In ricordo di Padre Giovanni Pozzi - Autori vari

Dante Isella "Pozzi: un francescano tra i classici" - Corriere della Sera, Domenica 21 Luglio 2002

E' morto ieri a Lugano, nella clinica Moncucco, dove era ricoverato da pochi giorni per accertamenti, padre Giovanni Pozzi, considerato uno dei maggiori italianisti. Aveva 79 anni.
Nel 2000 fu conferito al padre Giovanni Pozzi il Premio della Fondazione del centenario della Banca della Svizzera italiana, per i suoi meriti nei rapporti tra la Svizzera, sua terra d'origine (era nato nel 1923 a Locarno, da una famiglia di modesti artigiani) e l'Italia, che egli, come pochi, ha saputo illustrare con una lunga, appassionata attività sia di docente, dalla cattedra universitaria di Friburgo, sia di originale, profondo studioso della nostra letteratura. Tipico esemplare della gente lombarda, Giovanni Pozzi approdò studente a Friburgo, nel '47-48, quando già era stato ordinato sacerdote. Terminati gli studi teologici compiuti parte in Ticino e parte in Italia, vestiva il saio di frate cappuccino, apparendo agli occhi di tutti come un combattivo campione di carità cristiana, «degno confratello (è stato scritto), nel fisico e nel portamento», di padre Cristoforo, con la sua dolcezza mansueta e la fierezza del suo sdegno.
La formazione, solida e coerente, dove lo studio del greco e del latino si accompagnava alla filosofia sistematica e alla retorica, lo aveva indirizzato all'approfondimento dello stile dell'oratoria sacra del Seicento, esaminato nelle Prediche quaresimali di padre Emanuele Orchi da Como. E' questo il tema della sua tesi di laurea discussa con Gianfranco Contini, il quale, nel 1955, stendendo per Letteratura un suo informatissimo e profetico Parere su un decennio non mancò di segnalare la tesi di quel suo allievo. Ma l'influsso continiano per Pozzi più che per altri sta, oltre che nella lezione filologica, nel presupposto fondamentale che il passato è sempre una costruzione del presente (donde l'inconsueta capacità di chi sapeva unire in sé, con pari rigore e tensione intellettuale, gli interessi e le competenze del filologo romanzo con il talento del critico militante). Pochi anni più tardi, nel '60, l'edizione delle Dicerie sacre di Giovan Battista Marino, curata da Pozzi, veniva ospitata nella «Nuova raccolta di classici italiani», che Contini dirigeva per Einaudi. Qui le splendide pagine introduttive sono, anche a livello di scrittura, il miglior documento del fertile rapporto con il maestro.
Intanto, nel semestre invernale del '48-49 era arrivato a Friburgo, sulla cattedra vacante di letteratura italiana, Giuseppe Billanovich, impegnato, dopo gli studi sul Folengo, a ritrovare la continuità della cultura classica, attraverso i Padri della Chiesa, fino alla fondazione di un Umanesimo cristiano. La lezione di Billanovich, in coppia con Contini, rimase memorabile per Pozzi, coinvolto in due ricerche capitali: la raccolta dei Poeti del Duecento e l'esplorazione della biblioteca del Petrarca e del suo circolo, che doveva presto attrarlo verso testi e problemi del Quattro-Cinquecento neolatini. Si iscrivono in questo ordine di lavori l'edizione dell' Hypnerotomachia Poliphili , romanzo allegorico ed erudito scritto in un volgare violentemente latineggiante, stampata nel 1964, con un secondo volume di commento, che faceva seguito a due altri del '59 dedicati ai casi della vita e al catalogo delle opere del frate domenicano Francesco Colonna, di cui si sostiene la paternità dell'opera; e le Castigationes Plinianae di Ermolao Barbaro, uno dei maggiori antiquari veneti del Cinquecento (altri quattro volumi, apparsi tra il '73 e il '79). A queste imprese fuori dell'ordinario padre Pozzi seppe aggregare la passione e l'operosità dei suoi allievi migliori, così come gli avvenne, nel '76, per l'edizione e il commento dell' Adone , capolavoro del Marino e del Seicento europeo.
