"La Valle dei Mulini" di Piero Pierotti , Pisa, Pacini editore, 1993 .

 

La prima esperienza risale al 1982, quando fummo chiamati a studiare l'abitato di Rio nell'Elba (Livorno). Si era creato allora un comitato di studiosi incaricato di definire un programma per dare valore alle risorse museali dell'isola (archeologiche, artistiche, storiche, naturali, urbanistiche). L'idea, allora giovanissima, di un museo all'aperto fu subito sposata da tutti e, nel volgere di un decennio, si rivelò assai feconda. Del resto gli archeologi, nonché i colleghi che si occupavano di scienze botaniche e di scienze naturali, per ragioni oggettive non potevano rinunciare a conservare 'in situ' buona parte di ciò che intendevano valorizzare. In particolare gli studiosi di biologia marina, anziché propone la realizzazione del solito acquario, preferirono puntare sul parco marino dell'arcipelago Toscano, che, infatti, si realizzò. Un'altra scelta fu subito considerata efficace e dunque adottata: coinvolgere direttamente nel programma gli studenti universitari. Legare fra loro, sul posto, didattica e ricerca sembrò infatti un buon avvio sperimentale per la realizzazione di un progetto globale di museo cibano. Anche questa decisione, benché portata avanti fra mille difficoltà, si rivelò positiva. L'entusiasmo dei ragazzi compensò da solo le disfunzioni logistiche e organizzative che di volta in volta si presentarono. Alla cattedra di Storia dell'Urbanistica dell'Università di Pisa fu affidato come primo compito lo studio del paese di Rio nell'Elba. Vi organizzai uno stage estivo, coordinato da tre laureati (Corrado Benzio, Irene Campari, Cristina Testa) con la partecipazione di una decina di studenti. La situazione che trovammo in quel paese era però assai difficile: al limite del dramma sociale. La decisione di chiudere le miniere del ferro, dopo quasi tre millenni di attività, non incideva solo sulle condizioni economiche degli abitanti. Essa distruggeva la loro cultura del lavoro, dell'ambiente, del territorio. La crisi di identità era profonda, la voglia di fuggire il sentimento più diffuso. Quel paese delizioso, disteso su uno sperone montano in vista del mare, appariva brutto e odioso a buona parte dei riesi, che vivevano in quel momento una reazione di rigetto. Probabilmente arrivammo lì nel momento più opportuno, ossia prima che molti decidessero di svendere le case al primo venuto e di andarsene. La stessa presenza dei ragazzi che studiavano, schedavano, disegnavano, fotografavano offriva una testimonianza di valore e insieme rendeva manifesta una prospettiva, ossia quella di collegare anche Rio nell'Elba alla forma di economia ormai vincente nell'isola: il turismo. Del materiale raccolto fu fatta una mostra e furono pubblicati i risultati.
Ma lo studio si limitò al paese e non investì i suoi dintorni. Restò dunque fuori la testimonianza di un'altra delle risorse del territorio, questa abbandonata da ancora più tempo e ormai semi nascosta dai rovi: il sistema dei mulini e dei bottacci che si distendevano fra Rio nell'Elba e Rio Marina. L'occasione per occuparsene si ripresentò quasi dieci anni dopo. Nell'imminenza delle elezioni amministrative del 1990 il recupero della valle dei Mulini fu inserito nei programma elettorale della maggioranza e, insediato il nuovo consiglio comunale, fu dato il via al progetto. In realtà non avevo mai interrotto i rapporti con l'Elba e con Rio. L'ultimo impegno, sempre nel contesto dell'individuazione di un sistema museale cibano, riguardò il costituendo parco minerario e mineralo-gico nella sede delle miniere del ferro ormai dismesse e abbandonate. Ma poi la progettazione esecutiva se ne andò per proprio conto (certi manufatti previsti per il parco somigliavano troppo alle residenze e alle attrezzature di un villaggio turistico per essere credibili come strutture culturali) e la stessa commissione di studiosi preposta al sistema museale si dissolse con l'estinguersi delle già esigue fonti di finanziamento. Solo il formarsi di un interesse diretto da parte dell'amministrazione comunale di Rio nell'Elba, che si assunse per intero gli oneri dello studio, riaprì il discorso su basi completamente nuove. Ci fu infatti dato l'incarico di elaborare un progetto di fattibilità in vista del possibile recupero dell'intera valle. Tutto fu predisposto per l'estate 1991. Base logistica fu quella già collaudata nel 1982, ossia il complesso scolastico di Rio. Affidai l'incarico di coordinare il lavoro della schedatura dei manufatti a una laureata recente, Delia Giannini, che aveva dato buone prove di sé studiando il litorale pisano. Il lavoro di ricerca in archivio fu invece seguito sul posto da Simona Comaschi, autrice di una tesi di laurea sul territorio minerario che avrebbe dovuto essere funzionale alla creazione del parco minerario e mineralogico e che invece, dati i nuovi orientamenti villaggistici assunti nel frattempo dalla progettazione, non fu né utilizzata per quel fine né pubblicata.
