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Gli
scrittori se ne sono accorti, quando se ne accorgeranno i lettori? Della
decadenza italiana, dico. I libri da classifica offrono evasioni in altri
tempi o in altri luoghi, ecco la mamma morta di Bevilacqua, il commissario
che nella realtà purtroppo non esiste di Camilleri, l'assassino che nella
realtà per fortuna non esiste di Faletti, la colomba che ha spiccato il
volo e chissà quando ritornerà di Dacia Maraini, e poi Sveva Casati
Modignani che basta lo pseudonimo, Gomez-Travaglio nostalgici di
Tangentopoli, Biagi nostalgico e basta. Per il nostro beneamato popolo i
libri surrogano i tranquillanti, un buon libro equivale a una bella
dormita. Nelle librerie Feltrinelli non serve la ricetta, e si ronfa come
in farmacia. I commercianti di libercoli sfruttano inoltre un pregiudizio
vecchio come un elzeviro di Claudio Magris sul Corriere, secondo il quale
i lettori sono sempre, in quanto tali, migliori dei non-lettori. Un
lettore di Dan Brown migliore del mio falegname che conosce i segreti di
ogni legno e mi salva dai tarli i mobili aviti? Migliore del mio
fruttivendolo che mi tiene da parte i funghi raccolti stanotte
sull'Appennino, e i mandarini che i lettori di Dan Brown non acquistano
più, siccome hanno i semi e quindi un profumo e un sapore? Quando sto per
uscire dall'enoteca Fontana con una bottiglia in mano, Fabrizio cerca di
farmela mettere dentro una busta, perché teme per la mia reputazione,
mentre ci sono persone che comprano Ken Follett e non se ne
vergognano. "Ah, se potessi tornare nel passato con un branco dei miei
operai e andare a pigliarli a bastonate sul groppone, questi ciccioni
sorridenti, creatori di un immenso mollusco senza esercito e con migliaia
di deputati che va da Capo Finis Terrae a Vladivostok e unisce popoli che
non vogliono stare uniti e non hanno nulla in comune e dibattono
all'infinito di cazzate e si odiano a morte per ragioni vecchie di secoli
e comprano prodotti fatti altrove, perché le nostre industrie sono in
rovina, tutte, e noi europei non siamo che una massa di consumatori
attaccati all'ultimo euro rimastoci dai tempi in cui si guadagnava e lo
stato pagava le pensioni: un branco di pacifisti, di persone colte e
intelligenti e sensibili, con il ditino alzato, la mente aperta e il culo
rotto, perché se c'è una cosa certa nel mondo è che ce l'hanno messo nel
culo, e noi zitti". (Edoardo Nesi, "L'età dell'oro", 2004). Io leggo
libri e prendo tranquillanti contemporaneamente. Prendo tranquillanti
perché leggo libri. "L'Apocalisse" di Oriana Fallaci, l'unico scrittore
italiano della decadenza capace di entrare in classifica, è difficile da
finire senza una dose di Xanax. Poi si rimane per ore con le mani che
tremano, indecisi fra suicidio e omicidio, fra entrare in politica o nella
trappa, anche se poi tutto si risolve con un'altra dose di Xanax. Gli
altri autori di questo filone generano reazioni più composte, di solito
sono inquietudini solo intellettuali, senza tachicardia annessa. Guido
Ceronetti dice delle cose altrettanto tremende ma le depotenzia con lo
stile, scrive talmente denso che per capirlo bisogna fare più attenzione
alla struttura della frase che al contenuto della stessa. Quindi nessun
bisogno di Xanax. Franco Arminio è l'unico scrittore italiano della
decadenza i cui libri sono essi stessi Xanax. Se uno è dipendente da
psicofarmaci e vuole dimezzare le dosi può provare a leggere "Viaggio nel
cratere". La sua Irpinia è come se fosse già morta. Non c'è lo strazio
dell'agonia. Le sue pagine sono lapidi, pacificate come cimiteri. "John
Stuart Mill scriveva che il proseguire del capitalismo avrebbe trasformato
gli europei in cinesi. Era il più saggio degli economisti liberisti
inglesi, e deduceva questo esito rovinoso dal fatto che la nuova economia
era un processo di standardizzazione e uniformità annientatore dell'io".