Sia il Polifilo che il Marino richiedono al loro cultore una competenza figurativa (che in Pozzi si alimentava anche di una antica passione per l'arte). Al versante della parola e insieme a quello della figura guardano alcuni dei suoi libri successivi, La rosa in mano al professore (storia del tema della rosa e dell'ottava da Lorenzo il Magnifico fino al Marino) e Rose e gigli per Maria (che ha per sottotitolo Un'antifona dipinta ). Ma a conquistargli un pubblico internazionale di qualificati lettori sono valsi, per ricchezza di sapere e per originalità, soprattutto, La parola dipinta del 1981, edito da Adelphi come pure le due ponderose raccolte di saggi, Sull'orlo del visibile parlare e Alternatim (1993 e 1996). L'opera indefessa di Pozzi annovera anche una ricchissima produzione più strettamente connessa con la sua religiosità e con la sua piccola patria, come, solo per qualche esempio, il bellissimo Come pregava la gente , gli studi degli ex voto del Canton Ticino, Grammatica e retorica dei Santi , la miscellanea da lui gestita sul Santuario della Madonna del Sasso di Locarno, o il volume Ad uso di , singolare ricerca sulle firme di possesso dei libri delle Biblioteche conventuali ticinesi, da cui emerge la diffusione nel Settecento delle idee giansenistiche. Opera prodigiosa, la sua, che evoca i nomi di atleti della cultura quali furono il Muratori o il Moscati. E che oggi con la sua scomparsa acuisce il nostro rimpianto.


Manuela Camponovo "Cordoglio per la morte di Padre Pozzi" - Giornale del Popolo, Lunedì 22 luglio 2002

Un profondo cordoglio ha suscitato la scomparsa di Padre Giovanni Pozzi: gli amici sapevano che non stava bene: (era stato ricoverato per alcuni esami alla Clinica Moncucco di Lugano) ma improvvisa è giunta la notizia della sua morte, avvenuta all'alba di sabato. Ed ora le lettere italiane ed europee dovranno fare i conti con la sua assenza ma anche con la responsabilità della testimonianza e dell'eredità trasmesse a diverse generazioni di allievi che, rimasti nel solco da lui tracciato oppure prese altre strade, deviazioni, hanno comunque dovuto partire da lì e sempre confrontarsi con la statura del Maestro.
Nato a Locarno il 20 giugno del 1923, entrato giovanissimo nell'ordine dei Cappuccini, dopo gli studi teologici e l'ordinazione sacerdotale nel 1947, egli seguì corsi di studi letterari e filologici, conseguendo il dottorato in letteratura medievale e moderna all'Università di Friburgo nel 1952, sotto la guida di Gianfranco Contini, di cui è stato il continuatore più originale. All'Università Cattolica di Milano assistente di Giuseppe Billanovich in filologia umanistica, per un trentennio (dal 1960), fu ordinario di letteratura italiana a Friburgo. Rientrato al convento dei frati di Lugano, gli venne assegnato nel 2000 il prestigioso Premio della Fondazione del Centenario della BSI (tra gli altri riconoscimenti, ricordiamo, il Premio internazionale «Galileo Galilei», patrocinato dai Rotary italiani, nel 1992; il Premio «Viareggio-Repaci» nel '96; il Premio speciale «Premio Chiara alla carriera» nel '98).
Uomo di chiesa e studioso fedele ad un preciso impegno di ricerca, rivolto soprattutto a campi e problematiche ancora inesplorati o comunque trascurati dalla cultura «ufficiale», varie, vaste, per qualità e quantità, le tematiche da lui affrontate: medioevo, umanesimo, barocco; le affascinanti indagini attorno ai rapporti tra parola e immagine; il rigore filologico applicato anche ad un repertorio apparentemente dimesso, come l'espressione religiosa popolare, destinata a restare altrimenti ai margini (nello studio «Come pregava la gente» del 1983, l'umile atto della preghiera è rivalutato come universo linguistico a se stante); le mistiche, la cui testimonianza ha saputo far riaffiorare con una straordinaria ricchezza di documentazione biografica, storica, critica. E poi il caso curioso che lo ha portato a rivestire il ruolo di scopritore del talento letterario di Fleur Jaeggy della cui opera, romanzo dopo romanzo, divenne singolare esegeta. L'ultima occasione pubblica, per Padre Pozzi fu proprio la presentazione di «Proleterka», la nuova opera della scrittrice italo-svizzera, lo scorso maggio, alla Biblioteca Salita dei Frati. Alla fine della serata, la restia Fleur Jaeggy prese la parola solo per citare, significativamente, il lavoro al quale lo studioso si stava applicando, al cui titolo ora non si può evitare di dare un senso emblematico: «Tacet».


