "il primo dissidente", che vuol sapere perché
ce l'abbia con lui. "La fede si incentra nella domanda, non nella
risposta", sostiene, notando che "quel che distingue i profeti biblici dai
loro predecessori è il rifiuto di considerare le catastrofi naturali come
forza indipendente del male, opera di divinità ostili. La spiegazione più
semplice, aggiunge, sarebbe quella che Mosè Maimonide, il filosofo ebreo
della tolleranza, aveva già dato nel XII secolo: che "i disastri naturali
non hanno altra spiegazione a parte quella che Dio, mettendoci nel mondo
fisico, avrebbe posto la vita entro i parametri di questo mondo fisico,
per cui si formano i pianeti, succedono i terremoti, e talvolta muoiono
degli innocenti". Per cui la questione, dal punto di vista religioso,
non dovrebbe mai essere "perché Dio ha permesso che succeda?", ma solo
"cosa facciamo ora?". Il che suona, anche a un non credente, molto più
ragionevole del volerlo coinvolgere a tutti i costi, per giunta con la
pretesa di fornire un'interpretazione autentica delle sue
intenzioni. Anche il miscredente Voltaire non ce l'ha con Dio, ma con
tutti i suoi interpreti troppo zelanti. Quelli più rozzi, ma anche e
soprattutto quelli più raffinati, dotti e intelligenti. A Lisbona, come
nel resto del romanzo, i guai prodotti dagli uomini superano e
moltiplicano quelli della natura. "Dopo il terremoto che aveva distrutto
tre quarti di Lisbona, i savi del luogo non avevano trovato di meglio, per
scongiurare una totale rovina, che offrire al popolo un bell'autodafé;
l'università di Coimbra aveva proclamato che lo spettacolo di alcune
persone bruciate a fuoco lento, in pompa magna, è l'infallibile segreto
per impedire alla terra di tremare" (Capitolo VI). Vengono così
bruciati "un biscaglino accusato di aver sposato la matrigna, due
portoghesi che mangiando il pollo avevano scartato la pancetta" (di
maiale, rivelandosi ebrei, o musulmani), impiccato il super ottimista
dottor Pangoss "per aver parlato", frustato il suo discepolo Candide "per
aver ascoltato con aria di approvare". Orrendo: "Se questo è il migliore
dei mondi possibili, che saranno dunque gli altri?", si dice sgomento
Candide. Solo che nella sua foga polemica il buon Voltaire si lascia un
po' trascinare (succedeva anche allora ai liberal meglio intenzionati).
Sbaglia bersaglio, intenzionalmente, o per semplice comodità di
argomentazione che sia. In realtà le cose erano andate in modo un pochino
diverso. Subito dopo il terremoto a Lisbona erano state in effetti
erette un'ottantina di forche, che funzionavano parecchio. Ma per
scoraggiare lo sciacallaggio, non per motivi di religione. Una delle prime
preoccupazioni del marchese di Pombal, cui erano stati dati i pieni poteri
nell'emergenza, era stato seppellire i morti e ripristinare l'ordine. Gli
attribuirono il motto: "Sotterriamo i morti e sfamiamo i vivi". Gli riuscì
una "ricostruzione modello", grazie all'aiuto di urbanisti ed architetti
fatti venire da tutta Europa, e grazie all'oro delle miniere brasiliane.
Per farlo aveva però finito per mettersi contro molti aristocratici, i
preti, i predicatori fanatici che attribuivano la catastrofe all'ira
divina e che aizzavano il popolino ai pogrom contro miscredenti e gli
stranieri. I roghi, che erano stati migliaia negli anni precedenti,
dando al Portogallo la nomea di paese più oscurantista d'Europa invece
diminuirono. L'autodafè che più gli venne rimproverato fu quello del
gesuita Gabriel Malagrida, sant'uomo barbuto e un po' matto, che nei suoi
sermoni denunciava come "scandalosa" l'attribuzione del terremoto a cause
puramente naturali, tuonava contro la corruzione dei costumi, le danze
immodeste, i teatri ("Sappi, o Lisbona, che la causa della distruzione
delle nostre case, palazzi, chiese e conventi, la causa della morte di
così tanta gente e delle fiamme che hanno divorato così vasti tesori sono
i vostri abominevoli peccati…"), e profetizzava nuove imminenti sciagure
dovute all'empietà con cui ci si era accinti alla ricostruzione, a
cominciare dai mancati onori funebri secondo i crismi. Fu strangolato e
bruciato sulla pubblica piazza nell'ultimo autodafé sancito
dall'Inquisizione portoghese prima dell'espulsione dei gesuiti. Nello
stesso rogo fu bruciato in verità, tanto per non scontentare nessuno,
anche il cavaliere de Oliveira, un riformatore che denunciava invece i
fanatici, la "diabolica, infernale e ridicola" adorazione delle immagini,
tutte le "false religioni che adoperano il ferro e il fuoco per
costringere gli uomini ad abbracciare i loro dogmi", considerava
demenziale il maltrattamento degli ebrei ("forse è così che pensiamo di
promuovere il commercio e far fiorire arti e scienze?"). Ma lui, a
differenza del gesuita, fu bruciato solo in effigie. Capita ai migliori.