(Geminello Alvi, "Ai padri perdono", 2003). Per la prima volta, in
questo finale di 2004 il lettore italiano ha a disposizione un congruo
numero di romanzi e pamphlet che descrivono, a volte deprecando a volte
solo constatando, il progressivo scivolamento della nazione verso la
condizione di espressione geografica. Fallaci a parte, il lettore italiano
fa finta che non esistano. La verità gli fa male, lo so. Ed è umano, oltre
che struzzevole, infilare la testa sotto la sabbia. Basta che poi non si
lamenti, che un giorno non dica che nessuno gliel'aveva detto. No carino -
gli rinfaccerò quel giorno - Edoardo Nesi te lo aveva detto, ma tu leggevi
Bruno Vespa e non te ne sei accorto. "E' lo Help Center, al binario uno
della stazione Termini (all'esterno, via Marsala n. 37). Perché non Centro
di Aiuto? Perché l'angloliano è la lingua dei futuri alieni che
occuperanno questa striscia di mondo crivellata di storia umana." (Guido
Ceronetti, "Un viaggio in Italia", edizione 2004). Negli anni Zero la
decadenza è arrivata, scriverne potrebbe sembrare fin troppo facile se non
fosse ancora solo una minoranza a farlo. Negli anni Ottanta, ultimo
decennio conosciuto di vitalità italiana (gli stilisti, vi ricordate?),
era ancora più raro e difficile, bisognava essere profeti. Eppur ci
furono. Si chiamavano Alberto Arbasino ("Un paese senza"), Valentino
Zeichen ("Museo interiore", con la poesia del cinese che fa jogging in via
dei Fori Imperiali sbirciando le tavole geografiche documentanti le
progressive conquiste dell'Impero Romano, immaginando l'imminente
espansione dell'impero suo), Guido Cernetti ("Un viaggio in Italia",
quest'anno rieditato e aggiornato) e più programmatico di tutti Piero
Buscaroli ("Paesaggio con rovine"). Con un'epigrafe da brivido, l'epigrafe
poundiana e pisana "Formica solitaria di un formicaio distrutto / dalle
rovine d'Europa, ego scriptor", Buscaroli si riallacciava direttamente al
rovinismo anni Quaranta che fu anche, fra gli altri, di un doloroso,
basilare Prezzolini ("L'Italia finisce, ecco quel che resta", 1948). A
proposito: quand'è che Sellerio la pianterà di pubblicare Prezzolini a
pezzi e a bocconi, in libricini gonfiati da prefazioni lunghe quasi quanto
i testi? Urge l'opera omnia, o almeno un libro che raccolga i suoi titoli
migliori (tanto sono tutti brevi). Torniamo a noi. Buscaroli al contrario
di Arbasino non ha mai considerato i favolosi anni Sessanta, diversamente
da Pasolini non ha mai dato peso ai Cinquanta, per lui l'Italia si è
schiantata alla data classica dell'Otto Settembre e per i decenni a
seguire non è possibile parlare di declino, semmai di decomposizione. Voci
nel deserto, profeti senza pubblico: Buscaroli perché fascista, Zeichen
perché poeta, Arbasino perché Arbasino, scrittore per scrittori se non,
ancora peggio, scrittore per giornalisti, e quindi padre involontario,
padre colposo, lui così Piccolo Moralista Lombardo, di due bass'imperiali
così fatiscenti e romani come Roberto Dagospia e Maria Laura Weekend.
"Montaguto. C'è un campo di calcio con una tribuna su cui potrebbero
prendere posto tutti gli abitanti. Ma qui non ci sono ragazzi a
sufficienza per fare una squadra". (Franco Arminio, "Viaggio nel cratere",
2003). Decadenze parallele. Franco Arminio è facile da gemellare, lui è
il Rutilio Namaziano d'Irpinia, in entrambi i casi c'è di mezzo un
viaggio, e uno sguardo costernato sul proprio mondo che finisce, là
Populonia i cui "immensi spalti ha consunto il tempo vorace", qui Oscata
frazione di Bisaccia, colta nel suo naufragio di "Titanic rurale". Edoardo
Nesi è Paolino di Pella: tutti e due cresciuti in famiglie agiate, tutti e
due colpiti nel vivo dalle invasioni (i barbari, i cinesi…). Nesi
nell'ultima sua quarta di copertina scrive: "Verrà l'ora in cui li
rimpiangeremo, i giorni passati in casa a non fare nulla". Paolino finisce
il suo "Ringraziamento" con impressionante consonanza: "Fosse più a lungo
durata questa vita per generoso dono di Cristo: e, insieme, il tempo di
una pace che fu!" La Fallaci è "in gemellabile", non ho trovato nessuno
che le somigli, forse perché ho studiato le antologie dei poeti latini e
non i dizionari di mitologia greca. L'antica signora, donna eminentemente
tragica, potrebbe essere imparentabile con qualche personaggio di
Euripide. Bisognerà verificare. Ceronetti è ovviamente Giovenale. Viaggio
in Italia e Satire emettono lo stesso grido: "Una Roma ingrecata mi fa
schifo, Quiriti!". "Venduta la casa in centro, di cui non rimaneva che
un vago ricordo; qualche foto mia e di mio fratello Alberto sui grandi
divani del salone insieme a una pallida bionda - potevamo permetterci
addirittura una baby sitter inglese allora, e facevamo le vacanze in
montagna: c'era un'altra foto, sullo sfondo del monte Bianco, rossi in
viso nelle nostre camicie lanuginose di flanella, soddisfatti come due
aquilotti nel nido. Ma quella era ormai l'età mitica dell'oro - adesso, ed
erano già molti anni, ci eravamo dovuti aggiustare nella villa di campagna
dei nonni materni che il tempo, l'incuria e l'avanzare della città avevano
ridotto a una lugubre casa di periferia, affogata tra palazzine d'edilizia
popolare". (Gaetano Cappelli, "Il primo", 2005). Paolino di Pella il
suo "Ringraziamento", autobiografia in versi, lo scrisse ultraottantenne.
