"Gli Strauss ovvero i segreti di Chicago" di Stefano Pistolini, 2005

 

Mangiavamo là, dormivamo là, facevamo sesso tra gli scaffali. A Chicago, ai miei tempi e anche prima, le passioni s’intrecciavano tutte insieme, per dar vita a quella che chiamavamo ‘la vita della mente’”. E ancor’oggi l’atmosfera che regna sull’Università di Chicago è severa, autorevole, accigliata. Intimidisce. Spinge a chinare il capo sui libri e a rimettersi a studiare, ché on s’impara mai abbastanza. Di sicuro, negli interminabili pomeriggi bui ’inverno, nel tepore delle sue biblioteche gotiche, favorisce la progettazione i lunghe vite tranquille, votate alla coltivazione del lavoro intellettuale tra i sacri testi e all’interno di un infinito, soterico sistema di elucubrazioni.
Quasi per adempiere a questo attestato ambientale, all’Università di Chicago ha lungamente insegnato Leo Strauss. Il segno del suo passaggio è rimasto indelebile, la sua leggenda è ancora sospesa nell’aria. Al di là del suo pensiero – delle mutazioni, delle riletture e delle interpretazioni di cui è oggetto – è sul suo stile d’insegnamento che conviene soffermarsi un attimo. Siamo al cospetto del più flagrante esempio di filosofo-re, alto pensatore che regna sovrano sulla schiera degli adepti e a essi trasmette il verbo da diffondere nei circoli privilegiati, gli unici attrezzati a riceverlo. A oltre trent’anni dalla morte, in queste sacre e silenziose stanze, nei corridoi stretti che imitano quelli dei castelli medievali, nelle aule che hanno l’orgoglio d’essere alte quanto larghe, Strauss è ancora il padre-padrone della speculazione splendidamente strutturata grazie alla quale questa accademia si consegna alla Storia.
Questione di inner circle: chi ha studiato con Strauss e a sua volta s’è dedicato all’insegnamento, implementa la trasmissione piramidale del suo pensiero, filtrandolo attraverso una lunga serie di griglie gerarchiche e selettive. Chi ha fatto parte del gruppo, chi ha bevuto a questa fonte, per quanto poi il suo pensiero e le cose della vita l’abbiano condotto su posizioni diverse, mantiene l’imprinting, un legame inscindibile con la formazione e con la consapevolezza che il maestro agisse ed elaborasse animato da una parvenza d’originale infallibilità, e comunque da un’equanimità sovranaturale, che solo i suoi seguaci, più tardi, avrebbero provveduto a travisare. Ovvero allorché alcuni di loro e, ancor più, alcuni allievi degli allievi, avrebbero cominciato a connettere l’insegnamento straussiano (o meglio: il trattamento che di esso avevano recepito) col prontuario per la teoria politica della nuova America, nella ridefinizione della sua matrice conservatrice e nella riscrittura dei suoi obiettivi e della sua predestinazione come nazione moderna.
In sostanza: straussiani si resta per sempre – si direbbe – anche quando si prendano tutte le distanze del mondo da coloro che oggi occupano i seggi di esponenti ufficiali del pensiero straussiano contemporaneo, in quella frenetica reincarnazione che porta il nome di neoconservatorismo. Perché il metodo intellettuale rimane lo stesso e ricorre all’analisi maniacale, all’osservazione ossessiva dell’oggetto del dibattito, alla scelta ponderata del linguaggio, del tono delle parole (e dei silenzi) utili ad affrontarlo, come i pensatori classici, invano, cercarono di imporci.
