Da "La scrittura, memoria degli uomini" di Georges Jean, Gallimard, 1992

 

Seimila anni di storia e neppure li dimostra. Senza considerare, poi, che il suo esordio fu quasi casuale. Di più. Diciassettemila anni prima della nostra era, a Lascaux, qualcuno effettuò graffiando con una pietra appuntita alcuni segni sulle pareti di una grotta. Passarono ancora undici millenni ed iniziò una delle storie più straordinarie dell'umanità: la scrittura. Cioè il segno che una mente pensante lascia su una superficie, al quale segno è affidato un certo significato: un'idea trasmessa dal graffio sulla parete. Per capire meglio l'evoluzione che c'è stata occorre trasferirsi sulle rive del Tigri e l'Eufrate. Qui, sono state scoperte le prime tracce di scrittura: i primi timidi tentativi di trasmissione del pensiero attraverso dei segni convenzionali. E, da qui, bisogna poi trasferirsi sul mare Egeo e quindi in tutto il Mediterraneo, per seguirne l'avventura che fu salutata dalla nascita dell'alfabeto e poi, su su gli amanuensi, l'invenzione della stampa. In tutto questo l'uomo è stato il protagonista, con i suoi strumenti rudimentali che è andato a poco a poco perfezionando sempre più. Strumenti che riproducono segni, che interpretano nelle forme più diverse le culture dei popoli che trasmettono il più grande patrimonio della civiltà: la scrittura comincia così a funzionare come la memoria degli uomini. E già, perché la sua principale ragione d'essere fu proprio quello: difficile tenere a memoria il libro dei conti. Sumeri ed Accadi, benché assai vicini geograficamente, parlavano lingue molto diverse come possono essere l'italiano moderno e il cinese. Altamente civilizzati, questi due popoli vivevano attorno a grandi città come Babilonia, sotto l'autorità di un sovrano e la protezione di numerosi dèi. Oltre ai funzionari di corte, ai sacerdoti e ai mercanti, la popolazione era composta per lo più da contadini e pastori. Così s spiegano le iscrizioni che troviamo sulle prime tavolette d'argilla scoperte nel paese dei Sumeri, nel luogo dove sorgeva il grande tempio della città d'Uruk (l'odierna Warka). Le "tavolette di Uruk" contengono elenchi di sacchi di grano e capi di bestiame e rappresentano una sorta di registro contabile del tempio.
I primi segni scritti sono dunque dei conti agricoli. Altre tavolette danno conto dell'organizzazione sociale dei Sumeri. Apprendiamo così che la comunità religiosa del tempio di Lagash impiegava 18 panettieri, 31 birrai, sette schiavi, un fabbro e così via. Scopriamo così che i popoli Sumeri non avevano inventato soltanto la moneta ma anche il prestito con interessi. Infine, grazie ad alcune tavolette ritrovate tra i resti di edifici scolastici che sorgevano all'interno dei templi e che recano da un lato il modello stabilito dal maestro e dall'altro la copia eseguita dall'allievo, si sono potute ricostruire le diverse fasi dell'evoluzione della scrittura cuneiforme. I primi esempi di questa scrittura che è piuttosto, secondo gli specialisti, un prontuario, sono dei disegni semplificati, che rappresentano, in maniera stilizzata, una testa di bue per indicare il bue, un triangolo pubico per indicare la donna e così via. Si tratta insomma di pittogrammi, ciascuno dei quali rinvia ad un oggetto o a un essere vivente.
Ma c'è qualcosa di ancora più sconvolgente. I segni che gli scribi imprimevano sulle tavolette d'argilla fresca lasciate seccare al sole o messe a cuocere in un forno rappresentavano oggetti o essere viventi. Il salto decisivo consiste nel fare in modo che i segni rinviassero al suono delle parole della lingua parlata. All'origine di ogni scrittura vera e propria troviamo dunque questa straordinaria invenzione: il fonetismo. L'astuzia dei Sumeri e poi quella degli antichi Egizi fu di utilizzare un procedimento semplice come un gioco da bambini: il rebus. Essi ebbero l'idea di servirsi di un pittogramma che designava non l'oggetto direttamente rappresentato ma un altro oggetto dal nome foneticamente simile. Proprio come nei nostri rebus dove il segno di una testa e quello di un mento non hanno nulla a che vedere con il corpo umano ma significano "testamento"