Ottavio Besomi "La scomparsa di Padre Giovanni Pozzi" - Corriere del Ticino, Domenica 21 Luglio 2002

Nella poca lucidità che la commozione produce, mi viene alla mente in primo luogo, non so perché, l'ultima intervista rilasciata da Padre Pozzi a Repubblica: risposte rapide, fulminanti, nervose, su un tono di provocazione quasi irritata; nel chiedermene la ragione, mi sono immaginato una risposta che ora ritengo valida: era l'urgenza di respingere l'evidente leggerezza dell'interrogante, per andare all'essenziale. Con lo stesso atteggiamento lo vidi nell'ultimo incontro, in una commissione cantonale per l'edizione di testi letterari: post factum, mi pare di capire che volesse stringere, andare al centro delle cose, evitare la dispersione, proprio come se il tempo fosse per scadere. Era del resto, questo, il suo abito comune: un'applicazione che non conosce soste al lavoro intensivo, condotto con grande lucidità e tenacia, con severità, esercitata tanto su di sé quanto su chi gli stava accanto, studente o studioso che fosse. E ciò sia nel rapporto individuale, sia nel rapporto di gruppo: bene sa chi ebbe la fortuna di partecipare ai cosidetti «incontri del Bigorio»: seminari informali di lavoro intensissimo, dove lo studioso affermato si affiancava allo studente appena iniziato su temi di ricerca anche comuni. Una formula ammirata dai colleghi italiani, che portò a operare nel laboratorio comune Carlo Dionisotti, Dante Isella, Maria Corti, Domenico De Robertis, Cesare Segre, Franco Gavazzeni, Guglielmo Gorni e altri: il meglio dell'italianistica del momento. Un lavoro di grande intelligenza e assiduità, quello di Pozzi, che si riflette nella varietà e nella quantità dei suoi scritti, su temi e tempi diversi della letteratura italiana, e non solo. Per capire l'estensione dei campi di indagine applicata anche a una geografia locale, basti pensare al recente volume sugli ex voto nel Ticino, in cui la materia della devozione e dell'arte popolari è trattata con lo stesso rigore e la dignità con cui Pozzi ha studiato temi e topoi di testi illustri. E viene subito da pensare, analogamente insieme, ai suoi saggi sul linguaggio assoluto dei mistici e a quelli dedicati a come pregava la gente. Il distacco dalle cose locali ticinesi che gli studenti friburghesi della prima generazione avevano creduto di vedere in lui, in realtà si è venuto via via riducendo: e sempre la sua attenzione è andata a temi che investono fatti che contano. Gli ultimi suoi impegni civili, applicati all'iniziativa culturale sopra ricordata, e al restauro della Biblioteca cantonale, dicono bene la validità delle scelte. Credo di poter definire in sintesi il magistero di padre Pozzi ripetendo qui la dedica a lui fatta di un recentissimo volume galileiano curato da Mario Helbing e da me: «al maestro di filologia e di critica, innovatore degli studi letterari nella Svizzera italiana e restauratore di testi secenteschi». Al centro del trinomio, sta il riconoscimento degli stimoli a ricerche di italianistica che Giovanni Pozzi ha saputo dare, nella scuola friburghese e fuori, e di cui sono stati destinatari, in primis, gli studenti della Svizzera italiana. La rinascita degli studi di filologia, avviata da Gianfranco Contini a Friburgo, ha trovato in lui un promotore di spicco: lavori da lui suggeriti e guidati, usciti a stampa nelle sedi italiane più prestigiose, in collane e riviste scientifiche, hanno immesso la Svizzera italiana nel circuito vivo delle ricerca, collocandola nel numero delle province culturalmente più attive. E non va dimenticata la ricchezza da lui immessa nella scuola ticinese, attraverso l'apporto di suoi allievi e con una saggistica destinata a una didattica di alto livello. Il Seicento visitato da Pozzi, e