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Chuck Kinder è nato nel West Virginia ed è una delle icone della letteratura americana contemporanea. Autore di due romanzi di successo negli anni settanta (“Snakehunter”, 1973 e “The Silver Ghost”, 1978), è stato il miglior amico di Raymond Carver e la fonte ispiratrice di Michael Chabon (suo allievo all’Università di Pittsburgh) per il fortunato personaggio protagonista del romanzo Wonder Boys e dell’omonimo film interpretato da Michael
Douglas.
“Snakehunter” (ancora inedito in Italia) e “The Silver Ghost” si inseriscono nel filone dei romanzi di formazione dove si ricostruiscono con affetto, ironia e una palpabile malinconia le ansie, la voglia di ribellione, i facili entusiasmi e le relative delusioni (“…è sempre troppo tardi per rimediare qualsiasi cosa con chiunque”) di un’intera generazione. Quella degli anni cinquanta in Silver Ghost, la stessa generazione mitizzata da pellicole come American Graffiti, Grease e Gioventù Bruciata dove le macchine erano grandi e bombate e le strade lunghe e deserte erano il simbolo del desiderio di fuga e riappacificazione con se stessi.
Dopo la pubblicazione di “The Silver Ghost” ha insegnato creative writing a Pittsburgh e lavorato alla stesura del suo terzo romanzo “Lune di miele” (2001). Un libro che ha avuto una genesi sofferta, più volte abbandonato e poi ripreso. Un vero calvario che lo porta a scrivere più di tremila pagine dove si raccontano l’amicizia di due grandi scrittori prima di diventare tali. Ambientato nella California degli anni settanta, Lune di miele è il racconto romanzato e al tempo stesso autobiografico del rapporto fra l’autore e Raymond Carver nascosti dietro gli pseudonimi di Jim Stark e Ralph
Crawford. Ed è proprio la continua sovrapposizione fra realtà e fantasia, tra ricordi più o meno sfumati ed episodi inventati che ha permesso a Kinder di creare un romanzo indimenticabile che attrae non solo i lettori curiosi di conoscere gli aspetti nascosti della vita dei due amici, ma anche e soprattutto quelli che Kinder stesso ritiene i suoi lettori ideali, cioè quelli “non hanno mai sentito parlare né di me né di Raymond
Carver".
Un’opera di proporzioni epiche che diventò romanzo vero e proprio solo grazie a Scott Turow che lo rimaneggiò fino a portarlo a novecento pagine e al successivo intervento dell’editor di Kinder che con un altro taglio ridusse ulteriormente di 450 pagine il manoscritto per arrivare ad una versione che risultasse idonea alla pubblicazione.
Entrambi i protagonisti sopravvivono grazie a trovate non sempre legali, ai margini della società e trovano conforto, prima che nella scrittura, nell’alcol e nel sesso. Le emozioni, i sentimenti e le situazioni, tristi o gioiose, felici o squallide sono tutte ritratte sotto una luce forte e eccessiva, quasi non esistessero le vie di mezzo ("Lune di miele possiede la luce magica di un mondo leggendario che non esiste più. È un romanzo divertentissimo sull’amicizia e sulla fragilità umana", Richard
Ford). La scrittura di Kinder si snoda in modo semplice ed elegante senza perdere efficacia nemmeno quando si tratta di spaziare fra personaggi e tempi diversi o quando racconta aneddoti divertenti evitando di ridurli ad episodi fini a se stessi.
C’è ironia, senso del grottesco, simpatia e comicità, ma mai pietà o compassione nei confronti dei protagonisti che fin dalle prime pagine appaiono quanto mai reali e genuini in ogni loro manifestazione tanto da far dire a Jay McInerney che "se Lune di miele non vi fa ridere, piangere ed emozionare, allora è meglio che consultiate subito un medico". Ad onor del vero qualche critico ha messo in evidenza come il risultato finale risenta delle imperfezioni presenti nella prima stesura del romanzo. C’è, forse, qualche passo di minore intensità e quando la scrittura si dilunga in modo quasi maniacale sui dettagli si affaccia una certa stanchezza, ma è un pegno che si paga con piacere di fronte al capolavoro di uno scrittore che “è una delle poche grandi voci del romanzo americano…Lune di miele è un libro splendido, comico e drammatico allo stesso tempo"
(Scott Turow).
“La radio suona a tutto volume nella Ford blu notte del ’49 rifilata, carenata e ribassata: My baby loves the western
movies. Boots saltella ancora alla luce dei fari sfregiando mostri immaginari con il coltellino a serramanico nuovo di zecca.
Non ti affettare il culetto, gli grida Jimbo.
Ehi, amico, sono un tipo tosto, io, rispose Boots e schioccando le dita torna saltando sulla macchina. I tipi tosti mica si tagliano, amico. Ehi, me lo lasci davvero il coltello? Lo posso tenere?
E’ tutto tuo, dice Jimbo. Lo puoi tenere, eccome. E’ il tuo coltello canterino, amico, tutto tuo. Tienili da conto amico. E’ speciale. L’ho dovuto estrarre da una roccia magica, quel bastardo. Sono stato l’unico del reame che è riuscito a farcela".
(The Silver Ghost - Silver Ghost, 1978)
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