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Volevo andare a Merano per farmi dedicare "La città dove le donne dicono di no" da Alessandro Banda. Romanzo appena uscito ambientato nell'amena cittadina altoatesina. Poi ci ho riflettuto sopra: se Banda ha ragione non c'è motivo di andare a Merano e se Banda ha torto non c'è motivo di omaggiarlo (il mondo è pieno di scrittori che scrivono a vanvera). Volevo andare ad Alessandria per farmi dedicare "Riccardo Riccardi" (biografia del conte bevitore) da Paolo Massobrio ma c'era lo sciopero dei treni e anche quando non c'è lo sciopero dei treni la linea Piacenza-Torino è rimasta al tortoniano (era geologica corrispondente al miocene medio-superiore) e può perfino capitare che si debba cambiare a Tortona, cittadina che in mezzo millennio non è riuscita a smentire Guicciardini: "Non molto grande, brutta e di poca qualità" (Diario del viaggio in Spagna, 1512). Volevo andare a Rapallo per farmi dedicare "I territori italofoni non appartenenti alla repubblica italiana" da Giulio Vignoli ma a Rapallo ho vissuto una notte di orgia e non bisogna mai ritornare nei luoghi dove si è stati molto felici. Volevo andare a Verona per farmi dedicare "Dimenticati" da Stefano Lorenzetto però mi ero dimenticato che l'amico non abita dentro le mura delle città, al di fuori delle quali per me e per Shakespeare non c'è mondo, abita verso le piste di Bosco Chiesanuova e io i miei sci li ho buttati via col raggiungimento dell'età della ragione, qualche anno fa. Volevo andare a Pieve di Soligo per farmi dedicare il Meridiano da Andrea Zanzotto, se il sommo poeta si degnasse di ricevermi (non si degna).
Volevo andare a Modena per farmi dedicare "Post-italiani" da Edmondo Berselli poi mi sono domandato: seriamente, spassionatamente, ma quanto è simpatico Berselli? Volevo andare a Bologna per farmi dedicare "Tre ragazzi immaginari" da Enrico Brizzi passeggiando sotto i portici di via Saragozza, ma aveva il telefonino staccato. (Ho appena saputo che in primavera pubblicherà "Da costa a costa", il diario di un suo viaggio a piedi dal Tirreno all'Adriatico, idea byroniana, mogolbattistiana, da grande scrittore romantico, non ho ancora letto una riga e già mi viene voglia di vivere, di sentir battere il cuore). Volevo andare a Firenze per prendere due dediche con una sola cena, "I Frescobaldi" da Dino Frescobaldi, "Elementi di teoria politica" da Giovanni Sartori, siccome i due sono amici e spesso commensali alla trattoria Cammillo (due emme) in borgo San Jacopo, purtroppo Tiziana figlia di Dino ancora non è riuscita a convincere Sartori che non ho nessuna intenzione di tendergli un tranello, nessunissima, chissà come gli è venuta in mente, deve avermi confuso con un giornalista. Volevo andare a Lucca per farmi dedicare "L'orto di un perdigiorno" da Pia Pera ma l'ortolana era in giro per le fiere toscane a caccia di bulbi e sementi. Volevo andare a Siena per farmi dedicare "Uno strano cristiano" da Antonio Socci ma ho l'impressione che sia capace di parlare per tutto il tempo di Gesù Cristo, mentre a parlare di Gesù Cristo voglio essere solo io (non crederà di essere strano soltanto lui). Volevo andare a Velletri per farmi dedicare "L'esame di maturità" da Aurelio Picca ma per andare a Velletri bisogna passare da Roma, quella vecchia baldracca. Volevo andare a Sant'Arpino per farmi dedicare "Di questa vita menzognera" da Giuseppe Montesano ma Scampìa è a cinque chilometri, non so se mi spiego. Volevo andare a Posillipo per farmi dedicare "Non è il paradiso" da Antonella Cilento ma Piazza Garibaldi-Piazza Sannazzaro, a Napoli, sono i capolinea di un percorso di guerra, e io quel giorno non mi sentivo abbastanza fortunato. In verità non volevo andare da nessuna parte, ho messo in fila soltanto dei pretesti. Se uno è triste sul cardo di Parma, in quale altro luogo può sperare di essere felice? Volevo solo mettermi il tabarro, prendere la bicicletta, superare il ponte di Mezzo, "momento / mille volte ripetuto, mai pacifico, / del passaggio ad altra riva" e giungere in Oltretorrente.
