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E'
il momento di rendere omaggio a Raymond Aron. Il suo "conservatorismo",
lontano da ogni pregiudizio o sentimento filisteo, non è che il rifiuto
del profetismo e confutazione dell'ideologia in quanto "forma
pseudo-sistematica d'una visione globale del mondo storico". Oltre che il
massimo antropologo del così detto homo oeconomicus, egli è forse il
massimo esperto della mentalità di sinistra, poiché ne discende con le
opportune correzioni: "Per la prima volta nel 1930 tentai, senza
riuscirci, di provare a me stesso che Marx aveva detto il vero". Eppure ha
continuato sempre, suo malgrado, a nutrire interesse per i misteri del
"Capitale", così come non ha cessato mai d'interpellare la sinistra. Ecco,
fra l'altro, un'esperienza ignota allo zelo di quanti non saprebbero mai
obbedire alla prima regola del metodo criticoscientifico secondo Karl
Raimund Popper: "E' un ottimo esercizio mattutino vagliare e se occorre
scartare ogni giorno, prima di colazione, un'ipotesi prediletta". Per
Aron non è in questione solo il marxismo, bensì ciò che definisce
"l'ottimismo storico" di quella sinistra, che vuole intimidire con
l'ostentazione dei buoni sentimenti e la nobiltà finalistica dei
programmi, ma si dimostra meno capace degli altri a gestire l'economia e
ricorre a ogni virtuosità dialettica per giustificare l'ingiustificabile,
mentre non risponde alle domande e neppure ascolta, non si pone il
problema di dar conto dell'esperienza, non si sente "chargée de
responsabilité" riguardo al passato. Per esempio, Sartre non volle mai
rispondere del suo stalinismo: "Egli non ascolta - commentava Aron - non
si pone la questione. Io non glielo rimprovero, è così". Se invece può
esistere una sinistra che si regga sull'assenza di eccessive illusioni,
sulla base d'un certo pessimismo, su qualche fondo di saggezza liberale,
ebbene, spiega Aron, "a quella sinistra certo appartengo". E se la critica
sistematica degli errori di sinistra può essere un modo per offrire
argomenti e buona coscienza ai conservatori, ebbene, risponde Aron, "si
possono scegliere gli avversari, non gli alleati". Almeno in Francia, se
non ancora in Italia, oggi a sinistra tuttavia si riconosce l'obbligo di
fare i conti con l'opera di Aron. Alla fine degli anni Trenta, mentre
Gallimard si rifiutava di pubblicare l'opera di Boris Souvarine su Stalin
e lo stalinismo, Aron già percepiva lucidamente l'essenza del fenomeno,
anche se giudicava prevalente perché immediato il pericolo hitleriano
("Finché speravamo in un'alleanza con l'Unione Sovietica per vincere la
guerra contro Hitler, eravamo semiparalizzati"). Nell'oscurantismo
ideologico degli anni Cinquanta, quando contrastava le tendenze
intellettuali dominanti avendo prima d'ogni altro vagliato con lucidità la
natura del sistema sovietico, era isolato, detestato e messo al bando. Se
alla fine del Diciannovesimo secolo i 75 mila russi deportati in Siberia
erano stati lo scandalo d'Europa, lo scandalo dei milioni di sovietici
segregati nel Gulag a metà del Ventesimo secolo veniva ignorato e rimosso
dai giustificazionisti dell'ottimismo storico. Del resto un impero, una
superpotenza militare in nome del marxismo poteva certo apparire
indecifrabile: "Ce n'è voluto del tempo, per capirlo". E un decennio
dopo, nello psicodramma rivoluzionario del maggio 1968, il marxologo più
avvertito di molti marxisti fu il primo a segnalare quello che sarebbe
divenuto il fenomeno più rilevante della sinistra contemporanea. La
nebulizzazione, vaporizzazione, atomizzazione della fede secolare
militante in piccole scuole e sètte ideologiche. Anzi, al primo sguardo
sul cortile della Sorbona fu lui a dargli un nome: "groupuscules". (…)
Ma che cos'è propriamente l'aronismo? Anzitutto ricerca paziente, severità
concettuale: "L'ignoranza. L'ignoranza! Non bisogna sottovalutare
l'ignoranza, né sempre pensare a cattive intenzioni" replica Aron alle
domande […] sugli errori economici del Fronte Popolare di Léon Blum e
degli stessi "grands patrons" francesi nel 1936 […]. Anzi aggiunge:
"L'ultimo libro che vorrei scrivere alla fine, potrebbe vertere sul ruolo
della stupidità nella storia". […] La sua polemica ricorda quella di
Tocqueville, o di Taine, riguardo all'eccessivo amore delle idee generali
con disprezzo per i dati di fatto, che se può essere una qualità nella