Ausonio compose buona parte delle poesie dopo la pensione, fra i settanta
e gli ottanta, ed è una lunga cerimonia degli addii: i "Parentalia" per lo
zio morto e la moglie defunta, la "Commemoratio Professorum
Burdigalensium" per i colleghi trapassati, eccetera. L'ultima letteratura
latina è una gerontocrazia. Gli scrittori italiani della decadenza, sia in
assoluto che in relazione alla diversa età media delle due epoche, sono
molto più giovani: in fondo Edoardo Nesi ha solo quarant'anni. Ragazzini
però non ce ne sono. Qualche ventenne, ma circondato da una maggioranza di
trentenni, si può osservare nelle antologie di Einaudi Stile Libero, ad
esempio in questa ultima "La notte dei blogger". Non sono però scrittori
decadenti o decaduti, sono scrittori mai nati. Aborti autodenunciati: uno
si firma Personalità Confusa, uno intitola il suo racconto "Satana ne ha
le palle piene", ben tre attingono a Lucio Battisti, Francesco De Gregori
e Caterina Caselli, come i registi del cinemino italiano senza idee.
Depressi e deprimenti, non ci dicono nulla del mondo e faticano anche a
descrivere la propria cameretta. Parlano ancora dei Nirvana. Non viene
voglia di andarli a conoscere e anche loro stanno bene attenti a non farsi
trovare, nascosti dietro i loro blog, i loro pseudonimi infantili, i loro
nomignoli vili: Chiara / Lo, Livefast, Eriadan, Princess Proserpina, Zazie
al binario 17, Colas, Gomitolo… Una delle poche a firmarsi per esteso,
insomma a metterci la faccia, è Giulia Blasi, triestina di Pordenone
famosina in internet, ma pure lei racconta una fine e non un inizio:
"Ultima notte in via Zanetti". Pure lei, da brava europea media, si
compiace della morte al lavoro: "La Durex dovrebbe farci dono di un
pacchetto azionario per i servizi resi alla causa del controllo delle
nascite". "Roberta è una risorsa importante per la sua assicurazione.
Il capo di Roberta è una donna. Le ha detto, Roby, mi raccomando, adesso
che convivi, non farmi scherzi con una maternità". (Giorgio Falco, "Pausa
caffè", 2004). Gli scrittori se ne sono accorti, i lettori non se ne
accorgeranno mai. "Non vuoi sapere che cosa sei: / leggi i poemi
callimachei" (Marziale). I supermercati di Carlo Feltrinelli, il fanatico
di Bob Dylan che sta per togliere il lavoro a centinaia di promotori
editoriali, e lo spazio a decine di piccole case editrici, e gli occhi per
piangere a centinaia di librerie indipendenti, sotto Natale stanno
vendendo a più non posso Callimaco Baricco, Callimaca Mazzantini,
Callimaca Agnello Hornby, Callimaco De Carlo e ben due libri e tre
edizioni di SuperCallimaco Ammaniti (anche se "Ti prendo e ti porto via"
rimanda come titolo soprattutto a Liala). Le signorine che comprano i
callimachei da Feltrinelli, sotto i poster di Hemingway e Che Guevara, si
sentono il cuore riscaldato dall'aver fatto qualcosa per un mondo
migliore, più sensibile e più colto, perché non sanno che la stessa carta
con cui vengono impacchettati i loro libri strenna servirà per
confezionare le lettere di licenziamento, se non proprio a Natale alla
Befana, quando la strega Carlina metterà il carbone nella calza dei librai
in esubero. "Oggi sono, di nuovo, a Parma, nel parcheggio dell'Uba Uba.