A piazza della Rocchetta giro a destra verso il Parco, supero la macelleria con la testa di cavallo araldica sulla porta, la Madonna delle Grazie mi obbliga a una scelta, devio a sinistra a fianco della vecchia Anagrafe (più brutta della nuova, incredibile), quando da una finestra illuminata una voce di donna mi chiama. E' la casa di Toscanini o forse è la casa a fianco della casa di Toscanini, con questa luce fioca non riesco a vedere la lapide. Ma sta chiamando me? Nel borgo non c'è nessun altro. "Camillo!". Allora sono io. Ho riconosciuto la voce e la sagoma flessuosa: è Santa Santhia, la ballerina lettone. Non so come sia arrivata a Parma (me lo ha detto, non me lo ricordo), non so cosa significhi il suo nome (me lo ha detto, non l'ho capito). So che la sua è una delle lingue più rare d'Europa: solo due milioni di parlanti, sottoposti alla pressione tremenda del tedesco, del russo, dell'inglese. Io amo la Lettonia perché in un sinodo del 2001 il cardinale di Riga fu l'unico a parlare in latino. A Riga si è sposato Giuseppe Tomasi di Lampedusa. A Riga è ambientato un libro che in inglese è intitolato "Headcrusher" e che Mondadori ha pensato bene di pubblicare come "Russian psycho". C'è un complotto internazionale, un complotto anglo-russo-americano (i tedeschi non sono più in grado di nuocere), per degradare la lingua lettone in dialetto. Io che non conosco una parola di lettone, che non sono mai andato a Riga ne mai ci andrò (figurarsi, non riesco ad andare ad Alessandria) amo la Lettonia di un amore ineffabile per il quale mi commuovo di me stesso. Ogni tanto mi piace avere un amore disincarnato (ogni tanto). Non so però quanto sia disincarnato il mio culto di Santa Santhia, la ballerina che adesso mi apre la porta della sua casa sui tetti di Parma, e compiendo un perfetto inchino mi sorride.
Si sente della musica, ci deve essere una festina in corso. E' bella la parola festina. Fa rima con acquolina, falanghina, passerina. Basta un semplice cambio di finale e diventa festino, con quel tanto di eccitante e di pericoloso che la parola si trascina dietro. Tutto sommato è meglio lasciare festina. Che non è una festa, è più piccola e più facile. La festa presuppone una madama, un salotto, almeno un cameriere filippino, un buffet con risotti e pennette. Alle feste non ci si diverte mai, la padrona di casa è sempre in ambasce e trasmette agitazione agli invitati e può capitare che arrivi Angelo Bucarelli (forse non bisognerebbe avercela con lui, da quando mi hanno detto che sta organizzando un festival con Patrizia Cavalli sto cercando di rivalutarlo, continuo però a domandarmi come sia possibile che nelle feste romane si annidi un amante della poesia). Forse non ci si diverte nemmeno qui, ci sono solo due maschi. Ma quando arrivano le ragazze? Arrivano, dice Santa Santhia, e siccome le credo ciecamente mi metto tranquillo, mi tolgo il tabarro, saluto i presenti. C'è il prosciutto, il salame, la focaccia, il grana. Ci sono bottiglie e c'è un bottiglione. Doppia magnum, tre litri. Barbera dell'Emilia dell'azienda agricola Donati Camillo. La musica è di Mia Martini. Mah. Poi si passa a Vinicio Capossela, che mi fa sentire subito sporco. Finalmente si mette a cantare Petra Magoni, che pur essendo moglie di Stefano Bollani (o forse proprio per questo) Arbore non ha ancora invitato nel suo programma. Gli ho pure lasciato dei messaggi in segreteria: guarda che è una bravissima cantante, devi invitarla assolutamente, col suo contrabbassista, fanno una versione di "Prendila così" che riconcilia col penultimo Battisti e una "Sacrifice" che è meglio dell'originale. Niente da fare. Al suo posto ha chiamato Nicky Nicolai, che è un'altra moglie di qualcuno (moglie, che brutta parola) che si crede moltissimo ed è fastidiosissima, che è amica di Veltroni, che si chiama Nicky come Veltroni si chiama Walter (sono nemici dell'onomastica italiana come la cupola anglo-russo-americana è nemica della lingua lettone e a questo punto tanto valeva chiamare Amy Winehouse che almeno assomiglia alle mie cugine di Potenza e a certe cameriere qui di Parma). N. N. che da Arbore con i suoi berci disturbava il suono entusiasmante dei suoi molto validi accompagnatori. Petra invece è consapevole che di Mina ce n'è una sola, e "La voce del silenzio" nel suo ultimo disco la relega nelle tracce fantasma e quando ha finito di rovinarla conserva la lucidità necessaria per dire, a microfoni aperti, "boh".