Si resta straussiani anche quando politicamente ci si colloca altrove, ad esempio tra le secche del pensiero liberal, reduci dalla stordente sconfitta elettorale di novembre. E sia pure con la consapevolezza che il grande saggio oggi, di fronte al formidabile successo dei suoi discepoli nel teatro politico di Washington e di fronte alla divaricazione tra il suo pensiero e quello degli epigoni, avrebbe optato per una terza via, forse clamorosamente apolitica, se non altro per quanto sarebbe stata avulsa da fattori imprescindibili dall’attuale dibattito politico americano, a cominciare dal decisionismo e dall’impatto del fondamentalismo cristiano – in flagrante latitanza di quella prudenza che Strauss evocava come indispensabile, allorché ci s’avventurasse nel territorio della politica reale. (“La filosofia è il tentativo di rimpiazzare delle opinioni con la conoscenza. Ma le opinioni sono il sale della città e dunque la filosofia è sovversiva”). Di questo – oltre che dell’incontenibile desiderio di restituire Strauss al suo pensiero puro, parla Anne Norton in un libro affascinante intitolato “Leo Strauss and the Politics of American Empire”. Libro strano, audace al punto da contenere le personali cronache di cosa abbia significato per un giovane spirito infiammato come il suo frequentare quella scuola, quei talenti filosofici e quegli insegnamenti (i docenti della Norton sono stati Joseph Cropsey e Ralph Lerner, due dei più eminenti e rispettati discepoli di Strauss). Passando poi a descrivere la complessità di quel metodo e di quella visione, fino alla sensazione di tradimento nel ritrovarli oggi banalizzati e strumentalizzati dai prosecutori dell’opera, quelli che la Norton giudica i dispensatori apocrifi del verbo di Strauss.
Una lettura digeribile anche per i principianti: sia in chiave oggettiva, allorché traccia la storia dello Strass emigrante forzato, la vicenda dell’ebreo nella Germania di Weimar, coerente elaboratore di un’idea politica sofferta, improntata a un realismo che basa l’azione necessaria sulle fondamenta dell’analisi documentata e della riflessione approfondita, oltre che sulla particolare percezione psichica del senso di pericolo e di persecuzione che aleggia sull’umanità. Ma anche un libro che si riveste d’assoluta soggettività allorché la Norton assume il suo punto di vista causticamente critico, pamphlettistico, nel definire gli sviluppi e le terminazioni politiche straussiane onnipresenti oggi nella geografia del potere di Washington. Un gran lavoro da pentita di rango.
Gli Straussiani, si sa, incarnano il cuore teorico del pensiero neoconservatore, straordinario arsenale intellettuale alla base del dinamismo dell’amministrazione Bush, capace di far impallidire lo sgretolato scenario teorico della sponda democratica. Paul Wolfowitz, mastermind della guerra in Iraq, Abram Shulsky, direttore dei Piani Speciali del Pentagono, Leon Kass, responsabile del Consiglio presidenziale sulla Bioetica, temuti teorici quali Francis Fukuyama, Alan Keyes, William Kristol, Robert Kagan: straussiani doc, educati alla scuola d’eccellenza del muscolare realismo politico e al culto della “finest hour”. Su tutti lo scomparso Allan Bloom, il più amatoodiato, certamente il più esposto alle accuse di volgarizzazione del pensiero straussiano. La Norton (che oggi insegna Scienze politiche all’Università della Pennsylvania) individua la differenza tutt’altro che sottile – almeno per chi, come lei, si sia formata alla scuola di Strauss – tra la cadenza e il rigore del pensiero originale e il suo riuso contemporaneo, chiavistello filosofico del potere di Washington. Il suo libro è un appassionato libro di parte e come tale va letto (“Noi democratici vaghiamo nella sera, senza certezze su cosa il futuro ci riserverà”). Ma è anche il libro di un un’insider particolare, ben attrezzata sulla sfera teorica prima che sui sotterfugi lobbystici. E poi è anche la ricostruzione emotiva di uno spiazzamento, uno sdoppiamento tra teoria e pratica, tra dottrina ed esperienza.
Perché “tu fai quello che riesci a fare. Al resto provvede lo zeitgeist”, come ha detto Arthur Miller in una delle ultime interviste. Discorso che può adattarsi anche a Leo Strauss e alle sue attuali rivisitazioni. Soprattutto allo sbriciolarsi di tante illusioni teoriche, che alcuni suoi studiosi denunciano, assistendo allo svolgersi convulso delle cronache di politica internazionale contemporanea. Alla luce di questa premessa, abbiamo interrogato Anne Norton attorno alla legittimità dell’apparato intellettuale degli straussiani della Washington d’oggi.
