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Il
volume percorre la biografia intellettuale di Margherita Sarfatti
facendone il filo per costruire alcune ipotesi sulla genesi dell'ideologia
fascista, e per definire il quadro di quei ceti intellettuali che
offrirono il loro sostegno al primo fascismo. Questa mondana e salottiera
figura, nota per la sua relazione con affettiva con Mussolini, viene qui
presentata come personaggio vivace e inquieto, profondamente partecipe del
dibattito politico e intellettuale che attraversò l'Italia giolittiana.
Partita dal socialismo positivistico di stampo ottocentesco che aveva
incontrato nella Milano di inizio secolo, Sarfatti assorbe nuove
suggestioni culturali dalle frequentazioni del modernismo, degli ambienti
futuristi e degli intellettuali de "La Voce", per poi fonderle in un
atteggiamento che confluisce gradualmente verso quell'ideologia
italianista per cui si distingue, secondo Emilio Gentile, il gruppo
vociano. La posizione interventista di fronte al divampare della Grande
Guerra ne sancisce in qualche modo il passaggio definitivo dal riformismo
turatiano, percepito come vuoto e ormai inerte, all'approdo - attraverso
il culto dei caduti - alle sponde mitologiche dell'Italia nuova da
costruire a guerra conclusa. Da tempo vicina a Mussolini, Sarfatti fu
in primo piano nella costruzione di un fascismo che proprio di quel mito
voleva nutrirsi. Ambiziosa, cinica e intuitiva, si accorse precocemente
che ciò che si andava costruendo era ancora un palcoscenico vuoto, che
andava riempito di codici identitari, di rituali e, soprattutto, di una
cultura (non solo politica) propria. Contribuì perciò a fondare
"Gerarchia", la rivista teorica del fascismo, chiamando a raccolta una
generazione di intellettuali di percorso simile al suo, e che doveva ora
elaborare la matrice genetica dello stato nuovo. Con "Novecento" tentò la
costruzione di un linguaggio artistico originale, radicato tuttavia nel
solco della tradizione classica, e divenne figura centrale nel mondo
dell'arte, in Italia e all'estero. L'exploit politico-culturale della
Sarfatti sarà comunque la biografia Dux, pubblicata nel 1925 e tradotta in
diverse lingue; in essa viene costruito il mito del duce attingendo a
piene mani al culto della romanità, in ossequio all'idea di classicità
moderna che il fascismo rappresentava. Un momento, quello della
diffusione di Dux che rappresenta il culmine dell'influenza della
Sarfatti, ma anche l'inizio del suo declino. Lo stato totalitario
costruito a partire dal 1926 aveva bisogno di intellettuali funzionari e
non di sperimentatori, benché intesi a promuovere una sintesi artistica
legittimata dal regime. L'intellettuale ebrea fu inoltre sempre avversata
dalle componenti rassiste del fascismo, a cominciare dall'ala guidata da
Farinacci, e negli anni Trenta, mentre calava sensibilmente il suo
ascendente su Mussolini, l'Italia si avvicinava sempre più alla Germania
hitleriana e antisemita. Il fascismo inseguito da Margherita Sarfatti
cominciava a divergere da quello reale, ma lei non smise però in fondo di
essere fascista. Spostò semplicemente l'oggetto della sua ricerca, sulla
scia drammatica dei numerosi ebrei in fuga dal vecchio continente: la
"terra promessa", così, non fu più la nuova Roma, sintesi della civiltà
classica e della modernità fascista, ma divennero gli Stati Uniti, del New
Deal, di Roosevelt e del mito americano. L'America vista come nuova
possibilità della civiltà europea e bianca (in cui gli ebrei fossero
inseriti, ma non i neri), l'America del melting pot ma anche del
segregazionismo. Quante furono le culture politiche del fascismo? Quali
di queste persero la loro battaglia e perché? Quali e quanti furono i
coetanei e i correligionari, di Margherita Sarfatti che, formatisi nelle
riviste antigiolittiane, credettero di trovare nella guerra e nel fascismo
l'occasione per diventare nuova classe dirigente del Paese? Quanti di loro
si accorsero, come Sarfatti, di non avere alcuno spazio reale? La storia
dell'Italia tra le due guerre è anche la loro storia, e questo libro è un
primo, pregevole tassello per raccontarla.
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