Ancora sul caso Banda. Merano è davvero la città dove le donne dicono di no? Non ho tempo di verificare, faccio prima a chiamare i cari e vecchi amici Paolo e Paolo. Paolo D è parmigian-meranese, Paolo M merano-milanese. Paolo D: "Secondo me è Parma la città dove le donne dicono di no. A Merano dicono di sì alla grande. Un giorno sono andato all'ippodromo per puntare e ho conosciuto una: ci siamo infrattati subito, lì all'ippodromo. Poi le meranesi son donne che bevono e quando bevono è fatta. Un posto dove fare conoscenze simpatiche è la birreria Forst davanti al Kursaal. Anche al festival del vino ho sempre incontrato donne ben disposte". Paolo M: "E' un titolo che non ha senso, questo Banda è matto oppure è biondo. Io sono moro e per me Merano è la città dove le donne dicono di sì. Come in tutti i posti dove non c'è un cazzo da fare tutto ruota intorno al cazzo. Gli scapoli della mia generazione non fanno altro che trombare. Se vai in albergo puoi farti la cameriera e anche l'albergatrice. Ci sono aneddoti come quello degli uomini della scorta di Andreotti che al Palace si trombavano tutte le cameriere del piano. Merano è piena di ragazze-madri messe incinte dai militari. Li chiamavano "i figli della Rossi", dal nome della caserma del Car, centro addestramento reclute. I grandi proprietari delle montagne meranesi si sposano tutti con viennesi o bavaresi proprio perché le donne locali sono famose per i facili costumi. I problemi arrivano dopo l'orgasmo perché ti accorgi di non avere conquistato niente, a Merano è tutto troppo facile e la prima facilità sono le donne".
Arrivano le ragazze. Per la scala ripida e stretta salgono, rumoreggiando, la Beata Anna, la Beata Rossella, la Beata Silvia e la Beata Valeria. Mancano la Beata Carlotta, la Beata Cecilia, la Beata Erica (altrimenti detta la Barbie di Bardi, per l'aspetto fisico e il paese di origine) e la Beata Monia. La Beata Carlotta è rimasta a Bergamo (nebbia in autostrada, la prudenza è una virtù cardinale), la Beata Cecilia è in campagna a Madregolo a festeggiare coi suoi villici (assente giustificata, basta che non capiti spesso), della Beata Erica non si sa nulla (vedremo se saprà fornire valide scuse) mentre della Beata Monia si sa anche troppo, è in America intesa come Usa (di questa trasferta dovrà pentirsene pubblicamente, altrimenti sarà sottoposta a processo di sbeatizzazione e chiamata da quel momento in poi Monia Demonia). Essendo le altre bottiglie già stappate e scolate è arrivato il momento del bottiglione, cioè della doppia magnum (tre litri) di Barbera Donati. "Sa di ciliegia" dice la Beata Silvia. Domani riferirò questo giudizio a Camillo (l'altro Camillo) e lo farò felice. "Sa di ciliegia" detto da una Beata vale doppio. Se lo diceva una sommelier valeva zero. Le Beate sono la voce dell'innocenza
e della verità, loro il vino non lo studiano ma lo devono (non esistono Beate astemie). Non sanno quanto lavoro è costata a Donati quella ciliegia, quante notti in bianco nel periodo della fermentazione, quando il vino va accudito come un bambino piccolissimo, e ogni ritardo potrebbe essere fatale. Non sanno però la sentono. Sono sensibili e sensuali, le Beate, hanno i pomelli rossi e le labbra porporine (tutte meno la Beata Valeria, scura in volto: confessa di essersi appena lampadata, l'importante è che non sia andata a Sharm el Sheikh a lasciar soldi ai maomettani).
