"Finita l'era dei critici letterari" di Filippo La Porta , Palermo, 2004

 

In un piccolo classico della sociologia di quasi vent'anni fa, così si descriveva la classe media nell'epoca postmoderna in rapporto alla questione del giudizio estetico: "Né rozza né pienamente raffinata, né ignorante né istruita ai livelli vantati dall'élite, né disposta a lasciare l'arte ai suoi superiori né in grado di esercitare il proprio discernimento in questioni artistiche" (si tratta della "Decadenza degli intellettuali" di Zygmunt Bauman). Una situazione, come si vede, paralizzante.
La nuova classe media di cui parla Bauman, che nei tempi moderni si frappone tra le élite culturali e il volgo, non riconosce più alcuna autorità a nessuno (autorità necessaria per pronunciare verdetti nel campo dell'estetica) ma è essa stessa troppo debole e insicura per poter esprimere giudizi propri. Rifiuta i canoni tradizionali ma non ce la fa a costruirne di nuovi. Rimane a metà del guado.
Tutto vero. Eppure per una volta vorrei ancora ragionare non in termini di classi o ceti - dove la situazione è effettivamente quella di paralisi, delineata da Bauman - ma in termini di individui (quella dell'individuo sarà un'astrazione o una costruzione mitica ma ne abbiamo ancora bisogno, credo, per capire la realtà e anche per formulare qualche proposta). La letteratura oggi tende a frammentarsi e disperdersi nella società. In Italia, tutti si sentono legittimati a parlare di letteratura (nelle sedi e occasioni più varie), esprimono giudizi di valore, argomentano (con maggiore o minore sottigliezza). E' democrazia letteraria o imbarbarimento del gusto? Forse entrambe le cose.
Come sappiamo, la letteratura nel nostro paese ha trionfato, anche se al prezzo di svuotarsi in gran parte del suo contenuto critico-conoscitivo. Ma non possiamo dogmaticamente escludere che qualcuno, da qualche parte, sappia risvegliare quel contenuto. Si tratta in ogni caso di un processo ineluttabile, che però ha molte sfaccettature. Probabilmente dobbiamo liberare la letteratura da se stessa. Inutile mettere una diga, difendere la fortezza dalle invasioni barbariche. D'altra parte, sappiamo ormai da tempo che al posto della Ragione troviamo oggi tante differenti razionalità, così come al posto della coscienza di classe unica (del proletariato) avevamo incontrato via via molteplici soggetti sociali, ciascuno autonomo e potenzialmente antagonista. Non esiste il canone ma tanti canoni disseminati nel corpo sociale, nella massa indifferenziata dei lettori, e tutti ovviamente decostruibili. Non è che fuori dell'Università ci sia solo il mercato, con i suoi "giudizi di fatto", con il suo criterio inoppugnabile del successo (che poi a rigore non sarebbe un canone, perché in quel caso non si è esercitata una vera facoltà giudicante). Tra i due estremi si distende invece la società civile, con le sue molte comunità ermeneutiche.
Limitiamoci alla produzione letteraria contemporanea. Esiste in proposito un canone letterario delle radio (penso alla trasmissione "Fahrenheit"di Radio Tre), un canone di Internet (gli innumerevoli siti), un canone delle carceri (i molti corsi di letteratura che vi si tengono), un canone delle biblioteche comunali (che, a Roma come altrove, si traduce in premi annuali e altro), un canone dei corsi di scrittura, e perfino un canone di quelli che rubano i libri. A questi ne aggiungerei un altro, finora sommerso, e cioè tutto quell'arcipelago della parola privata, orale o scritta (lettere, diari, conversazioni), che secondo Francesco Orlando è a tutti gli effetti letteratura perché presenta un alto tasso di figuralità. Bene, direi che oggi questo arcipelago di letteratura finora non canonizzabile né codificabile è in buona parte emerso: si pensi solo alla diffusione dei blog in rete. Come mettere in relazione tra loro questi diversissimi microcanoni, in conflitto tra loro o anche solo reciprocamente indifferenti? Può farlo il critico, che oltre a essere un lettore comune ha anche un ruolo di mediazione ed è consapevole delle implicazioni etiche del suo discorso pubblico?