Aggiungo anche (sarebbero questioni private ma in questo caso non posso tacerle) che Simona Comaschi, dovendo intrattenersi lungamente a Rio per ragioni di studio, maturò anche interessi (non scientifici) per un giovanotto del luogo e lo sposò, Mauro Scalabrini, all'epoca amministratore comunale, divenuto vice sindaco e assessore all'urbanistica e all'ambiente dopo le elezioni del 1990, fu in effetti insieme con la moglie l'animatore politico di tutta l'operazione. Era prevista la partecipazione di un terzo laureato, Marco Bigliazzi, che aveva il compito di curare specificamente le elaborazioni al computer. Infatti, se le modalità della ricerca erano simili a quelle di dieci anni prima, la metodologia operativa che avevamo immaginato era completamente diversa. Per la prima volta volevamo sperimentare la possibilità di inserire tutto quanto (schede di archivio, schede di rilevazione, schede delle interviste) dentro un elaboratore per poter disporre in tempo reale dei dati che venivano man mano raccolti. Ciò comportava che gli studenti (oltre naturalmente ai coordinatori) si rendessero immediatamente padroni dell'uso di almeno due tipi di software: un programma di scrittura e un data base. Non era una scommessa da poco. Considerando le difficoltà che i ragazzi dovevano affrontare chiesi a chi partecipava di impegnarsi per un periodo minimo di venti giorni. Sapevo che togliere venti giorni dell'estate a uno studente universitario significa azzerargli le vacanze ma non potevo fare diversamente, perché era da mettere nel conto almeno una settimana di ambientamento. Imposi anche vita cenobitica: per ragioni di responsabilità amministrativa, ma anche di organizzazione del lavoro e di reciproco rispetto, non potevano essere ammessi nella struttura né fidanzati né amici né parenti fino al primo grado incluso. Mi aspettavo una defezione totale. Ci fu invece un eccesso di richieste. Non tutto naturalmente filava liscio. Qualche nuvola si addensava sul nostro lavoro e non di poco conto. Inoltre quella che presumibilmente era la Valle dei Mulini sul momento si presentava come un ammasso di rovi da cui affiorava qualche rudere indecifrabile. Solo l'esito della ricerca poteva dire se c'era davvero qualcosa degno di essere recuperato e che cosa: ma noi eravamo lì per quello. Ci eravamo anche messi in grado di consegnare i risultati del lavoro in tempo reale. Entro agosto potevamo fornire all'amministrazione comunale (e tramite questa alle altre amministrazioni) tutti gli elementi che servivano per prendere le decisioni successive. Decidemmo di lavorare senza preoccuparci d'altro. Le difficoltà che man mano si presentavano furono oltrepassate, anche se talvolta con l'amarezza di chi non intravede l'esito della propria fatica. Fortunatamente la collaborazione del comune di Rio non ci mancò e questo ci aiutò non poco a superare parecchi ostacoli, anche psicologici, che si potevano frapporre fra noi e la valle. Neppure i proprietari dei terreni e dei fabbricati che dovevamo liberare (tutti privati) si opposero. Dunque, di fatto, nessuno ci ostacolò e moltissimi ci aiutarono senza riserve. Era ciò che ci serviva e non possiamo che esserne grati. La collaborazione fornitaci dall'amministrazione comunale di Rio aveva soprattutto un nome: Oliviero. Capelli lunghi, corpo asciutto e muscoloso, sguardo da uomo di mare, maniere rudi, parole come coltelli e cuore d'oro, quando era al timone di un suo gozzo col quale andava a pesca sembrava uscito tale e quale da un libro di pirati. E dei pirati aveva anche l'ingrediente più ovvio, ossia una protesi al posto della mano sinistra. Non l'aveva però perduta in un arrembaggio, ma da ragazzo, mentre cercava di smontare un residuato bellico. L'imbarazzo che potevamo provare di fronte a quella menomazione sparì subito quando Oliviero ci raccontò una storia. Dunque, come tutti gli elbani Oliviero non ama molto i fiorentini. Non per ragioni etniche, ma per divergenze culturali. Infatti i fiorentini, forse perché provengono dal continente, tendono a considerare il mare dell'Elba come una grande vasca da bagno e lo trattano per tale, ossia senza nessuna accortezza supplementare. Inoltre, essendo cittadini della capitale, lo usano come se fosse la vasca da bagno di casa propria. Per esempio, quando gettano giù l'ancora dalla barca, la lasciano andare come va va. Tutti sanno (tutti meno i fiorentini) che calare un'ancora è facilissimo; difficile è recuperarla, specialmente in mezzo alle altre. Uno di costoro si era appunto "intrufolato" come di consueto nel porto di Rio Marina, quando vide passare il gozzo di Oliviero il quale, con la sua aria da lupo di mare, dava l'impressione di saperci fare. "Mi dà una mano?", gli chiese il fiorentino avvilito ma speranzoso. "Sicuro", rispose prontamente Oliviero, e gli gettò la protesi dentro la barca.


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