fatto visitare da altri, ha permesso un ricupero di zone di cultura e di opere che la corrente censoria dell'Arcadia aveva per secoli relegato nel purgatorio, se non nell'inferno del mondo letterario. Di questo, le storie letterarie più recenti, e la critica più aggiornata, gli riconoscono ampio merito. Il magistero di Pozzi nell'ambito della filologia e della critica (a lungo esercitato attraverso la parola orale e scritta), trova riscontro in decine e decine di titoli, in riviste e in volumi. Con strumenti rigorosi della filologia, sempre ancorando la pagina a contesti di storia culturale, valutando i prodotti artistici nell'ambito dei generi (ricuperati dopo il bando decretato dalla scuola crociana), con strumenti nuovi di analisi linguistica, stilistica e strutturale, si è mosso su un terreno ampissimo, da testi medioevali latini e volgari, dal Cantico delle creature di San Francesco, fino a incursioni nel Novecento ben calibrate, passando attraverso i classici e i minori: perché nel panorama culturale non solo le cime contano, ma anche le colline, le piane e pure i luoghi depressi. Lo collego mentalmente ad altri maestri, Gianfranco Contini, Carlo Dionisotti, Giuseppe Billanovich: il legame di amicizia e di studio che li ha uniti è stato per molti di noi, svizzeroitaliani della mia generazione e delle successive, un punto di riferimento comune. Grazie a lui, i grandi nomi hanno cessato di essere indicazioni bibliografiche per diventare interlocutori più esperti con cui conversare su nostri lavori in corso. Il mondo della cultura, dell'Italia e non solo nostro locale, si è fatto più povero; ma il vero magistero non muore: opera nella mente degli allievi, è affidato al libro, vive nella Biblioteca dei frati, creatura nutrita e curata fino all'ultimo da Giovanni Pozzi, cosciente -come ha spesso detto e scritto- che le idee hanno bisogno del supporto materiale per trasmettere valori e quindi edificare.


Pietro Gibellini "Pozzi, Dio e filologia" - Avvenire, Domenica 21 Luglio 2002

Per spiegare il vuoto che la scomparsa di Giovanni Pozzi (morto ieri all'età di 79 anni a Lugano, dove martedì mattina si terranno i funerali, alle 10 nel convento dei cappuccini) lascia nella nostra cultura, basta dire che nessun italianista dominava come lui, parimenti, la letteratura profana e quella sacra: due campi che vengono di solito frequentati separatamente da studiosi pratici dell'uno quanto ignari, se non pregiudizialmente avversi, all'altro. Padre Giovanni da Locarno, come si firmava nei suoi primi studi, era un cappuccino: un bell'uomo, dalla barba curata che preferiva gli abiti comuni al saio, nei suoi frequenti spostamenti fra biblioteche e università, da Friburgo, dove aveva assimilato il magistero filologico di Gianfranco Contini e dove tenne la cattedra di letteratura italiana, alla Milano dell'altro maestro, Giuseppe Billanovich, alla Zurigo del fraterno amico Dante Isella. Del cappuccino manzoniano, Pozzi aveva alcuni caratteri: l¹attenzione per gli umili, che aveva fatto di lui, uomo colto e raffinato, un formidabile studioso della cultura popolare, fra ex-voto e devozione, e l'energia combattiva sui temi che lo appassionavano: la filologia (si pensi alla polemica sull'identificazione dell'autore del Polifilo, da lui riconosciuto in un frate veneto e non già in un nobile laziale) e l'ecumenismo (valore cui era sensibile un ticinese che si era trovato a operare a Friburgo, cuneo cattolico fra cantoni protestanti). I primi lavori di rilievo, Pozzi li compie nell'area dell'umanesimo veneto con gli studi su Ermolao Barbaro e su quel Polifilo che pareva fatto apposta per assecondare la sua passione per il rapporto fra parola e figura. Questo rapporto è esaltato nell'età barocca, una