Da "Un posto per scrivere - Intervista a Dacia Maraini" di Luca Lorenzetti, Prospettiva Editrice, 2002

 

Dacia Maraini è autrice di numerosi romanzi, di testi teatrali e di poesie. Fra le sue opere ricordiamo L'età del malessere (1963), Donna in guerra (1975), Dimenticato di dimenticare (1982), Il treno per Helsinki (1984), La lunga vita di Marianna Ucría (1990), Veronica, meretrice e scrittora (1992), Bagheria (1993), Voci (1994), Dolce per sé (1997), Buio (1999). Nel 1997 ha condotto per la RAI la trasmissione televisiva dal titolo "Io scrivo, tu scrivi".

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Signora Maraini, che cosa sta succedendo negli ultimi anni che ha portato il grande pubblico a questa grande attenzione nei confronti dello scrivere?
- Io credo che questo grande fervore creativo da parte delle tante persone che, pur non pubblicando libri, scrivono ugualmente - diari, appunti, racconti - sia dettato in primo luogo dal bisogno di migliorare il linguaggio. Il fenomeno è indice di malessere nei confronti della lingua italiana. Molti, nei miei seminari, mi chiedono: come faccio a migliorare il mio italiano, il mio modo di scrivere? E' chiaro che il talento non si può insegnare, mentre si può insegnare a non scrivere male, ad evitare errori di linguaggio, di impostazione. Ma scrivere è anche un mezzo per ribadire la propria individualità: il nostro è un mondo in cui la gente sparisce nell'anonimato, e allora scrivere diventa un modo per esserci, e questa è una cosa positiva.

- Ma perché la scrittura, e non un altro genere di espressione creativa?
- Perché la scrittura è legata all'immaginazione, alla logica, al pensiero, cose che accomunano tutti, dai bambini agli adulti.

- Alcune scuole di scrittura richiedono agli aspiranti corsisti dei requisiti particolari per poter frequentare. Lei come si è comportata finora?
- Io ho preso sempre tutti nei corsi che tenevo, il mio è un sistema molto aperto. In realtà i miei seminari non si rivolgono a dei professionisti della scrittura, ma solitamente ad aspiranti tali. Le creative writing schools, le scuole di scrittura creativa di tipo anglosassone, sono esperienze didattiche svolte per la gran parte in ambiente universitario, e quindi più finalizzate alla formazione professionale. In queste scuole si ha a che fare con giovani scrittori, che magari anche già pubblicato qualcosa. In questo caso capisco che possa essere necessaria una selezione più rigida. Le nostre esperienze sono meno istituzionali, più popolari e sperimentali.

- Dopo aver coordinato diversi di seminari e laboratori, come è dovuto cambiare il suo modo di porsi rispetto alla didattica della scrittura con l'esperienza televisiva di 'Io scrivo, tu scrivi'?
- La differenza fondamentale sta nel fatto che la trasmissione non aveva come scopo la preparazione di scrittori professionali ma era incentrata sul rapporto dei cittadini con la scrittura e la lettura. In ogni puntata ho letto e presentato dei libri perché mi interessava che il mio pubblico fosse incentivato prima di tutto a leggere, e quindi a riscoprire i classici, soprattutto quelli italiani. Ho riproposto Leopardi o Manzoni, ma anche autori che andrebbero recuperati come Morselli, Delfini, Anna Messina, Landolfi. Un vizio che incontro spesso è quello di leggere sempre in traduzione: la traduzione è un compromesso tra l'assoluto di una lingua e l'interpretazione di un traduttore. Quando ai seminari chiedo cosa leggono, scopro che praticano solo le traduzioni e non conoscono i classici italiani. Se uno vuole scrivere deve avere un rapporto con la lingua scritta del proprio paese, quella del passato e quella contemporanea.
Come ho già detto, i seminari si svolgono solitamente con la partecipazione di persone comunque interessate alla scrittura professionale, mentre questa esperienza televisiva era rivolta a tutti, era, potremmo dire, più "popolare", più divulgativa. Io dovevo tenere presente questo: non mi rivolgevo ad un pubblico di specialisti, ma ad un pubblico veramente vasto, e anche più variegato. D'altronde ho ricevuto lettere da carcerati, da bambini di scuole medie, e anche elementari; ho ricevuto lettere da casalinghe, da sarti, da dentisti, dalla gente più inaspettata. Questo ha reso il compito più difficile per me: dovevo mantenere un linguaggio semplice, chiaro, molto accessibile, ma nello stesso tempo non volevo abbassare il livello della discussione: riflessioni mai corrive, mai superficiali ,anzi a volte anche difficili, ma rese chiare da un linguaggio piano e accessibile. Una scommessa insomma.

