"2004, l'anno zero della decadenza" di Camillo Langone, 2004

 

Gli scrittori se ne sono accorti, quando se ne accorgeranno i lettori? Della decadenza italiana, dico. I libri da classifica offrono evasioni in altri tempi o in altri luoghi, ecco la mamma morta di Bevilacqua, il commissario che nella realtà purtroppo non esiste di Camilleri, l'assassino che nella realtà per fortuna non esiste di Faletti, la colomba che ha spiccato il volo e chissà quando ritornerà di Dacia Maraini, e poi Sveva Casati Modignani che basta lo pseudonimo, Gomez-Travaglio nostalgici di Tangentopoli, Biagi nostalgico e basta. Per il nostro beneamato popolo i libri surrogano i tranquillanti, un buon libro equivale a una bella dormita. Nelle librerie Feltrinelli non serve la ricetta, e si ronfa come in farmacia. I commercianti di libercoli sfruttano inoltre un pregiudizio vecchio come un elzeviro di Claudio Magris sul Corriere, secondo il quale i lettori sono sempre, in quanto tali, migliori dei non-lettori.
Un lettore di Dan Brown migliore del mio falegname che conosce i segreti di ogni legno e mi salva dai tarli i mobili aviti? Migliore del mio fruttivendolo che mi tiene da parte i funghi raccolti stanotte sull'Appennino, e i mandarini che i lettori di Dan Brown non acquistano più, siccome hanno i semi e quindi un profumo e un sapore? Quando sto per uscire dall'enoteca Fontana con una bottiglia in mano, Fabrizio cerca di farmela mettere dentro una busta, perché teme per la mia reputazione, mentre ci sono persone che comprano Ken Follett e non se ne vergognano.
"Ah, se potessi tornare nel passato con un branco dei miei operai e andare a pigliarli a bastonate sul groppone, questi ciccioni sorridenti, creatori di un immenso mollusco senza esercito e con migliaia di deputati che va da Capo Finis Terrae a Vladivostok e unisce popoli che non vogliono stare uniti e non hanno nulla in comune e dibattono all'infinito di cazzate e si odiano a morte per ragioni vecchie di secoli e comprano prodotti fatti altrove, perché le nostre industrie sono in rovina, tutte, e noi europei non siamo che una massa di consumatori attaccati all'ultimo euro rimastoci dai tempi in cui si guadagnava e lo stato pagava le pensioni: un branco di pacifisti, di persone colte e intelligenti e sensibili, con il ditino alzato, la mente aperta e il culo rotto, perché se c'è una cosa certa nel mondo è che ce l'hanno messo nel culo, e noi zitti". (Edoardo Nesi, "L'età dell'oro", 2004).
Io leggo libri e prendo tranquillanti contemporaneamente. Prendo tranquillanti perché leggo libri. "L'Apocalisse" di Oriana Fallaci, l'unico scrittore italiano della decadenza capace di entrare in classifica, è difficile da finire senza una dose di Xanax. Poi si rimane per ore con le mani che tremano, indecisi fra suicidio e omicidio, fra entrare in politica o nella trappa, anche se poi tutto si risolve con un'altra dose di Xanax. Gli altri autori di questo filone generano reazioni più composte, di solito sono inquietudini solo intellettuali, senza tachicardia annessa. Guido Ceronetti dice delle cose altrettanto tremende ma le depotenzia con lo stile, scrive talmente denso che per capirlo bisogna fare più attenzione alla struttura della frase che al contenuto della stessa. Quindi nessun bisogno di Xanax. Franco Arminio è l'unico scrittore italiano della decadenza i cui libri sono essi stessi Xanax. Se uno è dipendente da psicofarmaci e vuole dimezzare le dosi può provare a leggere "Viaggio nel cratere". La sua Irpinia è come se fosse già morta. Non c'è lo strazio dell'agonia. Le sue pagine sono lapidi, pacificate come cimiteri. "John Stuart Mill scriveva che il proseguire del capitalismo avrebbe trasformato gli europei in cinesi. Era il più saggio degli economisti liberisti inglesi, e deduceva questo esito rovinoso dal fatto che la nuova economia era un processo di standardizzazione e uniformità annientatore dell'io". (Geminello Alvi, "Ai padri perdono", 2003).
