Da "I nemici del dialogo" di Michelangelo Jacobucci, Armando Editore, 2006


Michelangelo Jacobucci è stato Ambasciatore d’Italia in vari Paesi del mondo. Oltre a prestare servizio come diplomatico nei cinque continenti, ha ricoperto gli incarichi di portavoce del Presidente Pertini, Direttore dell’Istituto Diplomatico, Direttore Generale delle Relazioni Culturali del Ministero Affari Esteri, Membro del Consiglio Esecutivo dell’UNESCO, Presidente del Consiglio Esecutivo dell’Unione Latina. È autore di varie pubblicazioni in materia di relazioni internazionali..

Se premendo un bottone potessimo causare la morte di un mandarino cinese mai visto né conosciuto all’altro capo della terra reccogliendone l’eredità, quanti tra noi esiterebbero? si chiedevano i filosofi del Secolo dei Lumi. Oggi si è realizzato qualcosa che anche nel pieno della rivoluzione scientifica di tre secoli fa era inimmagibabile: possiamo vedere in tempo reale e in diretta tutto quello che accade all’altro capo della terra, anche le esecuzioni e i massacri. Eppure nemmeno questo ci distoglie dal premere bottoni che seminano morte, ci fa esitare a dare il nostro assenso a interventi violenti di ogni tipo contro chi non condivide le nostre opinioni e le nostre scelte di vita. 
Nel momento in cui scrivo, una grande società di telecomunicazioni manda in onda uno spot pubblicitario nel quale si vede l’immagine di Gandhi diffusa da televisioni, cellulari e computer nei più remoti angoli del globo, con lo slogan “Se avesse potuto comunicare così, oggi che mondo sarebbe?” Ma neanche oggi mancano personalità carismatiche che con coraggio e passione non minore di quella del grande apostolo indiano lanciano appelli alla non violenza, eppure non riescono a cambiare gran che. Nell'era dei più incredibili strumenti di comunicazione mai concepiti, siamo peggiorati in termini di capacità di comunicare veramente con il nostro prossimo. Sappiamo inviare messaggi in tempo reale torno torno al pianeta ma non sappiamo portare a segno un solo messaggio in grado di fermare uno solo dei massacri che, mentre leggete queste righe, si verificano ai quattro angoli della terra in nome di Dio, della tradizione, della razza, della nazione, di un capo autoritario, del denaro, della libertà. “Paradosso tra i paradossi – ha scritto l’islamista Khaled Fouad Allam – il linguaggio mediatico non rappresenta un prolungamento della parola nel mondo ma la sua negazione”.
L’uomo del Terzo Millennio, indubbiamente più "civilizzato" dell'uomo delle caverne o dell'uomo medioevale nel senso che abita civitates più ricche e più dotate di mezzi strabilianti, è diventato anche più "civile", nel senso di aver appreso a vivere in armonia con i suoi simili? Forse è impossibile dare a questa domanda una risposta che trovi tutti d’accordo. È però facile constatare che i predicatori di pace sono guardati con diffidenza e che i massimi indici di ascolto vanno a chi invita a non abbassare mai la guardia nei confronti dell’”altro”, a trattarlo sempre come un potenziale nemico. La gente ama i forti che rassicurano, non i seminatori di dubbio. Per ogni film di fantascienza su incontri ravvicinati del terzo tipo con benevoli extraterrestri ve ne sono almeno dieci che parlano di “alieni” miranti più o meno subdolamente, spesso assumendo le nostre sembianze, ad annientarci o renderci schiavi. 
Oggi a preoccupare noi occidentali è un mondo islamico in fermento come mai nella storia recente. È una riscossa che un grande storico come Arnold Toynbee aveva previsto già cinquant’anni fa e che riguarda più loro che noi: come imboccare con decisione la via della modernità senza snaturare irrimediabilmente il proprio credo religioso. Ma stiamo trasformando la questione in una “guerra di civiltà”, rischiando di farci trascinare nella stessa spirale perversa del confronto Est-Ovest, dalla quale siamo appena usciti. Allora un conflitto geopolitico fu trasformato - con un lavaggio dei cervelli condotto da ambo le parti per quaranta lunghi anni - in scontro ideologico, gestito quindi non più secondo i freddi canoni della Realpolitk bensì in base agli imperativi apocalittici e manichei del Bene contro il Male. “Better dead than red “ è stato uno degli slogan più demenziali della storia ma ha rischiato di farci spaccare in due il globo terrestre, come un’ albicocca. 