Aveva già scritto d'impeto, subito dopo il terremoto, un "Poème sur le
Desastre de Lisbonne " per prendersela coi colleghi filosofi che tendono a
giustificare e trovare una causa necessaria a tutto, anche alle cose più
sgradevoli. Ce l'aveva con Leibnitz e l'idea che "tutto va bene", "viviamo
nel migliore dei mondi possibili". Leibnitz in realtà non diceva
questo, ma qualcosa di più complicato, che il migliore dei mondi rischia
di essere peggiore di questo con tutti i suoi difetti (e Dio sa se aveva
ragione). Ma si sa, la teodicea (giustificazione di Dio), è terreno
scivoloso, rischia di trasformare anche i migliori ragionamenti in clichè.
Dice Voltaire, nella prefazione al poema, che se ai superstiti di Lisbona,
Méquinez, Tétuan e tante altre città inghiottite" qualcuno avesse detto:
"tutto va bene, gli eredi dei defunti aumenteranno le loro fortune; i
muratori ci guadagneranno nella ricostruzione…, il vostro male particolare
non conta, contribuirete al bene generale", sarebbe suonato "più crudele
del già di per sé funesto terremoto". Ma dirgli che non poteva che
andare di male in peggio, non gli era molto più d'aiuto. E comunque non
servì alla ricostruzione. Jean Jacques Rousseau aveva bacchettato
Voltaire, contrapponendo al pessimismo pantofolaio del philosophe rivale
il proprio entusiastico ottimismo della volontà. E qualche argomento che
sembra anticipare quelli dell'ultra conservazione ambientalista: "Mi
consenta, tanto per restare all'argomento Lisbona, che non è stata la
natura a riunire nello stesso luogo 27.000 case di 5 o 6 piani ciascuna…,
come la vedo io le disgrazie che ci impone la natura sono meno gravi di
quelle che noi vi aggiungiamo". Voltaire gli avrebbe risposto con la
satira a 360 gradi di "Candide, ou l'optimisme" (questo il titolo
completo). Un libricino gioiello il cui fascino però sarebbe
inspiegabile se ci si fermasse alla rissa filosofica scatenata dal
terremoto di Lisbona. Parla di disastri dalla prima all'ultima riga. Di
ogni tipo e natura. Ma con un grandissimo "humour nero" che si rivela
dotato di un insuperabile, gioioso potere scaramantico. Quel che a Candide
e ai suoi amici capita a Lisbona impallidisce rispetto a quel che gli
capita altrove. Cacciato "a grandi pedate nel sedere" dal suo "paradiso
terrestre", "il più bello dei castelli terrestri", quello del barone
Thunderten-tronckh in Vestfalia (capitolo I) . Soldato tra i "bulgari"
(i prussiani), costretto a implorare, dopo due passate di punizione tra le
verghe dei commilitoni, "quattromila vergate che, dalla nuca del collo fin
al sedere gli avevano messo a nudo muscoli e nervi", che finiscano di
farlo soffrire, spaccandogli la testa (II). In guerra, a scavalcare
"mucchi di morti e morenti", prima in un villaggio avaro (francese) "che i
bulgari avevano incendiato secondo le leggi del diritto pubblico", "qui
vecchi crivellati di ferite che guardavano morire sgozzate le loro donne
coi lattanti alla mammella insanguinata; là ragazze, sventrate dopo aver
saziato i naturali bisogni di alcuni eroi… cervelli sparsi per terra,
accanto a braccia e gambe tagliate" (III). In terra cristiana preso a
secchiate di escrementi in mezzo alla querelle tra cattolici e
protestanti, con particolare punzecchiatura antifemminista ("O cielo, a
quali eccessi porta la religione tra le dame!"). In terra d'islam
peggio ancora, stando a quel che gli racconta la vecchia: "Il Marocco
nuotava nel sangue quando ci arrivammo. Cinquanta figli dell'imperatore
Muley-Ismael avevano ciascuno il loro partito: cosa che finì per produrre
cinquanta guerre civili, di neri contro neri, mezzo sangue contro mezzo
sangue, mulatti contro mulatti, un macello continuo…" (XI). La quale
vecchia ha una natica sola, perché l'altra gliel'hanno mangiata i
giannizzeri affamati, nella difesa di Azof assediata dai russi, grazie
alla geniale idea caritatevole dell'imam, che li aveva convinti a
