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Il Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta=RVF) è un testo in cui Petrarca si concentra sulla propria condizione di poeta vinto e su di una metafora cui si rivolge spesso per indicare questo stato. Dopo il proemio iniziale comincia a fissare le coordinate del libro e decide di informarci di come e di quando Amore entra nel cuore. Poi nel quarto e quinto sonetto ci rende noti il luogo e la data di nascita dell'amata. Il viaggio incomincia, ma è necessario soffermarsi sul secondo e terzo sonetto. Amore attende il momento propizio per attaccare il poeta, quando non è preparato per rispondere alla sua saetta, viene colpito "ove solea spuntarsi ogni saetta" (RVF 2 8). Prima d'allora era stato sempre pronto a respingere, ma questa volta "non ebbe tanto né vigor né spazio / che potesse al bisogno prender l'arme" (RVF 2 10-11). Petrarca dice di non aver avuto la forza e il tempo necessario per armarsi o fuggire al riparo, "overo al poggio faticoso et alto" (RVF 2 12): la Ragione, la razionalità che il poeta rivolto alle cose divine, alla contemplazione di Dio esercita in una continua elevazione al di sopra delle cose mondane (come l'amore appunto, possibile solo verso Dio creatore del mondo come ammonisce Agostino nel Secretum). Adesso vorrebbe liberarsi dallo strazio ma gli riesce impossibile, "ritrarmi accortamente da lo strazio / del quale oggi vorrebbe, et non pò, aitarme" (RVF 2 13-14). Il tema è già tutto presente. Petrarca cerca di giustificare il suo cedimento dichiarandosi impreparato a rispondere, in realtà vuole nascondere l'impotenza di Ragione contro Amore. Leggiamo appresso, dove il tema è espresso in maniera ancor più chiara, riproponendo anche le precedenti metafore guerresche: "Era il giorno ch'al sol si scoloraro / per la pietà del suo factore i rai, / quando i' fui preso, et non me ne guardai, / ché i be' vostr'occhi, donna, mi legaro. / Tempo non mi parea da far riparo / contra colpi d'Amor: però m'andai / secur, senza sospetto; onde i miei guai / nel commune dolor s'incominciaro. / Trovommi Amor del tutto disarmato / et aperta la via per gli occhi al core, / che di lagrime son fatti uscio et varco: / però al mio parer non li fu honore / ferir me de saetta in quello stato, / a voi armata non mostrar pur l'arco" (RVF 3). Ecco che precisando il tempo del suo innamoramento, dice che non gli sembrava il momento di fare riparo contro gli attacchi d'Amore, non sospettava di doversi difendere, così iniziano i suoi guai, per essersi fatto cogliere di sorpresa. Il poeta si trova disarmato, impotente in tutto, senza armi da opporre ad Amore, Ragione non lo aiuterà nemmeno in futuro e tuttavia egli cerca di giustificare il suo cedimento, dice che non è con grande onore che Amore lo ha colpito con la sua saetta mentre egli era in quello stato, "del tutto disarmato". Dunque dal terzo brano di questo diario, Petrarca comincia ad ammettere la sconfitta, la vittoria di Laura sulla forza morale, sulle capacità ascetiche del poeta che sarà roso dal germe del pentimento sempre vagheggiato ma mai realmente ottenuto. I suoi desideri non sono più governati da Ragione, non gli rispondono più e corre dietro Laura che si dà alla fuga. La strada della temperanza e del discernimento sembra essergli preclusa. Eccolo esclamare: "i' mi rimango in signoria di lui" (RVF 6 10), rimango in balia d'Amore, sono suo prigioniero. Il disarmato infatti diviene prigioniero e l'arte del poeta si esercita in maniera mirabile su questa condizione di prigionia dagli occhi di Laura, legato dai lacci d'amore e così via in un susseguirsi di immagini che impreziosiscono il tessuto del libro. Altre volte non lamenterà la sua condizione, Laura è creatura divina ed egli dimentica di aver perso la via sicura ed aver imboccato quella della perdizione che tanto temeva all'inizio. Così in un madrigale (RVF 106 7-8): "Allor fui preso; et non mi spiacque