"F. Scott Fitzgerald" di Fernanda Pivano - Introduzione da "Gli Ultimi fuochi" di F.S.Fitzgerald, Oscar Mondadori, 1974


Ora che da una diecina d'anni il revival di Fitzgerald ha rivalutato l'opera del grande scrittore scomparso, quasi tutti i critici americani sono concordi nel dare un posto preminente a quest'ultimo romanzo incompiuto (Gli ultimi fuochi, n.d.r.), nel quadro generale della sua produzione: ne viene apprezzata la maturità, che rivela una accresciuta consapevolezza dello scrittore, una sua più pacata osservazione della vita.
Questo è certamente vero per Gli ultimi fuochi, ma la parte più importante del revival di Fitzgerald mi pare sia il riconoscimento della sua interpretazione in chiave morale di un mondo che i contemporanei ottusi o malevoli avevano sempre ritenuto da lui descritto, nei vari romanzi, come in una semplice cronaca di costume. Le ripetute accuse di decadentismo che lo hanno addolorato per tutta la vita sono apertamente smentite in questo libro che secondo Dos Passos (uno dei pochissimi, con Bishop, a incoraggiarlo nei momenti della sfortuna) adempie un'esigenza morale inutilmente perseguita per mezzo secolo dagli scrittori americani moderni. Dopo aver scoperto la moralità del sistema universitario americano in Di qua dal Paradiso, la moralità del gangsterismo in Il grande Gatsby, la moralità dei ricchi in Tenera è la notte, la moralità del sistema ereditario in Belli e dannati, Fitzgerald è riuscito a trovare una moralità perfino nel mondo affaristico e corrotto, fasullo e truffaldino di Hollywood. Come Di qua dal Paradiso resterà la più compiuta, precisa analisi della vita universitaria americana, credo si possa affermare che Gli ultimi fuochi resterà la denuncia più spietata, esatta e umana del sistema hollywoodiano. Una denuncia stranamente oggettiva, distaccata: in questi produttori che stritolano vite intellettuali e spirituali, Fitzgerald con generosità da poeta e slancio d'artista riconosce valori umani appoggiati soprattutto al desiderio di riuscita non tanto di una fortuna personale quanto di un'impresa più o meno collettiva. Quasi li giustifica: sembra quasi dire che tutti i mezzi sono buoni per raggiungere un fine. Anche se il raggiungimento di quel fine deve costare la vita a qualcuno. Come lo è costata a lui.
Quando Hollywood lo uccise, nel momento stesso in cui egli la stava cantando, i critici lo salutarono nei necrologi (soltanto Dorothy Parker, di tutto il mondo letterario americano, andò a salutare la sua salma) esclusivamente come il creatore dell'età del jazz, l'inventore e l'eroe di una leggenda, poco più che un fenomeno. Un anno dopo un critico importante come Benet recensi questo libro e scrisse: "Potete fargli tanto di cappello, signori, e sarà meglio che vi decidiate a incominciare. Non ci troviamo di fronte a una leggenda, ma di fronte alla fama".
Ancora una volta non si era sbagliata Gertrude Stein, quando con la sua perspicacia instancabile scrisse: "E' stato Di qua dal Paradiso a creare la nuova generazione per il pubblico... Fitzgerald sarà letto quando molti dei suoi contemporanei famosi saranno già dimenticati". Oggi Fitzgerald ha ritrovato la popolarità della sua giovinezza, degli anni del maggior successo; le sue edizioni si esauriscono in continuazione, gli studenti fanno tesi di laurea su di lui come su un classico. Forse lentamente il suo vero valore sarà sopraffatto dalle esigenze pedanti e polverose di questi studi; ma gli anni gli ridaranno una freschezza nuova, e al di là della sua tragedia personale, al di là dei suoi terrori e delle sue disperazioni, resteranno coi suoi romanzi e i suoi racconti, con le sue lettere e i frammenti, immagini e idee che oltre a inventare un costume hanno dato una piega alla letteratura moderna americana. Quasi fossero state le sue ultime parole, il suo supremo messaggio di morte già dotato di una specie di chiaroveggenza, le note degli Ultimi fuochi si chiudono con una laconica frase scritta tutta maiuscola: "IL PERSONAGGIO E' AZIONE".
E' una frase laconica, ma racchiude l'intera trasformazione a cui andò incontro il romanzo dal secolo scorso al nostro. Il personaggio non è più descritto staticamente attraverso una evoluzione psicologica puramente mentale ma attraverso azioni che lo realizzano sia psicologicamente che emotivamente Vera protagonista del romanzo diventa l'azione: proprio come da Fitzgerald in poi ci hanno detto con le parole e coi fatti i piu grandi romanzieri contemporanei. (Da noi, scrisse Pavese nel '47: "Ormai di scrittori che puntino su grossi personaggi come usava una volta, non ce n'è quasi più. Cambia il mondo".)
Sarebbe facile dire che questo interesse per l'azione gli venne dalle necessità tecniche hollywoodiane, ma sarebbe confondere l"'azione" del romanzo con la "trama" cinematografica. Una tendenza a quest'ultima è presente nel piano contenutistico del libro, specialmente nella ricostruzione di Wilson, che fa quasi pensare a un "polpettone"; ma non si riesce a credere che Fitzgerald avrebbe davvero descritto un assassinio, avrebbe davvero immaginato che un uomo si servisse di un sicario per uccidere un rivale. La lettera di Fitzgerald parla soltanto di incidenti aviatorii, non di crimini; e pare che la sua penna fosse troppo abituata a descrivere chiffon e cocktails per passare cosi improvvisamente alle rivoltelle e alla mafia americana.
Per questo credo che per lui "azione" volesse veramente indicare l'attuazione più autentica e completa del personaggio, attraverso esperienze, gesti e fatti "reali", fuori degli schemi psicologici cari alla tradizione ottocentesca; e per questo il suo è un messaggio di estrema modernità. Basterebbe questo messaggio a dar ragione a Benet quando disse: "Signori, potete fargli tanto di cappello". Ma Benet avrebbe avuto ragione anche senza: perché quest'uomo schernito dai critici e dai contemporanei come un ubriacone, un incapace e un fallito, ha scritto in quarantaquattro anni di vita cinque romanzi, centoventi racconti, una commedia e una raccolta di saggi; ed è morto per un attacco cardiaco causato dal troppo lavoro. Come certi industriali che muoiono d'infarto o certi corridori che muoiono sulla pista o certi aviatori che precipitano con l'aereo. Come un bravo, coraggioso, sfortunato operaio che muore sul lavoro.


 

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