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C'è
un'inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra i nostri saperi
disgiunti, frazionati, suddivisi in discipline da una parte e la realtà o
problemi sempre più polidisciplinari, trasversali, multidimensionali,
transnazionali, globali, planetari dall'altra. Di fatto
l'iperspecializzazione impedisce di vedere il globale (che frammenta in
particelle) così come l'essenziale (che dissolve). Ora, i problemi
essenziali non sono sempre più essenziali. Sempre più, tutti i problemi
particolari possono essere posti e pensati correttamente solo nel loro
contesto, e il contesto stesso di questi problemi deve essere posto sempre
più nel contesto planetario. Nello stesso tempo, la separazione delle
discipline rende incapaci di cogliere "ciò che è tessuto insieme", cioè,
secondo il significato originario del termine, il complesso. La sfida
della globalità è dunque nello stesso tempo una sfida di complessità. In
effetti, c'è complessità quando sono inseparabili le differenti componenti
che costituiscono un tutto (come quell'economica, quella politica, quella
sociologica, quella psicologica, quell'affettiva, quella mito logica) e
quando c'è un tessuto interdipendente, interattivo e inter-retroattivo fra
le parti e il tutto e fra il tutto e le parti. Gli sviluppi caratteristici
del nostro secolo e della nostra era planetaria ci mettono di fronte,
sempre più spesso e sempre più ineluttabilmente, alle sfide della
complessità. Come hanno scritto Aurelio Peccei e Daisaku Ikeda:
"L'approccio riduzionista, che consiste nel far riferimento ad una sola
serie di fattori per definire la totalità dei problemi posti dalla crisi
multiforme che attualmente stiamo attraversando, più che una soluzione è
il problema stesso". Effettivamente l'intelligenza che sa solo separare
spezza il complesso del mondo in frammenti disgiunti, fraziona i problemi,
unidimensionalizza il multidimensionale. Atrofizza le possibilità di
comprensione e di riflessione, eliminando le possibilità di un giudizio
correttivo o di una visione a lungo termine. La sua inadeguatezza a
trattare i nostri problemi più gravi costituisce uno dei problemi maggiori
che abbiamo di fronte. Così, più i problemi diventano multidimensionali,
più si è incapaci di pensare la loro multidimensionalità; più la crisi
progredisce, più progredisce l'incapacità a pensare la crisi; più i
problemi diventano planetari, più essi diventano impensati.
Un'intelligenza incapace di considerare il contesto e il complesso
planetario rende ciechi, incoscienti ed irresponsabili. Gli sviluppi
disciplinari delle scienze non hanno portato solo i vantaggi della
divisione del lavoro, hanno portato anche gli inconvenienti della
super-specializzazione, della compartimentazione e del frazionamento del
sapere. Non hanno prodotto solo conoscenza e delucidazioni, ma anche
ignoranza e cecità. Invece di opporre correttivi a questi sviluppi, il
nostro sistema d'insegnamento obbedisce loro. C'insegna, a partire dalle
scuole elementari, ad isolare gli oggetti (dal loro ambiente), a separare
le discipline (piuttosto che a riconoscere le loro solidarietà), a
disgiungere i problemi, piuttosto che a collegare e ad integrare.
C'ingiunge di ridurre il complesso al semplice, cioè di separare ciò che è
legato, di scomporre e non di comporre, di eliminare tutto ciò che apporta
disordini o contraddizioni nel nostro intelletto. In queste condizioni,
i giovani perdono le loro attitudini naturali a contestualizzare i saperi
e ad integrarli nei loro insiemi. La conoscenza pertinente è quella capace
di collocare ogni informazione nel proprio contesto e se possibile
nell'insieme in cui s'iscrive. Si può anche dire che la conoscenza
progredisce principalmente non con la sofisticazione, la formalizzazione e
l'astrazione, ma con la capacità di contestualizzare e di globalizzare.
Così, la scienza economica è la scienza umana più sofisticata e più
formalizzata. Eppure gli economisti sono incapaci di accordarsi sulle loro
previsioni, che spesso sono errate. Ciò perché la scienza economica si è
isolata dalle altre dimensioni umane e sociali che le sono inseparabili.