E' maggio, è sabato pomeriggio. L'Uba Uba è aperto e pieno di gente. Ci
sono stato dentro. Ho comperata una polo rossa fiammante. Un bel rosso.
Rispetto alla visita di anni fa con Adriano, il negozio è tutto un'altra
cosa. Merce ovunque, personale ovunque. Non so di chi sia, oggi, la
catena. Certo: la roba che si vende è sempre roba da Uba Uba; ma va
benissimo. Gli immigrati sono sicuramente più di metà, in prevalenza
africani neri. Poi ci sono i pensionati. Immigrati e pensionati vanno
sempre bene insieme. Anche sugli autobus di città, ho notato". (Giulio
Mozzi, "Sotto i cieli d'Italia", 2004).>BR> Io sono l'Europa alla
fine della decadenza, che guarda passare i piccoli turchi scuri,
componendo editoriali indolenti. (Verlaine rivisitato). Paul Verlaine non
lo butterò via mai, il suo Meridiano, per quanto maldestra sia la
traduzione, è sopravvissuto a tutti i traslochi da Vicofertile a Trani, da
Trani a Reggio Emilia, da Reggio centro a Reggio periferia, da Reggio
periferia di nuovo a Reggio centro, da Reggio centro a Parma cardo,
reggerà a tutti i miei traslochi futuri almeno fino a quando avrò la forza
di sollevare scatoloni, invece Alemanno è a rischio, sì sì, il destino di
"Intervista sulla destra sociale" (Marsilio 2002) nella mia libreria è
appeso a un filo, appena avrò finito questa pagina mi metterò a scrutare i
giornali per scoprire se Alemanno condivide o meno la presa di posizione
di Fini, che purtroppo non è quello dei tortellini ma quello di An, cioè
il ministro secondo il quale la Lega nella sua opposizione alla Turchia
sta solo facendo propaganda elettorale e quindi venghino signori venghino,
sentivamo il bisogno dei turchi, in Europa. Se Alemanno è d'accordo con
Fini, il suo libro, ancorché curato da Angelo Mellone e introdotto da
Giano Accame, prenderà la via del cassonetto, lasciando il posto a qualche
opera più meritevole. Perché io mi sono dato la seguente regola: per ogni
libro che entra in casa c'è un libro che deve uscire. Non posso mica farmi
seppellire dalla carta. Abito in un palazzo antico, non posso sforzare più
di tanto le travi. Quando c'è un libro su cui sono incerto - buttare o non
buttare? - mi basta approfondire il pensiero dell'autore e il problema si
risolve. Di solito butto. Alemanno non so ancora che fine farà, ma
riguardo Aldo Busi mi bastò conoscerlo personalmente per liberare mezzo
metro di libreria. Settimana scorsa, a Roma all'Università Lateranense,
senza volerlo (giuro) ho conosciuto Roberta Tatafiore. Non l'ho abbordata
(rigiuro) ma com'è e come non è me la sono trovata accanto lo stesso. Alla
maniera delle persone che all'uscita dei cinema si mettono a discutere dei
film, voleva dire la sua su quanto appena espresso dal cardinale Ratzinger
e da Marcello Pera. Perché mai? Non avevamo sbadigliato abbastanza? No,
bisognava sbadigliare ancora e sentire l'opinione di Roberta Tatafiore.
