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Quant'erano le donne belle di Firenze? Innumerevoli, ma le più belle erano sessanta, quante egli ne aveva conteggiate in un
sirventese, andato perduto. Naturalmente colloca Beatrice al nono posto, numero magico; e al trentesimo, la prima "donna dello schermo", come apprendiamo nel delizioso sonetto, sognante un arcadico week end, in compagnia mista:
Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch'ad ogni vento
per mare andasse al voler nostro e mio;
sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse il disio.
E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch'è sul numer delle trenta,
con noi ponesse il buono incantatore:
e quivi ragionar sempre d'amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì como i' credo che saremmo noi.
Una barca con tre coppie: il poeta Guido Cavalcanti assieme a Vanna, il notaio Lapo Gianni con Lagia, Dante con la non
meglio identificata ragazza, corteggiata con tale insistenza, che Beatrice, un brutto giorno, gli toglie il saluto. Non si è mai capito bene il perché. Forse Beatrice, sposata (o promessa) a un borghese in vista, non voleva più avere a che fare con un pericoloso sottaniere? Oppure c'entrava un pizzico di gelosia? Sta di fatto che Dante si precipitò in camera, a piangere. Fin dall'alba della letteratura italiana, le camere dei nostri poeti hanno sempre grondato lacrime. In chiesa s'innamoravano, in camera gemevano e scrivevano. Ma questa volta, quelle di Dante non sono lacrime letterarie. Qualche tempo dopo, incontrò l'amata in casa di conoscenti e fu preso da tale turbamento che un amico lo sorresse sotto braccio, portandolo fuori a prendere un po' d'aria. Le compagne di Beatrice sghignazzarono. Poi s'ammalò ed ebbe una visione profetica della morte di Beatrice, puntualmente avveratasi il 19 giugno 1290, all'età di 24 anni. A questo punto il carnet di Dante registra una donna che lo consolò dell'amara perdita. Si chiamasse Lisetta o con altro nome, lo lasciamo discutere agli specialisti. Certamente fu una donna in carne ed ossa, non un'astrazione, una metafora, come credono i dantòlogi idealisti, che temono di profanare il loro idolo, attribuendogli carne, sangue e nervi d'uomo. E si sono affrettati a simboleggiare in questa donna la Filosofia, l'Etica, la Poesia, tutto fuorché una donna reale e viva, applicando al poeta lo stesso processo di idealizzazione da lui applicato a Beatrice. Esagerazioni. Dante fu grande artista perche fu uomo nella pienezza del termine, e delle passioni umane. Nel secondo girone dell'Inferno sviene davanti a Paolo e Francesca, forse perché teme eguale condanna per se, dopo morto.
Per strada, se passava una bella donna, si voltava. Un giorno a Bologna era intento a guardare la Garisenda e non s'accorse
che transitava a pochi passi una delle più celebrate bellezze della città. Adirato con se stesso, corse a scrivere una poesia, per maledire i suoi occhi, che si erano lasciati fuorviare da futili motivi architettonici:
Non mi poriano già mai fare ammenda
del lor gran fallo gli occhi miei, sed elli
non s'accecasser,poi la Garisenda
torre miraro co' risguardi belli,
e non conobber quella (mal lor prenda!)
ch'è la maggior de la qual si favelli.
Dopo la morte di Beatrice, molte donne gli avevano fatto sapere di gradire un suo eventuale omaggio poetico, rime brevi ma
sincere, filtrate in quel dolce stil novo, che era l'ultimo grido della moda letteraria. Dante non era bello, aveva un nasone a rampino che pareva volesse agganciare la non lontana punta del mento sporgente, mascella volitiva, occhi d'uccellaccio arrabbiato.
Era quello che si usa dire un uomo interessante, un po' orso, con artigli di velluto, i dolci artigli della poesia. Un orso che sviene davanti all'amata, deve avere l'anima d'una farfalla.
Donneava. Un po' per vanità mondana, un po' per esercizio letterario, i giovani poeti del dolce stil novo usavano
donneare, corteggiare a distanza le donzelle, avvolgendole in un tenero assedio di rime alternate, o baciate (l'unico bacio ammesso in pubblico), così caste che potevano sottoscriverle i frati di clausura. Per questi poeti snob, la donna perde ogni connotato terrestre e carnale, diventa angelo, e Firenze una succursale del paradiso. Figurarsi se non avrà fatto piacere, alle scaltre fiorentine, sentirsi salutare messaggere di virtù, creature discese dal cielo in terra a miracol mostrare. Avevano poi elaborato, questi sofisticati intellettuali, una teoria che lusingava particolarmente il cuore
femminile. La vecchia divisione razzista tra nobiltà e plebe non esiste più. La vera nobiltà è quella dell'animo, e non v'è animo più
nobile d'un animo innamorato. Così insegnava Guido Guinizelli, il filosofo caposcuola, che predicava la coincidenza assoluta fra
amore e cuor gentile. Perciò scrivevano liriche popolate di madonne cortesi e fanciulle leggiadre, incorporee come figurine su vasi cinesi. Sarebbe tuttavia curioso accertare fino a qual punto, nella teoria sentimental-teologica della donna-angelo, entrava la convenzione letteraria, la genuina poesia, e la trappola per catturare le ingenue colombelle. Questi poeti, Dante in testa, sapevano stare in chiesa coi santi e in taverna coi ghiottoni, passando con rapida disinvoltura dagli scherzi goliardici ai rapimenti mistici dell'amore idealizzato. Il fatto che non parlassero dell'amore sensuale, non basta a farci credere che lo disprezzassero. Forse erano dei furbi matricolati. Peccato confessato è mezzo perdonato, ma peccato taciuto non esiste nemmeno. Dante colloca in paradiso una sola donna fiorentina, la soave Piccarda, e questo autorizza il sospetto che anche lui abbia personalmente contribuito, in gioventù, a sfoltire il numero delle candidate al regno dei cieli.
