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Gli
uomini usano poco celebrare "le rose", molto più spesso contemplano "la
rosa" con animo di amante e di appassionato. Forse perché ciascun uomo ha
un cuore solo. "Il piccolo principe" di Saint-Exupéry viveva sul suo
minuscolo pianeta insieme con una rosa, che egli pensava unica, e quale
non fu la sua infelicità allorché scendendo sul pianeta terra s'imbatté in
un giardino fiorito di rose. Gli spiegò il mistero una volpe che si lasciò
avvicinare, e che per questo divenne improvvisamente unica fra le
centinaia di migliaia di altre volpi. Il piccolo principe capisce: gli
uomini "coltivano cinque mila rose in un unico e medesimo giardino, e non
vi trovano ciò che cercano. E pensare che quel che cercano lo possono
trovare in un'unica rosa. Ma gli occhi sono ciechi. Con il cuore bisogna
cercare". Neppure i poeti delle più diverse culture succedutesi nel
trascorrere del tempo hanno scelto come argomento esplicito una specie in
particolare, ad esempio la rosa "centifolia", la rosa con cento petali, ma
sempre e unicamente "la rosa". E' un'esclusiva che è destinata a rimanere
pura finzione, tante sono le forme che scorrono lungo i millenni; sicché
si profila, sulla linea della dottrina platonica delle Idee, la concezione
di una "roseità" assoluta che può concretizzarsi in terra soltanto nella
più totale incompiutezza. L'incompiutezza contraddistingue ogni
simbolo. Nel mondo antico il 'symbolon' era un oggetto di argilla o di
legno, un anello, un dado, l'impronta di un sigillo che gli amici, le
controparti in un affare, i pellegrini o gli amanti rompevano al momento
della separazione; in seguito e in ogni momento essi o i loro incaricati
si sarebbero riconosciuti grazie alla perfetta coincidenza dei bordi dei
due pezzi. Sul simbolo, che pure ha radici nel tutto e da esso ha origine,
è dunque impresso il marchio perenne della rottura. Il simbolo non è mai
l'intero che è ragione del suo essere. E tuttavia tale tensione fra
disgiunzione e congiungimento del diviso è fonte di un'esperienza totale,
anche se a noi che viviamo nella "terra della non-corrispondenza"
(Bernardo di Chiaravalle) non è consentito di sottrarci alla provvisorietà
e al limite. Il simbolo collega dunque visibile e invisibile, è
manifestazione e insieme occultamento, su di esso grava la nostalgia di
una "restitutio ad integrum", del ritorno a un paradiso di innocenza
infantile dell'animo. Il volume è tutto centrato sul simbolo della rosa.
Pur rispettando le linee della tradizione, il libro cerca di svolgere la
"matassa" del simbolismo variamente legato alla rosa senza lasciarsi
imprigionare nella cornice storica. Poeti, artisti, filosofi e teologi
delle più svariate aree culturali sono stati toccati nel profondo del loro
animo dalla nascita, figura e morte della rosa. I testi poetici e in
prosa citati intendono soprattutto incoraggiare il lettore a intraprendere
personalmente il cammino della rosa, a immergersi nell'atmosfera di
culture ed epoche lontanissime l'una dall'altra, a dedurre i collegamenti
trasversali e a osare nuove interpretazioni. Non si sono gli autori
affatto preoccupati di essere esaurienti, riferimenti alla rosa ne
esistono a profusione. Ne offrono un'esemplificazione le 74 fitte pagine
del "Deutsches Worterbusch" che i fratelli Grimm dedicano alla voce "Rosa"
e ai suoi derivati ed espressioni attinenti: roseo, rosetta, balsamo di
rosa, sangue di rosa, rottura della rosa, colori rosa, labbra rosate, velo
di rose, gote rosate, tempo delle rose ecc. Il primo capitolo abbozza
un disegno storico delle trasformazioni culturali del giardino inteso come
"dimora" della rosa, segue il culto della rosa nelle epoche più diverse e
