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David Leavitt è nato nel 1961 a Pittsburgh e ha trascorso l'infanzia e l'adolescenza a Palo Alto, in California frequentando un ambiente d’elite, dove cultura ed eleganza procedevano a braccetto. Il padre è un professore mentre la madre Gloria, impegnata in diverse associazioni a sfondo sociale, è morta di cancro dopo una malattia durata dodici anni. Una figura, quella della madre, che tornerà spesso nelle pagine di Leavitt che le ritrae quasi sempre come donne coraggiose e forti. Così come torna spesso il tema della malattia e della sofferenza (“Eguali amori” - Equal Affections del 1988 propone entrambe le tematiche raccontando la frammentazione di un nucleo familiare allo sbando in seguito alla necessità di fronteggiare la difficile prova della madre ammalata di cancro).
Laureatosi in letteratura alla Yale University ha conosciuto la celebrità e raggiunto il successo nel 1984 quando aveva soltanto 23 anni grazie alla bellissima raccolta di racconti “Ballo di famiglia” (Family Dancing), storie tormentate di giovani delusi e della loro assoluta negazione di ogni minima speranza. Omosessualità, malati terminali, matrimoni sull’orlo del fallimento e impossibilità di trovare amicizie disinteressate sono i temi principali trattati in questa raccolta, temi sui quali sotto forme e approcci diversi si basa l’intera produzione letteraria di
Leavitt.
Dopo la pubblicazione della prima raccolta, critici e mass media si affrettarono a trovargli una connotazione ben definita e ad associare le sue opere a quelle di due altri giovani scrittori del calibro di Jay McInerney e Bret Easton Ellis per dar vita alla fortunata corrente letteraria del minimalismo o, prendendo in prestito la definizione appositamente coniata da Fernanda
Pivano, post-minimalismo.
Erano gli anni del culto dell’immagine e Leavitt si trovò a ricoprire il ruolo (per altro sempre rifiutato e sconfessato) di capogruppo e maggiore esponente della corrente letteraria presa a modello per identificare il vuoto e la desolazione degli anni ottanta. Ruolo che, tuttavia, gli stava stretto coltivando ben altre ambizioni letterarie che si manifestarono ben presto con la pubblicazione del romanzo “La lingua perduta delle gru” (The Lost Language of
Cranes) e della nuova raccolta di racconti “Un luogo dove non sono mai stato” (A Place I've never
been) dove accanto alle solite tematiche si affaccia quella relativa alla “casa” intesa nell’accezione più ampia del termine.
Può sembrare che Leavitt sia uno di quegli autori che si limitano a scrivere sempre lo stesso libro limitandosi a mescolare le carte in tavola. In parte la considerazione è da ritenersi fondata, ma non va a discapito della qualità del prodotto. Leavitt è fedele ai suoi lavori, ai suoi personaggi, li coltiva, li fa crescere e cammina al loro fianco durante il loro processo di crescita e maturazione.
Ciò che presenta, al contrario, una costante evoluzione è sicuramente lo stile che si affranca dalla rigida conformità ai canoni tipici del minimalismo come la brevità, la estenuante ricerca della parola “giusta” e l’osservazione fredda e distaccata della realtà per rivolgersi ad una scrittura di stampo più tradizione che affonda le sue radici nei grandi romanzi inglesi dell’ottocento.
Molto interessante sono, inoltre, gli articoli e scritti raccolti nel volume “La nuova generazione perduta” dove Leavitt mette in evidenza i punti fondamentali e le componenti sociali del fenomeno degli “yuppies” e condanna il disincanto e la vacuità della generazione degli anni ottanta contrapponendola alla prima Lost Generation cresciuta dopo la prima guerra mondiale e raccontata da Hemingway in “Fiesta”. Generazione che in un certo qual modo ritorna come protagonista della sua ultima fatica letteraria, il classico romanzo di formazione “Martin Bauman” che racconta la scalata verso il successo del giovane protagonista (aspirante scrittore alter ego di
Leavitt) passando attraverso i corsi di scrittura creativa tanto di moda in quegli anni, delusioni più o meno cocenti e confidando nei consigli di Stanley Flint, professore e punto di riferimento di
Martin. La formazione letteraria procede di pari passo a quella umana che vede il protagonista fare i conti con la scoperta della propria omosessualità e la necessità di viverla apertamente affrontando emozioni e sentimenti quali la gelosia, la paura del rifiuto e delle malattie. Il tutto descritto da Leavitt con rara sensibilità e leggerezza che una volta di più confermano le sue doti artistiche e la raggiunta maturazione letteraria.
“Conobbi Stanley Flint nell'inverno del 1980, quando avevo diciannove anni. Allora era in fase di stallo tra un prestigioso lavoro editoriale e l'altro, appena licenziato dalla famosa rivista ma non ancora assunto dal famoso editore. Per guadagnarsi da vivere viaggiava da un'università all'altra, offrendo il suo celebre seminario di Scrittura Creativa, che si teneva una sera alla settimana e durava quattro ore. Su questo seminario circolavano le voci più disparate. Si diceva che alla fine del trimestre Flint inducesse i suoi studenti a mettere per iscritto i loro segreti più profondi, più intimi e più sporchi e poi li leggesse ad alta voce a uno a uno. Si diceva che chiedesse loro se erano pronti a dare un braccio o una gamba pur di scrivere una riga bella quanto quella d'apertura di Ritratto dell'artista da giovane. Si diceva che avesse con sé una pistola e sparasse un colpo ogni volta che uno studente leggeva una frase che lui giudicava formidabile".
(Martin Bauman - Martin Bauman, 2000)
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