Per la prima volta, in questo finale di 2004 il lettore italiano ha a disposizione un congruo numero di romanzi e pamphlet che descrivono, a volte deprecando a volte solo constatando, il progressivo scivolamento della nazione verso la condizione di espressione geografica. Fallaci a parte, il lettore italiano fa finta che non esistano. La verità gli fa male, lo so. Ed è umano, oltre che struzzevole, infilare la testa sotto la sabbia. Basta che poi non si lamenti, che un giorno non dica che nessuno gliel'aveva detto. No carino - gli rinfaccerò quel giorno - Edoardo Nesi te lo aveva detto, ma tu leggevi Bruno Vespa e non te ne sei accorto. "E' lo Help Center, al binario uno della stazione Termini (all'esterno, via Marsala n. 37). Perché non Centro di Aiuto? Perché l'angloliano è la lingua dei futuri alieni che occuperanno questa striscia di mondo crivellata di storia umana." (Guido Ceronetti, "Un viaggio in Italia", edizione 2004).
Negli anni Zero la decadenza è arrivata, scriverne potrebbe sembrare fin troppo facile se non fosse ancora solo una minoranza a farlo. Negli anni Ottanta, ultimo decennio conosciuto di vitalità italiana (gli stilisti, vi ricordate?), era ancora più raro e difficile, bisognava essere profeti. Eppur ci furono. Si chiamavano Alberto Arbasino ("Un paese senza"), Valentino Zeichen ("Museo interiore", con la poesia del cinese che fa jogging in via dei Fori Imperiali sbirciando le tavole geografiche documentanti le progressive conquiste dell'Impero Romano, immaginando l'imminente espansione dell'impero suo), Guido Cernetti ("Un viaggio in Italia", quest'anno rieditato e aggiornato) e più programmatico di tutti Piero Buscaroli ("Paesaggio con rovine"). Con un'epigrafe da brivido, l'epigrafe poundiana e pisana "Formica solitaria di un formicaio distrutto / dalle rovine d'Europa, ego scriptor", Buscaroli si riallacciava direttamente al rovinismo anni Quaranta che fu anche, fra gli altri, di un doloroso, basilare Prezzolini ("L'Italia finisce, ecco quel che resta", 1948). A proposito: quand'è che Sellerio la pianterà di pubblicare Prezzolini a pezzi e a bocconi, in libricini gonfiati da prefazioni lunghe quasi quanto i testi? Urge l'opera omnia, o almeno un libro che raccolga i suoi titoli migliori (tanto sono tutti brevi). Torniamo a noi. Buscaroli al contrario di Arbasino non ha mai considerato i favolosi anni Sessanta, diversamente da Pasolini non ha mai dato peso ai Cinquanta, per lui l'Italia si è schiantata alla data classica dell'Otto Settembre e per i decenni a seguire non è possibile parlare di declino, semmai di decomposizione. Voci nel deserto, profeti senza pubblico: Buscaroli perché fascista, Zeichen perché poeta, Arbasino perché Arbasino, scrittore per scrittori se non, ancora peggio, scrittore per giornalisti, e quindi padre involontario, padre colposo, lui così Piccolo Moralista Lombardo, di due bass'imperiali così fatiscenti e romani come Roberto Dagospia e Maria Laura Weekend. "Montaguto. C'è un campo di calcio con una tribuna su cui potrebbero prendere posto tutti gli abitanti. Ma qui non ci sono ragazzi a sufficienza per fare una squadra". (Franco Arminio, "Viaggio nel cratere", 2003).
Decadenze parallele. Franco Arminio è facile da gemellare, lui è il Rutilio Namaziano d'Irpinia, in entrambi i casi c'è di mezzo un viaggio, e uno sguardo costernato sul proprio mondo che finisce, là Populonia i cui "immensi spalti ha consunto il tempo vorace", qui Oscata frazione di Bisaccia, colta nel suo naufragio di "Titanic rurale". Edoardo Nesi è Paolino di Pella: tutti e due cresciuti in famiglie agiate, tutti e due colpiti nel vivo dalle invasioni (i barbari, i cinesi…). Nesi nell'ultima sua quarta di copertina scrive: "Verrà l'ora in cui li rimpiangeremo, i giorni passati in casa a non fare nulla". Paolino finisce il suo "Ringraziamento" con impressionante consonanza: "Fosse più a lungo durata questa vita per generoso dono di Cristo: e, insieme, il tempo di una pace che fu!" La Fallaci è "in gemellabile", non ho trovato nessuno che le somigli, forse perché ho studiato le antologie dei poeti latini e non i dizionari di mitologia greca. L'antica signora, donna eminentemente tragica, potrebbe essere imparentabile con qualche personaggio di Euripide. Bisognerà verificare. Ceronetti è ovviamente Giovenale. Viaggio in Italia e Satire emettono lo stesso grido: "Una Roma ingrecata mi fa schifo, Quiriti!".