Certo il critico dovrebbe conoscere, magari approssimativamente, questi canoni, averne una qualche cognizione, tenerne conto, individuare convergenze tra di loro, accordi temporanei e punti di fuga. Personalmente mi sono trovato a contatto - anche in modo casuale - con alcuni di questi canoni, e con le rispettive microcomunità. E tra le altre cose ho notato che il discrimine tra testi "sommersi" e testi "salvati" è assolutamente instabile, semovente, con sorprese continue e improvvisi ribaltamenti. Quanti testi letterari finora scartati, respinti nell'oblio dal canone, sono continuamente di nuovo riattivati e sottratti all'oblio da parte di queste nuove comunità: quei testi scartati si affollano intorno a noi come tanti zombie, come morti viventi…
Mi sembra però arduo il tentativo di restituire al critico una funzione antropologica, storica e quasi "civile", come ha suggerito Romano Luperini. E' vero che ogni discussione sul canone letterario ci riporta sempre verso l'extraletterario, in una zona che ha a che fare con l'educazione, con la formazione dei cittadini, con l'identità nazionale, con l'idea di sé che intende crearsi una società, ma oggi nessun critico militante potrebbe - "titanicamente" - selezionare l'intero patrimonio culturale, vagliare il passato e il presente letterario, stare appresso ai ritmi superveloci della produzione e del consumo, e - finalmente - restituire una identità alla nazione. Per quanto io non veda nella situazione attuale un'estinzione del critico militante, ovvero il suo totale appiattimento sugli uffici-stampa degli editori - come qualcuno denuncia - non possiamo chiedergli compiti così grandiosi. Più che di critici, intesi come ceto, come un corpus a sé, parlerei più propriamente della funzione critica all'interno di ognuno di noi. Una volta riconosciuto, infatti, lo "sfondamento" del canone, la sua inarrestabile dispersione nel sociale (che forse ridimensiona un po' i nostri convegni e le nostre riviste) ciascuno è chiamato ancora più di prima ad argomentare - pazientemente, faticosamente - una sua ipotesi di canone. Ed è proprio questo il punto per noi interessante.
Credo che, al di là delle comunità e microcomunità, s'avanza oggi uno strano soldato: sì, proprio lui, il lettore come individuo (come soggetto dell'esperienza estetica) che appartiene sempre a un pubblico specifico ma che sempre di più rivendica un suo personale sistema di valori, una sua gerarchia di scelte (è vero che il postmoderno è insofferente verso le gerarchie: ma direi che è insofferente verso gerarchie imposte dall'alto e dall'esterno). Perché alla fine ciò che colpisce, scorrendo i molti microcanoni cui prima accennavo, è proprio il fatto che ciascuno argomenta e dichiara i propri gusti fregandosene di tutti gli altri. La modernità si caratterizza rispetto alle epoche classiche perché "l'individuo si afferma contro il sociale". E forse su questo aspetto il postmoderno è andato oltre: ha liberato l'individuo perfino dalla tradizione, con le ambiguità e le conseguenze che sappiamo. Da una parte siamo tutti omologati, dato che sogniamo le stesse cose, o se volete le stesse merci (c'è un evidente appiattimento del nostro immaginario), e dall'altra però siamo anche tutti differenziati, dal momento che scegliere cosa ci piace, e poi motivarlo, è l'unico modo per conoscere se stessi, per autoidentificarsi.
A selezionare e aggiornare il patrimonio culturale ci pensano dunque molteplici comunità ermeneutiche, sparse nella società, dalla classe scolastica a quella universitaria, dai lettori di un quotidiano al pubblico di una radio privata, dal centro sociale agli utenti di un sito internet, e, per ultimo, ai ladri di libri. Ma, dato che l'unica autorità riconosciuta è quella dell'argomentazione, quella cioè di chi riesce a trovare delle "buone ragioni" a sostegno della qualità di un testo, ecco che il critico, e cioè un lettore "professionalmente" impegnato e attrezzato a cercare "buone ragioni", può trasformarsi in "neoretore" secondo l'accezione di Perelman e Obrechts-Tyteca, nel senso che mette a disposizione di quelle microcomunità (delle quali lui stesso fa parte in qualche misura) un repertorio ampio, variegato di argomenti utilizzabili. In questo senso la polverizzazione del canone potrebbe accompagnare un ulteriore sviluppo e rilancio della democrazia.
