|
Seimila
anni di storia e neppure li dimostra. Senza considerare, poi, che il suo
esordio fu quasi casuale. Di più. Diciassettemila anni prima della nostra
era, a Lascaux, qualcuno effettuò graffiando con una pietra appuntita
alcuni segni sulle pareti di una grotta. Passarono ancora undici millenni
ed iniziò una delle storie più straordinarie dell'umanità: la scrittura.
Cioè il segno che una mente pensante lascia su una superficie, al quale
segno è affidato un certo significato: un'idea trasmessa dal graffio sulla
parete. Per capire meglio l'evoluzione che c'è stata occorre trasferirsi
sulle rive del Tigri e l'Eufrate. Qui, sono state scoperte le prime tracce
di scrittura: i primi timidi tentativi di trasmissione del pensiero
attraverso dei segni convenzionali. E, da qui, bisogna poi trasferirsi sul
mare Egeo e quindi in tutto il Mediterraneo, per seguirne l'avventura che
fu salutata dalla nascita dell'alfabeto e poi, su su gli amanuensi,
l'invenzione della stampa. In tutto questo l'uomo è stato il protagonista,
con i suoi strumenti rudimentali che è andato a poco a poco perfezionando
sempre più. Strumenti che riproducono segni, che interpretano nelle forme
più diverse le culture dei popoli che trasmettono il più grande patrimonio
della civiltà: la scrittura comincia così a funzionare come la memoria
degli uomini. E già, perché la sua principale ragione d'essere fu proprio
quello: difficile tenere a memoria il libro dei conti. Sumeri ed Accadi,
benché assai vicini geograficamente, parlavano lingue molto diverse come
possono essere l'italiano moderno e il cinese. Altamente civilizzati,
questi due popoli vivevano attorno a grandi città come Babilonia, sotto
l'autorità di un sovrano e la protezione di numerosi dèi. Oltre ai
funzionari di corte, ai sacerdoti e ai mercanti, la popolazione era
composta per lo più da contadini e pastori. Così s spiegano le iscrizioni
che troviamo sulle prime tavolette d'argilla scoperte nel paese dei
Sumeri, nel luogo dove sorgeva il grande tempio della città d'Uruk
(l'odierna Warka). Le "tavolette di Uruk" contengono elenchi di sacchi di
grano e capi di bestiame e rappresentano una sorta di registro contabile
del tempio. I primi segni scritti sono dunque dei conti agricoli. Altre
tavolette danno conto dell'organizzazione sociale dei Sumeri. Apprendiamo
così che la comunità religiosa del tempio di Lagash impiegava 18
panettieri, 31 birrai, sette schiavi, un fabbro e così via. Scopriamo così
che i popoli Sumeri non avevano inventato soltanto la moneta ma anche il
prestito con interessi. Infine, grazie ad alcune tavolette ritrovate tra i
resti di edifici scolastici che sorgevano all'interno dei templi e che
recano da un lato il modello stabilito dal maestro e dall'altro la copia
eseguita dall'allievo, si sono potute ricostruire le diverse fasi
dell'evoluzione della scrittura cuneiforme. I primi esempi di questa
scrittura che è piuttosto, secondo gli specialisti, un prontuario, sono
dei disegni semplificati, che rappresentano, in maniera stilizzata, una
testa di bue per indicare il bue, un triangolo pubico per indicare la
donna e così via. Si tratta insomma di pittogrammi, ciascuno dei quali
rinvia ad un oggetto o a un essere vivente. Ma c'è qualcosa di ancora
più sconvolgente. I segni che gli scribi imprimevano sulle tavolette
d'argilla fresca lasciate seccare al sole o messe a cuocere in un forno
rappresentavano oggetti o essere viventi. Il salto decisivo consiste nel
fare in modo che i segni rinviassero al suono delle parole della lingua
parlata. All'origine di ogni scrittura vera e propria troviamo dunque
questa straordinaria invenzione: il fonetismo. L'astuzia dei Sumeri e poi
quella degli antichi Egizi fu di utilizzare un procedimento semplice come
un gioco da bambini: il rebus. Essi ebbero l'idea di servirsi di un
pittogramma che designava non l'oggetto direttamente rappresentato ma un
altro oggetto dal nome foneticamente simile. Proprio come nei nostri rebus
dove il segno di una testa e quello di un mento non hanno nulla a che
vedere con il corpo umano ma significano "testamento" Mentre i segni
cuneiformi si diffondono in tuta la Mesopotamia, nascono altri sistemi di
scrittura. Si sviluppano nel vicino Egitto quanto nella lontana Cina. Da
un capo all'altro del mondo gli uomini, che vi scorgono un dono divino, si
ingegnano a trascrivere la storia sulla pietra, sull'argilla o sul papiro.
