"Il linguaggio del corpo come espressione di realtà - una lettura di "Orgia" di P.Pasolini" di Francesca Innocenzi

La vera ragione per cui lui vorrebbe farle del male è che, in fondo, lei non è altro che una cosa; un oggetto tra gli oggetti che hanno sempre parlato il linguaggio della rassegnazione, negando alla diversità un posto nella storia. E’ una diversità che sperimenta l’atroce innaturalezza del mondo ed accomuna entrambi nel loro status di oggetti, perché se essa consiste in un puro termine di negazione della norma, allora dovrà necessariamente essere parte della norma essa stessa.
Ma che cosa trapela dall’orgia, e perché quella perdita di libertà che la gioia di essere in potere dell’altro procura? Le felicità di chi lega e di chi è legato si incontrano nei loro universi di solitudine. La tensione inespressa vorrebbe erompere in un possibile altrove, in un’alternativa al mondo piccolo borghese, all’Autorità, a quell’ambiente familiare dove dominava un silenzio pieno di voci, dove conoscere non era necessario e agire era l’unica forma di comunicazione contemplabile; ma quello era anche il paese dei gelsi e dell’erba lunga bagnata dalla pioggia, dei castelli di rondini e dei pioppi, un Eden perduto, ideale rifugio di una nostalgia regressiva.
E l’orgia che si costruisce come risposta si identifica con la realtà, una realtà che simula il gioco, contraddizione incompiuta. “ Io soffoco dalla voglia di perdermi, e di giocare a farla veramente finita”. La lingua che lui e lei sono costretti ad usare, quella del corpo, è una sostituzione di quella che non è stata loro insegnata ed è una lingua che non distingue la morte dalla vita: nelle ferite e nei lividi sulla pelle è la volontà di morte che incessantemente si rivela. La realtà non è espressa dalle parole, ma attraverso noi stessi e il nostro corpo, enigma che in quanto enigma si esprime; la conoscenza dell’altro nasce dal linguaggio della carne, degli atti compiuti durante l’amplesso. Le parole sono solo voci di quel mondo in cui nessuno parla e si riducono a strumenti del sogno poiché, non essendo noi stessi, non sono la realtà: così il sogno si trova a coincidere con il mondo borghese, il reale con la corporeità. Ma come la simulazione, che viene ripetutamente negata, emerge tuttavia quale elemento imprescindibile (la vita è uno spettacolo, sempre), così il sogno finisce per coincidere con qualcosa di radicalmente diverso: nel momento in cui l’uomo sta per fare l’amore davanti al monumento di una carne piena di sangue fresco, ha inizio l’attesa del realizzarsi del sogno, il ritorno del dio scomparso, un’estasi che inabissa il cosmo in questa ierofania. L’orgia si configura allora come tentativo di evasione in un’esperienza trasformante, quella del divino; ma si tratta di un desiderio irrealizzabile in uno scenario in cui solo la morte può compiersi. Quest’ultima va letta come volontà di annientamento dell’universo borghese attraverso un netto rifiuto della procreazione: per questo motivo è espressa l’urgenza di un amplesso brutale senza gettare il seme, un attimo prima di esternare l’intenzione di eliminare i due figli. L’omicidio- suicidio come voce del dissenso ( il presunto buon uso della morte) si rivela però un labirinto senza via di uscita: se infatti il corpo è l’ unica cosa sicura che se ne va, la consapevolezza di questa caducità si configura nel finale come pretesto per la rassegnazione e quindi per l’asservimento al Potere. Il tentativo da parte dell’uomo di stravolgere il convenzionale uso degli oggetti (quegli indumenti che hanno sempre parlato la lingua dell’Autorità) per portare a termine il travestimento suggerisce un superamento della premessa dell’orgia, la netta distinzione tra i due sessi: non più il maschio, ma l’Ermafrodito; è l’estrema soluzione di chi riconosce l’inadeguatezza di ogni precedente strategia. Ma anche questa strada non porta ad altro che all’autoannientamento, alla tragedia ironica di un corpo impiccato che penzola nel vuoto.<br>
Anticamente il ritualismo dionisiaco consisteva di frequente in una controllata sperimentazione dell’eccesso, voluta dal Potere stesso ai fini del mantenimento dell’ordine sociale. In maniera analoga quest’orgia contemporanea non riesce ad affrancarsi dallo spettro dell’Autorità, contraddicendosi. E ogni rivolta alternativa è relegata in un periodo ipotetico dell’irrealtà, destinata a non realizzarsi: “Il mio linguaggio diventerà muto per eccellenza / oltre che per l’eternità… Eppure / chi domattina verrà, e alzerà gli occhi per decifrarlo / capirà quale terribile forza, mai pensata finora / avrebbe avuto il mio desiderio di essere libero / se avessi vinto il mio istinto / attraverso cui la morte / aveva dichiarato inutile ogni speranza”.

 

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