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Ordine
e caos nella narrativa di Gadda. Il pasticcio, il disordine è insomma o
mimesi della deformazione reale, o deliberata disgregazione di un ordine
apparente, propedeutica alla creazione di una nuova realtà. In
quest'ultima accezione esso è l'equivalente, sul piano linguistico, dello
"sviluppo apparentemente disordinato" sul piano della favola: un congegno
atto a demolire e a ricostruire, un mezzo di polemica e di ricerca. Sotto
questo profilo pochi scrittori possono dirsi "engagés" come Gadda. Se egli
avversa le tesi e i messaggi semplificanti, il "personaggio-araldo" (Gadda
aborre anche dalle figure cui si delega l'espressione di temi
concettualmente troppo definiti o astratti: sintomatica è la sua antipatia
per Faust, "filosofema vestito da uomo"), d'altro canto giudica pericoloso
trascurare il rapporto fra Letteratura e "realtà etiche". La
Letteratura sembra anzi essere per Gadda quello che, secondo le sue
parole, è per Shakespeare il teatro, cioè "l'indefettibile strumento per
la scoperta e l'enunciazione della verità". E' quasi superfluo
osservare che Gadda, se mai ha inteso realizzare con la sua opera un così
arduo programma, si rivela talvolta, non sapremmo dire se per sua fortuna
o disavventura, un impenitente trasgressore del codice etico e poetico da
lui stesso proposto. Non è, infatti, difficile coglierlo in fragrante atto
di sconnettere ogni plausibile struttura del racconto, o di disgregare il
materiale espressivo, senza che dall'operazione risulti quel senso di
deliberata confutazione logica, di beffa sconsacrante che illumina, della
luce dell'intelligenza "separatrice" e chiarificatrice, le sue migliori
pagine "barocche". Lo "sviluppo apparentemente disordinato" il cui
obiettivo ultime era "organare il groviglio conoscitivo", si traduce
allora in un disordine preterintenzionale: inefficace o addirittura
controproducente ai fini della programmata polemica contro "ogni abuso che
d'ogni modo e forma del ragionare e del dire venga fatto". Gadda vede,
cioè, periclitare le impalcature che egli destina a reggere gli
arzigogolati stucchi delle "disgressioni", e l'edificio della sua prosa si
sfigura nel moltiplicarsi delle sovrastrutture, dei riccioli, che, si
direbbe al di fuori di ogni controllo del progettista, il materiale stesso
produce. I capitoli iniziali dei romanzi e, più esplicitamente le note
costruttive rivelano un'esigenza d'ordine e di compattezza strutturale che
trova scarsa rispondenza nell'effettiva realizzazione delle opere intere o
dei frammenti di opere successivamente pubblicati. Non ci riferiamo
soltanto a certi ritorni e simmetrie che le liste preparatorie di
vocaboli, e non solo di vocaboli ("fare un elenco dei personaggi e dei
luoghi con eventuale disegno topografico", si legge in una nota
costruttiva della "Cognizione del dolore"), dovevano favorire, ma al
contrario più volte enunciato, di tenere incessantemente presenti tutti
gli sparsi elementi del racconto: nella seconda - si dice in un'altra nota
- "tutti i personaggi della prima parte devono essere utilizzati". Di
fronte a un disegno così rigoroso, l'inadempienza dell'autore non è mai
stata volontaria. Gadda cioè non si è mai prefisso di descrivere per
immagini o per simboli la sconfitta della ragione ordinatrice. Come è
stato sospinto, con il trascorrere degli anni, "a un cinismo che non era
affatto in programma", così ha finito, sul piano logico e rappresentativo,
per accettare l'aborrita realtà del pasticcio; tanto più che essa si
conciliava assai bene con l'idea, che era venuto maturando,
dell'onnitravolgente "deformazione", e con la sua vocazione di scrittore
anfibologico e maccheronizzante. Ma, quella realtà, non l'ha mai tradotta
in un congegno intellettuale, in una cifra. Sintomatici a questo proposito
sono nei suoi libri, l'assenza dei motivi del labirinto e del bivio,
fondamentali in scrittori come Kafka o Borghes, e il carattere per nulla
discorsivo, ma anzi drammaticamente e melodrammaticamente concreto che
spesso vi assume il tema del pasticcio. Gadda è quindi lungi dal voler
insinuare che i nodi non si sciolgono, e che l'opera debba rimanere
"aperta". Anche se, di fatto, non ha voluto o saputo concluderla, anche se
chi legge resta con l'impressione che il narratore abbia perso il filo del
racconto, come un giocatore di scacchi che, dopo aver cercato di prevedere
il maggior numero possibile di mosse, affaticato dal calcolo sposti la
prima pedina che lo liberi dal compito di ulteriormente riflettere e
decidere. Salvo costruire, a posteriori, una giustificazione per quello
che è stato semplicemente l'effetto della propria stanchezza. Restano
due fatti indiscutibili. Il primo è che per Gadda il libro esige una
chiusa e il pasticcio deve essere sbrogliato; il secondo è che la chiusa
non c'è, e che il pasticcio rimane tale. Ma se Gadda non rispetta i suoi
propri principi, si trova, consapevolmente o meno, ad osservare quelli,
contraddittori e anarchici, del libro e del genere: rispetto ai quali i
propositi analitici e ordinatori dell'autore costituiscono un tentativo
d'interferenza, d'intromissione che la materia del racconto respinge. Come
se egli avesse dimenticato l'ammonimento che si legge in uno dei suoi
appunti giovanili di poetica: "il carattere elettivo della volontà
morale non vi tiri a rendere episodicamente elettivo il sistema totale
della vita". Ancora la totalità. Che inafferrabile nell'infinità delle
sue determinazioni, non può essere rappresentata che come caos. Ma il
caos, nella vita di ogni giorno, può assumere diversi e quasi opposti
aspetti che Gadda ha voluto distinguere nettamente: "In genere
aborrisco il pandemonion proveniente da incuria e disordine: nel mentre mi
tuffo volentieri nel pandemonion quando sia deliberatamente istituito e
'lancé'". Questa distinzione, su cui negli scritti giovanili egli ha
ripetutamente insistito, tra il disordine subito, negativo, e il disordine
vitale, dialettico, tra il groviglio prodotto dall'incapacità e dal caso,
e il groviglio "organato", il "groviglio conoscitivo", tra il pasticcio
delle "parole senza senso" della conversazione borghese e il corrosivo,
"utile" pasticcio della maccheronea, ha più tardi ceduto il posto ad una
visione meno manichea e meno ottimistica: quella che si è espressa nella
costruzione al tempo stesso ambigua e coerente, del romanzo-caos, del
"pasticciaccio". |