"Aristotele - Sull'amicizia" di Francesca Innocenzi

Mi sembra interessante prendere brevemente in esame alcune riflessioni che il filosofo greco Aristotele ha dedicato ad un argomento sempre attuale come l’amicizia. Il pensatore ha affrontato questa problematica in due libri dell’Etica Nicomachea (VIII e IX), che costituiscono il più ampio trattato che un filosofo abbia mai dedicato all’amicizia; ad essi vanno aggiunti il libro VII dell’Etica Eudemea e alcuni capitoli dei Magna Moralia. Sulla base di queste opere tenteremo di dimostrare che l’amicizia risulta essere un’emozione e una disposizione e può identificarsi con la perfetta virtù; cercheremo inoltre di provare l’intimo legame tra amicizia, filosofia e felicità, legame stabilito dal piacere che il sapiente si procura filosofando con i suoi amici.
Aristotele nell’Etica Nicomachea considera l’amicizia ( philia) una passione, in maniera analoga al desiderio, l’ira, la paura, l’ardimento, l’invidia, la gioia, l’odio, la brama, la gelosia, la pietà e tutto ciò cui fa seguito piacere e dolore: essa entrebbe quindi nel novero delle emozioni. Tuttavia la philia è anche una disposizione, uno stato abituale dell’anima che si genera da un sentimento di affetto; l’amicizia è contraddistinta dalla reciprocità, da un contraccambio di affetto, ragion per cui non può esservi amicizia con un essere inanimato. La philia e la benevolenza sono accomunate dal desiderio del bene altrui, ma la prima è un sentimento intenso, un’emozione, una passione, mentre la seconda non lo è.
Il filosofo fa riferimento a tre diverse disposizioni ad amare: il piacere, l’utile e il bene. Anche se tutte e tre sono comunemente chiamate amicizia, solo l’amicizia fondata sul bene è un’autenitica virtù; chi ama una persona per il piacere che questa gli procura, o per l’utilità che gliene proviene, instaura un genere di philia imperfetto; chi invece desidera effettivamente il bene dell’essere amato possiede l’amicizia perfetta, l’amicizia come virtù, propria delle persone eccellenti. Questo tipo di rapporto può anche essere estremamente piacevole ed utile e costituire, pertanto, un ingrediente essenziale della felicità. Comprendendo la sensazione del piacere, la philia è intesa da Aristotele come un’emozione, che consiste soprattutto nell’amare.
Per il filosofo greco la felicità consiste nella virtù più perfetta, cioè la sophia, la sapienza, che deve durare l’arco di un’intera esistenza e costituire la cosiddetta “vita teoretica”: ciò ha dato luogo all’interpretazione secondo cui la felicità consisterebbe solo nella contemplazione, con l’esclusione della stessa amicizia. Questa è l’esegesi del pensatore Antony Kenny, che tuttavia attribuisce tale concezione solo all’Etica Nicomachea, mentre nell’Eudemea la felicità comprenderebbe tutte le virtù. La maggior parte degli studiosi sostiene invece che quest’ultima concezione della felicità è propria anche dell’Etica Nicomachea. Va precisato che per Aristotele l’attività teoretica non è pura contemplazione, bensì studio, discussione, indagine nei più svariati campi del sapere. La vita teoretica che dà origine alla felicità presuppone tutta una serie di condizioni, tra le quali proprio l’amicizia svolge un ruolo fondamentale: nel X libro dell’Etica Nicomachea il filosofo afferma che il sapiente, pur rimanendo autosufficiente, si troverà in condizione migliore se avrà dei collaboratori; dunque la collaborazione, in filosofia, è preferibile alla solitudine, ed essendo la felicità ciò che vi è di più preferibile in assoluto, la felicità suprema è per il filosofo la collaborazione con gli altri.
Nel libro IX dell’Etica Nicomachea Aristotele parla di un’amicizia fondata sull’insegnamento della filosofia e la considera un caso di philia basata sulla virtù, cioè l’amicizia per eccellenza. Gli amici costituiscono per l’uomo felice il bene esteriore più grande; l’uomo eccellente ha bisogno di persone a cui fare del bene; poiché l’uomo è un animale politico e per natura tende a vivere in comune, è assurdo fare dell’uomo beato un individuo solitario. Ma l’intima connessione tra la filosofia e l’amicizia emerge più chiaramente da quanto segue: se per il filosofo l’attività più piacevole è il filosofare e ancora più piacevole è il dedicarvisi insieme agli amici, ne consegue che la cosa più piacevole in assoluto è filosofare con gli amici. L’amicizia in quanto emozione ( pathos) e sentimento di affetto può quindi accrescere il grado di felicità che la filosofia assicura.
Nell’Etica Eudemea è possibile individuare ulteriori elementi che confermano il rapporto tra amicizia e filosofia. In quest’opera Aristotele pone dei limiti all’autosufficienza del filosofo, dunque ammette la necessità che egli abbia qualche amico e ritiene possibili amicizie fondate sulla virtù.
L’argomentazione prosegue con il paragone tra il filosofo e la divinità, che implica il seguente problema: se il sapiente deve imitare il dio, il fatto che quest’ultimo conduca una vita perfetta che percepisce e conosce se stessa implica che il filosofo, vivendo insieme agli amici, deve percepire e conoscere insieme a loro? A tale quesito si risponde affermativamente, poiché “l’amico deve essere…un altro se stesso” e “ percepire l’amico necessariamente è percepire e conoscere se stesso”; per questo occorre “ speculare e far festa insieme”.
Il parallelo tra l’uomo e la divinità porta all’individuazione di un’importante differenza: mentre il dio pensa solo se stesso perché è egli stesso il suo proprio bene, l’uomo pensa anche qualcosa di diverso da sé perché il suo bene è al di fuori di lui. Anche nei Magna Moralia (opera attribuita con non poche incertezze ad Aristotele) l’analogia tra l’essere umano e la divinità viene contestata, poiché se questa è indipendente e non ha bisogno di nessuno non ne consegue che anche noi non abbiamo bisogno di nessuno.
La connessione tra l’amicizia in quanto emozione e la filosofia ci permette perciò di affermare che il sapiente, a differenza della divinità, non è del tutto autonomo: se lo fosse, la felicità più piena non sarebbe data dal filosofare insieme. Abbiamo quindi elementi sufficienti per superare la presunta contraddizione rilevata da Pierre Aubenque, secondo cui chi si augurasse che il proprio amico divenisse sapiente si augurerebbe che questi smettesse di essergli amico, in quanto autosufficiente e quindi incapace di soddisfare quel desiderio di reciprocità tipico dell’amicizia. 

 

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