Da "Africa Italia" di Sante Matteo e Stefano Bellucci, Fara Editore,2003



L'Italia ha cercato in piu' occasioni di rimediare alla sua debolezza come "mezza potenza" virtuale moltiplicando le iniziative e compiacendo le varie parti nello stesso tempo. Questa strategia ha portato a contraddizioni (Somalia contro Etiopia, autodeterminazione contro integrita' degli Stati, simpatia per le forze di liberazione contro la cooperazione con i governi) che alla fine l'Italia stessa non fu piu' in grado di controllare. Di tempo in tempo e' stato quasi impossibile distinguere le reali intenzioni della politica italiana in Africa. Trattare con gli Stati, con le nazioni, con i territori, con i popoli, con le forze politiche, con le classi, con i dirigenti a titolo individuale? Rispettare le aspettative locali, migliorare la stabilita' politica o perseguire i propri interessi? La via d'azione prescelta fu quasi sempre quella di rinviare le decisioni definitive o di arrangiare precarie e non difendibili sintesi fra le varie opzioni predicando un po' retoricamente i vantaggi della "conciliazione" anche quando le parti erano chiaramente irriconciliabili.

A parte la confusione sugli obiettivi, l'Italia ha adoperato mezzi impropri. Data la forte polarizzazione del sistema politico italiano, specialmente negli anni della guerra fredda, quando l'Italia era un avamposto molto esposto e la sua scena politica era attraversata dai contrasti connessi col rapporto Est-Ovest, fu sempre impossibile realizzare una politica che godesse l'appoggio sia del governo che dell'opposizione, tanto piu' che il governo stesso era in piu' momenti diviso al suo interno. Invece di una politica "bipartitica", i partiti della coalizione di maggioranza, e talvolta addirittura fazioni organizzate all'interno di uno stesso partito, condussero politiche o fornirono analisi che erano fra di loro molto differenti. Il governo italiano concentro' percio' i suoi sforzi, e i fondi resi possibili dalle allocazioni della politica ufficiale di aiuto allo sviluppo, su un partner specifico o su uno specifico argomento, aspettandosi dei vantaggi in termini di lealismo politico, di clientelismo e di ritorni economici leciti o illeciti. Questo rese ancora piu' difficile esprimere un approccio coerente e affermativo che rispettasse i "diritti" delle nazioni africane o anche l'equilibrio a livello regionale.

Finalmente, con il crollo dei regimi militari che erano stati indulgentemente sostenuti come alleati di fatto per molti anni dalle autorita' italiane, in Somalia e in Etiopia, cosi' come da molte imprese pubbliche e private, ciascuno per i propri utili, divenne chiaro che l'Italia non poteva piu' padroneggiare l'emergenza in Africa con le sue poche risorse economiche e politiche. Era improbabile che l'Italia avesse la capacita' di assistere le forze locali nel riassetto delle istituzioni e dell'economia nell'era della globalizzazione. Gli Stati africani hanno messo da parte molte delle loro antiche ambizioni e si sono lasciati incorporare nell'economia mondiale in una posizione di subalternita', ma in tutto questo processo, del resto ancora non terminato, l'Italia ha dimostrato una capacita' molto limitata di essere attiva e propositiva ed e' stata di fatto sorpassata e alla fine quasi accantonata dalle maggiori capacita' di iniziativa politica di un paese come la Francia e alla lunga soprattutto degli Stati Uniti, frustrando l'obiettivo da tanto tempo agognato di essere accreditata, anche dai suoi alleati del campo occidentale, come il principale punto di riferimento della politica nel Corno. (...).


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