- Riguardo ai fruitori delle esperienze formative sulla scrittura creativa, abbiamo rilevato, e Lei forse me ne potrà dare conferma, che il pubblico femminile è spesso quello maggiormente presente e sensibile.
- Mah, questo è curioso. Come dicevo, ho ricevuto migliaia di lettere, ne ho gli armadi pieni e ho passato le giornate a leggerle, perché, dopo la prima cernita più grossolana, lo facevo personalmente. E molte erano davvero belle. Ebbene, quasi la metà di queste lettere sono state scritte da uomini, e questo non me l'aspettavo. Solitamente ai miei seminari partecipavano più donne che uomini. Ma quando si è trattato di lettere, quasi la metà sono state scritte da uomini. Di tutte le età poi, anche molto giovani, adolescenti di tredici, quattordici anni che cominciano a scrivere, che danno forma alle loro fantasie. E ancora pensionati, medici - molti medici -, avvocati, ingegneri, grafici. Strano no?

- Lei è stata spesso chiamata a confrontarsi culturalmente e letterariamente con l'opera di grandi scrittrici, soprattutto dell'ultimo secolo. Esiste una scrittura "al femminile"?
- Credo di sì, ma non si tratta di una questione di stile o di contenuti: sarebbe stupido distinguere argomenti o stile esclusivamente "femminili", perché questi dipendono dalla personalità di ognuno. Si tratta invece di una questione di prospettiva, di una questione di punto di vista: è un uomo o è una donna a scrivere un libro, non esiste un neutro che scrive. E questo uomo e questa donna hanno dietro di sé una storia che non è solo quella personale ma quella di una generazione, di un paese, di una lingua e quindi una storia anche di genere. Il maschile, ricordiamolo, è sempre stato considerato soggetto universale: in quasi tutte le lingue che conosciamo il genere maschile è la norma e il genere femminile è una derivazione dalla norma.
Lo sguardo femminile vede il mondo maschile da un punto di vista diverso, storicamente diverso. Per esempio: il concetto di mistero femminile è stata una costante della letteratura maschile, tanto da diventare una luogo comune. Ebbene Patricia Highsmith ad esempio ha introdotto in letteratura il "mistero maschile", cosa rara e inedita nel mondo dei libri. Possiamo dire che finora la prospettiva femminile è stata sì presente nelle lettere, ma poco rilevante dal punto di vista del prestigio, o delle istituzioni letterarie. 

- Lei ha uno scopo che cerca di raggiungere scrivendo?
- Scrivere è un piacere fine a se stesso. Quando comincio a scrivere la mattina, provo proprio un piacere fisico nel riempire la carta bianca con dei segni che raccontano la mia immaginazione. Una volta finito di scrivere poi bisognerà pensare alla pubblicazione, e quindi si affronteranno i problemi dell'editoria che sono tanti e spesso penosi, dato che il nostro è un paese che legge pochissimo. Ma questo viene dopo.
Nessuno ti costringe a scrivere, lo fai solo se hai una passione. Io cerco spesso di spiegare che il fattore principale è la gioia di narrare. Certo, se ne fai una professione devi anche porti i problemi dei rapporti con il mercato. Ma dopo, sempre dopo. La spinta alla narrazione non può nascere da calcoli editoriali o economici. Ogni autore serio insegue le sue ossessioni, non sapendo se il pubblico dei lettori amerà ciò che scrive oppure lo ignorerà. Ogni volta è una sorpresa. Si può solo sperare che vada bene, che i lettori provino nel leggere lo stesso piacere che abbiamo provato noi nello scrivere. Ma non c'è niente di garantito, niente di assicurato, anche dopo un grande successo.
Il mestiere dello scrittore è duro, difficile, come tutti i mestieri immagino, spesso si va avanti solo per tigna e per passione perché si viene scoraggiati in tutti i modi. Spesso i guadagni sono scarsi se non nulli, nel caso dei poeti per esempio. E allora si faranno altri mestieri, come insegnare, lavorare alla radio, nei giornali, per il teatro o per la televisione.

- Basta quindi che ci sia un piacere alla base della pratica della scrittura, perché questa possa anche esaurirsi nell'intimità.
- Ci sono due fasi. La prima fase riguarda il puro piacere di scrivere. Il piacere di esprimersi, di ricercare parole nuove, di trovare la metafora giusta, il ritmo giusto. Poi c'è una seconda fase in cui emerge il desiderio che questo piacere venga condiviso da altri. Ma questo implica studio, applicazione, apprendimento di tecniche narrative e forza di comunicazione. E' come quando uno si alza e ha voglia di cantare: è felice di farlo, magari in bagno, mentre si fa la doccia. Ma se poi vuole esibirsi su un palcoscenico ed essere ascoltato da una platea, è chiaro che dovrà studiare, affinare e dare corpo alla voce, esercitarsi mattina e sera, diventare un professionista insomma. Io posso provare piacere a cantare, avere una bella voce, essere intonato, ma la cosa si esaurisce lì. Se invece pretendo che gli altri mi ascoltino, allora devo apprendere una tecnica: devo conoscere la musica, sapere bene di che si tratta, impostare la voce ecc. In quel momento si entra in una zona più complessa, più difficile: vengono fuori la concorrenza, la selezione. Anche possedendo una buona capacità di affabulazione, anche sapendo raccontare è inevitabile che qualcun altro saprà farlo meglio di noi.
Queste due fasi sono separate: ci si può anche fermare alla prima, non c'è bisogno di raggiungere la seconda. Molti infatti mi scrivono dicendo: "Io sono felice quando scrivo". E basta. Questa felicità è fine a se stessa, e va benissimo così. Oppure si può scrivere per un piccolo giro di amici, o, adesso con Internet, si può entrare in un sito di aspiranti scrittori e scambiarsi informazioni, giudizi e pareri. Anche questo può essere un modo di esprimersi. E la cosa può finire lì, oppure sfociare in qualcosa di più grande. Ma deve avvenire naturalmente, per forza di cose, non per la spinta di una ambizione astratta e frettolosa.