"Venduta la casa in centro, di cui non rimaneva che un vago ricordo; qualche foto mia e di mio fratello Alberto sui grandi divani del salone insieme a una pallida bionda - potevamo permetterci addirittura una baby sitter inglese allora, e facevamo le vacanze in montagna: c'era un'altra foto, sullo sfondo del monte Bianco, rossi in viso nelle nostre camicie lanuginose di flanella, soddisfatti come due aquilotti nel nido. Ma quella era ormai l'età mitica dell'oro - adesso, ed erano già molti anni, ci eravamo dovuti aggiustare nella villa di campagna dei nonni materni che il tempo, l'incuria e l'avanzare della città avevano ridotto a una lugubre casa di periferia, affogata tra palazzine d'edilizia popolare". (Gaetano Cappelli, "Il primo", 2005).
Paolino di Pella il suo "Ringraziamento", autobiografia in versi, lo scrisse ultraottantenne. Ausonio compose buona parte delle poesie dopo la pensione, fra i settanta e gli ottanta, ed è una lunga cerimonia degli addii: i "Parentalia" per lo zio morto e la moglie defunta, la "Commemoratio Professorum Burdigalensium" per i colleghi trapassati, eccetera. L'ultima letteratura latina è una gerontocrazia. Gli scrittori italiani della decadenza, sia in assoluto che in relazione alla diversa età media delle due epoche, sono molto più giovani: in fondo Edoardo Nesi ha solo quarant'anni. Ragazzini però non ce ne sono. Qualche ventenne, ma circondato da una maggioranza di trentenni, si può osservare nelle antologie di Einaudi Stile Libero, ad esempio in questa ultima "La notte dei blogger". Non sono però scrittori decadenti o decaduti, sono scrittori mai nati. Aborti autodenunciati: uno si firma Personalità Confusa, uno intitola il suo racconto "Satana ne ha le palle piene", ben tre attingono a Lucio Battisti, Francesco De Gregori e Caterina Caselli, come i registi del cinemino italiano senza idee. Depressi e deprimenti, non ci dicono nulla del mondo e faticano anche a descrivere la propria cameretta. Parlano ancora dei Nirvana. Non viene voglia di andarli a conoscere e anche loro stanno bene attenti a non farsi trovare, nascosti dietro i loro blog, i loro pseudonimi infantili, i loro nomignoli vili: Chiara / Lo, Livefast, Eriadan, Princess Proserpina, Zazie al binario 17, Colas, Gomitolo… Una delle poche a firmarsi per esteso, insomma a metterci la faccia, è Giulia Blasi, triestina di Pordenone famosina in internet, ma pure lei racconta una fine e non un inizio: "Ultima notte in via Zanetti". Pure lei, da brava europea media, si compiace della morte al lavoro: "La Durex dovrebbe farci dono di un pacchetto azionario per i servizi resi alla causa del controllo delle nascite".
"Roberta è una risorsa importante per la sua assicurazione. Il capo di Roberta è una donna. Le ha detto, Roby, mi raccomando, adesso che convivi, non farmi scherzi con una maternità". (Giorgio Falco, "Pausa caffè", 2004).
Gli scrittori se ne sono accorti, i lettori non se ne accorgeranno mai. "Non vuoi sapere che cosa sei: / leggi i poemi callimachei" (Marziale). I supermercati di Carlo Feltrinelli, il fanatico di Bob Dylan che sta per togliere il lavoro a centinaia di promotori editoriali, e lo spazio a decine di piccole case editrici, e gli occhi per piangere a centinaia di librerie indipendenti, sotto Natale stanno vendendo a più non posso Callimaco Baricco, Callimaca Mazzantini, Callimaca Agnello Hornby, Callimaco De Carlo e ben due libri e tre edizioni di SuperCallimaco Ammaniti (anche se "Ti prendo e ti porto via" rimanda come titolo soprattutto a Liala). Le signorine che comprano i callimachei da Feltrinelli, sotto i poster di Hemingway e Che Guevara, si sentono il cuore riscaldato dall'aver fatto qualcosa per un mondo migliore, più sensibile e più colto, perché non sanno che la stessa carta con cui vengono impacchettati i loro libri strenna servirà per confezionare le lettere di licenziamento, se non proprio a Natale alla Befana, quando la strega Carlina metterà il carbone nella calza dei librai in esubero.