letterature puntualmente assume funzioni malefiche nell'analisi o
nell'azione politica. Dato su dato, giorno per giorno, ha opposto ai
meccanismi dottrinari di falsa coscienza e deformazione interessata del
reale lo studio dei fatti concreti del mondo contemporaneo nell'ambito
d'una sterminata tematica, dalla strategia nucleare all'economia
monetaria. Nel suo modo di pensare sociologico, non s'è mai avventurato
sul terreno della macro-sociologia, reputando estinta l'illusione di
comprendere la storia intera come un processo fondato su poche leggi
afferrabili dalla mente. Ma è pure lontano da quelle micro-sociologie
empiriche, per le quali secondo il detto americano "si stanziano sempre
più mezzi e si perde sempre più tempo per dimostrare in forma sempre più
rigorosa proposizioni sempre meno interessanti". […] L'omaggio a
Raymond Aron, a questo punto, può divenire apologia, benché sul terreno
più ingrato. Rimane infatti la questione di sapere perché negli ultimi
decenni l'Italia abbia conosciuto e apprezzato tanti piccoli Sartre,
oppure tanti piccoli cultori di nuove stregonerie
sociologico-cibernetiche, ma nessun Aron. Forse una scuola di pensiero e
di metodo simile a quella di Aron presuppone l'Università francese (Ena,
Polytecnique, Haute études, Normales ecc.), così come presuppone forse
anche uno Stato, una burocrazia, un tessuto sociale e culturale di
tradizioni paragonabili a quelle francesi. Là dove nella politica pare
noioso affrontare le questioni e si cercano le emozioni, anzi quando le
emozioni soverchiano le nozioni, l'aronismo può suscitare un vero odio
teologico. Un intellettuale di sinistra può detestare in Raymond Aron,
come un seguace attardato della scuola marxista di Francoforte detesta in
Max Weber, "colui che non ha mai condiviso le sue illusioni e che lo
deruba dei sogni di cui forse ha bisogno per vivere". Dopo la scomparsa
di Aron nell'ottobre 1983 e il successo straordinario dei suoi "Mémoires",
pubblicati pochi mesi prima in Francia da Julliard, l'omaggio pare quasi
plebiscitario; fino a celebrare la non semplice, non corriva e già
controversa personalità intellettuale di Aron alla stregua d'un moderno
Tocqueville immerso nella storia calda del nostro secolo. "Ero
impressionato dalla sua immensa cultura filosofica, economica e politica",
ricorda Claude Lévi-Strauss, che lo definisce "notre dernier sage", anzi
"notre dernier professeur d'hygiene intellectuelle", perché aveva il
coraggio d'imporre a se stesso e agli altri una disciplina di spirito
impietosa oltreché retta. Afred Sauvy aggiunge: "La grande lezione di
Raymond Aron tocca direttamente, violentemente, l'insegnamento
dell'economia in Francia. Un fatto è chiaro: i soli economisti francesi
che abbiano avuto qualche grande rinomanza all'estero, Quesnay, Cournot,
Walras, non vennero mai dall'insegnamento ufficiale, non più che Gérard
Debreu, il più recente premio Nobel. Non c'è, a mia conoscenza, una sola
cattedra in Francia dalla quale venga seguita l'economia francese a passo
a passo come Aron sapeva fare, come il medico segue il malato". E poi,
Herry Kissinger che afferma: "Nessuno ha avuto su me tanta influenza come
Raymond Aron; fu mio professore quando ero studente all'Università; fu poi
un critico benevolo quando ero al governo. Quando mi approvava, ne ero
confortato; quando, all'occasione, mi criticava, ne ero colpito… D'ora in
avanti sarà impossibile studiare gli affari internazionali senza riferirsi
a lui". E ancora, storici della migliore scuola francese, come Emmanuel Le
Roy-Ladurie o François Furet, che lo definiscono "ce bon maître"; e
giornalisti come Jean Daniel, che dopo avergli rimproverato un'estraneità
ingenerosa rispetto alle illusioni politiche dell'ultimo mezzo secolo
devono pur sempre ammettere che rendeva gli interlocutori "intelligenti"
(volendo contraddirlo era necessario "viser haut") e inoltre "esigenti"
(per dialogare con lui bisognava "connaître son dossier aussi bien que
lui"). […] La Francia, o anzi Parigi, negli ultimi decenni ha
manifestato il bisogno costante d'un "maître-à-penser" suggestivo e
moraleggiante, ciò che Aron non voleva essere nella sua provocatoria
freddezza, così lontana dal fascino indiscreto di Malraux o Sartre, Lacan
o Foucault, Althusser o Barthes. Ma qual era l'ambito delle loro
conoscenze reali, o l'oggetto del loro magistero? Per esempio, Sartre
conosceva "relativamente poco" l'economia politica e lo stesso marxismo,