Un bel giorno mette la testa a partito e si sposa. A pochi passi dal luogo della sua casa c'è la chiesa di san Martino, dove ogni venerdì diciotto nobili, provvisti dei più illustri blasoni fiorentini, la Compagnia dei Buonuomini, esaminano le richieste di aiuto, che i poveri scrivono su un pezzo di carta, infilandolo poi in una cassetta, sotto un dipinto del Ghirlandaio. Segreta la domanda, segreto il donatore. Così da secoli. A quell'altare Dante chiese, sposando Gemma di Manetto Donati, a lui promessa sin dalla fanciullezza, la carità d'un po' di pace, serenità e oblio dopo la crisi che, morta Beatrice, l'aveva prostrato nel corpo e nello spirito. Non mangiava, non dormiva più, i suoi occhi
"pareano due abbondantissime fontane d'acqua surgente". Insomma, gli era capitato addosso un esaurimento nervoso in piena regola. Per rianimare l'affranto giovanotto, i parenti decisero di accelerare il matrimonio con Gemma che, non ricchissima ma più ricca di Dante, avrebbe portato in casa la bella dote di duecento lire.
Grosso sbaglio, commenta il Boccaccio. "Qual medico s'ingegnerà di cacciare l'aguta febbre con fuoco, o 'l freddo delle midolla delle ossa col ghiaccio o con la neve ? Certo niuno altro, se non colui che con nuova moglie crederà l'amorosa tribulazione
mitigare". Secondo l'autore del Decamerone, che nei confronti del matrimonio aveva trentadue denti avvelenati, gli uomini di lettere e di scienze non dovrebbero prender moglie,
"lascino i filosofanti lo sposarsi ai ricchi stolti, a' signori e a' lavoratori; ed essi colla filosofia si dilettino, molto migliore sposa che alcuna
altra".
Prosegue informandoci che Dante "una volta da lei partitosi, che per consolazione dei suoi affanni le era stata data, né mai dove ella fusse volle venire, né sofferse che dove egli fusse, ella venisse
giammai". Alla luce di queste notizie qualcuno ha visto in Gemma una riedizione della socratica Santippe, femmina inamabile, moglie petulante, la cui lontananza sarebbe bastata da sola a ripagare a Dante le amarezze dell'esilio. Hanno voluto riferire a lei quel passo del Purgatorio, dove il poeta, parlando dell'amore femminile, biasima la fretta avuta da Beatrice d'Este di passare a seconde nozze, morto il marito Nino Visconti:
Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina fuoco d'amor dura
se l'occhio o il tatto spesso non l'accende.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ma abbiamo prove per accusare Gemma d'indifferenza o, peggio, d'infedeltà? Ammessa per un istante la sua tiepidezza, Gemma non aveva tutti i torti. Prima di lei, altri due ideali occupavano il cuore del marito, Beatrice e la politica. Quale donna, anche dei nostri tempi più disinvolti e smaliziati, riuscirebbe a mantenersi sempre sorridente con un marito che aveva scritto per l'"altra" un romanzetto, in versi e prosa, la Vita nuova, e non se l'era più cacciata dalla mente, dal dì che l'aveva vista in chiesa?
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand'ella altrui saluta
ch'ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare
aveva cantato nel libretto, andato a ruba tra gli amici, i curiosi e le comari. E lei, la prosaica moglie, oberata di figli, era forse meno gentile e meno onesta? Dante aveva fatto di peggio. Aveva giurato di scrivere, a esaltazione della defunta moglie di Simone dei Bardi, in un poema che avrebbe abbracciato il cielo e la terra, il bene e il male, la vita e la morte, cose mai dette da nessuno per nessuna donna al mondo. E vero che Beatrice, nel poema, rappresenta la fede e la sua persona si trasfigura in puro simbolo concettuale, teorema metafisico, ma una modesta madre di famiglia era in grado di capire questi arzigogoli di poeta? Il quale mantenne la parola e scrisse per Beatrice, che amò senza sposarla, la Commedia, riservando a Gemma, che sposò senza amarla, un ostinato silenzio. Egli non parla mai della moglie. Cacciato da Firenze, gira l'Italia per vent'anni, e Gemma non lo segue. I figli si ricongiungeranno al padre, la moglie non lo rivedrà più... Gemma è assente dall'esilio come dalle opere del poeta. In paradiso Dante si fa accompagnare da Beatrice, Gemma resta sulla terra. Vuol dire che, in compagnia di due donne, il paradiso non è più
tale? |