Ora è l’intero Islam ad essere additato dai fanatici di casa nostra come il bieco mandante del terrorismo islamista e rischia di divenire il nuovo Satana, il Nemico Numero Uno che sferra la Guerra Santa contro la nostra sacrosanta “ way of life”. Ma quale guerra di religione o di civiltà sta dietro il genocidio dei tutsi ruandesi, le atrocità in Cecenia, l’ascesa dei neonazisti xenofobi in Germania?
Il problema della violenza dell’uomo contro uomo affonda le sue radici nella notte dei tempi, è di natura filosofica e morale, attiene alla natura del Male, al libero arbitrio, al destino dell’uomo sulla terra. Ma si traduce nel dilemma pratico, quindi prevalentemente politico, dei limiti della tolleranza, di quando è il momento di dire basta ad attentati contro valori considerati irrinunciabili
In tema di tolleranza gli scaffali delle librerie si arricchiscono quasi ogni giorno di pregevoli saggi dei più autorevoli maitres a pénser; in argomento vengono organizzati innumerevoli convegni, seminari, tavole rotonde ai più vari livelli. Non ho la pretesa di aggiungere nulla di nuovo a tutto questo. La novità del mio libro sta solo nell’aver riunito in un unico contesto temi trattati di solito in separate monografie, nell’ aver richiamato alla memoria in bell’ordine, uno dietro l’altro, inquadrandoli in una prospettiva storica la più ampia possibile, tutta una serie di fatti e di elementi che mostrano come le diverse forme di intolleranza - fanatismo religioso, xenofobia, razzismo, totalitarismo, antisemitismo, pulizia etnica e via dicendo - siano come diverse facce di un prisma, aspetti tra loro intimamente collegati di un unico fenomeno e riconducibili a una comune fonte, la certezza assoluta, cioè il dogmatismo. 
Il dogmatismo è il motivo conduttore di questo lavoro e il filo invisibile che lega tra loro le forme più disparate di intolleranza e rifiuto dell’altro,
Molti degli uomini “tutti di un pezzo” che nelle situazioni di crisi sanno prendere le decisioni senza troppo esitare, pronti a far pagare ad amici e nemici il più alto prezzo anche in termini di vite umane, non si sognano neppure di indulgere in riflessioni di tipo filosofico. Badano ai “fatti”, loro e se ne vantano e sono per questo lodati a appoggiati. Vediamoli allora un pò meglio questi fatti, mettiamoli a fuoco e a confronto tra loro.
Gli interrogativi sui quali ho indagato sono quelli stessi che si pone qualsiasi persona di media cultura che abbia a cuore il futuro dei suoi figli e nipoti. Solo che io, a causa del mio lavoro, sono stato costretto a cercare alla svelta una qualche risposta già mezzo secolo fa, quando il mondo era diverso e gli stranieri per lo più bisognava andarli a cercare, non ce li ritrovavamo nostro malgrado in casa. 
Rispetto al proverbiale uomo della strada ho appena qualche punto di vantaggio, che può giustificare la mia pretesa di volergli insegnare qualcosa. Come diplomatico di mestiere, nel campo delle relazioni con i “diversi” ho avuto una gamma di esperienze molto superiore alla media. Ho viaggiato tutta la mia vita, ho visitato settanta Paesi e vissuto per anni in dieci Stati differenti, situati nei cinque continenti. Ho conosciuto personaggi illustri e figure emblematiche, appartenenti ai più vari credi e tendenze. Di ciascuno dei Paesi nei quali ho prestato servizio ho imparato la lingua e, nei limiti del possibile, tutto quanto era utile apprendere sulla sua storia, istituzioni, usi, costumi. Ho letto avidamente, alla rinfusa, un enorme quantità di materiale riguardante le genti con le quali venivo in contatto e man mano che progredivo nelle mie ricerche, alcuni interrogativi si riformulavano nella mia mente e dovevo ricomincare da capo a trovare risposte nuove.