La storia dell'antico Egitto sarebbe rimasta in gran parte sconosciuta ed
oscura se Champollion e gli egittologi venuti dopo di lui non avessero
scoperto il segreto della scrittura chiamata "geroglifica", che ricopre
gli innumerevoli monumenti della valle e del delta del Nilo. Questa
scrittura, a differenza di quella cuneiforme - austera, geometrica,
astratta - è affascinante, poetica e sembra viva. Essa è infatti composta
da disegni splendidamente stilizzati: teste umane, uccelli, animali vari,
piante e fiori. Sumeri ed Egizi hanno abitato nella stessa parte del
mondo e le loro civiltà hanno avuto molti tratti in comune, tanto che gli
studiosi si interrogano ancora su eventuali somiglianze tra pittogrammi e
geroglifici. Al omento si è ancora allo stadio delle ipotesi e la ricerca
è lungi dall'essere conclusa. La parola 'geroglifico' (è usata per
designare questo tripodi carattere della scrittura egizia) significa
letteralmente "scrittura degli dèi". I primi documenti che attestano
iscrizioni geroglifiche risalgono al III millennio a.C., ma sembra che
tale scrittura fosse già in uso nei secoli precedenti. Mentre in
Mesopotamia le iscrizioni nascono come dei"pro-memoria" e poi sono
diventate un sistema di scrittura, il geroglifico invece lo è fin dalle
sue prime attestazioni: anzitutto perché riesce a riprodurre quasi
completamente la lingua parlata, che c'è stato possibile ricostruire
sopravvissuta a noi attraverso la lingua copta; e poi perché documenta
realtà tanto astrette quanto concrete e trascrive egregiamente anche
consigli per l'agricoltura, precetti medici e educativi, preghiere,
leggende, norme giuridiche, testi letterari di ogni tipo. L'originalità
e la complessità di questa scrittura si deve al fatto che essa è
costituita, sostanzialmente, da tre tipi di segni: i pittogrammi, cioè dei
disegni stilizzati che rappresentano oggetti o esseri animati con
combinazioni di segni che esprimono idee: i fonogrammi, cioè gli stesi
disegni o anche altri, che rappresentano però dei suoni (gli Egizi
utilizzavano presso a poco gli stesi procedimenti da rebus che abbiamo
visto presso gli antichi Sumeri); ed infine i determinativi, cioè dei
segni che permettono di sapere di quale categoria di oggetti o di esseri
animati si tratta in quel contesto. Questo sistema (che è una
scrittura) è anche la "scrittura degli dèi" vera e propria. Di norma, i
nomi della divinità e dei faraoni (che erano considerati delle divinità)
sono evidenziati nei testo dai cartigli, affinché sia possibile
riconoscere subito il carattere sacro di quelle parole. Nella maggior
parte dei casi, le righe i geroglifico si leggono da destra a sinistra, e
il verso della lettura è indicato dall'orientamento delle teste di uomini
o uccelli: il lettore deve seguire il verso del viso o del becco. In
realtà le cose non sono così semplici. Ad esempio, quando un'iscrizione
sulle pareti di un monumento o di un tempio si trova in prossimità della
statua di un dio importante (Osiride o Anubi) o di un faraone, i profili
delle iscrizioni sono girate verso quella, cosicché inverso della lettura
cambia e complica l'interpretazione. I geroglifici possono anche andare
dal basso in alto, o alternativamente in una riga da sinistra a destra e
nella riga seguente da destra a sinistra. Questo tipo di scrittura è detto
"bustrofedico" perché ricorda il movimento del bue che va e iene avanti e
indietro, quando il contadino lo giuda sui solchi di un campo. Questa è
"scrittura degli dei per un duplice motivo ed è senz'altro per tale
caratteristica che essa continua a incantarci. Gli dèi dell'antico Egitto
sono glorificati senza posa sui muri dei templi e sulle pareti delle
tombe, come se i geroglifici fossero essi stessi dei segni sacri. Incisi
sulla pietra o disegnati e dipinti, questi possiedono uno bellezza
sovrumana e, al di là di quello che significano, costituiscono una specie
di poema visivo che, per gli Egizi, non poteva che essere d'ispirazione
divina. Per noi che guadiamo quelle meraviglie, l'emozione è la stessa
e il rapporto è analogo a quello che procura la grande poesia o, ai
credenti, la preghiera. |