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 Andrea Bocconi è nato a Lucca nel 1950 e vive ad Arezzo, dove esercita come psico-terapeuta. Ha scritto diversi testi teatrali, il romanzo Il monaco di vetro e, insieme a Patrizia Lacerna, il saggio Il matto e il mondo. Presso Guanda sono usciti
Viaggiare e non partire e Il giro del mondo in aspettativa.
Andrea
Bocconi "LA TARTARUGA DI GAUGUIN", Guanda 2005, 130 pagine, 12 Euro.
Parlare di viaggio ai carcerati. La tartaruga di Gauguin riuscirebbe a fare anche questo. Anzi, annulliamo l’ipotetico.
La tartaruga di Gauguin riesce a parlare a chi non ha mai viaggiato. A chi è sempre stato chiuso fra quattro mura, casomai in una piccola città. Una piccola città come quella in cui l’autore, Andrea Bocconi, è nato e cresciuto. Andrea però è riuscito ad allontanarsi dalla sua realtà, per raccontarne altre. E sono quattordici le storie che questo lucchese, aretino d’adozione, ci presenta nel suo ultimo libro. Storie in cui parla di quattro continenti. C’è l’Europa. L’Italia dove ad Arezzo un bambino impara a parlare, usando parole apparentemente insensate. L’Italia dove a Forte dei Marmi un uomo va sempre in vacanza nella seconda metà di giugno. C’è l’Asia, con Bombay e Singapore. C’è l’Oceania con Bali, Uttar Oradesh, Giava. C’è Tahiti, dove si snoda il racconto che dà anche il titolo al libro. Il racconto più bello, forse. Protagonista è Sandro Manetti, professore di storia dell’arte di Lucca, che parte alla ricerca del pittore preferito: Gauguin, inseguito già in Bretagna e in Danimarca. Manetti che lascia a casa la bella fidanzata, si invaghisce di una montagna di donna, Ayu, conosce un uomo misterioso, lo zio della ragazza thaitiana. Un mistero, che collega il pittore parigino all’insegnante lucchese, nasce e cresce durante la narrazione, attraverso una tartaruga che vive nella natura delle descrizioni, attraverso le parole del saggio zio. “Non tutti muoiono” dice, il vecchio, a Manetti quando calpesta il Pesce Pietra e gli chiede come fa ancora ad essere vivo.
Protagonisti delle storie sono i personaggi, che diventano un tutt’uno con i luoghi. Facce e storie così simili anche se così lontane dal punto di vista geografico. C’è il ragazzo che non alza lo sguardo e studia e conosce e parla con il mondo guardandogli le gambe, i piedi, il modo di camminare. C’è la donna che dopo un viaggio in India quando torna è cambiata, grazie ad un bellissimo acquisto. Ci sono poi quelli che riconoscono gli elfi e quelli che non ci credono, o almeno vorrebbero. E poi c’è il Dott. Agung, che comunicava con la pittura. Dipingeva in maniera ossessiva sempre lo stesso soggetto, appendendolo alle pareti di casa, pretendendone l’affissione in quelle degli altri. La normalità e la realtà quotidiana, che si intrecciano e si annullano, o completano, quando, d’un tratto, sopraggiunge la volontà di stare zitti. Di chiudere la bocca. Cucirla. Forse ascoltare. Un’espressione di sé che si articola, poi, in passeggiate nelle risaie, caffè al bar, musica di xilofono. Un silenzio che è fatto, soprattutto, di aquiloni costruiti con sacchetti di plastica. Aquiloni che volano nel cielo, mossi dal vento. Senza pretese.
“C’è chi viaggia sempre e non parte mai; c’è chi parte e va lontano senza bisogno di viaggiare; c’è chi parte e non viaggia e chi non parte e non viaggia” dice Andrea. E lo fa attraverso le parole scritte sulla copertina, su uno sfondo verde e rosso, con delle palme gialle, stilizzate. E sembra quasi impossibile non credergli, che esista qualcuno che arriva lontano anche senza preparare i bagagli. Soprattutto dopo aver letto. Anzi, dopo aver viaggiato con lui, in Sierra Leone, in Turchia, in molte parti del mondo. Dopo aver viaggiato così a lungo. Con così tanto piacere.
Flavia Piccinni
Flavia
Piccinni nasce nel 1986 a Fasano, località rinomata a livello provinciale per il magnifico Zoo Safari. Vive per dieci anni a Taranto, poi si trasferisce, suo malgrado, a Lucca.
Ha vinto il Premio Campiello Giovani 2005 con il racconto 'Non c'è tutto nei romanzi'. Dice di sé: "18 anni non sono né pochi né tanti. Troppi, in ogni caso, per come gli ho spesi io. Fra film e libri, pomeriggi sul letto a guardare il soffitto e a immaginarmi come il Mar Ionio bagna la sabbia nel Golfo di Taranto. Parlare di me è semplice come scartare una sottiletta: te ne rimane sempre un pezzo nella carta e per estrarlo servono pinze, pinzette, a volte perfino le forbici. Parlare di me è dire che l’unico sport che faccio è guardare il tennis alla televisione, inclinare la testa mentre ascolto Ligabue, entrare nei miei jeans preferiti dopo tre settimane di tour fra ristoranti e pizzerie. Consolarsi con il più bel complimento che mi abbiano fatto. “Ma è scema!” ha detto uno: che sollievo! – ho pensato io: solo quando una è carina ci si appoggia ai residui cerebrali. 18 anni non sono né pochi né tanti ma mi bastano per dire che sono momentaneamente entusiasta di come mi vanno le cose, anche se ogni tanto va bene, ogni tanto va male."
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