"Raymond Aron, l'ultimo professore" di Alberto Ronchey, 1984

 

E' il momento di rendere omaggio a Raymond Aron. Il suo "conservatorismo", lontano da ogni pregiudizio o sentimento filisteo, non è che il rifiuto del profetismo e confutazione dell'ideologia in quanto "forma pseudo-sistematica d'una visione globale del mondo storico". Oltre che il massimo antropologo del così detto homo oeconomicus, egli è forse il massimo esperto della mentalità di sinistra, poiché ne discende con le opportune correzioni: "Per la prima volta nel 1930 tentai, senza riuscirci, di provare a me stesso che Marx aveva detto il vero". Eppure ha continuato sempre, suo malgrado, a nutrire interesse per i misteri del "Capitale", così come non ha cessato mai d'interpellare la sinistra. Ecco, fra l'altro, un'esperienza ignota allo zelo di quanti non saprebbero mai obbedire alla prima regola del metodo criticoscientifico secondo Karl Raimund Popper: "E' un ottimo esercizio mattutino vagliare e se occorre scartare ogni giorno, prima di colazione, un'ipotesi prediletta".
Per Aron non è in questione solo il marxismo, bensì ciò che definisce "l'ottimismo storico" di quella sinistra, che vuole intimidire con l'ostentazione dei buoni sentimenti e la nobiltà finalistica dei programmi, ma si dimostra meno capace degli altri a gestire l'economia e ricorre a ogni virtuosità dialettica per giustificare l'ingiustificabile, mentre non risponde alle domande e neppure ascolta, non si pone il problema di dar conto dell'esperienza, non si sente "chargée de responsabilité" riguardo al passato. Per esempio, Sartre non volle mai rispondere del suo stalinismo: "Egli non ascolta - commentava Aron - non si pone la questione. Io non glielo rimprovero, è così". Se invece può esistere una sinistra che si regga sull'assenza di eccessive illusioni, sulla base d'un certo pessimismo, su qualche fondo di saggezza liberale, ebbene, spiega Aron, "a quella sinistra certo appartengo". E se la critica sistematica degli errori di sinistra può essere un modo per offrire argomenti e buona coscienza ai conservatori, ebbene, risponde Aron, "si possono scegliere gli avversari, non gli alleati". Almeno in Francia, se non ancora in Italia, oggi a sinistra tuttavia si riconosce l'obbligo di fare i conti con l'opera di Aron. Alla fine degli anni Trenta, mentre Gallimard si rifiutava di pubblicare l'opera di Boris Souvarine su Stalin e lo stalinismo, Aron già percepiva lucidamente l'essenza del fenomeno, anche se giudicava prevalente perché immediato il pericolo hitleriano ("Finché speravamo in un'alleanza con l'Unione Sovietica per vincere la guerra contro Hitler, eravamo semiparalizzati"). Nell'oscurantismo ideologico degli anni Cinquanta, quando contrastava le tendenze intellettuali dominanti avendo prima d'ogni altro vagliato con lucidità la natura del sistema sovietico, era isolato, detestato e messo al bando. Se alla fine del Diciannovesimo secolo i 75 mila russi deportati in Siberia erano stati lo scandalo d'Europa, lo scandalo dei milioni di sovietici segregati nel Gulag a metà del Ventesimo secolo veniva ignorato e rimosso dai giustificazionisti dell'ottimismo storico. Del resto un impero, una superpotenza militare in nome del marxismo poteva certo apparire indecifrabile: "Ce n'è voluto del tempo, per capirlo".
E un decennio dopo, nello psicodramma rivoluzionario del maggio 1968, il marxologo più avvertito di molti marxisti fu il primo a segnalare quello che sarebbe divenuto il fenomeno più rilevante della sinistra contemporanea. La nebulizzazione, vaporizzazione, atomizzazione della fede secolare militante in piccole scuole e sètte ideologiche. Anzi, al primo sguardo sul cortile della Sorbona fu lui a dargli un nome: "groupuscules".
(…) Ma che cos'è propriamente l'aronismo? Anzitutto ricerca paziente, severità concettuale: "L'ignoranza. L'ignoranza! Non bisogna sottovalutare l'ignoranza, né sempre pensare a cattive intenzioni" replica Aron alle domande […] sugli errori economici del Fronte Popolare di Léon Blum e degli stessi "grands patrons" francesi nel 1936 […]. Anzi aggiunge: "L'ultimo libro che vorrei scrivere alla fine, potrebbe vertere sul ruolo della stupidità nella storia". […] La sua polemica ricorda quella di Tocqueville, o di Taine, riguardo all'eccessivo amore delle idee generali con disprezzo per i dati di fatto, che se può essere una qualità nella letterature puntualmente assume funzioni malefiche nell'analisi o nell'azione politica. Dato su dato, giorno per giorno, ha opposto ai meccanismi dottrinari di falsa coscienza e deformazione interessata del reale lo studio dei fatti concreti del mondo contemporaneo nell'ambito d'una sterminata tematica, dalla strategia nucleare all'economia monetaria.