stagione che Pozzi esplora, sottraendola ai pregiudizi negativi ancora imperanti. Si pensi alla poderosa edizione critica e commentata dell'Adone di Giambattista Marino, gioiello dei "Classici Mondadori", uscito nel 1976 grazie anche a una équipe di allievi guidati con mano magistrale e ferrea. Oltre a identificare innumerevoli echi e fonti in testi completamente dimenticati, Pozzi rivoluzionava l'interpretazione del poema, liquidato fino ad allora come sfoggio di virtuosismo artificioso, vuoto e sensuale. Lo stesso tema mitologico dell'amore fra Venere, Marte, che tra le braccia della dea depone le armi, e Adone, obbedisce per Pozzi a un coraggioso progetto pacifista. Assolvendo Marino dall'accusa di essere vuotamente retorico, Pozzi spezza una lancia anche a favore della retorica, intesa come comprensione profonda della corrispondenza fra parole e cose: ecco dunque partirsi dal celebre elogio della rosa mariniano «rosa, riso d'amor, del ciel fattura», la ricerca tematologica inaugurata appunto dall'aureo volumetto La rosa in mano al professore (1974), che segue le variazioni del motivo, di poeta in poeta, di età in età, e sfocia nel capitolo sulla tòpica nella Letteratura italiana Einaudi, cui il professore friburghese pure rimproverava con la sua intransigenza di aver arrestato la trattazione degli scrittori religiosi alle soglie della modernità. Sono gli anni in cui irrompe sulla scena dei nostri studi la critica formale, con le sue virtù e i suoi eccessi. Padre Pozzi vi si getta con decisione, vedendovi una rinascita della retorica. Ricordo in un volumetto di Analisi di testo per gli insegnanti, una sua penetrante lettura della Preghiera di Carlo Porta, in cui dalla struttura chiastica e dalle figure d'inversione si coglie l'essenza del testo, e cioè il ribaltamento in bestemmia della finta devozione della dama. Dal Barocco prende le mosse anche l'altra linea di ricerca di padre Pozzi, quella sull'iconologia letteraria, di cui si nutre La parola dipinta, il volume con il quale nel 1981 la casa editrice Adelphi rivela ai suoi esigenti lettori questa affascinante personalità di studioso: analizzando una natura morta con rose e gigli che era apparsa enigmatica a illustri critici d'arte, l'autore rivela i segreti di un¹allegoria mariana; seguendo le diverse grafie di libri e cartigli fra le mani dei santi, egli svela una precisa gerarchia di auctoritates sacre e profane; indagando calligrammi secenteschi di chierici creduti oziosi, scopre gli incunaboli della poesia visiva d'avanguardia, o della Poesia per gioco, come intitola un volume del 1984. Ma non è solo per gioco, avverte padre Pozzi, che l'uomo scrive: un altro grande merito dello studioso è aver aggregato alla sfera della letteratura più alta e pregnante le Scrittrici mistiche (antologizzate per Marietti - assieme a Claudio Leonardi - nel 1996), da Maria Maddalena de' Pazzi ad Angela da Foligno: una scrittura in cui sensi e spirito si intrecciano inestricabilmente, così come sacro e profano diventano le due facce di un'unica medaglia, che devono incessantemente alternarsi: è il senso dei suoi libri più recenti, eloquenti fin dal titolo: Alternatim (Adelphi) e Grammatica e retorica dei sensi (Vita e pensiero). Mi viene spontaneo chiudere questo ricordo con l¹affascinante analisi di un'Annunciazione quattrocentesca contenuta nel volume Sull'orlo del visibile parlare (Adelphi 1993): nei due cartigli che dalla bocca dell'angelo si dirigono verso il capo e il grembo di Maria, Pozzi coglie il senso teologico della doppia accettazione della maternità, prima dell'intelletto e poi del corpo. Ma mentre il saluto dell'angelo è leggibile dagli uomini, la risposta di Maria ha le lettere capovolte, per un Lettore collocato nell'alto dei cieli.