- Lei non crede che la consapevolezza di un inevitabile confronto possa essere uno stimolo alla competizione?
- Io non la metto mai sulla competizione. Nei miei seminari evito la competizione perché genera dei rancori, degli odii, che non mi piacciono. Parto da un presupposto di parità, poiché tutti sono ugualmente meritevoli di attenzione. Però critico, osservo, cerco di fare capire i difetti, gli errori. C'è anche chi evidentemente ha delle ambizioni sbagliate. Ci sono quelli che dicono: "voglio essere una scrittrice!", "voglio essere uno scrittore!", ma in realtà non hanno nessuna capacità, né alcun talento. Alcuni non sanno nemmeno esprimersi in italiano, fanno errori di grammatica, di sintassi. Si cerca allora di farglielo capire, anche se io mi sforzo di essere sempre gentile il più possibile, perché non serve a niente essere aggressivi, o sprezzanti. Cerco di tirare fuori il meglio da ognuno. Dalle mie esperienze di seminari ho potuto notare che comunque gli aspiranti scrittori non vengono scoraggiati dalle critiche, perfino quelle più severe, anzi: nel momento che imparano qualcosa, sono contenti.
Quello che li scoraggia sono invece i rapporti con gli editori, il fatto di non riuscire a farsi leggere, non dico a pubblicare, ma anche solo a farsi prendere in considerazione, questo scoraggia. E io non posso più aiutarli, nel momento in cui entrano nel mondo della competizione non posso seguirli. E' lì che ritengo avvenga la vera delusione, il momento di disperazione.

- Quali sono, rispetto alla pratica della scrittura, i modi di essere, i vizi, gli errori che accomunano i partecipanti ai suoi corsi?
- Innanzitutto, si legge poco. Questo porta a degli equivoci nel rapporto con la propria scrittura: molti pensano di saper scrivere perché hanno una conoscenza del parlato. La lingua parlata è povera, sorda, opaca; è poco sensuale e spesso inespressiva. La scommessa è adoperare un linguaggio credibile che non sia gergale. Spesso gli scritti degli aspiranti scrittori sono incrostati e appesantiti dai gerghi. Il gergo è un parassita della lingua, e molti non riescono a liberarsene. I gerghi di solito sono legati ad un gruppo sociale. Ma mentre chi lo usa conosce l'itinerario che segue, molte persone adoperano queste formule linguistiche senza esserne coscienti. E questo sa di appiccicaticcio, di falsità: ciò avviene sia col gergo politico, che medico, che calcistico, che legale.
La lingua italiana di oggi è infestata dai gerghi, e nel processo creativo è la prima cosa che viene fuori: i laboratori di scrittura dovrebbero quindi innanzitutto impostare una terapia del linguaggio per liberarlo da questo e da altri parassiti. Gadda è l'unico che ha adoperato i gerghi come materiale espressivo. Il suo è un lavoro di furore critico: lui li fa esplodere dall'interno i gerghi, rendendoli comici. Molti invece li usano mimeticamente, per dare un'impressione di naturalezza, ma poi ci cascano dentro. I gerghi soffocano la lingua come i licheni soffocano la corteccia di un pino. Escludere i gerghi è una operazione difficile, ma decisamente il primo dovere di ogni scrittore.
E nella lotta alle imperfezioni delle propria scrittura, purtroppo non credo che il computer sia un buon alleato. Il computer dà questa parvenza di compiutezza estetica: un testo scritto al computer sembra già pronto per essere stampato.
Un racconto, anche pieno di sgrammaticature, può apparire ben confezionato. E' talmente graficamente ben composto, con i caratteri scelti, tutto pulito, che non sia ha l'impressione che sia un lavoro in fieri. L'errore che fanno molti è di fermarsi 'alla prima osteria'. Scrivono una cosa, lì per lì ne sono soddisfatti, sono infatuati di un'idea e poi non ci lavorano sopra.
Anch'io uso il computer da un po' di tempo ma ogni volta stampo, correggo a mano e poi riporto le correzioni sullo schermo e riprendo da capo. Questo tante volte finché non sento che il testo ha subito un processo di purificazione.


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