Ora che da una diecina d'anni il revival di Fitzgerald ha
rivalutato l'opera del grande scrittore scomparso, quasi tutti
i critici americani sono concordi nel dare un posto preminente
a quest'ultimo romanzo incompiuto (Gli ultimi fuochi, n.d.r.), nel quadro generale della
sua produzione: ne viene apprezzata la maturità, che rivela
una accresciuta consapevolezza dello scrittore, una sua più
pacata osservazione della vita.
Questo è certamente vero per Gli ultimi fuochi, ma la parte
più importante del revival di Fitzgerald mi pare sia il riconoscimento della sua interpretazione in chiave morale di un
mondo che i contemporanei ottusi o malevoli avevano sempre
ritenuto da lui descritto, nei vari romanzi, come in una semplice cronaca di costume. Le ripetute accuse di decadentismo
che lo hanno addolorato per tutta la vita sono apertamente
smentite in questo libro che secondo Dos Passos (uno dei pochissimi, con Bishop, a incoraggiarlo nei momenti della sfortuna) adempie un'esigenza morale inutilmente perseguita per
mezzo secolo dagli scrittori americani moderni. Dopo aver
scoperto la moralità del sistema universitario americano in
Di qua dal Paradiso, la moralità del gangsterismo in Il grande Gatsby, la moralità dei ricchi in
Tenera è la notte, la moralità del sistema ereditario in Belli e
dannati, Fitzgerald è
riuscito a trovare una moralità perfino nel mondo affaristico
e corrotto, fasullo e truffaldino di Hollywood. Come Di qua
dal Paradiso resterà la più compiuta, precisa analisi della vita
universitaria americana, credo si possa affermare che Gli ultimi fuochi resterà la denuncia
più spietata, esatta e umana
del sistema hollywoodiano. Una denuncia stranamente oggettiva, distaccata: in questi produttori che stritolano vite intellettuali e spirituali, Fitzgerald con generosità da poeta e slancio d'artista riconosce valori umani appoggiati soprattutto al
desiderio di riuscita non tanto di una fortuna personale quanto di un'impresa più
o meno collettiva. Quasi li giustifica:
sembra quasi dire che tutti i mezzi sono buoni per raggiungere un fine. Anche se il raggiungimento di quel fine deve costare la vita a qualcuno. Come lo è costata a lui.
Quando Hollywood lo uccise, nel momento stesso in cui egli
la stava cantando, i critici lo salutarono nei necrologi (soltanto Dorothy Parker, di tutto il mondo letterario americano,
andò a salutare la sua salma) esclusivamente come il creatore dell'età del jazz, l'inventore e l'eroe di una leggenda,
poco più che un fenomeno. Un anno dopo un critico importante come Benet recensi questo libro e scrisse: "Potete fargli
tanto di cappello, signori, e sarà meglio che vi decidiate a
incominciare. Non ci troviamo di fronte a una leggenda, ma
di fronte alla fama".
Ancora una volta non si era sbagliata Gertrude Stein, quando con la sua perspicacia instancabile scrisse: "E' stato Di
qua dal Paradiso a creare la nuova generazione per il pubblico... Fitzgerald sarà letto quando molti dei suoi contemporanei famosi saranno già dimenticati". Oggi Fitzgerald ha
ritrovato la popolarità della sua giovinezza, degli anni del
maggior successo; le sue edizioni si esauriscono in continuazione, gli studenti fanno tesi di laurea su di lui come su un
classico. Forse lentamente il suo vero valore sarà sopraffatto
dalle esigenze pedanti e polverose di questi studi; ma gli anni
gli ridaranno una freschezza nuova, e al di là della sua tragedia personale, al di là dei suoi terrori e delle sue disperazioni, resteranno coi suoi romanzi e i suoi racconti, con le
sue lettere e i frammenti, immagini e idee che oltre a inventare un costume hanno dato una piega alla letteratura moderna americana. Quasi fossero state le sue ultime parole, il
suo supremo messaggio di morte già dotato di una specie di
chiaroveggenza, le note degli Ultimi fuochi si chiudono con
una laconica frase scritta tutta maiuscola: "IL PERSONAGGIO E' AZIONE".
E' una frase laconica, ma racchiude l'intera trasformazione
a cui andò incontro il romanzo dal secolo scorso al nostro.
Il personaggio non è più descritto staticamente attraverso
una evoluzione psicologica puramente mentale ma attraverso
azioni che lo realizzano sia psicologicamente che emotivamente Vera protagonista del romanzo diventa l'azione: proprio
come da Fitzgerald in poi ci hanno detto con le parole e
coi fatti i piu grandi romanzieri contemporanei. (Da noi,
scrisse Pavese nel '47: "Ormai di scrittori che puntino su
grossi personaggi come usava una volta, non ce n'è quasi
più. Cambia il mondo".)
Sarebbe facile dire che questo interesse per l'azione gli venne
dalle necessità tecniche hollywoodiane, ma sarebbe confondere l"'azione" del romanzo con la "trama" cinematografica.
Una tendenza a quest'ultima è presente nel piano contenutistico del libro, specialmente nella ricostruzione di Wilson, che
fa quasi pensare a un "polpettone"; ma non si riesce a credere che Fitzgerald avrebbe davvero descritto un assassinio,
avrebbe davvero immaginato che un uomo si servisse di un
sicario per uccidere un rivale. La lettera di Fitzgerald parla
soltanto di incidenti aviatorii, non di crimini; e pare che la
sua penna fosse troppo abituata a descrivere chiffon e cocktails per passare cosi improvvisamente alle rivoltelle e alla
mafia americana.
Per questo credo che per lui "azione" volesse veramente indicare l'attuazione più
autentica e completa del personaggio,
attraverso esperienze, gesti e fatti "reali", fuori degli schemi
psicologici cari alla tradizione ottocentesca; e per questo il
suo è un messaggio di estrema modernità. Basterebbe questo
messaggio a dar ragione a Benet quando disse: "Signori, potete fargli tanto di cappello". Ma Benet avrebbe avuto ragione
anche senza: perché quest'uomo schernito dai critici e dai
contemporanei come un ubriacone, un incapace e un fallito,
ha scritto in quarantaquattro anni di vita cinque romanzi,
centoventi racconti, una commedia e una raccolta di saggi;
ed è morto per un attacco cardiaco causato dal troppo lavoro.
Come certi industriali che muoiono d'infarto o certi corridori
che muoiono sulla pista o certi aviatori che precipitano con
l'aereo. Come un bravo, coraggioso, sfortunato operaio che
muore sul lavoro.
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