Baciando sulla guancia la Beata Anna sfioro la storia dell'arte contemporanea. E' la nipote di Carlo Mattioli, il pittore che non si spostò mai da Parma perché ad andarsene sono capaci tutti, a rimanere e a diventar qualcuno ci sono riusciti soltanto lui, Latino Barilli e Atanasio Soldati, guarda caso tre pittori, mentre per il resto il Novecento ducale è stato un gran fuggi-fuggi, Toscanini Pizzetti Bocchi, Barilli Bruno, Paola Borboni e Paola Pitagora, Zavattini, Attilio e Bernardo, Malerba, Bevilacqua, perfino Luca Goldoni ha ritenuto opportuno delocalizzarsi, adesso anche Paolo Nori… La Beata Anna ha le stesse guanciotte tirabaci, la stessa pettinatura di quando piccina picciò il nonno la ritraeva nei suoi quadri. Con lei mi consolerò di non aver mai conosciuto personalmente Dora Maar, l'Odalisca coi pantaloni rossi, la marchesa Casati Stampa.
La Barbera è finita, le amiche se ne vanno. No, falso allarme, se ne va esclusivamente la Beata Anna, che ha un marito (marito, che brutta parola: doveva avere per sempre soltanto un nonno). Essendo tutti molto volenterosi riusciamo a fare un trenino con una canzone di Paolo Conte. Sopra il tavolino la magnum vuota mette malinconia: ce ne fosse un altro paio si potrebbe allestire un tableau vivant ispirato a "Dopo l'orgia" di Cagnaccio di San Pietro ma non mancano solo le bottiglie, manca pure l'orgia. Come riciclare la grande boccia rabelaisiana? Come prolungarne la magia? Un angelo caduto sulla terra lancia una proposta: facciamo il gioco della bottiglia. Il gioco della magnum! Silenziosa, carismatica unanimità.
"Il gioco della bottiglia?" dice la Beata Francesca, che quella sera non c'era. "Io lo facevo a quattordici anni". "Anch'io lo faccio a quattordici anni, quanti anni credevi che avessi?"
Al giro di prova, la magnum eiacula un po' del vino che ancora conteneva sul parquet, che domani avrà nuove preziose venature. Dovrebbe portare fortuna. I primi giri sono di riscaldamento, servono a sviluppare delle regole, che senza essere esplicitate saranno via via osservate da tutti: bacio a bocca chiusa tra maschi, bacio a bocca aperta tra maschi e femmine come pure tra femmine. Per dare l'esempio mi impegno a fondo con la Beata Rossella, la cui lingua è trafitta da un perno metallico come non mi ricordo più quale santa martire. Devo soltanto ricordarmi di respirare, e lei di non sbattermi l'acciaio contro i denti. E' bello. Non pensavo tanto. Anche la Beata Silvia è trafitta: lo sapevo da prima ma ci voleva la bottiglia ruffiana per averne un'esperienza tattile. Santa Santhia non ha avuto bisogno di masochismi per essere canonizzata, la sua lingua è integra in ogni accezione: il suo bacio è biondocenere, un bacio baltico, subito sa di birra e nel finale lascia un ricordo di aringa affumicata (un bacio torbato, si potrebbe dire). La Beata Valeria (la Beata Abbronzata) bacia secondo regola ma con tempi più stretti, dice di essere molto sensibile e di non poter rispondere di sé stessa in caso di contatti prolungati. Evidentemente non la turbano le donne perché quando arriva il turno di baciare la Beata Rossella se ne sta lì un interminabile mezzo minuto, e io a pochi centimetri a godermi lo spettacolo. Mai vista una bottiglia così maliziosa: in uno degli ultimi giri volge la sua bocca esattamente a metà fra me e la Beata Silvia. Rilanciare? Sarebbe uno spreco di energia e di fortuna. Ci si bacia in tre. Mentre lo faccio capisco che è uno di quei momenti che rivedrò appena prima di morire, quando tutta la vita sarà un film accelerato, con i fotogrammi sfarfallanti nel finale.
