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La
concezione della realtà come “allegoria vuota” ha notevolmente ridotto lo
scarto, rendendolo sottile, diremmo esilissimo nei caratteri fondamentali
tra l’esistenzialista avant la lettre, Alberto Moravia, che non ha certo
bisogno di presentazioni, e il grande romanziere e novelliere tra Otto e
Novecento: Federigo Tozzi. La definizione di scrittore senza ideologia
data da Moravia coglie senza dubbio l’essenza della prosa tozziana oltre
che connotare l’individualità dello scrittore romano. Il giovanissimo e
precoce scrittore de "Gli indifferenti" che presumibilmente non aveva
avuto modo di leggere le opere del senese, vittima quest’ultimo per un
quarantennio della più grave congiura del silenzio, può essere definito
per ciò che concerne alcuni tratti, “tozziano”, oltre che naturalmente
marxista e freudiano. La presenza di Tozzi ne "Gli indifferenti" di
Alberto Moravia è assai singolare e vistosa. La condizione di Carla ne è
l'emblema. Nella sua immensa solitudine dapprima «intuita» poi
«inevitabile», e nella sua emarginazione dalla società, in quanto ragazza
assai «screditata» come dirà Leo nel XV capitolo e che costituirà
l'ossessivo problema per la ricerca di un marito borghese, Carla è vittima
non solo dei desideri sessuali di Leo ma ipotetica vittima da dare in
sposa a Merumeci, cui pensa il fratello Michele per ristabilire la crisi
economica della famiglia Ardengo. Carla, insomma, nell'illusione
leopardiana di "una nuova vita" è corrosa da una sorte non dissimile
dall'Elena Spadi di Una gobba o la giovine de Il Crocifisso segnate
anch'esse da un ostracismo sociale, vittime della comunità ed emarginate.
‘Se mi avesse amata’ si ripeteva ‘mi avrebbe consolata…e invece niente: ha
spento la luce e si è voltato dall’altra parte’. Quella solitudine che
prima aveva appena intuito, ora le appariva inevitabile; si coprì gli
occhi col braccio nudo; se la sentì sul volto, una smorfia di amaro
dolore: ‘Non mi ama….nessuno mi ama’, non cessava di ripetersi[1]. Sempre
domina, come in quella tozziana, una ritrattistica sadica e grottesca, in
cui prevalgono i dettagli isolati dal tutto con la tecnica della zumata,
in cui l’espressionismo raggiunge il parossismo, come nella descrizione di
Carla: gambe dai polpacci storti, ventre piatto, una piccola valle d’ombra
fra i grossi seni, braccia e spalle fragili, e quella testa rotonda così
pesante sul collo sottile[2]. Michele invece, personaggio inizialmente
antieconomico, se da un lato inclina ad essere troppo diverso da Leo,
dall'altro nell'aver introiettato la logica del suo oppressore, gli sta
accanto. Non deve dunque stupirci se Carla per il fratello potrebbe
sacrificarsi, sposando Leo, per ristabilire le drammatiche e aleatorie
condizioni economiche della famiglia Ardengo: Allora... allora... non
restava che Carla per salvare la situazione... Giustissimo anche Carla era
una risorsa... poiché era necessario vivere in quel modo, meglio andare
fino in fondo... Restava dunque Carla ... da sposare, già da dare in
moglie a Leo... Sarebbe stato un matrimonio d'affari, di denari come se ne
vedono tanti e son poi quelli che riescono meglio; l'amore sarebbe venuto
dopo.... e se anche non fosse venuto non sarebbe stato un gran male...
Carla poteva consolarsi in tanti modi, non c'era soltanto Leo al mondo...
giustissimo... Però... però e se Leo non avesse voluto dare i suoi denari
che a patto di farne la sua amante?[3] e nel XVI capitolo nel dialogo con
Carla: [...] Dunque, per esempio, pensai allora quasi senza accorgermene,
dato il carattere dell'uomo, è donnaiolo, per una donna che gli piace
darebbe tutto quel che ha; non sarebbe utile fargli capire che in cambio
dei suoi denari io mi impegnerei, capisci? A portargli mia sorella, Carla,
tu, insomma, a portargliela in casa sua?"[4]. Michele è il personaggio più
complesso de "Gli indifferenti", la cui tipologia si rivela
contraddittoria, difficilmente cristallizzabile; Michele non è a tutto
tondo come Leo o Carla o Maria Grazia. Egli è, a scanso di equivoci,
ambiguo, di un'ambiguità ideologica nell'oscillazione tra rifiuto e
accettazione dei valori borghesi, tra identificazione e opposizione alla
logica del suo oppressore Leo. Da vittima di Leo, riproponendone la stessa
logica nei confronti di Carla, il fratello Michele ne diventa l’aguzzino.
Come è evidente, ne "Gli indifferenti" come nella narrativa tozziana, i
rapporti tra i personaggi sono connotati dalla violenza reciproca, a tal
punto che le vittime sono al tempo stesso aguzzini. Inoltre ne "Gli
indifferenti" collimano, oseremmo dire, due tendenze complementari e
oppositive che si smorzano e si escludono a vicenda costituendo,
all'interno della ritrattistica, i due poli della stessa dialettica: una
che tende a individuare in modo scaltro, soggetti ben precisi, dotati di
una forza propria, a volte con delle ambiguità ideologiche. E' il caso di
Michele. L'altra, ingenua, che tende a destrutturare qualsiasi tipo di
gerarchie, mortificando e appiattendo ogni peculiarità; è la frequente
animalizzazione, per l'appunto, che Moravia eredita da Tozzi. Ma
attenzione: l'animalizzazione moraviana, che accredita ulteriorirmente il
suo moralismo, funziona in modo antifrastico. Non si tratta, in questo
caso, dell'impotenza dell'uomo a riemergere dal peccato originale, ma di
una desublimazione dell'uomo, a causa di un suo vizio, al livello della
bestia. I personaggi de "Gli indifferenti" possono essere autonomi,
costituendo non un caso corale, di ampio respiro, ma isolato e
individuale, allontanandosi da quelli tozziani. Così Leo, nella riduzione
di Eros a semplice sesso, pagando con l’aggressività, anticiperà l’uomo
contemporaneo definito da Marcuse in Eros e civiltà. Spesso però
l’immaginario tozziano prefigura quello moraviano de "Gli indifferenti".
L’isolamento della parte rispetto al tutto, la tecnica espressionistica
della zumata, l’animalizzazione, la violenza deformante della
ritrattistica, la concezione della realtà come “allegoria vuota” e la
costante, cupa angoscia che ne deriva lontana dalla leggerezza di Calvino,
l’incapacità di porsi sopra i propri personaggi tipico del Pirandello
umorista, l’interesse rivolto alla sessualità, entità metafisica per
Tozzi, ridotta a sesso ne "Gli indifferenti", la mancanza di comunicazione
tra i personaggi sono tratti indiscutibilmente comuni.
[1] "Gli
indifferenti" in 'Opere', Milano, Bompiani, 2000, p. 180. [2] Ibidem,
p. 6 [3] Ibidem, p. 231 [4] Ibidem, p. 292
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