Quanta influenza realmente esercitano attualmente gli insegnamenti di Leo Strauss sull’amministrazione Bush? “E’ una questione complessa. Gli straussiani esercitano un’influenza significativa, gli insegnamenti di Strauss molto meno. Gli straussiani hanno una potente presenza nei quadri intermedi della burocrazia. Mantengono questo genere d’influenza da un certo tempo, diciamo a partire dall’amministrazione Reagan. E questa è, come può confermare qualsiasi esperto di politica, una strada tranquilla e sicura per il rafforzamento del potere. Di recente gli straussiani hanno progredito a livelli più alti della burocrazia, acquistando potere sul Presidente e sul suo partito. E per quanto siamo abituati a prenderli in considerazione per la loro influenza sulle guerre in Afghanistan e in Iraq, attualmente esercitano una profonda influenza anche sulle questioni della sanità e della teoria politica.
Un’influenza che si manifesta in molti modi. Ad esempio attraverso la loro capillare presenza in molti think tank di Washington e in tante fondazioni in giro per il Paese. E, dal momento che gli straussiani dispongono di un più sofisticato pedigree intellettuale e di un programma più coerente di tanti altri gruppi che si rifanno a una radice teorica comune, tendono ad avere un prestigio crescente. Oltre a tutto ciò, essi hanno stabilito importanti alleanze, in particolare con i fondamentalisti cristiani. Per molti aspetti, hanno determinato il programma e il linguaggio del partito repubblicano e della destra americana in genere. Questa loro presenza nei livelli medio-alti della burocrazia, la loro presenza nei think tank, la loro capacità di definire il linguaggio da utilizzare nel dibattito, fanno sì che l’influenza degli straussiani sia destinata a durare ben più a lungo dell’amministrazione Bush.
Detto questo, gli straussiani, naturalmente, non sono degli eccellenti interpreti di Strauss. Se avessero letto meglio Strauss, oggi rappresenterebbero un pericolo ben inferiore. La conclusione è che non si può certo dire che gli insegnamenti di Strauss abbiano avuto lo stesso peso degli straussiani”.
Questo rende dunque sempre necessaria la distinzione tra Strauss, i suoi discepoli e gli straussiani di Washington… “Assolutamente sì. Io preferisco chiamare gli accademici che leggono e studiano Strauss (che ne siano seguaci o meno) ‘allievi di Strauss’, per distinguerli dagli straussiani neoconservatori di Washington. Questi ultimi sono più ideologici e tendono a essere meno raffinati dal punto di vista intellettuale. Ma sono anche molto più potenti”. Quali sono le connessioni logiche tra l’assunto di Strauss che la guerra sia necessaria e la crociata neoconservative per la creazione di quello che lei chiama l’Impero Americano? “La crociata per fondare l’Impero Americano è come il meraviglioso Mississippi, un fiume che si nutre di tanti affluenti, molti dei quali fangosi. Possono esistere le connessioni che lei dice, ma non sono sicura che possano essere definite ‘logiche’. Una corrente affluente, ad esempio, può essere costituita dal desiderio – desiderio filosoficamente e politicamente ambizioso – di spingersi oltre quanto fecero la Grecia e Roma antica. Gli americani – i texani in particolare – adorano essere i più grossi in circolazione (“Ingrandiscilo!” dicono loro). Come scrive il poeta Whitman, ‘le dimensioni sono solo l’effetto di una crescita’. Gli straussiani pensano a Tucidide e al fallimento della spedizione in Sicilia. Se l’America riuscisse a concretizzare una simile spedizione, folle e ambiziosa, e vincesse, potrebbe diventare l’Impero che Atene non seppe essere. Gli straussiani sono anche preoccupati da quello scadimento della serietà morale