"Oggi sono, di nuovo, a Parma, nel parcheggio dell'Uba Uba. E' maggio, è sabato pomeriggio. L'Uba Uba è aperto e pieno di gente. Ci sono stato dentro. Ho comperata una polo rossa fiammante. Un bel rosso. Rispetto alla visita di anni fa con Adriano, il negozio è tutto un'altra cosa. Merce ovunque, personale ovunque. Non so di chi sia, oggi, la catena. Certo: la roba che si vende è sempre roba da Uba Uba; ma va benissimo. Gli immigrati sono sicuramente più di metà, in prevalenza africani neri. Poi ci sono i pensionati. Immigrati e pensionati vanno sempre bene insieme. Anche sugli autobus di città, ho notato". (Giulio Mozzi, "Sotto i cieli d'Italia", 2004).>BR> Io sono l'Europa alla fine della decadenza, che guarda passare i piccoli turchi scuri, componendo editoriali indolenti. (Verlaine rivisitato). Paul Verlaine non lo butterò via mai, il suo Meridiano, per quanto maldestra sia la traduzione, è sopravvissuto a tutti i traslochi da Vicofertile a Trani, da Trani a Reggio Emilia, da Reggio centro a Reggio periferia, da Reggio periferia di nuovo a Reggio centro, da Reggio centro a Parma cardo, reggerà a tutti i miei traslochi futuri almeno fino a quando avrò la forza di sollevare scatoloni, invece Alemanno è a rischio, sì sì, il destino di "Intervista sulla destra sociale" (Marsilio 2002) nella mia libreria è appeso a un filo, appena avrò finito questa pagina mi metterò a scrutare i giornali per scoprire se Alemanno condivide o meno la presa di posizione di Fini, che purtroppo non è quello dei tortellini ma quello di An, cioè il ministro secondo il quale la Lega nella sua opposizione alla Turchia sta solo facendo propaganda elettorale e quindi venghino signori venghino, sentivamo il bisogno dei turchi, in Europa. Se Alemanno è d'accordo con Fini, il suo libro, ancorché curato da Angelo Mellone e introdotto da Giano Accame, prenderà la via del cassonetto, lasciando il posto a qualche opera più meritevole. Perché io mi sono dato la seguente regola: per ogni libro che entra in casa c'è un libro che deve uscire. Non posso mica farmi seppellire dalla carta. Abito in un palazzo antico, non posso sforzare più di tanto le travi. Quando c'è un libro su cui sono incerto - buttare o non buttare? - mi basta approfondire il pensiero dell'autore e il problema si risolve. Di solito butto. Alemanno non so ancora che fine farà, ma riguardo Aldo Busi mi bastò conoscerlo personalmente per liberare mezzo metro di libreria. Settimana scorsa, a Roma all'Università Lateranense, senza volerlo (giuro) ho conosciuto Roberta Tatafiore. Non l'ho abbordata (rigiuro) ma com'è e come non è me la sono trovata accanto lo stesso. Alla maniera delle persone che all'uscita dei cinema si mettono a discutere dei film, voleva dire la sua su quanto appena espresso dal cardinale Ratzinger e da Marcello Pera. Perché mai? Non avevamo sbadigliato abbastanza? No, bisognava sbadigliare ancora e sentire l'opinione di Roberta Tatafiore. Non tutto il male viene per nuocere: una volta tornato a casa ho deciso che alla trave del salone si sarebbe potuto risparmiare il peso di "Sesso al lavoro" (Il Saggiatore 1994).
"Venerdì santo, nove di mattina. In una marea distratta e accalcata di turisti della fede, aspetto la Via Crucis, l'incontro tra la Madonna Addolorata e Gesù Cristo con la croce sulle spalle, il Vinto per antonomasia. Sono a Bisceglie, il mio paese d'origine. Era una processione importante, quella del Venerdì Santo, vedevo da bambino le donne vestite di nero piangere e i loro uomini impietrirsi al passaggio. Torno sempre il venerdì santo al mio paese per i riti pasquali. E ogni anno vedo aumentare la gente e diminuire la passione".(Marcello Veneziani, "I vinti", 2004).
