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Con
un titolo sconosciuto anche alla più accurata bibliografia digiacomiana -
naturalmente, pensiamo alla monumentale bibbia Salvatore Di Giacomo.
Ricerche e note bibliografiche, approntata vita natural durante da Franco
Schlitzer - ci raggiunge a circa un secolo dalla sua nascita un’opera
dell’autore di «Era de maggio», «Na tavernella», «Parole d'ammore
scuntento» e di «’O voto», «’O mese mariano» e delle novelle de L'ignoto e
di tante altre celebri opere. Non si finirebbe mai di elencare solo le
cose essenziali che Di Giacomo ha dato alla nostra letteratura, e che, tra
parentesi, attendono ancora un’adeguata sistemazione editoriale. Ed ecco
che, quasi a compensare questo annoso disappunto - che, ovviamente,
continua a lasciare il tempo che trova - abbiamo davanti non già una delle
sporadiche, e talvolta benemerite, riproposte che pur vi sono state, bensì
un’opera che vede ora la luce editoriale per la prima volta. Diciamolo
subito, Il «piccolo albo» dedicato a Elisa - pubblicato dalla Esi, con la
prefazione di Aldo Trione e l’introduzione di Laura Donadio - è un’opera
oltremodo curiosa, sia in sé e per sé, sia per le modalità della sua
emersione dal passato. Quanto a quest’ultima, non c’è che da evocare il
più che mai misterioso Caso, che a dispetto della sua denominazione sembra
proprio sapere quello che fa. Se da un lato - verrebbe voglia di dire «se
con una mano» - ha gettato lo scompiglio, e peggio, in quel tesoro
costituito tra l’altro dall’epistolario dell’impareggiabile scrittore di
lettere Salvatore Di Giacomo, dall’altro ha fatto ritrovare quei due
reperti eccezionali che sono Le lettere a Elisa del periodo 1906-1911 (nel
1973) e poi, venticinque anni dopo, le non meno preziose Lettere a Elena
che vanno, con continuità, dal 1908 al 1909 e, con discontinuità, fino al
1926. Ora è il turno di questo singolarissimo «dono» di «Salvatore a
Ellis» che, pur nella sua assoluta eterogeneità, ha non poco a che fare
con i due precedenti ritrovamenti. Più fortunato rispetto alle
vicissitudini patite dalle lettere a Elisa e da quelle a Elena - è rimasto
«gelosamente custodito nella biblioteca di un sensibile cultore di ”cose
napolitane”», ci dice la prefazione - Il «piccolo albo», d’altronde non
avrebbe potuto patirle, stando alla sua natura di «oggetto d'arte»
(costruito con felice sintonia dal suo «grafico» Giovanni Luccio). Consta
infatti di un gruppo di poesie del donatore, da lui trascritte con la più
bella delle sue grafie, che costituisce così una sua ideale autoantologia.
È mirata certo sulla destinataria, ma non perciò è meno rivelatrice di una
coscienza critica della quale, secondo una tradizione ancora operante,
egli sarebbe stato invece piuttosto sprovvisto. Di Giacomo qui sceglie
come emblematico componimento d’apertura una delle sue mirabili «ariette»,
poi denominata «Da ’o quarto piano» («Giacché te cucche ampresso / pe te
scetà matina»). Era un testo del 1895, non una novità dunque. Ma una
scelta migliore non avrebbe potuto farla per svelarci - consapevolmente?
Mah! - la non meno strana gestazione del «piccolo album». Già nato a metà
del 1909, come apprendiamo da una lettera a Elisa del 4 luglio di
quell'anno - «quel piccolo albo di poesie, di disegni che tu conosci e che
ti è destinato: lo ricordi?» - le viene donato soltanto il 18 gennaio
1911, stando alla lettera di dedica che vi è inserita. In quei due anni si
è arricchito ulteriormente, come ci dicono le date che riusciamo a
desumere dai nuovi «pezzi». In una decina di pagine, si sono aggiunti
altri autografi, tra i quali spiccano quelli raccolti in un’occasione
conviviale, al «Cova» di Milano il 7 luglio 1909: con Verga ci sono Arrigo
Boito, Marco Praga, Ada Negri. Anche i disegni, i bozzetti, gli schizzi
sono aumentati, diventando una dozzina, ad opera degli artisti più vicini
a Di Giacomo, da Luca Postiglione a Paolo Vetri, da Pietro Scoppetta a
Eduardo Dalbono. Sono stati inseriti gli omaggi di musicisti (Umberto
Giordano su un pentagramma ha segnato le prime note dell’aria «Amor ti
vieta» della sua Fedora, mentre Mascagni ha scelto «Un dì ero piccina»
dall’Iris). Si sono aggiunti altresì testi di colleghi di poesia e di
teatro (Ugo Ricci, con «Canzone»; Nino Martoglio, con «Rispettu»). Ma non
basta. Nella lettera di dedica, Salvatore dice a Elisa: «avrei voluto
concluderlo, avanti di offrirtelo. / Poi ho pensato che di tua mano
avresti potuto mettere qui gli altri miei versi che ti piacciono». La
spiegazione dell’indugio biennale starebbe dunque nella sua poetica
«decadente» dell’incertezza, del contradditorio, dell'indefinito (alla
quale deve poi i suoi capolavori). Se questa è una spiegazione possibile,
non è però sufficiente. Va integrata infatti con quella offerta dalla
contestualizzazione delle Lettere a Elisa con le Lettere a Elena. Da
queste ultime, dirette alla scrittrice rumena Elena Bacaloglu, si apprende
che solo nel maggio del 1909 sembra essersi conclusa una relazione, non
meno sui generis, collaterale a quella con Elisa. Ma si apprende anche
che, ancora nel dicembre del 1909, è a Elena che Salvatore invia l’album
strenna Natale, che ospitava i testi degli autori da lui sollecitati, da
Pascoli ad Alfredo Oriani. Sì, «il Signor poeta» Salvatore Di Giacomo era
davvero, sua croce e delizia, una persona molto complicata. |