Come sostiene Jean-Paul Fitoussi "molte disfunzioni, oggi, derivano da una
stessa debolezza della politica economica: il rifiuto di affrontare la
complessità". La scienza economica è sempre quantificabile, cioè le
passioni e i bisogni umani. Così l'economia è allo stesso tempo la scienza
più avanzata matematicamente e la più arretrata umanamente. Hayek l'aveva
detto: "Nessuno che sia solo un economista può essere un grande
economista". E aggiungeva anche che "un economista che è solo un
economista diventa nocivo e può costituire un vero pericolo". Dobbiamo
dunque pensare il problema dell'insegnamento da una parte a partire dalla
considerazione degli effetti sempre più gravi della compartecipazione dei
saperi e dell'incapacità ad articolare gli uni agli altri, dall'altra
parte a partire dalla considerazione che l'attitudine a contestualizzare e
ad integrare è una qualità fondamentale della mente umana e che si tratta
di svilupparla piuttosto che di atrofizzarla. Dietro alla sfida del
globale e del complesso si nasconde un'altra sfida, quella dell'espansione
incontrollata del sapere. L'accrescimento ininterrotto delle conoscenze
edifica una gigantesca torre di Babele, rumoreggiante di linguaggi
discordanti. La torre ci domina perché noi non possiamo dominare i nostri
saperi. Eliot diceva: "Dov'è la conoscenza che perdiamo
nell'informazione?". La conoscenza è conoscenza solo in quanto
organizzazione, solo in quanto messa in relazione e in contesto delle
informazioni. Esse costituiscono frammenti di sapere dispersi. Ovunque,
nelle scienze come nei media, siamo sommersi dalle informazioni. Neppure
lo specialista della disciplina più circoscritta riesce a prendere
conoscenza delle informazioni che riguardano il suo campo specifico.
Sempre di più, la gigantesca proliferazione di conoscenza sfugge al
controllo umano. Di più, come abbiamo detto, le conoscenze frammentate
servono solo per utilizzazioni tecniche. Non riescono a coniugarsi per
nutrire un pensiero che possa considerare la condizione umana, in seno
alla vita, sulla Terra, nel mondo, e che possa affrontare le grandi sfide
del nostro tempo. Non riusciamo ad integrare le nostre conoscenze per
indirizzare le nostre vite. Da ciò emerge il senso della seconda parte
della frase di Eliot: "Dov'è la saggezza che perdiamo nella
conoscenza?". Le tre sfide che abbiamo raccolto ci conducono al
problema essenziale dell'organizzazione del sapere, che prenderemo in
considerazione nel prossimo capitolo. Raccogliamo qui le sfide a catena
che da esse derivano. La cultura, ormai, non solo è frammentata in
parti staccate, ma anche spezzata in due blocchi. La grande disgiunzione
tra la cultura umanistica e quella scientifica, delineatasi nel XIX secolo
ed aggravatasi nel XX secolo, provoca gravi conseguenze per l'una e per
l'altra. La cultura umanistica è una cultura generica, che attraverso la
filosofia, il saggio, il romanzo alimenta l'intelligenza generale,
affronta i fondamentali interrogativi umani, stimola la riflessione sul
sapere e favorisce l'integrazione personale delle conoscenze. La cultura
scientifica, di tutt'altra natura, separa i campi della conoscenza;
suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul
destino umano e sul divenire della scienza stessa. La cultura umanistica
tende a diventare come un mulino privato del grano costituito dalle
acquisizioni scientifiche sul mondo e sulla vita, che dovrebbe alimentare
i suoi grandi interrogativi; la cultura scientifica, privata di
riflessività sui problemi generali e globali, diventa incapace di pensarci
e di pensare i problemi sociali ed umani che pone. Il mondo tecnico o
scientifico vede la cultura umanistica solo come ornamento o lusso
estetico mentre favorisce quello che Simon definiva il "general problem
solving", cioè l'intelligenza generale che la mente umana applica ai casi
particolari. Il mondo umanistico, da parte sua, vede nella scienza solo un
aggregato di saperi astratti o minacciosi. Il campo investito dalle tre
sfide si estende incessantemente con lo sviluppo degli aspetti cognitivi
delle attività economiche, tecniche, sociali, politiche, specialmente con
gli sviluppi generalizzati e molteplici del sistema neuro-cerebrale
artificiale chiamato impropriamente informatica, che entra in simbiosi con
tutte le nostre attività. |