che Strauss temeva fosse in atto in occidente e dallo smarrirsi di una maschilismo che sono convinti di poter restaurare attraverso il tempo di guerra (nel quale, naturalmente, si guardano bene dal mettere al repentaglio le loro stesse vite)”. Strauss fu uno sponsor del Sionismo? Ed esistono differenze tra i suoi punti di vista e quelli neoconservative sulla questione? “Gli scritti di Strauss sul Giudaismo sono struggenti, profondi, audaci ed enigmatici. Uno degli allievi di Strauss (che è stato anche uno dei miei docenti) una volta presentò Strauss a un gruppo di ebrei come ‘l’uomo che ci insegnato che Maimonide era un ateo’. Strauss scrisse: ‘Israele, il popolo eterno, è il simbolo dell’umanità’ e ‘il patriottismo dei profeti alla fine altro non è che universalismo’. Questo non è certo Sionismo nel senso convenzionale del termine. Credo che Strauss avesse un senso di profonda lealtà verso il Giudaismo inteso come religione dei libri sacri e verso gli ebrei come popolo destinato a incarnare il pensiero, l’interpretazione dei testi e il significato della vita in esilio. Percepiva l’incalcolabile valore del Giudaismo per la filosofia e per il mondo. Gli straussiani, come molti americani – ebrei e non ebrei – sono innamorati del mito del colono, laddove Israele incarna il maschilismo e il potere. Vorrebbero che la stessa America si modellasse su Israele, adattando atteggiamenti marziali e guerrafondai. Sono gli stessi che demonizzano i musulmani, giudicandoli il nemico mandato dalla provvidenza. Che vedono gli americani e gli israeliani alleati nella crociata per combattere questa incarnazione del male, questo nemico inviato dalla provvidenza. Israele rappresenta un punto cruciale nell’influenza politica esercitata dagli straussiani, perché li autorizza ad avviare una causa comune insieme ai fondamentalisti cristiani americani. Quegli stessi fondamentalisti convinti che la fine del mondo – ‘la fine dei giorni’ – penda sulla nostra testa. Gli stessi che paventano l’apocalisse (ragion per cui Bush e i suoi alleati si mostrano indifferenti alle questioni dell’ambiente). Anche il restauro del Tempio di Gerusalemme è parte di questa escatologia millenaristica. E questa strana alleanza ha reso entrambi le parti – i fondamentalisti cristiani e i neoconservatori sionisti – assai più influenti di quanto fossero singolarmente. Ho la sensazione, comunque, che i teorici europei abbiano riflettuto con più profondità di quelli americani sulla relazione tra Strauss e il Giudaismo. E soprattutto che questa questione rivesta un’importanza maggiore per gli americani.
Che hanno fatto della protezione di Israele la licenza per un nuovo antisemitismo: quello che fa degli arabi, anziché degli ebrei, il proprio bersaglio, spingendo per una nuova serie di massacri organizzati globali”. Strauss rispettava il pensiero politico musulmano. Come la prendono gli straussiani? “Strauss nutre un profondo rispetto per il pensiero musulmano. In ‘Persecution and the Art of Writing’, una delle sue opere più importanti, scrive che la lettura dei filosofi ebrei e musulmani gli permette la visione di ciò che altri non riescono a vedere. Aveva una particolare ammirazione e affezione per Al Farabi. Strauss si preoccupò di educare tutta una generazione di studenti alla familiarità con il pensiero ebreo e musulmano. Sono pochi, pochissimi i teorici politici angloamericani che ai tempi di Strauss leggono questi filosofi. E sono pochissimi oggi. Per quanto mi riguarda, grazie a Strauss e ai suoi discepoli, ho studiato i filosofi musulmani e li insegno ai miei studenti. Gli straussiani, naturalmente, hanno cassato qualsiasi menzione relativa alle connessioni tra Strauss e l’Islam.
