| "Pietro Paolo Parzanese - un dimenticato poeta dei poveri" di Davide Riccio |
|
Pietro Paolo Parzanese, sacerdote poeta e traduttore, nacque ad Ariano,
l'attuale Ariano irpino, nel 1810, da Giuseppe negoziante di panni e da
Giovanna Faietra, donna di fiere e belle sembianze. Egli fu il terzo di
undici tra fratelli e sorelle. Come riferì lo studioso Augusto Castaldo,
Parzanese nacque con l'ombelico attorno alla gola, così che la levatrice
pronosticò volesse dire che il collarino da prete dovesse avvolgergli il
collo per tutta la vita. La sua infanzia fu malaticcia e piena di paure
e di insonnie; a otto anni era già taciturno e meditabondo. A 10 anni fu
messo in seminario e vi stette fino ai quattordici. Dei suoi primi maestri,
preti e frati, qual più qual meno uomini ignoranti, maneschi, 'di lingua sporca' e di
'poco santi costumi!' egli lasciò un tutt'altro che edificante
ritratto nelle 'Memorie'. In seminario si attirò ben presto l'ammirazione
del canonico Nicola Boscero per la prontezza con cui improvvisava prediche,
poesie e tragedie. A dieci anni cominciò a recitare versi estemporanei,
e a sedici, nel teatro comunale di Benevento, improvvisò addirittura una
tragedia intitolata 'Sedecia'. Nel 1825, da Napoli, dove si era recato per
i suoi problemi di salute, fece ritorno alla nativa Ariano. E qui, nel 1830,
a vent'anni, s'innamorò della giovinetta Rosaria Vernacchia, che però morì
di lì a poco, lasciandolo in tale desolazione da fargli abbracciare, nonostante
il suo temperamento esuberante, la carriera sacerdotale. Fu dapprima ordinato
sacerdote e nominato maestro di grammatica nel seminario del suo paese,
a ventiquattro anni ottenne la cattedra teologale e fino al 1837 resse la
diocesi di Ariano in qualità di vicario capitolare. Nel 1837, abbandonò l'insegnamento e gli uffici ecclesiastici per dedicarsi interamente ai suoi
due amori, alla poesia e alla predicazione. Fu un singolare ed eloquente
oratore sacro, come dimostrano i 'Panegirici', i 'Sermoni' e le 'Prediche',
che ci restano di lui. Quelli che ebbero la fortuna di ascoltarlo, erano
soggiogati dalla parola facile e armoniosa e dal fascino della sua alta
e bella persona. Nonostante il sacerdozio pare ebbe degli amori decisamente
profani, come quello per la poetessa Rosa Taddei, donna 'maritata e stramba'.
Fu molteplice l'operosità e la fecondità del Parzanese. Tradusse dalla Bibbia,
da Plauto, da Klopstok, da Byron, da Victor Hugo, postillò Dante; studiò
i moderni e i contemporanei, il Monti, il Foscolo, il Manzoni, dei quali
sentì nei primi imparaticci l'eco e l'influenza, segnatamente quella del
Manzoni. I suoi libri prediletti furono la Bibbia e Virgilio, dal quale
derivò la chiarezza della forma. Tentò vari generi, assurgendo ai canti
più alti nelle 'Armonie italiane' (1841), con cui volle dare un addio alla
sua giovinezza. Liriche alate e pregevoli, ma non tali da giustificare l'ineguale
parallelo, come fu, fra il Parzanese e il Leopardi. Seguirono le sillogi 'Canzoni
popolari', 'I canti del Viggianese', i 'Canti del povero', 'Dio,
Angeli e Santi', 'Fiori e stelle', 'Il Due novembre', 'idilli e sonetti',
tutte comprese nell'edizione delle 'Opere complete' (Ariano, 1889). Importanti
furono i 'Canti del Viggianese'. Viggiano era un grosso villaggio nella
provincia della Basilicata, e i viggianesi erano gente naturalmente disposta
alla musica. Da fanciulli imparavano a suonare uno strumento, divenuti adulti
lasciavano il paese per andare in giro per il mondo, suonando, cantando
e raggranellando un po' di denaro per tornare infine in patria a godersi
la pace della famiglia. Andavano dappertutto, Francia, Turchia, Russia,
Spagna, e per via raccoglievano canzoni, romanze che, ritornando in Italia,
spacciavano magari come merce nuova e meravigliosa. Il Parzanese scrisse: 'Or, avendo io parte desiderio che la nostra poesia si rinnovelli e, quasi
direi, si rinvergini con immagini ed armonie native e popolari, non lasciai
passar di qua un sol Viggianese senza avergli fatto cantare le sue cento canzoni'. E al modo dei viggianesi egli scrisse quella raccolta di poesie
sicuramente tra le più belle. Nell'agosto 1910, in occasione del centenario
del Parzanese, vennero pubblicate alcune cose inedite e pregevoli di lui,
la tragedia 'Giulietta e Romeo' e il poemetto in tre canti 'Ituriele', composto
sotto l'influenza del 'bardo di Erin' (il poeta irlandese Thomas Moore).