Risalire alle più lontani fonti storiche, trovare collegamenti e analogie in episodi assai lontani tra loro nelle spazio e nel tempo, mi è sempre stato di grande aiuto per capire le realtà che mi circondavano e che la mia educazione e abito mentale mi rendevano a prima vista incomprensibili o inaccettabili. A Vergina, nel luogo dove è stata scoperta la tomba di Filippo II, avevo chiesto a un assistente del celebre archeologo Andronico “Professore, se avesse un macchina del tempo, e potesse vivere nell’antica Macedonia, cosa pensa che potrebbe colpirla di più?” E il giovane ricercatore mi aveva risposto senza esitare: “ Constatare quante poche cose sono cambiate da allora”.
È vero che la storia, celebrata come magistra vitae, lo è a conti fatti ben di rado ed è comunque una maestra non sempre affidabile. Viene spesso invocata da quelli che si dicono animati da una certezza assoluta, perché ad essi fa gioco far risalire la loro certezza il più indietro possibile nel tempo; e dal vasto magazzino della memoria registrata traggono solo i fatti e le interpretazioni che più convengono alla loro tesi, quando non inventano i fatti di sana pianta. “Le cose che non esistono – nota uno storico di vaglia quale Franco Cardini - quando c’è qualcuno che ciò nonostante ci crede, acquistano una perentorietà tremenda .....” 
Tuttavia quando entriamo nel campo minato del comportamento aberrante dell’uomo e delle società umane, della storia non possiamo fare a meno. Proprio perché ispirazioni e rivendicazioni di sette e movimenti fanatici sona così intrise di richiami alle origini più remote della loro cultura e ideologia, ci è indispensabile risalire a queste vere o presunte radici storiche se vogliamo afferrarne i procedimenti mentali e i reconditi scopi. La storia ci aiuta così a battere costoro sul loro stesso terreno. Una ricostruzione storica che si allarga al mondo intero e va indietro di migliaia di anni, colloca gli eventi nelle giuste proporzioni, ne attenua l’emotività, soprattutto, anche se questa è una parola che a molti non piace affatto, li relativizza. Non annulla necessariamente le certezze ma le rende meno assolute. Credere nella indiscussa superiorità di una razza, di una cultura e persino di una religione diventa più difficile quando ci viene mostrato che per ogni messaggio di Verità difeso con dedizione ed eroismo in un dato periodo e in una certa parte del mondo, ne esistono altri, in altri periodi ed altre parti del mondo, di segno opposto, sostenuti con pari vigore e sincerità. Anzi, che addirittura credenze e posizioni che oggi consideriamo inammissibili e inconcepibili erano fino a ieri quelle dei nostri stessi padri.
Scandagliare il passato per arrivare alle radici delle nostre certezze, dice l’emblematico saggio Lao Lan, è come guardarci allo specchio, può farci conoscere meglio il nostro io individuale e collettivo e mostrarci l' Altro, colui che per definizione non la pensa come noi, in una luce meno " aliena".
La mia ricerca non mira ad additare le malefatte e l’anima nera di questa o quella religione, ideologia, etnia o movimento politico. Al contrario intende sottolineare che più allarghiamo il nostro sguardo nel tempo e nello spazio, più ci rendiamo conto che non esistono uomini o popoli intrinsecamente buoni o malvagi, fedi o ideologie completamente buone o completamente cattive. Esistono solo uomini irremovibilmente convinti che certe idee rappresentino in assoluto il Bene e le idee contrarie il Male e ciò accade perché costoro interpretano in maniera troppo rigorosa ed acritica gli ideali e norme loro trasmessi da maestri carismatici o da una saggezza accumulata nei millenni. Ideali e norme divenuti alla fine camicie di forza, di cui non è più possibile liberarsi anche se mutano le circostanze. 
Questi uomini – è bene ricordarlo - sono spesso in perfetta buona fede.
