"Di Giacomo, l'albo ritrovato" di Antonio Palermo, 2004

 

Con un titolo sconosciuto anche alla più accurata bibliografia digiacomiana - naturalmente, pensiamo alla monumentale bibbia Salvatore Di Giacomo. Ricerche e note bibliografiche, approntata vita natural durante da Franco Schlitzer - ci raggiunge a circa un secolo dalla sua nascita un’opera dell’autore di «Era de maggio», «Na tavernella», «Parole d'ammore scuntento» e di «’O voto», «’O mese mariano» e delle novelle de L'ignoto e di tante altre celebri opere.
Non si finirebbe mai di elencare solo le cose essenziali che Di Giacomo ha dato alla nostra letteratura, e che, tra parentesi, attendono ancora un’adeguata sistemazione editoriale. Ed ecco che, quasi a compensare questo annoso disappunto - che, ovviamente, continua a lasciare il tempo che trova - abbiamo davanti non già una delle sporadiche, e talvolta benemerite, riproposte che pur vi sono state, bensì un’opera che vede ora la luce editoriale per la prima volta.
Diciamolo subito, Il «piccolo albo» dedicato a Elisa - pubblicato dalla Esi, con la prefazione di Aldo Trione e l’introduzione di Laura Donadio - è un’opera oltremodo curiosa, sia in sé e per sé, sia per le modalità della sua emersione dal passato. Quanto a quest’ultima, non c’è che da evocare il più che mai misterioso Caso, che a dispetto della sua denominazione sembra proprio sapere quello che fa. Se da un lato - verrebbe voglia di dire «se con una mano» - ha gettato lo scompiglio, e peggio, in quel tesoro costituito tra l’altro dall’epistolario dell’impareggiabile scrittore di lettere Salvatore Di Giacomo, dall’altro ha fatto ritrovare quei due reperti eccezionali che sono Le lettere a Elisa del periodo 1906-1911 (nel 1973) e poi, venticinque anni dopo, le non meno preziose Lettere a Elena che vanno, con continuità, dal 1908 al 1909 e, con discontinuità, fino al 1926. Ora è il turno di questo singolarissimo «dono» di «Salvatore a Ellis» che, pur nella sua assoluta eterogeneità, ha non poco a che fare con i due precedenti ritrovamenti.
Più fortunato rispetto alle vicissitudini patite dalle lettere a Elisa e da quelle a Elena - è rimasto «gelosamente custodito nella biblioteca di un sensibile cultore di ”cose napolitane”», ci dice la prefazione - Il «piccolo albo», d’altronde non avrebbe potuto patirle, stando alla sua natura di «oggetto d'arte» (costruito con felice sintonia dal suo «grafico» Giovanni Luccio). Consta infatti di un gruppo di poesie del donatore, da lui trascritte con la più bella delle sue grafie, che costituisce così una sua ideale autoantologia. È mirata certo sulla destinataria, ma non perciò è meno rivelatrice di una coscienza critica della quale, secondo una tradizione ancora operante, egli sarebbe stato invece piuttosto sprovvisto.
Di Giacomo qui sceglie come emblematico componimento d’apertura una delle sue mirabili «ariette», poi denominata «Da ’o quarto piano» («Giacché te cucche ampresso / pe te scetà matina»). Era un testo del 1895, non una novità dunque. Ma una scelta migliore non avrebbe potuto farla per svelarci - consapevolmente? Mah! - la non meno strana gestazione del «piccolo album». Già nato a metà del 1909, come apprendiamo da una lettera a Elisa del 4 luglio di quell'anno - «quel piccolo albo di poesie, di disegni che tu conosci e che ti è destinato: lo ricordi?» - le viene donato soltanto il 18 gennaio 1911, stando alla lettera di dedica che vi è inserita. In quei due anni si è arricchito ulteriormente, come ci dicono le date che riusciamo a desumere dai nuovi «pezzi». In una decina di pagine, si sono aggiunti altri autografi, tra i quali spiccano quelli raccolti in un’occasione conviviale, al «Cova» di Milano il 7 luglio 1909: con Verga ci sono Arrigo Boito, Marco Praga, Ada Negri.
Anche i disegni, i bozzetti, gli schizzi sono aumentati, diventando una dozzina, ad opera degli artisti più vicini a Di Giacomo, da Luca Postiglione a Paolo Vetri, da Pietro Scoppetta a Eduardo Dalbono. Sono stati inseriti gli omaggi di musicisti (Umberto Giordano su un pentagramma ha segnato le prime note dell’aria «Amor ti vieta» della sua Fedora, mentre Mascagni ha scelto «Un dì ero piccina» dall’Iris).
Si sono aggiunti altresì testi di colleghi di poesia e di teatro (Ugo Ricci, con «Canzone»; Nino Martoglio, con «Rispettu»). Ma non basta. Nella lettera di dedica, Salvatore dice a Elisa: «avrei voluto concluderlo, avanti di offrirtelo. / Poi ho pensato che di tua mano avresti potuto mettere qui gli altri miei versi che ti piacciono». La spiegazione dell’indugio biennale starebbe dunque nella sua poetica «decadente» dell’incertezza, del contradditorio, dell'indefinito (alla quale deve poi i suoi capolavori). Se questa è una spiegazione possibile, non è però sufficiente. Va integrata infatti con quella offerta dalla contestualizzazione delle Lettere a Elisa con le Lettere a Elena.
Da queste ultime, dirette alla scrittrice rumena Elena Bacaloglu, si apprende che solo nel maggio del 1909 sembra essersi conclusa una relazione, non meno sui generis, collaterale a quella con Elisa.
Ma si apprende anche che, ancora nel dicembre del 1909, è a Elena che Salvatore invia l’album strenna Natale, che ospitava i testi degli autori da lui sollecitati, da Pascoli ad Alfredo Oriani. Sì, «il Signor poeta» Salvatore Di Giacomo era davvero, sua croce e delizia, una persona molto complicata.


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