Raffaele Manica "La lingua tra la rosa e il cielo" - Il Manifesto, Martedì 23 Luglio 2002

Allievo di Gianfranco Contini, e di Giuseppe Billanovich, era nato a Locarno nel 1923 e sino al 1988 era stato titolare della cattedra di letteratura italiana e filologia romanza a Friburgo. Poi era tornato alla casa dei frati cappuccini di Lugano. Studioso delle mistiche, italianista, grande erudito, ha rappresentato una ammirevole sintesi tra tradizione e innovazione. Sempre, si sa, ripercorrendoli a memoria, i libri della nostra formazione ci risuonano in maniera diversa prima o dopo la morte del loro autore. Come se, con la scomparsa dell'artefice e le loro pagine, i libri mutassero voce. Da sabato scorso cominciano a rispondere con una voce diversa alle nostre chiamate i libri di Giovanni Pozzi, il grandissimo studioso che ci ha lasciati alla vigilia dei suoi 80 anni. Svizzero italiano, di Locarno, dov'era nato nel 1923, Pozzi aveva nella voce e perfino nella lingua qualcosa che lo faceva estraneo alla cultura della quale fu conoscitore peritissimo. Perfino certi giri di frase risuonavano in lui leggermente straniati o lessicalmente desueti, tanto da diventare preziosi. In più, lo studioso insigne della civiltà italiana che ha preso congedo da questa terra era un cappuccino. E l'immagine di un cappuccino allievo di Gianfranco Contini era talmente originale da non richiedere altri elementi di stravaganza. Eppure, se a questo ritratto serve altro, un paio di titoli diranno da soli quanto padre Pozzi, come da tutti era chiamato, fosse accattivante, nonostante la severità e talvolta l'arduo svolgersi delle sue ricerche e dei suoi libri. Si tratta di due titoli distanziati di un decennio, 1974 e 1984, l'uno uscito per le edizioni dell'Università di Friburgo, dove Pozzi insegnò dal 1960, l'altro edito dal Mulino. Il primo si intitolava La rosa in mano al professore, l'altro Poesia per gioco. Prontuario di figure artificiose. Titolo di innegabile forza attrattiva, anzi seduttivo, La rosa in mano al professore era uno smilzo libretto dalla copertina azzurrina e dai caratteri nitidissimi, nato sulla scia di due grandi figure critiche, lette come su una scena di teatro. Giacomo de Benedetti, in un suo famoso saggio, aveva scritto che il giovane Francesco de Santis, poco maggiore in età dei suoi studenti, mentre imbastiva le lezioni che sarebbero servite alla storia, si muoveva attraverso i secoli fondamentali della letteratura italiana con una rosa in mano, percorrendo così la strada che va dalla rosa di Cielo d'Alcamo verso la rosa ariostesca e fino alla rosa del Marino («Rosa, riso d'amor»). L'immagine era strepitosa, mobile, incantatoria. Pozzi prese spunto di lì e, approntato il dossier della rosa, che figurava in fondo al libro come allegato, finisse ad analizzarne il valore figurato, letterale, iconico delle singole parti di testo e della rosa medesima, che era anche un mito dantesco (dalla selva oscura alla candida rosa) e un tema mariano. Il libretto, preso da tante componenti, era cristallino, rinunciava alla facile ermeneutica e interpretava i fatti con un rigore asciutto che era il fascino stesso della critica di Pozzi. Toccò comprarlo per corrispondenza e studiarne la densità da breve trattato di chimica o fisica delle figure letterarie, dal bocciolo al fiore aperto. L'altro titolo, Poesia per gioco, intanto aveva un sottotitolo civettuolo, da manuale hoepliano di pronta applicazione, Prontuario di figure artificiose, e poi si muoveva attraverso autori ai confini della grande tradizione letteraria, con attenzione a certe figure retoriche di confine, quelle in bilico tra la letteratura e l'enigmistica, tra poesie che sembravano rebus o versi da cruciverba a schema libero. Pozzi vi riconduceva, mantenendo attenzione ai casi individuali (nulla gli era più alieno che la generalizzazione) dentro il sistema fitto di corrispondenze di un'intera ala della civiltà letteraria, dove spiccava il nome di Rabano Mauro incrociato con un'anagrafe di semisconosciuti. Dai due libri risultava evidente come Pozzi fosse in grado di riportare ciò che