"La presenza di Tozzi ne 'Gli indifferenti' " di Giuseppe Miccichè, 2004

 

La concezione della realtà come “allegoria vuota” ha notevolmente ridotto lo scarto, rendendolo sottile, diremmo esilissimo nei caratteri fondamentali tra l’esistenzialista avant la lettre, Alberto Moravia, che non ha certo bisogno di presentazioni, e il grande romanziere e novelliere tra Otto e Novecento: Federigo Tozzi. La definizione di scrittore senza ideologia data da Moravia coglie senza dubbio l’essenza della prosa tozziana oltre che connotare l’individualità dello scrittore romano. Il giovanissimo e precoce scrittore de "Gli indifferenti" che presumibilmente non aveva avuto modo di leggere le opere del senese, vittima quest’ultimo per un quarantennio della più grave congiura del silenzio, può essere definito per ciò che concerne alcuni tratti, “tozziano”, oltre che naturalmente marxista e freudiano. La presenza di Tozzi ne "Gli indifferenti" di Alberto Moravia è assai singolare e vistosa. La condizione di Carla ne è l'emblema. Nella sua immensa solitudine dapprima «intuita» poi «inevitabile», e nella sua emarginazione dalla società, in quanto ragazza assai «screditata» come dirà Leo nel XV capitolo e che costituirà l'ossessivo problema per la ricerca di un marito borghese, Carla è vittima non solo dei desideri sessuali di Leo ma ipotetica vittima da dare in sposa a Merumeci, cui pensa il fratello Michele per ristabilire la crisi economica della famiglia Ardengo. Carla, insomma, nell'illusione leopardiana di "una nuova vita" è corrosa da una sorte non dissimile dall'Elena Spadi di Una gobba o la giovine de Il Crocifisso segnate anch'esse da un ostracismo sociale, vittime della comunità ed emarginate. ‘Se mi avesse amata’ si ripeteva ‘mi avrebbe consolata…e invece niente: ha spento la luce e si è voltato dall’altra parte’. Quella solitudine che prima aveva appena intuito, ora le appariva inevitabile; si coprì gli occhi col braccio nudo; se la sentì sul volto, una smorfia di amaro dolore: ‘Non mi ama….nessuno mi ama’, non cessava di ripetersi[1]. Sempre domina, come in quella tozziana, una ritrattistica sadica e grottesca, in cui prevalgono i dettagli isolati dal tutto con la tecnica della zumata, in cui l’espressionismo raggiunge il parossismo, come nella descrizione di Carla: gambe dai polpacci storti, ventre piatto, una piccola valle d’ombra fra i grossi seni, braccia e spalle fragili, e quella testa rotonda così pesante sul collo sottile[2]. Michele invece, personaggio inizialmente antieconomico, se da un lato inclina ad essere troppo diverso da Leo, dall'altro nell'aver introiettato la logica del suo oppressore, gli sta accanto. Non deve dunque stupirci se Carla per il fratello potrebbe sacrificarsi, sposando Leo, per ristabilire le drammatiche e aleatorie condizioni economiche della famiglia Ardengo: Allora... allora... non restava che Carla per salvare la situazione... Giustissimo anche Carla era una risorsa... poiché era necessario vivere in quel modo, meglio andare fino in fondo... Restava dunque Carla ... da sposare, già da dare in moglie a Leo... Sarebbe stato un matrimonio d'affari, di denari come se ne vedono tanti e son poi quelli che riescono meglio; l'amore sarebbe venuto dopo.... e se anche non fosse venuto non sarebbe stato un gran male... Carla poteva consolarsi in tanti modi, non c'era soltanto Leo al mondo... giustissimo... Però... però e se Leo non avesse voluto dare i suoi denari che a patto di farne la sua amante?[3] e nel XVI capitolo nel dialogo con Carla: [...] Dunque, per esempio, pensai allora quasi senza accorgermene, dato il carattere dell'uomo, è donnaiolo, per una donna che gli piace darebbe tutto quel che ha; non sarebbe utile fargli capire che in cambio dei suoi denari io mi impegnerei, capisci? A portargli mia sorella, Carla, tu, insomma, a portargliela in casa sua?"[4]. Michele è il personaggio più complesso de "Gli indifferenti", la cui tipologia si rivela contraddittoria, difficilmente cristallizzabile; Michele non è a tutto tondo come Leo o Carla o Maria Grazia. Egli è, a scanso di equivoci, ambiguo, di un'ambiguità ideologica nell'oscillazione tra rifiuto e accettazione dei valori borghesi, tra identificazione e opposizione alla logica del suo oppressore Leo. Da vittima di Leo, riproponendone la stessa logica nei confronti di Carla, il fratello Michele ne diventa l’aguzzino. Come è evidente, ne "Gli indifferenti" come nella narrativa tozziana, i rapporti tra i personaggi sono connotati dalla violenza reciproca, a tal punto che le vittime sono al tempo stesso aguzzini. Inoltre ne "Gli indifferenti" collimano, oseremmo dire, due tendenze complementari e oppositive che si smorzano e si escludono a vicenda costituendo, all'interno della ritrattistica, i due poli della stessa dialettica: una che tende a individuare in modo scaltro, soggetti ben precisi, dotati di una forza propria, a volte con delle ambiguità ideologiche. E' il caso di Michele. L'altra, ingenua, che tende a destrutturare qualsiasi tipo di gerarchie, mortificando e appiattendo ogni peculiarità; è la frequente animalizzazione, per l'appunto, che Moravia eredita da Tozzi. Ma attenzione: l'animalizzazione moraviana, che accredita ulteriorirmente il suo moralismo, funziona in modo antifrastico. Non si tratta, in questo caso, dell'impotenza dell'uomo a riemergere dal peccato originale, ma di una desublimazione dell'uomo, a causa di un suo vizio, al livello della bestia. I personaggi de "Gli indifferenti" possono essere autonomi, costituendo non un caso corale, di ampio respiro, ma isolato e individuale, allontanandosi da quelli tozziani. Così Leo, nella riduzione di Eros a semplice sesso, pagando con l’aggressività, anticiperà l’uomo contemporaneo definito da Marcuse in Eros e civiltà. Spesso però l’immaginario tozziano prefigura quello moraviano de "Gli indifferenti". L’isolamento della parte rispetto al tutto, la tecnica espressionistica della zumata, l’animalizzazione, la violenza deformante della ritrattistica, la concezione della realtà come “allegoria vuota” e la costante, cupa angoscia che ne deriva lontana dalla leggerezza di Calvino, l’incapacità di porsi sopra i propri personaggi tipico del Pirandello umorista, l’interesse rivolto alla sessualità, entità metafisica per Tozzi, ridotta a sesso ne "Gli indifferenti", la mancanza di comunicazione tra i personaggi sono tratti indiscutibilmente comuni.


[1] "Gli indifferenti" in 'Opere', Milano, Bompiani, 2000, p. 180.
[2] Ibidem, p. 6
[3] Ibidem, p. 231
[4] Ibidem, p. 292


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