Nel suo modo di pensare sociologico, non s'è mai avventurato sul terreno della macro-sociologia, reputando estinta l'illusione di comprendere la storia intera come un processo fondato su poche leggi afferrabili dalla mente. Ma è pure lontano da quelle micro-sociologie empiriche, per le quali secondo il detto americano "si stanziano sempre più mezzi e si perde sempre più tempo per dimostrare in forma sempre più rigorosa proposizioni sempre meno interessanti".
[…] L'omaggio a Raymond Aron, a questo punto, può divenire apologia, benché sul terreno più ingrato. Rimane infatti la questione di sapere perché negli ultimi decenni l'Italia abbia conosciuto e apprezzato tanti piccoli Sartre, oppure tanti piccoli cultori di nuove stregonerie sociologico-cibernetiche, ma nessun Aron. Forse una scuola di pensiero e di metodo simile a quella di Aron presuppone l'Università francese (Ena, Polytecnique, Haute études, Normales ecc.), così come presuppone forse anche uno Stato, una burocrazia, un tessuto sociale e culturale di tradizioni paragonabili a quelle francesi. Là dove nella politica pare noioso affrontare le questioni e si cercano le emozioni, anzi quando le emozioni soverchiano le nozioni, l'aronismo può suscitare un vero odio teologico. Un intellettuale di sinistra può detestare in Raymond Aron, come un seguace attardato della scuola marxista di Francoforte detesta in Max Weber, "colui che non ha mai condiviso le sue illusioni e che lo deruba dei sogni di cui forse ha bisogno per vivere".
Dopo la scomparsa di Aron nell'ottobre 1983 e il successo straordinario dei suoi "Mémoires", pubblicati pochi mesi prima in Francia da Julliard, l'omaggio pare quasi plebiscitario; fino a celebrare la non semplice, non corriva e già controversa personalità intellettuale di Aron alla stregua d'un moderno Tocqueville immerso nella storia calda del nostro secolo. "Ero impressionato dalla sua immensa cultura filosofica, economica e politica", ricorda Claude Lévi-Strauss, che lo definisce "notre dernier sage", anzi "notre dernier professeur d'hygiene intellectuelle", perché aveva il coraggio d'imporre a se stesso e agli altri una disciplina di spirito impietosa oltreché retta. Afred Sauvy aggiunge: "La grande lezione di Raymond Aron tocca direttamente, violentemente, l'insegnamento dell'economia in Francia. Un fatto è chiaro: i soli economisti francesi che abbiano avuto qualche grande rinomanza all'estero, Quesnay, Cournot, Walras, non vennero mai dall'insegnamento ufficiale, non più che Gérard Debreu, il più recente premio Nobel. Non c'è, a mia conoscenza, una sola cattedra in Francia dalla quale venga seguita l'economia francese a passo a passo come Aron sapeva fare, come il medico segue il malato".
E poi, Herry Kissinger che afferma: "Nessuno ha avuto su me tanta influenza come Raymond Aron; fu mio professore quando ero studente all'Università; fu poi un critico benevolo quando ero al governo. Quando mi approvava, ne ero confortato; quando, all'occasione, mi criticava, ne ero colpito… D'ora in avanti sarà impossibile studiare gli affari internazionali senza riferirsi a lui". E ancora, storici della migliore scuola francese, come Emmanuel Le Roy-Ladurie o François Furet, che lo definiscono "ce bon maître"; e giornalisti come Jean Daniel, che dopo avergli rimproverato un'estraneità ingenerosa rispetto alle illusioni politiche dell'ultimo mezzo secolo devono pur sempre ammettere che rendeva gli interlocutori "intelligenti" (volendo contraddirlo era necessario "viser haut") e inoltre "esigenti" (per dialogare con lui bisognava "connaître son dossier aussi bien que lui").
[…] La Francia, o anzi Parigi, negli ultimi decenni ha manifestato il bisogno costante d'un "maître-à-penser" suggestivo e moraleggiante, ciò che Aron non voleva essere nella sua provocatoria freddezza, così lontana dal fascino indiscreto di Malraux o Sartre, Lacan o Foucault, Althusser o Barthes. Ma qual era l'ambito delle loro conoscenze reali, o l'oggetto del loro magistero? Per esempio, Sartre conosceva "relativamente poco" l'economia politica e lo stesso marxismo, argomenti sui quali tuttavia si pronunciava influenzando di "marxisti immaginari". Era stato il successo letterario che l'aveva incoraggiato e quasi costretto alla militanza politica; eppure, per lungo tempo, era stato indifferente alla politica. "Era vissuto un anno a Berlino sotto il regime nazista".
