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Il
Mussolini del 1939 e del 1940 non fu quello dei primi anni del regime, ma
un dittatore che aveva vinto in Etiopia e in Spagna e preparava adesso una
guerra di portata ancora maggiore; fu cioè una personalità che si muoveva
sul palcoscenico mondiale, un uomo che già parlava di un'altra guerra, più
grande e decisiva, come di qualcosa di positivo e di desiderato. In quel
momento, una sua decisione sbagliata poteva avere come risultato la rovina
di tutto il continente. E' quindi importante rilevare come questo capo
avesse solo pochi consiglieri di fiducia. Si ritrovò, e con propria
personale soddisfazione, un uomo piuttosto solo, anche nell'ambito della
sua famiglia. Confessò più di una volta di non aver mai avuto in vita sua
un vero amico, neppure fra i compagni di partito. Inoltre, gli piaceva
dire di non aver bisogno dei consigli degli altri. Perciò nel fatale 1940
rinunciò a convocare il Gran Consiglio del Fascio (che a partire dal
dicembre 1939 non si riunì per più di tre anni), nonostante l'imminente
pericolo di guerra e, nonostante che il Gran Consiglio fosse stato creato
proprio per fornire pareri come spazio per la discussione: il Duce voleva
fare da sé. Nemmeno nel Direttorio del Partito Fascista era possibile
trattare argomenti politici. Fatto ancora più grave, neanche nel Consiglio
dei Ministri c'era a quell'epoca la tradizione di discutere: di fatto
Mussolini arrivava abitualmente alle riunioni del gabinetto dei ministri
con l'ordine del giorno già pronto e deciso. Secondo lui, in una dittatura
i ministri erano degli esecutori, non dei consulenti. Anche altre
pratiche della vita politica erano cambiate nel secondo decennio del
regime. Una delle nuove e sorprendenti abitudini vigenti a Palazzo Venezia
fu che i ministri dovevano traversare l'immensa sala del Duce a passo di
corsa verso la sua scrivania e poi ritirarsi sempre a passo di corso dopo
aver preso gli ordini. La scusa ufficiale era che in quel periodo si
risparmiavano dieci secondi di tempo al Capo supremo. A ciò non si
assoggettarono solo i ministri, ma anche qualche generale, il maresciallo
Cavallero, perché la preminenza del Duce doveva essere dimostrata "coram
populo". Mussolini aveva indubbie qualità di politico; altrimenti non
sarebbe mai arrivato a diventare un dittatore, né si sarebbe mantenuto al
potere così a lungo. Vent'anni sono molti per un primo ministro di
qualsiasi paese. Ma la questione che in questa sede mi interessa è
piuttosto un'altra: cercare, cioè, nella personalità del Duce quegli
elementi negativi di ordine caratteriale e mentale che alla fine hanno
fatto crollare il regime e quasi portato alla rovina il paese. Il
Mussolini degli ultimi anni, eliminati ormai gli altri centri di potere,
parve giunto a credersi quasi infallibile: certamente disponeva di una
diminuita capacità autocritica. Nel secondo decennio del regime
l'abitudine alle lusinghe e l'ebbrezza da queste ingenerata l'avevano
cambiato in peggio, molto in peggio. Già nel 1933 il suo periodico
personale, "Gerarchia", l'aveva definito "l'uomo più grande del mondo",
presentandolo come "una titanica personalità che possiede un'alta
magistratura accettata da tutti in Europa". Pochi mesi dopo, in una frase
rivelatrice, Mussolini stesso spiegò: "Voglio la guerra per la guerra,
perché noi italiani abbiamo bisogno della gloria militare". Informò
Giuseppe Bottai che stava preparando nientemeno che una guerra
"brigantesca" (questa la sua esatta definizione) contro la Gran Bretagna.
Aggiunse che la sua idea era quella di cominciarla con la distruzione
totale della squadra navale inglese nel Mediterraneo; e la guerra sarebbe
finita dopo poche settimane con una vittoria schiacciante per l'Italia.
Fra le motivazioni e gli obiettivi della guerra, come spiegò poi al Gran
Consiglio, c'erano le mire sulla Svizzera e sulla Corsica e l'annessione
all'Italia della Tunisia. Un programma datato 1938, due anni prima
dell'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale. Nonostante un
tale strafottente atteggiamento, quando nel giugno del 1940 l'Italia
dichiarò guerra alla Francia e all'Inghilterra, era ancora praticamente
disarmata. Perciò Mussolini ordinò alle sue forze di rimanere sulla
difensiva, calcolando che i tedeschi avrebbero in poco tempo vinto la
guerra e gli avrebbero fatto guadagnare ciò che chiamava il suo "bottino",
per ottenere il quale non sarebbero stati necessari da parte italiana più
di 2.000 morti (la cifra è sua). E' interessante rammentare come 2.000
morti rappresentassero il prezzo calcolato per l'entrata in guerra
dell'Italia. Ciano non aveva mai visto il Duce così felice e trionfalista.