comunemente viene percepito come marginalità a un diverso ordine. Ha scritto Dante Isella - che con Pozzi ha diretto fino all'altro giorno la collana di classici italiani della Fondazione Astengo - come del padre cappuccino di Friburgo l'influsso di Contini sia riscontrabile «nel presupposto fondamentale che il passato è sempre una costruzione del presente». Il rapporto di Pozzi con tante tradizioni letterarie misconosciute o del tutto sconosciute è la dimostrazione teorematica di tale affermazione, perché è soltanto un rinnovato interesse a risvegliare i segni sopiti del passato. L'altro aspetto del magistero di Contini fu ovviamente la pratica filologica. Pozzi fu coinvolto nel monumento dei Poeti del Duecento, ma nel 1954 aveva pubblicato il primo frutto del rapporto di discepolato con Contini, il Saggio sull'oratoria sacra nel Seicento e semplificato sul padre Emmanuele Orchi (pubblicato dall'Istituto di studi francescani): volume dove lo studio dello stile e della retorica predicatoria colto nel fittume di un Quaresimale preludeva già al futuro magistrale commento alle Dicerie mariniane. Per il versante filologico fu decisivo in maniera non minore il rapporto con un altro maestro di filologia, Giuseppe Billanovich, quasi il corrispettivo di Contini nell'ambito complementare alla filologia romanza, gli studi medievali e umanistici. Dall'incontro con Contini e Billanovich si generò nel 1964 l'edizione della Hypnerotomachia Poliphili da Pozzi attribuita a Francesco Colonna, con commento e biografia e, più tardi, a partire dal 1973, l'edizione delle Castigationes Plinianae di Ermolao Barbaro. Questi due volumi sono, nell'itinerario di Pozzi, quelli più riccamente nutriti di un'erudizione di tipo latamente tradizionale, benché nelle pagine di commento si possa vedere quanto fosse in movimento sotto il repertorio dei richiami al passato e sotto le tessere con le quali, fonte dopo fonte, si andavano intrecciando la fisionomia e la formazione di autori finalmente non più fermi al passato ma rimessi in marcia verso forme di conoscenza che li sottraevano all'immobilità della mera erudizione e al gusto meramente antiquario. Autori verso i quali il rischio sarebbe stato di vederli sfarinare una volta sollevata la teca che li aveva sottratti allo scorrere del tempo. Ma Pozzi sapeva bene di quanta pietà abbisogni colui che lavora attorno e dentro ad un erbario (così recitava l'epilogo della Rosa in mano al professore). Giovanni Pozzi da Locarno, come appariva il suo nome sulla copertina del primo libro, è stato negli studi di italianistica, dunque, una ammirevole sintesi del rapporto che intercorre tra tradizione e innovazione. Se la tradizione era in lui sostanzialmente il dato erudito, riscontrabile nelle conoscenze delle letterature classiche e dell'umanesimo, e se tutto ciò insieme funzionava nella sua opera come repertorio mobile di fonti, messo al servizio dei secoli più recenti, in particolare il Seicento, tali fonti erano usate come ricognizione memoriale dentro l'officina degli autori studiati. Ma questa concezione di un sapere più antico veniva utilizzata in una maniera che andava oltre l'erudizione. Aggiornatissimo nel campo degli strumenti critici, il lavoro di padre Pozzi sulle fonti era incentrato sulla funzionalità del rapporto fra i testi. Insomma la sua antichità era un'antichità che si attivava nel moderno e dal moderno era attirata, nel rapporto stretto tra sistema e struttura. Esemplare, di tutto ciò, l'ampia e profonda messe di studi intorno all'enciclopedia del poetabile, l'opera di Gianbattista Marino, probabilmente da considerarsi come l'autore centrale negli studi pozziani. Le edizioni commentate delle Dicerie sacre e La strage degli innocenti (uscita da Einaudi nella collana dei classici annotati diretta da Contini nel 1960) e dell'Adone (Mondadori 1976 poi in edizione rivista Adelphi 1988) sono una lezione di metodo e di pratica critica fondamentali per chiunque si avvicini non soltanto al Marino o alla poesia del Seicento, ma alla letteratura italiana in genere. Le mirabili introduzioni ai due volumi (tra le pagine