Restano ancora inedite le tragedie il 'Sordello' ed 'Ezzelino', ambedue
in prosa. Inoltre, è dagli anni Dieci che le sue opere non vengono più ristampate.
Il Parzanese fu sacerdote, predicatore e poeta della plebe rassegnata, e
nondimeno uomo di carattere eccessivamente accensibile e anche un po' volubile
e vanesio. Oggi del tutto dimenticato, se non che almeno nel nome nella
sua città natale, dove un importante busto di bronzo gli è stato eretto
nel bel parco della villa comunale. Le sue opere, rarissime, si possono
soltanto più consultare nelle biblioteche più importanti: sono ormai antiche
edizioni da sfogliare con i guanti sperando che, nonostante le attenzioni,
la carta non si sbricioli al contatto. Le sorti, pure postume, dei poeti
non sono tutte uguali, si sa. Eppure al Parzanese dovrebbe essere riconosciuto,
come al Giusti, un ruolo di poeta raro per l'epoca in cui visse: egli fu
tra i pochi a scrivere per il popolo, di cui volle esprimerne i sentimenti
e consolarne le sofferenze, una nobile ambizione cui sottomise anche la
forma e il contenuto. Il suo stile fu consapevolmente reso semplice proprio
perché la povera gente comune potesse fruirne la lettura o goderne l'ascolto
mentre la poesia comune di un Foscolo o di un Monti o di un Leopardi certo
non era accessibile. Anzi. Fu questo il suo maggior difetto che gli costò l'oblio ai posteri, dopo tanta popolarità in epoca
borbonica' Il Parzanese
stesso ammise, nonostante ciò, l'opposto difetto: 'Lo stile che ebbi a valermi
sente sempre un po' di quello studio che toglie ai concetti popolari la
loro freschezza e direi quasi la loro nativa leggiadria'. Una delle più
belle frasi da lui scritte in merito a ciò fu quando scrisse di sapere bene
quanto fosse 'difficile tenersi a quella modesta altezza, a cui valgano
a guardare anche gl'occhi degl'idioti'. Ecco, dunque, il Parzanese, un poeta
coltissimo che pur tuttavia volle scrivere in un modo che anche gli analfabeti,
gli esclusi dal 'giocondo banchetto delle muse', 'gli idioti' insomma (vale
la pena ricordare l'etimo della parola 'idiota', ossia ignorante, dal greco
idiotes, o anche 'popolare' o 'plebeo') potessero avere un momento di nobiltà,
di bellezza e di ideale. Una poesia educatrice, fu detta. E Parzanese, scrisse
veri capolavori del genere (la Cieca, la Cieca nata, la Pazza, la Morta,
la Croce'). Certo, alcune sue ingenuità o puerilità, talvolta, possono urtare
i nervi dei dotti, ma il suo mondo poetico non fu privo di verità e di sincerità:
in fondo ai poveri del suo tempo non v'era già altra 'filosofia', che il
poeta e sacerdote volle rinforzare, di una vita terrena insopportabile,
ma di transizione verso la vera vita che è nel cielo. Morire è svegliarsi
in un mondo migliore. E il Parzanese volle premunire le plebi dal contagio
di dottrine 'inutilmente' sovversive, mantenendo perciò viva nel cuore degli
artigiani, dei contadini e dei poveri tutti almeno la fede nella provvidenza
di Dio, la credenza nell'eterno avvenire, l'amore al lavoro, la rassegnazione
nei mali e tutti quei sentimenti che valessero a tenere in pace le plebi
in mezzo ai duri travagli della vita. Questo fu, quanto meno, in una prima
fase della sua vita e della sua opera, poiché negli ultimi anni (non fosse
morto giovane, forse ne avremmo visto una importante svolta in tal senso)
egli prese sempre più coscienza del bisogno di costruire un'Italia unita
e migliore per tutti, lungi dall'incolmabile baratro tra la ricca aristocrazia
borbonica dagli sfarzi incommensurabili, quella terriera in generale, e l'innumerevole gente povera o miserabile. Cominciò a dire e scrivere cose
che non furono affatto gradite. Nel 1848 scrisse l'ode 'Italia e Napoli':
Dio lo volle! L'Italia s'è desta / e dal fango solleva la testa' Nel 1853
scrisse l'Addio a Partenope, che fu giudicata 'la più bella lirica civile,
il quadro più vero di quel terribile periodo in cui 'per la colpa di avere
alma e pensiero' gli intellettuali andavano di prigione in prigione, e nella
quale il patriottismo del Parzanese, ormai liberale, non risparmiò neppure
il Papa ('Chi ha un trono nel suo tempio / te suo Signor rinnega'). Il nome
di Parzanese fu annotato nell'elenco degli 'attendibili' e venne coinvolto
nel processo degli imputati politici del 1848. Morì il 29 agosto 1852 in
un alberghetto di Napoli, ucciso da una terribile convulsione dovuta a una
febbre di ignota cagione. La polizia borbonica tentò di impedire le onoranze
funebri che non pertanto il Capitolo della Cattedrale di Ariano e la cittadinanza
gli resero in Duomo, grazie all'energica fierezza di monsignor Capezzuti,
che alle imposizioni poliziesche rispose che in chiesa comandava lui. |