[…] Poiché Raymond Aron confutava impietosamente pregiudizi e miti ideologici della sinistra (basta ricordare "L'opium des intellectuels"), il precetto di qualche generazione intellettuale francese dagli anni Cinquanta in poi fu settario: "Meglio aver torto con Sartre che ragione con Aron". Qui s'inserisce il tema cruciale del lungo duello tra Sartre e Aron, al quale poche pagine sono dedicate nelle "Memorie". Era il conflitto tra due differenti etiche della cultura, concluso dopo le più radicali testimonianze d'incompatibilità solo quando i due vegliardi alla fine si ritrovarono insieme nella manifestazione "Un bateau pour le Vietnam", durante l'esodo in massa dinanzi alle repressioni e alle miserie del regime di Hanoi. […]. Subito dopo il successo dei "Mémoires" di Aron, sopravvissuto a Sartre, "Le Nouvel Observateur" commentava: "Egli sa meglio di chiunque che il titolo di 'primo intellettuale della Francia', assegnato a lui da un recente sondaggio d'opinione, lo de-semiparalizzave anzitutto all'assenza del suo 'petit camarade' all'École Normale, del suo avversario in questi ultimi trent'anni: Sartre… Fra Aron il ragionevole e Sartre il generoso, la vittoria è amara: è del sopravvissuto…". Può darsi che fosse precisamente così […]
Ma per decenni, il torto di Aron era stato solo quello d'aver avuto ragione prima del momento in cui "la verità esplode davanti agli occhi di tutti". Nell'ottobre del 1983, avevo quasi finito di leggere i "Mémoires" quando giunse da Parigi la notizia della scomparsa di Raymond Aron. Ero alla pagina 742 dell'edizione Julliard: "I miei nipotini conserveranno con fierezza la copia delle memorie di Kissinger con la dedica 'To my teacher' ('Al mio maestro')… ". Seguiva una rivelazione d'ammirata gelosia: "Istruire ogni mattina il presidente degli Stati Uniti sulla condizione del mondo, negoziare per lui a Pechino o a Mosca, una tale funzione mi avrebbe affascinato se fossi stato un cittadino americano. Tanto più che McGeorge Bundy, W.W. Rostow, H. Kissinger, Z. Brzezinski, professori di statura paragonabile alla mia a Harvard, hanno potuto accedere a questa funzione senza condurre una campagna elettorale, senza stringere d'assedio il Principe…". Ma seguiva anche una confessione, o un dubbio, sulle sue personali attitudini e inettitudini: "Non bastano l'intelligenza, l'informazione, il giudizio. Sono necessarie prestazioni di cui, con ogni probabilità, non sarei stato capace. Imporsi nella giungla delle polemiche washingtoniane, polemiche di persone e di amministrazioni; sedurre la stampa, o, almeno, evitarne l'ostilità; prendere o ispirare decisioni, spesso necessarie, che mandano i giovani alla battaglia e alla morte…". A una simile prova tuttavia non fu mai nemmeno invitato a Parigi, città del potere intellettuale, l'autore di opere come "Le grand débat, initiation à la strategie atomique" o "Penser la guerre, Clausewitz", oltreché delle "Dix-huit leçons sur la societé industrielle". Perché? Seguiva la spiegazione, un po' triste: "Nessuno dei Presidenti della V Repubblica ha avuto bisogno d'un simile consigliere, e l'avrebbe mai accettato. Una buona parte della diplomazia del generale De Gaulle non superava la messa in scena. Che cosa resta dei suoi viaggi nell'America latina, in Romania, in Polonia, se non i ricordi degli applausi?".
Le stesse considerazioni, a maggior motivo, erano e restano valide a proposito di quasi tutti gli statisti europei dal dopoguerra in poi. Si può avere o no la vocazione di consigliere del Principe, ma ci dev'essere il reale potere del Principe. Senza di che, a ciascuno il suo mestiere, come suggeriva il professionista del pensiero Aron: "Ho fatto conoscere ai miei studenti, marxisti o non, la teoria della società industriale, la filosofia politica di Spinoza, l'interpretazione sociologica di Montesquieu, il metodo di studio delle relazioni internazionali… ". Ecco, dopo mezzo secolo di lavoro, ciò che Aron presentiva e definiva come l'atto di "faire son salut laïc", prender commiato in modo laico.


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