Mentre i segni cuneiformi si diffondono in tuta la Mesopotamia, nascono altri sistemi di scrittura. Si sviluppano nel vicino Egitto quanto nella lontana Cina. Da un capo all'altro del mondo gli uomini, che vi scorgono un dono divino, si ingegnano a trascrivere la storia sulla pietra, sull'argilla o sul papiro. La storia dell'antico Egitto sarebbe rimasta in gran parte sconosciuta ed oscura se Champollion e gli egittologi venuti dopo di lui non avessero scoperto il segreto della scrittura chiamata "geroglifica", che ricopre gli innumerevoli monumenti della valle e del delta del Nilo. Questa scrittura, a differenza di quella cuneiforme - austera, geometrica, astratta - è affascinante, poetica e sembra viva. Essa è infatti composta da disegni splendidamente stilizzati: teste umane, uccelli, animali vari, piante e fiori.
Sumeri ed Egizi hanno abitato nella stessa parte del mondo e le loro civiltà hanno avuto molti tratti in comune, tanto che gli studiosi si interrogano ancora su eventuali somiglianze tra pittogrammi e geroglifici. Al omento si è ancora allo stadio delle ipotesi e la ricerca è lungi dall'essere conclusa. La parola 'geroglifico' (è usata per designare questo tripodi carattere della scrittura egizia) significa letteralmente "scrittura degli dèi". I primi documenti che attestano iscrizioni geroglifiche risalgono al III millennio a.C., ma sembra che tale scrittura fosse già in uso nei secoli precedenti. Mentre in Mesopotamia le iscrizioni nascono come dei"pro-memoria" e poi sono diventate un sistema di scrittura, il geroglifico invece lo è fin dalle sue prime attestazioni: anzitutto perché riesce a riprodurre quasi completamente la lingua parlata, che c'è stato possibile ricostruire sopravvissuta a noi attraverso la lingua copta; e poi perché documenta realtà tanto astrette quanto concrete e trascrive egregiamente anche consigli per l'agricoltura, precetti medici e educativi, preghiere, leggende, norme giuridiche, testi letterari di ogni tipo.
L'originalità e la complessità di questa scrittura si deve al fatto che essa è costituita, sostanzialmente, da tre tipi di segni: i pittogrammi, cioè dei disegni stilizzati che rappresentano oggetti o esseri animati con combinazioni di segni che esprimono idee: i fonogrammi, cioè gli stesi disegni o anche altri, che rappresentano però dei suoni (gli Egizi utilizzavano presso a poco gli stesi procedimenti da rebus che abbiamo visto presso gli antichi Sumeri); ed infine i determinativi, cioè dei segni che permettono di sapere di quale categoria di oggetti o di esseri animati si tratta in quel contesto.
Questo sistema (che è una scrittura) è anche la "scrittura degli dèi" vera e propria. Di norma, i nomi della divinità e dei faraoni (che erano considerati delle divinità) sono evidenziati nei testo dai cartigli, affinché sia possibile riconoscere subito il carattere sacro di quelle parole. Nella maggior parte dei casi, le righe i geroglifico si leggono da destra a sinistra, e il verso della lettura è indicato dall'orientamento delle teste di uomini o uccelli: il lettore deve seguire il verso del viso o del becco. In realtà le cose non sono così semplici. Ad esempio, quando un'iscrizione sulle pareti di un monumento o di un tempio si trova in prossimità della statua di un dio importante (Osiride o Anubi) o di un faraone, i profili delle iscrizioni sono girate verso quella, cosicché inverso della lettura cambia e complica l'interpretazione. I geroglifici possono anche andare dal basso in alto, o alternativamente in una riga da sinistra a destra e nella riga seguente da destra a sinistra. Questo tipo di scrittura è detto "bustrofedico" perché ricorda il movimento del bue che va e iene avanti e indietro, quando il contadino lo giuda sui solchi di un campo.
Questa è "scrittura degli dei per un duplice motivo ed è senz'altro per tale caratteristica che essa continua a incantarci. Gli dèi dell'antico Egitto sono glorificati senza posa sui muri dei templi e sulle pareti delle tombe, come se i geroglifici fossero essi stessi dei segni sacri. Incisi sulla pietra o disegnati e dipinti, questi possiedono uno bellezza sovrumana e, al di là di quello che significano, costituiscono una specie di poema visivo che, per gli Egizi, non poteva che essere d'ispirazione divina.
Per noi che guadiamo quelle meraviglie, l'emozione è la stessa e il rapporto è analogo a quello che procura la grande poesia o, ai credenti, la preghiera.


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