Il declino storico di Alvi, il declino demografico di Arminio, il declino del lavoro di Falco, il declino del decoro della Fallaci, il declino estetico di Mozzi, il declino religioso di Veneziani… Lo struggente ricordo dell'età dell'oro in Gaetano Cappelli, e in Edoardo Nesi che lo mette nel titolo. Nesi il mercante di Prato, Nesi industriale e romanziere, uno che non viene da Nuovi Argomenti ma dalle trattative salariali: "Erano i tempi in cui si battagliava tra industriali e artigiani per quell'incontestabile più che c'era nell'aria e che sembrava crearsi da sé, quasi miracolosamente, quasi senza sforzo di volontà. Ogni volta vincevano tutte e due le parti, poiché nonostante l'asprezza di quegli scontri si condivideva, ferrea, la certezza che eravamo lì per spartire un'utile e non, come oggi, per dividere una perdita". Nesi mi accompagna nella zona industriale di Prato, mi mostra i capannoni semideserti, le strade vuote, le insegne scritte in cinese, mi mostra da fuori il lanificio di famiglia, che ha appena venduto, e da dentro la piccola tessitura che è ancora sua, non si sa per quanto. E' un fiume in piena. "Siamo tutti d'accordo che la globalizzazione non si possa fermare. Siamo tutti d'accordo che i dazi siano antistorici". Tutti non direi, io per esempio sono per mettere un dazio del 100 per cento domattina, su tutte le categorie merceologiche. "Diciamo allora che sono quasi tutti d'accordo, sull'antistoricità dei dazi. Bisogna però spiegare che in conseguenza di quanto sopra saranno migliaia a perdere il lavoro, nei prossimi anni, nell'industria manifatturiera di questo paese…". No, ti prego, "questo paese" lo dice Veltroni, noi che siamo italiani questo paese lo chiamiamo Italia. "Saranno migliaia a perdere il lavoro nei prossimi anni, nell'industria manifatturiera italiana, i più giovani finiranno nei call center e nei supermercati, se gli va bene, i più vecchi dovranno andare a spasso. E toccherà ai politici, dirlo, no?". Credo che tu stai confondendo Winston Churchill con Gianfranco Fini, cosa vuoi che dica quello. "Fini, proprio lui, Fini e Ciampi, qualcosa dovrebbero dire, dopo che sono tornati dalla Cina per fare affari e non li hanno fatti, dopo che hanno detto che il declino industriale italiano non esiste, che da Pechino ci hanno spiattellato l'ennesima lezioncina sui cento milioni di cinesi ricchi e sul mercato più grande del mondo che non aspetta altro che arriviamo noi da Prato a vendere i nostri tessuti, dopo che ci hanno esortato a non temere la concorrenza e a mettere in azione l'inventiva italiana e a prendere esempio dalla Ferrari e da Giorgio Armani". Ma la Ferrari, la divina Ferrari, non è in perdita pure quella, tale e quale la volgarissima Fiat? "Ecco, appunto. Scendano dall'aereo presidenziale e vengano a raccontare le magnifiche opportunità cinesi a Prato, agli imprenditori con meno di quindici dipendenti. Soprattutto provino a raccontarle ai quindici dipendenti".
"Ero nell'Italia del 2004, un'Italia dove lo straniero contava più del cittadino e l'Inno di Mameli si cantava solo alle partite internazionali di calcio. Poi pensai che il Mostro a sette teste e dieci corna aveva davvero vinto, stravinto, e mi sentii molto sola. Sconfitta e sola". (Oriana Fallaci, "L'Apocalisse", 2004)
Si può finire una pagina così? Alle soglie dell'anno nuovo in cui tante speranze scioccamente, umanamente riponiamo? Nesi e Fallaci sono un uno due che in pochi possono sopportare. Intanto vorrei dire a Oriana che sconfitta può darsi che lo sia, che lo siamo, ma sola di sicuro non lo è, e queste colonne le ho inzeppate di nomi per dimostrarglielo. Poi vorrei dire a tutti che la settimana scorsa ero a Firenze e fra la presentazione del libro di Dino Frescobaldi (mille anni di dinastia vinosa) in Palazzo Vecchio e il solito sommo Negroni preparato da Luca Picchi al Caffè Rivoire di piazza della Signoria, ho comperato un presepino di coccio da Villeroy & Boch, costato davvero poco, che in questo momento fa bella mostra di sé sulla credenza di noce. Adesso mi sono alzato per rivederlo meglio: ci sono Giuseppe e Maria, ci sono l'asino e il bue, e in mezzo il Bambino. Siamo decadenti e fatiscenti, certo, ma ogni anno rinascenti. Camillo Langone


  http://www.rottanordovest.com/