Quando parlano o scrivono di Strauss, fanno sparire ogni citazione di Al Farabi. E questa è una gran distorsione, un’ingiustizia sia verso Strauss che verso il filosofo musulmano”. Esiste una qualche reale continuità tra la filosofia politica di Strauss e l’influenza esercitata da Paul Wolfowitz sull’amministrazione Bush? “A mio parere si può parlare di una tenue continuità filosofica, di una resistente continuità quanto a discendenza intellettuale e di un certo grado di continuità estetica. Perché la filosofia di Strauss ha subito significative distorsioni, ma i suoi allievi hanno prestigio e tengono viva la sua memoria e la sua influenza e perché il linguaggio, i miti, le consuetudini e l’espressività della comunità intellettuale di Strauss restano forti e consistenti. Dal momento poi che questo linguaggio e questo patrimonio perpetuano gerarchie, pregiudizi e preferenze, essi assumono un peso politico autonomo”. Qual è stato il ruolo di Allan Bloom nell’amministrazione dell’eredità filosofica di Strauss? “Bloom ha avuto un’influenza-chiave. Bloom ha deviato il corso dell’influenza di Strauss, indirizzandolo verso strade inattese e moltiplicandone gli sbocchi. Strauss presentava la filosofia come la ricerca più alta. Bloom insegnava ai suoi studenti la brama per il potere mondano. Le politiche di Bloom erano politiche di risentimento. Bloom vedeva se stesso come l’outsider che riesce ad accedere ai circoli privilegiati. Il mondo a cui aspirava era quello nel quale tutte le vecchie esclusioni restavano intatte, con la differenza che lui non era più tra gli esclusi. Penso a Bloom come a colui che scrive la versione maschile (o meglio la versione per ragazzi) d’un genere di libri molto popolari tra le donne americane: i romanzi sentimentali. La fantasia dominante nel romanzo sentimentale è quella dell’esclusione. Il sistema di classe, l’aristocrazia, i ranghi della nobiltà rimangono intatti. Ma l’eroina povera si trasforma inaspettatamente in ereditiera, quella anonima si rivela bellissima, la gentildonna impoverita fa innamorare un baronetto o un miliardario. Che equivale a quanto Bloom e i suoi allievi desideravano per loro stessi: il dolce privilegio di escludere gli altri. Bloom è stato importante nell’indirizzare gli straussiani verso il governo, nel nutrire i loro risentimenti, in particolare verso le donne e gli afroamericani, e nel trasmettere ai propri allievi una versione di Strauss volgare e maldigerita”. Oggi lei vede il riuso che del pensiero di Strauss fanno molti straussiani come una scorciatoia per rafforzare il loro gusto per i disegni grandiosi, in un certo senso per il “think big”? “Si, la vedo così. La gente dimentica che i filosofi sono profondamente, voracemente ambiziosi. Desiderano ardentemente vivere in eterno, continuare a insegnare anche dopo morti.
Guardano lontano. Vogliono fare grandi cose. L’idea di grandezza di Strauss non era quella esposta oggi dagli straussiani, ma costoro possono comunque aver mutuato da lui la brama di grandezza”. Col passare del tempo Leo Strass diventa sempre più un enigma. Se avesse l’opportunità di ricominciare dall’inizio nel presentare il suo lavoro come lo farebbe? “Penso che il modo migliore per avvicinare una persona al pensiero di Strauss consista nel sottoporgli i saggi che egli stesso raccolse negli ultimi anni della sua vita sotto il titolo di Studies in Platonic Political Philosophy. Fu lui stesso a sceglierli, mentre la sua esistenza volgeva a conclusione. Ma se invece dovessi spiegare il perché Leo Strauss sia diventato il prediletto di tutta una serie di ideologi di destra, consiglierei di leggere Natural Right and History”. Infine: quanto c’è della filosofia di Strauss nella mutazione che ha trasformato molti vecchi conservatori in neoconservatori? “L’avvento dei neoconservatori a partire dalla conservazione classica va attribuita agli straussiani e non a Strauss. Certo, ci sono fattori nei quali si può riconoscere la mano e il pensiero di Strauss: ad esempio nel timore verso le organizzazioni internazionali, che lui condivideva con Schmitt e Kojève. Strauss, naturalmente, era contraddistinto dalla virtù della prudenza, tipica del vecchio conservatorismo. Dal mio punto di vista, il pensiero neocon deve più a Carl Schmitt che a Leo Strauss, per quanto i neocon detestino ammetterlo. Quando Irving Kristol – lo stesso che si è autoproclamato ‘padrino dei neocons’, padre dello straussiano Bill Kristol – scrive di teoria neocon, pone al centro la distinzione ‘amico-nemico’ di Schmitt. I neoconservatori vogliono uno ‘Stato forte’ con un leader forte. Vogliono una politica estera espansionistica. Cantano le lodi della guerra e delle virtù belliche e denunciano la decadenza degli intellettuali. Vorrebbero che le donne tornassero al ‘kinder, kirche, kuchen’. Inscenano rappresentazioni patriottiche.
Incoraggiano i cittadini a informarsi su chi siano i vicini di casa. Pianificano l’avvento di un nuovo ordine mondiale capace di rivaleggiare con l’Antica Roma. Kristol dice che gli europei non possono capire il neoconservatorismo perché è distintamente americano. Io invece credo che gli europei possano capirlo fin troppo bene. Che possano vedere ciò che gli americani troppo spesso non riescono a vedere: le ombre del fascismo”.


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