Questo ci porta al secondo amuleto di Laon Lan, alla tanto abusata circolarità dialettica yin-yang , nella quale tolleranza e intolleranza, pur antitetiche, tendono tuttavia a sfumare l’una nell’altra. Ad approfondire il discorso, ci si accorge che la tolleranza non è proprio una virtù, semmai, come afferma Chesterton, è "la virtù dell'uomo senza convinzioni" mentre al lato opposto l'intolleranza non é poi cosí nera come la si dipinge, anzi per Paul Valéry sarebbe addirittura “una virtù terribile dei tempi puri".
Eccoci così arrivati al leit motiv dell’intera mia trattazione, che consiste in una buona notizia, una notizia importante che mi sarebbe piaciuto, se si fosse realizzata l’idea di Eco, veder diffusa a grandi e piccini su tutte le reti televisive del mondo: essere tolleranti non significa che dobbiamo per forza amare il nostro prossimo ma solo che dobbiamo sforzarci di rispettarlo almeno un poco.
I termini “tolleranza” e “intolleranza” sono relativamente recenti. Si tratta di invenzioni moderne, come quella di “eguaglianza “ e “diritti dell’uomo”, che acquistano un senso allorché sono inquadrate in una determinata svolta storica, proiettata verso la costruzione di un mondo migliore. Non vanno confuse con categorie eterne e universali come l’amore per il prossimo da un lato e l’odio fanatico per il diverso dall’altro. In altre parole, si può cominciare a parlare di tolleranza solo allorché comincia ad affermarsi l’idea rivoluzionaria della dignità di ogni uomo, anche il meno dotato e il più derelitto, quindi l’idea del diritto di ognuno alle proprie opinioni, anche le più assurde. 
Essere tolleranti – non mi stancherò mai di ripetere questo punto essenziale - non significa condividere il punto di vista altrui nè significa essere incapaci di dire basta all’intollerabile. La differenza tra il tollerante e l’intollerante è che quest’ultimo non dubita mai mentre il tollerante non può fare a meno di una dose di ragionevole dubbio. Questo non significa dubitare di tutto e di tutti, negare che possa esserci una sola verità, significa solo sottoporre la verità nella quale si crede fermamente al collaudo di un attento vaglio critico. La dose di dubbio può quindi anche essere ridotta alle dimensioni del granello di senape di cui parla Lao Lan; un granello che però pesa come una montagna. 
Il cammino del tollerante verso il dialogo é irto di ostacoli quasi insormontabili. Il maggiore ostacolo, e anche il più ovvio, é, trattare con l'intrattabile, provare a discutere con chi di discutere non ne vuol proprio sapere. Per sostenere una simile sfida, non da poco - capire e tollerare la stessa intolleranza, sia pure entro certi precisi limiti.- egli deve lottare in primo luogo con se stesso.
Troppo spesso ci dichiariamo disponibili al dialogo non perché riteniamo davvero "l'altro" meritevole di considerazione ma perché ci valutiamo talmente bravi, generosi, giusti, da saper coabitare con chiunque. In realtà nutriamo l’intima convinzione che prima o poi anche l'altro sarà attratto inevitabilmente dalla nostra parte per la forza stessa della nostra luminosa causa. In altri termini, la "nostra" tolleranza è determinata dalla condizione che il tollerato sia disponibile a farsi integrare, si riconosca cioè in una comune sfera di valori della quale siamo sempre noi tolleranti a determinare i confini. * Ci costa enorme fatica fronteggiare il fatto che per l'intollerante i veri intolleranti siamo noi . 
Un’ultima confessione. Nella mia decisione di scendere in campo contro l’intolleranza ha avuto il suo peso anche il desiderio di raccogliere l’eredità morale di Sandro Pertini, il Presidente così amato e così presto dimenticato, che, onorandomi della sua stima e amicizia, ha avuto una grande influenza negli anni della mia maturità. Negli straordinari incontri che aveva quasi ogni mattina al Quirinale con le scolaresche provenienti da tutta Italia, Pertini amava citare una frase di Voltaire: 

“Io combatto la tua idea, che è contraria alla mia. Ma sono pronto a lottare a prezzo della mia vita affinché la tua idea tu possa esprimerla liberamente"


 

www.rottanordovest.com home page