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 Fiero
Rosso di Sant'Anna è nato a Monteriggioni in provincia di Siena nel 1919 e
lì è recentemente deceduto, in data 11 ottobre 2005. Di famiglia di tradizioni terriere,
unico di cinque tra fratelli e sorelle a sopravvivere alla seconda guerra
mondiale, si è dedicato ad amministrare la tenuta agricola ereditata. Laureato in chimica farmaceutica,
si è diviso tra la sua vocazione contadina e la passione per la letteratura.
Laico irriducibile e attento osservatore della politica nazionale, con un
passato di combattente nella Resistenza, non ha disdegnato di scrivere, tra
racconti e romanzi, anche sagaci pamphlet contro i potenti di turno. D'indole riservata,
durante la propria vita ha scelto di far leggere gli
scritti ad amici e pochi altri considerati degni di stima, non
pubblicando mai le proprie opere
prima di farlo con Rotta Nord Ovest, lasciandone inoltre i diritti agli editori
della rivista. Virtuoso
del violino, amava suonare Mozart e Schubert in solitudine in mezzo ai campi;
era uso trattenersi saltuariamente nelle osterie del proprio paese conversando e
giocando a carte. È stato un ottimo tiratore appassionato di caccia al
cinghiale. La redazione e gli editori lo ricordano con stima, vicini col
loro cordoglio ai familiari.
Ciò
che scriviamo potrebbe essere divulgato postumo.
Tale circostanza nega all'autore la facoltà di appellarsi,
impedendo di fatto correzioni e ravvedimenti. Su questo sarebbe opportuno
riflettere accingendoci alla stesura di un testo affidato a un supporto in
grado di sopravviverci. L'arte di Gutenberg - e con essa i suoi più moderni
derivati - può rivelarsi servitrice malevola e rivoltarsi contro di noi,
esponendoci con la nostra opera a ludibrio eterno.
Evitando d'inoltrarmi in questioni escatologiche soggettive, se
sia preferibile essere oggetto di scherno imperituro, additati a esempio
negativo mantenendo comunque l'attenzione focalizzata sulla propria vanità, o
se sia opinabile che un oblio pietoso seppellisca le nostre malefatte, quando
mi accingo a rendere indelebile una frase oscillo in bilico tra due nature:
l'una, passionale, sanguigna e impudica, m'impone di dare voce immediata al mio
sentire e fissarlo contro l'usura del tempo; l'altra, più leggiadra e
riservata, suggerisce ponderatezza; entrambe comunque ispirate al monito
trappista concernente l'ineluttabile.
La tradizione orale è indulgente verso la stoltezza o l'ignoranza
delle fonti. Modifiche, aggiunte e omissioni nella catena di trasmissione non
scritta dell'opera progenie di scarso genio conducono con mano misericordiosa
attraverso i secoli quello che altrimenti sarebbe passibile di critiche feroci
o derisione. Ogni messaggero lima con la propria sapienza, chiudendo
bonariamente un occhio sulle inesattezze consegnategli. L'idea sedimenta nella
memoria collettiva, filtrata dei limiti parentali, e quindi si forgia
invincibile.
Quanto invece abbiamo l'ardire d'imprimere sugli attuali surrogati
dei papiri è spietato, traditore. E' nostro, esclusivo. Può agire a nostro
detrimento un millennio dopo il nostro commiato dal mondo. Mai potremmo
invocare complicità altrui. Gli atomi che componevano il nostro corpo
potrebbero essere già dispersi tra viventi e minerali e le nostre carte essere
ancora lì ad accusarci, integre come quando le abbiamo consegnate alla storia.
E' pericolosa questa illusione d'immortalità, potremmo essere tacciati
d'idiozia per sempre.
Uno dei peggiori scherzi in tal senso è quello che il destino - o
forse l'avidità dei congiunti - ha giocato a Ernest Hemingway. Dare alle
stampe 'Isole nella corrente' dopo la sua morte, senza che
l'autore avesse avuto la possibilità di rivedere il manoscritto, così in
prima stesura, quasi una bozza, è stato meschino. Potrebbe essere interessante
sotto il profilo storico e biografico, ma ingiusto nei confronti dell'uomo, a
meno che il lettore si avvicini al testo con umiltà e rispetto, necessari per
violare il laboratorio d'alchimia di un grande. E' un documento da recepire in
tal senso, un romanzo in fieri per i fanatici dell'autore; una testimonianza.
Ma questo non sottrae nulla alla grandezza dello scrittore.
Per noi che, ahimè, grandi non siamo sarebbe d'uopo un minimo di
timore a frenare la mano prima di abbandonarci all'ardua sentenza dei posteri,
se mai sarà emessa.
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