argomenti sui quali tuttavia si pronunciava influenzando di "marxisti
immaginari". Era stato il successo letterario che l'aveva incoraggiato e
quasi costretto alla militanza politica; eppure, per lungo tempo, era
stato indifferente alla politica. "Era vissuto un anno a Berlino sotto il
regime nazista". […] Poiché Raymond Aron confutava impietosamente
pregiudizi e miti ideologici della sinistra (basta ricordare "L'opium des
intellectuels"), il precetto di qualche generazione intellettuale francese
dagli anni Cinquanta in poi fu settario: "Meglio aver torto con Sartre che
ragione con Aron". Qui s'inserisce il tema cruciale del lungo duello tra
Sartre e Aron, al quale poche pagine sono dedicate nelle "Memorie". Era il
conflitto tra due differenti etiche della cultura, concluso dopo le più
radicali testimonianze d'incompatibilità solo quando i due vegliardi alla
fine si ritrovarono insieme nella manifestazione "Un bateau pour le
Vietnam", durante l'esodo in massa dinanzi alle repressioni e alle miserie
del regime di Hanoi. […]. Subito dopo il successo dei "Mémoires" di Aron,
sopravvissuto a Sartre, "Le Nouvel Observateur" commentava: "Egli sa
meglio di chiunque che il titolo di 'primo intellettuale della Francia',
assegnato a lui da un recente sondaggio d'opinione, lo de-semiparalizzave
anzitutto all'assenza del suo 'petit camarade' all'École Normale, del suo
avversario in questi ultimi trent'anni: Sartre… Fra Aron il ragionevole e
Sartre il generoso, la vittoria è amara: è del sopravvissuto…". Può darsi
che fosse precisamente così […] Ma per decenni, il torto di Aron era
stato solo quello d'aver avuto ragione prima del momento in cui "la verità
esplode davanti agli occhi di tutti". Nell'ottobre del 1983, avevo quasi
finito di leggere i "Mémoires" quando giunse da Parigi la notizia della
scomparsa di Raymond Aron. Ero alla pagina 742 dell'edizione Julliard: "I
miei nipotini conserveranno con fierezza la copia delle memorie di
Kissinger con la dedica 'To my teacher' ('Al mio maestro')… ". Seguiva una
rivelazione d'ammirata gelosia: "Istruire ogni mattina il presidente degli
Stati Uniti sulla condizione del mondo, negoziare per lui a Pechino o a
Mosca, una tale funzione mi avrebbe affascinato se fossi stato un
cittadino americano. Tanto più che McGeorge Bundy, W.W. Rostow, H.
Kissinger, Z. Brzezinski, professori di statura paragonabile alla mia a
Harvard, hanno potuto accedere a questa funzione senza condurre una
campagna elettorale, senza stringere d'assedio il Principe…". Ma seguiva
anche una confessione, o un dubbio, sulle sue personali attitudini e
inettitudini: "Non bastano l'intelligenza, l'informazione, il giudizio.
Sono necessarie prestazioni di cui, con ogni probabilità, non sarei stato
capace. Imporsi nella giungla delle polemiche washingtoniane, polemiche di
persone e di amministrazioni; sedurre la stampa, o, almeno, evitarne
l'ostilità; prendere o ispirare decisioni, spesso necessarie, che mandano
i giovani alla battaglia e alla morte…". A una simile prova tuttavia non
fu mai nemmeno invitato a Parigi, città del potere intellettuale, l'autore
di opere come "Le grand débat, initiation à la strategie atomique" o
"Penser la guerre, Clausewitz", oltreché delle "Dix-huit leçons sur la
societé industrielle". Perché? Seguiva la spiegazione, un po' triste:
"Nessuno dei Presidenti della V Repubblica ha avuto bisogno d'un simile
consigliere, e l'avrebbe mai accettato. Una buona parte della diplomazia
del generale De Gaulle non superava la messa in scena. Che cosa resta dei
suoi viaggi nell'America latina, in Romania, in Polonia, se non i ricordi
degli applausi?". Le stesse considerazioni, a maggior motivo, erano e
restano valide a proposito di quasi tutti gli statisti europei dal
dopoguerra in poi. Si può avere o no la vocazione di consigliere del
Principe, ma ci dev'essere il reale potere del Principe. Senza di che, a
ciascuno il suo mestiere, come suggeriva il professionista del pensiero
Aron: "Ho fatto conoscere ai miei studenti, marxisti o non, la teoria
della società industriale, la filosofia politica di Spinoza,
l'interpretazione sociologica di Montesquieu, il metodo di studio delle
relazioni internazionali… ". Ecco, dopo mezzo secolo di lavoro, ciò che
Aron presentiva e definiva come l'atto di "faire son salut laïc", prender
commiato in modo laico.
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