Solo pochi giorni dopo arrivò un certo sentimento di disinganno. Mussolini
aveva assicurato al paese che otto milioni di soldati sarebbero stati
mobilitati "in poche ore", ma adesso non poteva nascondere che non c'erano
armi o uniformi per più di un milione. E non poteva incolpare altri per
questa bugia. Tutto il potere era infatti centralizzato nelle sue
mani:non era soltanto primo ministro, ma aveva ricoperto a più riprese le
cariche di ministro degli Esteri, ministro degli Interni, ministro della
Guerra, della Marina, dell'Aeronautica eccetera. E non finiva qui, perché
era simultaneamente capo del Partito fascista, presidente di tutte le 22
corporazioni , presidente del Comitato corporativo centrale e della
Commissione suprema per l'autarchia; era presidente della Commissione
suprema di difesa e comandante generale della Milizia. In più si era
concesso il titolo di primo Maresciallo dell'Impero e di comandante delle
truppe che operavano su tutti i fronti. Però, volendo controllare tutto,
finiva con controllare poco. Ordinò l'organizzazione di un corpo di
spedizione per l'occupazione della Gran Bretagna, ma la sua idea di
vincere l'Inghilterra in sei settimane risultò effettivamente un'idea un
po' troppo ottimista. Debbo qui sottolineare che fino al 1940 l'Italia non
aveva carri armati; l'esercito non aveva artiglieria se non quella della
prima guerra mondiale. Mussolini, da ministro della Guerra, spiegò a un
ministro inglese che le Alpi erano inespugnabili perché l'Italia aveva… il
mitra. La Marina Militare (è vero) era un'arma splendida, ma aveva un
punto debole di non poco rilievo, ovverosia la carenza di combustibile. Si
sapeva già dell'esistenza del petrolio in Libia, ma, alle prese con tante
altre preoccupazioni, ci si era dimenticati di iniziare a sfruttarlo. Oggi
è facile riconoscere che il Duce non aveva la capacità di controllare così
tante cose. Allora, però, ci si rifugiava nella constatazione che
"Mussolini ha sempre ragione". A peggiorare la situazione fu il suo
costume di circondarsi di ministri spesso molto mediocri e di non
agevolare la carriera di uomini ambiziosi che avrebbero potuto diventare
dei rivali. Un Balbo fu esiliato in Libia, un Grandi all'ambasciata di
Londra. Così Mussolini continuava ad illudersi di poter dominare
personalmente in tutto. Ad Alessandro Lessona, ministro per le Colonie,
confessò che non poteva tollerare iniziative prese da altri, e questo
perché "il mio fiuto d'animale non mi inganna mai". Alcuni non erano
d'accordo con quest'affermazione. Guido Leto, capo della polizia, lamentò
che il Duce non aveva alcuna idea dei problemi amministrativi: secondo
lui, Mussolini, nella sua qualità di pluriministro, usava firmare ordini
tra loro contraddittorio -anche in una stessa giornata - poiché non aveva
il tempo di leggere gran parte dei documenti presentatigli alla firma. In
una frase memorabile, Leto commentò che fascismo era sì una dittatura, ma
purtroppo "una dittatura di ricotta". Secondo un altro capo della polizia,
Carmine Senise, Mussolini disprezzava tutti coloro che aveva scelto per le
cariche di vertice del regime. Il Duce considerava l'onestà come una cosa
secondaria in un ministro. Egli stesso confessò che preferiva non
licenziare un ministro di cui fossero state scoperte le malefatte perché
qualsiasi sostituto non sarebbe stato migliore e inoltre avrebbe voluto
anch'egli costituirsi una propria fortuna finanziaria o incrementarla. In
più Mussolini vedeva con favore il fatto che la sua conoscenza delle
ruberie ministeriali gli conferisce un utile mezzo di ricatto. E' un
giudizio, questo (che "sia meglio scegliere un ministro non molto
intelligente, perché con uno stupido faccio io e non mi dà
preoccupazione"), confermato da Alberto de' Stefani e Francesco
Ciarlantini. Non c'è dunque da stupirsi se, tra i collaboratori scelti,
troviamo personaggi inquietanti ed inetti. Un esempio è il Conte De Vecchi
di Val Cismon, chiamato ad occupare l'importante carica di ministro
dell'Educazione, o un Renato Ricci, ministro delle Corporazioni, o
addirittura un Carlo Tiengo, un vero pazzo che dopo dieci giorni in carica
viene fatto sparire alla chetichella e rinchiuso in un manicomio. |