Non tutto il male viene per nuocere: una volta tornato a casa ho deciso
che alla trave del salone si sarebbe potuto risparmiare il peso di "Sesso
al lavoro" (Il Saggiatore 1994). "Venerdì santo, nove di mattina. In
una marea distratta e accalcata di turisti della fede, aspetto la Via
Crucis, l'incontro tra la Madonna Addolorata e Gesù Cristo con la croce
sulle spalle, il Vinto per antonomasia. Sono a Bisceglie, il mio paese
d'origine. Era una processione importante, quella del Venerdì Santo,
vedevo da bambino le donne vestite di nero piangere e i loro uomini
impietrirsi al passaggio. Torno sempre il venerdì santo al mio paese per i
riti pasquali. E ogni anno vedo aumentare la gente e diminuire la
passione".(Marcello Veneziani, "I vinti", 2004). Il declino storico di
Alvi, il declino demografico di Arminio, il declino del lavoro di Falco,
il declino del decoro della Fallaci, il declino estetico di Mozzi, il
declino religioso di Veneziani… Lo struggente ricordo dell'età dell'oro in
Gaetano Cappelli, e in Edoardo Nesi che lo mette nel titolo. Nesi il
mercante di Prato, Nesi industriale e romanziere, uno che non viene da
Nuovi Argomenti ma dalle trattative salariali: "Erano i tempi in cui si
battagliava tra industriali e artigiani per quell'incontestabile più che
c'era nell'aria e che sembrava crearsi da sé, quasi miracolosamente, quasi
senza sforzo di volontà. Ogni volta vincevano tutte e due le parti, poiché
nonostante l'asprezza di quegli scontri si condivideva, ferrea, la
certezza che eravamo lì per spartire un'utile e non, come oggi, per
dividere una perdita". Nesi mi accompagna nella zona industriale di Prato,
mi mostra i capannoni semideserti, le strade vuote, le insegne scritte in
cinese, mi mostra da fuori il lanificio di famiglia, che ha appena
venduto, e da dentro la piccola tessitura che è ancora sua, non si sa per
quanto. E' un fiume in piena. "Siamo tutti d'accordo che la
globalizzazione non si possa fermare. Siamo tutti d'accordo che i dazi
siano antistorici". Tutti non direi, io per esempio sono per mettere un
dazio del 100 per cento domattina, su tutte le categorie merceologiche.
"Diciamo allora che sono quasi tutti d'accordo, sull'antistoricità dei
dazi. Bisogna però spiegare che in conseguenza di quanto sopra saranno
migliaia a perdere il lavoro, nei prossimi anni, nell'industria
manifatturiera di questo paese…". No, ti prego, "questo paese" lo dice
Veltroni, noi che siamo italiani questo paese lo chiamiamo Italia.
"Saranno migliaia a perdere il lavoro nei prossimi anni, nell'industria
manifatturiera italiana, i più giovani finiranno nei call center e nei
supermercati, se gli va bene, i più vecchi dovranno andare a spasso. E
toccherà ai politici, dirlo, no?". Credo che tu stai confondendo Winston
Churchill con Gianfranco Fini, cosa vuoi che dica quello. "Fini, proprio
lui, Fini e Ciampi, qualcosa dovrebbero dire, dopo che sono tornati dalla
Cina per fare affari e non li hanno fatti, dopo che hanno detto che il
declino industriale italiano non esiste, che da Pechino ci hanno
spiattellato l'ennesima lezioncina sui cento milioni di cinesi ricchi e
sul mercato più grande del mondo che non aspetta altro che arriviamo noi
da Prato a vendere i nostri tessuti, dopo che ci hanno esortato a non
temere la concorrenza e a mettere in azione l'inventiva italiana e a
prendere esempio dalla Ferrari e da Giorgio Armani". Ma la Ferrari, la
divina Ferrari, non è in perdita pure quella, tale e quale la volgarissima
Fiat? "Ecco, appunto. Scendano dall'aereo presidenziale e vengano a
raccontare le magnifiche opportunità cinesi a Prato, agli imprenditori con
meno di quindici dipendenti. Soprattutto provino a raccontarle ai quindici
dipendenti". "Ero nell'Italia del 2004, un'Italia dove lo straniero
contava più del cittadino e l'Inno di Mameli si cantava solo alle partite
internazionali di calcio. Poi pensai che il Mostro a sette teste e dieci
corna aveva davvero vinto, stravinto, e mi sentii molto sola. Sconfitta e
sola". (Oriana Fallaci, "L'Apocalisse", 2004) Si può finire una pagina
così? Alle soglie dell'anno nuovo in cui tante speranze scioccamente,
umanamente riponiamo? Nesi e Fallaci sono un uno due che in pochi possono
sopportare. Intanto vorrei dire a Oriana che sconfitta può darsi che lo
sia, che lo siamo, ma sola di sicuro non lo è, e queste colonne le ho
inzeppate di nomi per dimostrarglielo. Poi vorrei dire a tutti che la
settimana scorsa ero a Firenze e fra la presentazione del libro di Dino
Frescobaldi (mille anni di dinastia vinosa) in Palazzo Vecchio e il solito
sommo Negroni preparato da Luca Picchi al Caffè Rivoire di piazza della
Signoria, ho comperato un presepino di coccio da Villeroy & Boch,
costato davvero poco, che in questo momento fa bella mostra di sé sulla
credenza di noce. Adesso mi sono alzato per rivederlo meglio: ci sono
Giuseppe e Maria, ci sono l'asino e il bue, e in mezzo il Bambino. Siamo
decadenti e fatiscenti, certo, ma ogni anno rinascenti. Camillo Langone |