poi, / sì dolce lume uscia degli occhi suoi". Innumerevoli sono i momenti in cui ribadisce lo stato di sudditanza e l'impotenza di fronte ad Amore, è vinto, disarmato, prigioniero e non conosce un modo per slegarsi dai lacci del suo "nuovo signore". Già De Sanctis, nella sua Storia, sentì quello che stiamo dicendo: "In vita di Laura, sorge l'opposizione tra il senso e la ragione, tra la carne e lo spirito. [...] Quello che sente è in opposizione con quello che crede. Crede che la carne è peccato; che il suo amore è spirituale; che Laura gli mostra la via che al ciel conduce; che il corpo è un velo dello spirito. [...] Il suo amore non è così possente che lo metta in istato di ribellione verso le sue credenze, nè la sua fede è così possente che uccida la sensualità del suo amore". Una storia di contraddizioni in cui Petrarca rimane impigliato in un variare di impressioni. Oltre l'immagine del disarmato descriviamo la metafora cara al poeta che la usa in più luoghi, quella dell'uomo come una nave (già usata da Guido Cavalcanti). La metafora della navigazione amorosa assume un'importanza di rilievo nel Canzoniere dove si piega a significare ancora una volta lo stato del vinto in balia delle onde. Ecco allora che Petrarca tocca terra ed è allegro del naufragio-sconfitta: "Più di me lieta non si vede a terra / nave da l'onde combattuta et vinta" (RVF 26 1-2). Il naufragio gli è dolce, ma la cosa più importante è la raffigurazione che egli dà di sé, si paragona ad una nave battuta dalle onde. Petrarca è come la nave in preda della tempesta, ma è anche pronto, "presto di navigare a ciascun vento" (RVF 63 13). La metafora della vita come navigazione assume una valenza esistenziale, vita-naufragio ad indicare la sofferenza e le pene d'amore, ma anche la dolcezza e la bellezza della sua condizione di innamorato. La vita, l'amore è un naufragio al quale egli non può sottrarsi perché disarmato, "Passa la nave mia colma d'oblio" (RVF 189 1), "O cameretta che già fosti un porto / a le gravi tempeste mie dïurne" (RVF 234 1-2). La metafora diviene anch'essa tipica del libro. Forse il punto in cui è usata più scopertamente è una sestina (RVF 80) tutta incentrata a presentar la vita come una pericolosa navigazione, tra scogli e affanni con una vela stanca ed un porto che non arriva mai, un viaggio troppo faticoso per un fragile legno. Metafora ben motivata. Scrive Jean Delumeau: "L'oceano ha per lungo tempo sminuito l'uomo, che si sentiva piccolo e fragile davanti ad esso e sopra di esso" (La paura in Occidente). Figura tipica del Canzoniere, si piega a significare la dubbiosa esistenza del poeta che in Amore non trova le certezze cui era abituato nella vita precedente. Disarmato da Amore che vince Ragione, va per selve e per mare alla ricerca del suo bene, ma il suo desiderio è destinato a naufragare con Laura e la ragione e la solitudine lo riporteranno a Dio. Le due terzine di un sonetto recitano: "Et io pur vivo, onde mi doglio et sdegno, / rimaso senza 'l lume ch'amai tanto, / in gran fortuna e 'n disarmato legno. / Or sia qui fine al mio amoroso canto: / secca è la vena de l'usato ingegno, / et la cetera mia rivolta in pianto" (RVF 292 9-14). Luogo di crisi allora, e dolce e impeccabile abbandono alla poesia, incredibilmente mosso, ricco come il mare. Dice ancora De Sanctis: "Se il poeta avesse avuto piena e chiara coscienza della sua malattia, di questa attività interna inutile e oziosa, una specie di lenta consunzione dello spirito, impotente ad uscir da sè e attingere il reale, avremmo la tragedia dell'anima, come Dante ne concepì la commedia, una tragedia, nella quale il medio evo avrebbe riconosciuto la sua impotenza e la sua condanna; tra' dolori della contraddizione vedremmo il misticismo morire, spuntare l'alba della realtà, il senso o il corpo, proscritto e dichiarato il peccato, ripigliare la parte che gli tocca nella vita".
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