tagliuzzare gli ostaggi un po' per volta, anziché sprecare tanto ben di
Dio ammazzandoli in una volta sola. Va in America sperando di trovarvi
qualcosa di molto diverso. "Andiamo in un altro universo, diceva Candide,
è in quello che certamente tutto va bene. Perché bisogna effettivamente
ammettere che ci sarebbe un po' da lagnarsi di quel che succede nel
nostro" (X). E invece vi trova lo schiavismo e lo sfruttamento
imperialista, nelle sembianze di "un negro steso a terra e con solo la
metà del suo vestito, cioè di un paio di calzoni di tela azzurra; a quello
poveretto mancava la gamba sinistra e la mano destra". "Ci danno in tutto
un paio di calzoni due volte l'anno. Quando lavoriamo negli
zuccherifici, e la macina ci afferra un dito, ci tagliano la mano; quando
tentiamo di scappare, ci tagliano una gamba… A questo prezzo mangiate
zucchero in Europa" (XIX). E insieme vi trova l'utopia opposta, eppure
eguale, del comunismo ante litteram dei gesuiti in Paraguay, repubblica
nella quale "los Padres hanno tutto, il popolo niente". Le cose sono
rovesciate rispetto alla vecchia Europa: qui i gesuiti "fanno la guerra al
re di Spagna e al re del Portogallo, mentre in Europa lo confessano; qui
ammazzano spagnoli, a Madrid li mandano in cielo…". Ovverosia identiche,
non fosse che in mezzo ci sono anche i cannibali che mangiano volentieri
gli uni e gli altri. Peraltro ragionevolissimi. Ingenuo come al solito, il
buon Candide suggerisce argomenti per convincerli a non metterlo allo
spiedo: "Non tralasciare di dimostrargli che spaventosa e disumana cosa
sia far cuocere uomini, e come poco cristiana". Il saggio e pratico
Cacambo, che ne sa meglio trovare gli argomenti giusti: "Signori, avete
dunque l'intenzione di mangiare un gesuita quest'oggi; benissimo; nulla di
più giusto che trattare in codesto modo i nemici. Infatti il diritto
naturale ci insegna ad ammazzare il prossimo, e così si fa nel mondo
intero. Se noi non profittiamo del diritto di mangiarlo, non è che
possiamo mangiare benissimo altrimenti; ma voi non avete le risorse che
noi abbiamo; e certamente è meglio mangiare il nemico che abbandonare ai
corvi e alle cornacchie il frutto della vittoria. Ma signori miei, voi non
mangerete i vostri amici. Siete persuasi di mettere un gesuita allo
spiedo, ma state per arrostire il vostro difensore, il nemico dei vostri
nemici" (XVI). Nello specifico gli va bene. Molte altre volte, in altre
storie, sarebbe finita malissimo. Non si salva niente e nessuno. Non i
paesi "reali". Non la natìa Francia dove "in alcune province la metà degli
abitanti è matta, in altre sono troppo furbi, in altre sono di solito
abbastanza mansueti e sciocchi, in altre fanno gli spiritosi; in tutte
l'occupazione è l'amore, la seconda sparlare, e la terza dire sciocchezze"
(XXI). E nemmeno l'Inghilterra, la tanto ammirata America dei democratici
e degli spiriti illuminati del Settecento, che d'improvviso gli cade dagli
occhi, tanto che a Candide, cui in procinto di sbarcarvi capita di
assistere alla fucilazione di un ammiraglio "perché è buona cosa
ammazzarne di tanto in tanto uno per far animo agli altri", rimane
talmente "stordito e offeso da quanto vedeva e udiva, che non volle
nemmeno mettere piede a terra" (XXIII). Non le quattro-cinque utopie
d'invenzione. Delle tre in America, il comunismo dei gesuiti si rivela un
incubo, la società degli Orecchioni cannibali è una presa in giro del mito
del "buon selvaggio" di Rousseau, l'Eldorado fantascientifico e
supertecnologico dove tutti sembrano felici e le strade sono lastricate
d'oro e pietre preziose cui nessuno attribuisce valore potrebbe fare
eccezione, ma non è di questa terra, e comunque gli manca qualcosa. Tanto
che decidono di andarsene. Delle due in Europa, il castello-Eden non
esiste più, e la periferia di Costantinopoli dove finiscono a "coltivare