dell'uno e dell'altro corre più di un quindicennio) sono veri e propri libri, bilanciati tra rigore teorico e conoscenza storica. In particolare, per chiunque abbia interesse a come decifrare le forme di un'opera di narrazione, l'introduzione all'Adone risparmierà la fatica di migliaia di pagine di narratologia. Le questioni fondamentali della scienza delle narrazioni (se così la si può chiamare) sono riportati ai tratti essenziali e necessari, sfrondate dalle ridondanze della teoria e messe direttamente a confronto con l'argomento sul quale ci si esercita. In più, l'edizione dell'Adone era accompagnata da un intero volume di gran mole dedicato al commento: i motivi letterari e figurativi, la retorica e l'articolazione del mondo di uno dei grandi poemi della nostra letteratura erano sperimentati in laboratorio, dissezionati, messi a confronto con una ferratezza che si potrebbe definire argomentativa e insieme dimostrativa, giacché le regole della retorica classica erano entrate nelle vene di padre Pozzi, costituivano quasi il suo modo di atteggiarsi verso il mondo. Un modello. Un modello che poteva sembrare l'opera di un navigatore solitario dentro il mare aperto degli studi letterari. Invece padre Pozzi solitario non era. Accompagnava la sua fatica attorno all'Adone una lista di collaboratori: da studenti appena congedati dall'Università di Friburgo fino ai colleghi più giovani e nati dalla sua scuola. Ma poi era Pozzi a riportare ad unità e ad un'inconfondibile linea di stile i materiali raccolti e selezionati. Da ciò si evince anche quanto fosse importante per lui l'aspetto didattico, a testimonianza del quale resta anche un volumetto di Analisi testuali per l'insegnamento che, si deve dire, pare pensato per una scuola precisa, riflessiva e con un tempo indipendente da quello delle umane cose: piuttosto un'idea o un progetto di scuola che, propriamente, una scuola. Dove invece si vede Pozzi navigare solitario, uomo che controlla le passioni e le reazioni nel turbinio delle cose, mettendo a frutto letture disparatissime, curiosità insaziate e interessi di varietà insondata, è nei tre imponenti volumi di saggi pubblicati da Adelphi: La parola dipinta (1981), Sull'orlo del visibile parlare (1993) e Alternatim (1996). Tre volumi dei quali è impossibile indicare i temi, oscillando essi dal Manzoni al modo di pregare della gente semplice, dalle leggi che dominano ciò che chiamiamo silenzio alla tradizione mariana, dall'oralità al linguaggio mistico, dagli ex voto alla narrativa del Novecento. Si tratta di tre volumi messi insieme durante lunghissimi anni, distillandoli pagina a pagina e saltando da un tema a un altro solo all'apparenza lontano. Davvero ci si vede non tanto come padre Pozzi fosse anche un solitario, ma come la ricerca sia sempre solitaria quando si spinge verso territori mai o mal battuti. Le cure solitarie a libri importanti e dimenticati da parte di questo francescano svizzero mancheranno non soltanto agli studiosi di cose letterarie. Mancheranno a tutti coloro che sanno come i segni delle civiltà passino attraverso cunicoli invisibili al primo sguardo, ma che sono l'unico modo attraverso cui le cose si mettono in contatto. E mancheranno anche a coloro che, all'uscita dell'edizione e del commento dell'Adone, stavano lì, strabiliati, a chiedersi come mai, per tanto tempo, quel visibilissimo poema, tolti pochi, fosse rimasto ai più come un corpo inerte, come mai quel grande libro, capolavoro di un secolo, di una civiltà, di un modo di intendere la poesia, fosse stato fermo per quattro secoli in attesa di una simile curatela (e il caso volle che, poi, ben due edizioni dell'opera venissero alla luce nello stesso volgere di anni). Infine il cappuccino di Friburgo mancherà a chi crede che la letteratura e gli studi letterari siano un modo di dare forma al pensiero, un modo di leggere i fenomeni del mondo con nitore, rigore e fervore e un modo per riferire della macchina del mondo con la devota attenzione che sempre merita, quale che sia il giudizio che se ne dà.
 

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