Sappiamo infatti che l'argomentazione ricorre non a prove dimostrative, di valore assoluto, o a verità scientifiche ma a prove persuasive. E argomentare significa riverificare continuamente i nostri criteri, le nostre assiologie: per fare un esempio, capita che gli stessi autori siano presenti in canoni diversissimi, ma sostenuti con ragioni diverse (si pensi a Svevo e Pirandello per Debenedetti o per Barilli e il canone neoavanguardistico). Non vorrei indulgere a una immagine troppo edificante del meraviglioso laboratorio italiano. E so bene che il lettore come individuo è continuamente risucchiato in quella classe media, bulimica e inappetente. Così come non si può ignorare la presenza invasiva del mercato, dell'industria culturale (vera detentrice del gusto), con l'idea del successo come misura del valore estetico. Ma dato che oggi le "comunità interpretanti" sono tante, e così anche le appartenenze di ciascuno di noi, ecco che viene in primo piano la singolarità assoluta del lettore, il modo personalissimo in cui lui le assembla.
Ciascuno di noi, all'interno dell'orizzonte postmoderno, si sente sradicato e spaesato ma il modo in cui è spaesato e sradicato appartiene soltanto a lui. Siamo oltre la fase della critica al canone da parte delle femministe e delle minoranze etniche. Oggi è molto più interessante la critica al canone fatta non da gruppi organizzati, da schieramenti ideologici, da collettività rivendicative, ma da individui che appartengono sempre a più gruppi e a più collettività, e il cui gusto o giudizio non è in alcun modo prevedibile, calcolabile in anticipo.
Non c'è più l'autorità dei Grandi Critici di una volta (che erano una variante dell'intellettuale come legislatore o come guida, oggi in estinzione), e perciò l'"autorità" non può che essere quella razionale dell'argomentazione e della persuasione. Se io intendo escludere, che so, Umberto Eco dal mio personale canone della contemporaneità, devo escogitare quanti più argomenti posso e cercare di persuadere il mio uditorio, la mia "comunità" di riferimento, il mio pubblico (sempre un po' reale e un po' immaginario). Un'altra differenza del critico rispetto al lettore comune è che il critico si rivolge sempre non solo a un uditorio particolare, formato da individui reali (che so, il pubblico di un quotidiano), ma in un certo senso anche, potenzialmente e utopicamente, a un uditorio universale, il quale, secondo le parole di Perelman, "non può concedere il suo consenso se non alla verità…". E arrivo ad Harold Bloom.
Il lettore immaginato da Bloom nel suo discusso libro sul canone è un lettore universale e astorico, scevro da condizionamenti sociali, razziali, sessuali (come ha tra gli altri sottolineato Massimo Onofri), impegnato a cercare il "valore" delle opere per vincere la morte. E' dunque una figura astratta, alimentata dall'illusione della neutralità intellettuale e probabilmente dalla tradizione protestante della lettura diretta della Bibbia. Questo lettore universale, ingenuo e "neutrale", solitario e apparentemente senza metodo, probabilmente non esiste. E' una finzione, o se volete una proiezione mitica, ma si tratta di un altro di quei miti culturali di cui abbiamo bisogno perché, al di là della guerra dei canoni, ci ricorda che ogni lettura individuale - anche la più specialistica - contiene un momento assolutamente "puro", fatto di abbandono e stupore, di conoscenza disinteressata e di giudizio. Torno a quella figura di "strano soldato"che s'avanza all'orizzonte.
Ho l'impressione che anche la giusta richiesta di allargamento in senso multietnico del canone, di una ricostruzione al plurale della nostra storia letteraria, soprattutto in vista di crescenti migrazioni da altri continenti (penso all'accento messo da Carlo Ossola su una nostra tradizione non univoca, ma che comprenda eredità greco-romana, e poi cristiana, barbarico-romanza, mediterranea, bizantina, araba, slava) vada oggi riformulata.
Il punto non è tanto scoprire la pluralità all'interno della nostra tradizione, per lungo tempo rimossa ma ormai abbastanza ovvia, quanto leggere questa pluralità vivente all'interno dei singoli individui oggi. Insisto: ciascuno di noi, pur nella società omologata, è sempre più "plurale" e questa pluralità interna diventa una risorsa se riusciamo a darle espressione, se riusciamo a fornirle delle buone ragioni. Filippo La Porta*
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*Questo è l'intervento che Filippo La Porta ha letto nel corso del convegno dedicato al "Canone oscillante, la Letteratura italiana negli ultimi trent'anni", svoltosi nel capoluogo siciliano, alcune settimane fa, nell'ambito delle iniziative promosse dagli organizatori del 'Premio Mondello-Città di Palermo', arrivato alla sua trentesima edizione.


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