il proprio orto" è qualcosa che ogni lettore ha interpretato a modo
proprio: volta a volta come star lontani dal potere e dalla politica,
dedicarsi al "particolare" e ai fatti propri, far solo quello che si può
fare terra terra, senza lasciarsi andare ai grilli per la testa, oppure
"lavorare per dimenticare". Non si salvano i personaggi. A Candide viene
da dirgli che ben gli sta quel che gli capita. Cunegonde è
insopportabile. Il dottor Pangloss troppo ottimista, Martin troppo
pessimista. Il senatore Pococuranté ha troppo dalla vita per poter
apprezzare alcunché. Gli altri sono servi, farabutti, o vittime che fanno
a gara a lagnarsi. Tutto, ogni avventura, si riferisce a qualcosa di ben
noto ai contemporanei, un episodio, un personaggio dell'attualità, diremmo
oggi. Ma con non maggiore precisione "storica" del riferimento agli
autodafé di Lisbona. Ogni riga è una punzecchiatura di qualcuna delle
opinioni del suo tempo. Ma se si trattasse solo di una geremiade sui mali
del proprio tempo, di una sfilza di polemiche filosofiche e di una
collezione di indignazioni morali e prediche, sarebbe stato illeggibile
anche allora, per non dire oggi. Il fascino, come per ogni "classico"
che si rispetti, è che anche Candide riesce a dire, evocare ancora
qualcosa di diverso ad ogni diverso lettore. Per giunta divertendo. Anche
quando narra di catastrofi, supplizi, atrocità a non finire. Anche, e
soprattutto quando esagera, anche quando ciurla nel manico, per non dire
mente sapendo di mentire. Calvino in una deliziosa quanto brevissima
introduzione al libro, aveva già notato che "la grande trovata del
Voltaire umorista è quella che diventerà uno degli effetti più sicuri del
cinema comico: l'accumularsi di disastri a grande velocità". Come nelle
vecchie comiche, anzi soprattutto come nell'altra grande invenzione di
Hollywood, i cartoni animati. Se le disavventure che si susseguono a ritmo
cinematografico hanno a tratti la materia di Sade e macabro e sangue da
effetti speciali, la particolarità che ce le rende più accettabili è che
quasi nessuno si fa mai male davvero. Come nei cartoon. Candide è
scuoiato vivo dalla fustigazione, resta sotto le macerie del terremoto,
finisce nelle peggiori prigioni ed è sul punto di essere arrostito, ma non
demorde nella sua passione per la bella e infedele Cunegonde. Questa viene
ripetutamente violentata, sventrata, accoltellata, venduta, concupita non
senza successo, uccisa e riuccisa, ma ne esce ogni volta più vispa di
prima. Tranne l'inatteso crollo finale, dovuto al più sadico ed
inesorabile dei mali, e al tempo stesso quello più comune, che è
l'invecchiamento, per cui la ritroviamo "inscurita, con gli occhi cisposi,
il seno piatto, le guance rugose, le braccia rosse e screpolate"
(XXIX). Tanto da fare schifo persino all'innamoratissimo Candide, che a
questo punto "in fondo al cuore non aveva nessuna voglia di sposarla"
(XXX). Ma lo fa lo stesso, più per tigna e ripicca, che per onorare un
impegno. Il Dottor Pangloss, l'incorreggibile filosofo dell'ottimismo,
marcisce dalla sifilide, diventa "un pezzente tutto coperto di pustole,
con gli occhi spenti, la punta del naso corrosa, la bocca di traverso, i
denti neri, la voce roca, tormentato da una tosse violenta che gli fa
sputare un dente a ogni sforzo" (III), viene impiccato, gli fanno
l'autopsia col taglio a croce, lo legano al remo di una galera, e ogni
volta, non solo torna vivo e vegeto, ma neanche accenna a cambiare idea e
a farsi venire qualche dubbio. Risuscitano quasi tutti gli altri che a un
certo punto erano stati trafitti, annegati, dati per dispersi, anche
quelli di cui non si sentirebbe nessun bisogno. Il "talvolta ritornano",
che si suole dire, diventa "spesso". Il che è certo consolante, ma per
altri versi inquietante. Nulla e nessuno si perde, nel nostro mondo
come in quello di Voltaire. Neanche i fantasmi o le idiozie del cui
ritorno faremmo anche a meno. |