infine delinea l'orizzonte storico del simbolismo. Il secondo capitolo è
dedicato alla "rosa del tempo" sotto l'aspetto della fioritura e
dell'avvizzimento, della ruota della vita e del cerchio dell'eternità
(rosetta, rosacroce). Nel terzo capitolo si sfoglia la rosa come simbolo
per eccellenza dell'amore e della passione. Qui si studia anche il motivo
della rosa e dell'usignolo come coppia di contrari. Il quarto capitolo si
occupa del culto dei martiri, della mistica delle ferite e dell'epica,
mentre il quinto capitolo considera la rosa come simbolo del culto
medievale della Vergine Maria: "Ma donna del roseto". Argomento del sesto
capitolo è la rosa come simbolo dell'eternità e di Dio, come mistero del
tutto. L'appendice funge da capitolo botanico. Naturalmente, il
simbolismo della rosa non comincia e non finisce là dove s'incontra la
parola "rosa" o quando la pianta è descritta correttamente dal lato
botanico. L'attrattiva particolare dei simboli sta appunto nei loro
contorni imprecisi, nelle sovrapposizioni e negli intrecci. Le figure
della ruota e del cerchio, fioritura e avvizzimento, profumo e colore,
rugiada e pioggia, campo e giardino, sono altrettanti orizzonti entro i
quali, grazie alla fantasia popolare, all'acribia dotta e alla sensibilità
poetica ed artistica, si dispiega il simbolismo della "regina dei
fiori".(…) Il "Romanzo della Rosa", poema in antico-francese del XIII
secolo, è una miniera di cultura erotica, dove la rosa appare come tramite
centrale. Benché opera medievale, esso ha fatto testo fin nell'epoca
illuministica, tanto come poesia quanto come pensiero; lo prova il fatto
che ne sono stati conservati oltre 300 manoscritti, mentre altre opere
importanti sono state tramandate soltanto in poche copie. L'opera consta
di due parti disuguali e i primi 4.000 versi furono composti da Guillaume
de Lorris fra il 1225 e il 1240. Guillame, che scrive per la nobiltà del
tempo, fa uso dell'allegoria, il mezzo espositivo che per la sua
diffusione caratterizza lo stile del tardo Medioevo. Le caratteristiche e
i moti dell'animo non sono peculiarità individuale ma vengono elevati a
codice generale di comportamento galante. Nella simbologia della rosa
l'amata è il tipo della donna cortese che i trovatori innalzano al cielo
come oggetto distante del loro corteggiamento. Il "Romanzo della Rosa" è
la narrazione di un sogno. In un mattino di maggio il poeta sta vagando
per la campagna quando improvvisamente si trova di fronte un giardino
cinto da un'alta muraglia al cui esterno compaiono figure come "Odio",
"Infedeltà", "Tristezza", "Vecchiaia", le quali custodiscono l'entrata:
sono dunque la personificazione delle qualità anti-galanti che impediscono
l'accesso alle gioie dell'amor cortese, della "Minne". "Spensieratezza"
introduce il poeta attraverso una porticina e lo informa che il
proprietario del giardino è "Piacere sensuale". All'interno "Gaiezza"
guida una carola cui partecipano il dio dell'amore insieme con "Bellezza",
"Ricchezza", "Giovinezza" ed altre figure allegoriche. Estasiato, il poeta
vagola per il giardino che gli appare un paradiso. Finché scopre una fonte
incantata, la stessa fonte dove morì il bel Narciso, e sullo specchio
d'acqua scorge un meraviglioso boccio di rosa e lo afferra un indicibile
desiderio di coglierlo; ma la rosa è protetta da cardi e spine. Il dio
dell'amore, che di nascosto ha seguito il poeta, gli scocca cinque frecce
che attraverso l'orecchio gli raggiungono il cuore: "Bellezza", "Pudore",
"Franchezza", "Cortesia", "Bella Apparenza". Amore gli detta i precetti
dell'amor cortese: guardarsi da ogni bassezza, curarsi il corpo, dedicarsi
al servizio di una dama.
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