Da quando Paolo e Paolo mi hanno smontato e ribaltato "La città dove le donne dicono di no", in questo libro non ci vedo che difetti. A Banda lo ha rovinato Thomas Bernhard. Ci siamo passati tutti, dall'austriaco menatorrone, solo che lui è rimasto lì. Per scrivere di Merano non ha osservato Merano, ha letto "A colpi d'ascia". Un libro ambientato a Vienna. Banda è così bernhardiano che sembra di ascoltare gli Audio 2 quando imitano Battisti: dal piacere del già noto si passa in breve all'orrore del clone, il doppio mostruoso creato in laboratorio dal maniaco in camice bianco. Banda è un nichilista cauteloso e puerile: mai che faccia un nome vero, se deve parlare di un poeta meranese noioso lo chiama Roy Ipnoll, che ridere. Nichilista cauteloso, puerile e generico: tre quarti delle accuse che muove a Merano sarebbero buone anche contro Bassano, Fabriano, Lanciano, per rimanere in dimensioni analoghe. L'eterno lamento sulla vita in provincia, caro ai provinciali. Banda me l'aveva consigliato Giovanni Pacchiano, che non collaborando a Tuttolibri della Stampa mi sembrava meritasse fiducia.
Quando il gioco finisce tutti hanno baciato tutti. Ci siamo scambiati una saliva che ora sembra di pace e poi forse diventerà di guerra, perché non conosco giochi che non siano seri, e baci che siano innocenti. Nel Gioco della Magnum vedo anzi intravedo implicazioni maggiori che nel "Grande Gioco" di Peter Hopkirk, seicentoventiquattro pagine Adelphi che squarciano il velo sull'antica macelleria denominata Asia centrale. Salvador Dalì la sua estasi cosmogonica - "la visione esatta della costituzione dell'universo" - l'ha avuta nella stazione di Perpignano, io in borgo Tanzi a Parma. E ancora: la Notte di Valpurga è di Goethe, Mendelssohn e Kraus, la Notte di Oltretorrente rimarrà soltanto mia (ci vuole poco, a Parma non c'è concorrenza, gli scrittori residui anche se hanno quarant'anni sembra siano al mondo da centoventi, calamita dei loro non troppo numerosi pensieri è sempre il Teatro Regio, come se appena ieri ci avessero ascoltato il "Nabucco" con Giuseppina Strepponi soprano e Giuseppe Verdi presente in sala).
"Il gioco della bottiglia?" ripete perplessa la Beata Francesca, scostandosi i capelli da madamina del Settecento, spalancando gli occhi in quel suo viso di porcellana (Capodimonte? Limoges?). "A parte che non era una bottiglia, era una doppia magnum, è tutta un'altra cosa, tu non puoi capire, non l'hai mai fatto con una doppia magnum."
Il bacio è immensamente più intimo del coito. Un preservativo per la lingua non l'hanno ancora inventato. Fra una penetrazione con la riserva fisica e mentale dell'anticoncezionale, e un libero bacio di libero amore, non c'è paragone. Non sono solo le puttane a non voler baciare, varie donne preferiscono aprire le gambe e non la bocca, oppure offrire solo la puntina. Ammesso che non se li siano portati da casa, nella borsetta, viene voglia di passargli un dildo, un vibratore, un plug (non entrerò in dettagli, gli ignari possono rivolgersi alla ragazza di Sex Sade, negozio fetish e fantasy di via Felice Casati 8, Milano, ma ancora per qualche giorno, prima del trasloco, in via Secchi, sempre angolo corso Buenos Aires, che con uno dei più bei sorrisi che conosca glielo spiegherà meglio, molto meglio di me).
Naturalmente questa pagina non racconta che un sogno. Il gioco della magnum è frutto dell'abuso di papavero, il fiore colore del sangue che mi sostiene durante la presente quaresima analcolica. Papavero legale, s'intende (sono pur sempre un uomo d'ordine), sotto forma di petali essiccati che compro nell'unica vera erboristeria di Parma (l'unica che venda erbe sfuse). Scientificamente parlando è papaver rhoeas, in italiano rosolaccio. Non è papaver somniferum (magari) e non è l'escholtzia californica che pare faccia prodigi, almeno nei resoconti dell'adorata Santa Isabella (Santa Isabella la Cattolica, però non di Cattolica, di Riccione, il cui culto prevede veglie notturne e sfrenatezze estatiche, dalle parti del Cocoricò). Non è papavero da oppio, il rosolaccio, ma non è nemmeno acqua fresca. Non è camomilla, per intenderci, né valeriana né tiglio o fior di arancio. Un infuso concentrato dei suoi petali non va assolutamente preso sotto gamba. Provatelo anche voi (l'erboristeria si trova in borgo Regale) e una delle prossime notti, pedalando in Oltretorrente, una voce di donna vi chiamerà dalla finestra.
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