Da "Dell'ignoranza delle persone colte" di William Hazlitt, Fazi Editore, 2001

"Se desideriamo conoscere la forza del genio umano dobbiamo leggere Shakespeare.Se vogliamo constatare quanto sia insignificante l’istruzione umana possiamo studiare i suoi commentatori". Così Hazlitt in 'Dell'ignoranza delle persone colte', uno dei sette saggi qui presentati. Tratti dalla raccolta Table-Talk del 1821-22, questi testi rappresentano un primo passo per avvicinarsi alla sterminata produzione saggistica di Hazlitt, vera mente critica del Romanticismo europeo.
William Hazlitt, saggista e critico inglese, nato a Maidstone, Kent, nel 1778 e morto a Londra nel 1830. Figlio di un pastore della Chiesa unitaria, rinunciò ben presto alla carriera ecclesiastica cui il padre l'aveva destinato e, dedicatosi alla pittura, si recò a studiare a Parigi. Tornato in Inghilterra nel 1803, frequentò a Londra i circoli letterari e svolse un'intensa attività di saggista e di conferenziere. Nel 1805 pubblicò un Saggio sui princìpi dell'attività umana e nel 1906 un volume di Liberi pensieri sugli affari pubblici. Dedicatosi nel frattempo al giornalismo collaborò al Morning Chronicle, alla Edinburgh Review e all'Examiner con articoli di filosofia morale, di politica, di critica teatrale e letteraria, che poi raccolse in vari volumi tra i quali I personaggi delle opere di Shakespeare (1817), Panorama del teatro inglese (1818), Conferenze sui poeti inglesi (1818), Conferenze sulla letteratura drammatica dell'età elisabettiana (1820). Scrisse inoltre Lo spirito del secolo (1825) e una Vita di Napoleone Bonaparte (1830). La sicurezza del giudizio e l'acuta modernità delle analisi fanno di Hazlitt uno degli iniziatori della moderna critica letteraria e teatrale inglese.

Le persone che hanno meno idee di tutti sono gli scrittori e i lettori. È meglio non sapere ne leggere ne scrivere, che non saper fare altro che questo. Quando si vede un fannullone con un libro in mano, si può essere quasi certi che si tratta di una persona senza ne forza, ne voglia di stare attenta a ciò che gli accade intorno, o dentro la testa. Di un tale individuo si può dire che porta il suo giudizio ovunque con sé, in tasca, o che lo lascia a casa, sullo scaffale dei libri. Ha paura di avventurarsi in qualunque ragionamento, o di fare una qualsiasi osservazione per proprio conto che non gli venga suggerita passando meccanicamente lo sguardo su alcuni caratteri leggibili; si ritrae dalla fatica di pensare che, per mancanza d'esercizio, gli è diventata insopportabile; e si accontenta di un continuo, noioso succedersi di parole e d'immagini abbozzate, che gli riempiono il vuoto della mente. L'istruzione troppe volte è in contrasto col senso comune; un surrogato del vero sapere. I libri vengono usati meno come "occhiali" per guardare la natura, che come imposte per tenerne lontana la forte luce e la scena mutevole da occhi deboli e temperamenti apatici. Il divoratore di libri si avvolge nella sua rete di astrazioni verbali, e vede solo la pallida ombra delle cose riflessa dalla mente altrui. La natura lo sconcerta. La visione degli oggetti reali, spogliati del travestimento delle parole e delle lunghe circonlocuzioni descrittive, è un colpo che lo fa vacillare, e la loro varietà lo turba, la loro rapidità lo fa smarrire. Si ritrae dalla confusione, dal chiasso, e dal turbinoso movimento del mondo intorno a se (non avendo ne l'occhio adatto a seguirlo nei suoi capricciosi mutamenti, ne un'intelligenza che sappia ricondurlo a principi fissi) , per tornare alla quieta monotonia delle lingue morte e alle meno sconcertanti e più intelligibili combinazioni delle lettere dell'alfabeto. Così va bene, va proprio bene. «Lasciatemi al mio riposo» è il motto dei dormienti e dei morti. Chiedere al paralitico di saltare dalla sua sedia e buttar via la gruccia, o, senza un miracolo, di «prendere il suo letto e camminare», è come aspettarsi dal lettore colto che posi il suo libro e pensi da se. Ci resta attaccato per avere un sostegno intellettuale, e la paura di esser lasciato solo con se stesso è come il terrore che incute il vuoto. Riesce a respirare solo un'atmosfera colta, così come gli altri uomini respirano aria comune. È uno che chiede la saggezza in prestito dagli altri. Non ha idee proprie e deve quindi vivere di quelle altrui. L' abitudine di rifornirci di idee da sorgenti non nostre «indebolisce ogni forza di pensiero interiore», proprio come l'abuso di liquori distrugge il tono dello stomaco. Le facoltà della mente, se non vengono esercitate, o se vengono paralizzate dalla continua lettura di testi autorevoli, diventano svogliate, torpide e disadatte agli scopi del pensiero e dell'azione. Possono meravigliarci allora la stanchezza e il languore prodotti da una vita dI istruzione indolente e ignorante, passata con gli occhi fissi su frasi e sillabe che riescono a suscitare idee o interesse poco più che se fossero scritte in qualche lingua sconosciuta, finche il sonno non chiude gli occhi, e il librò cade dalle mani indebolite? Preferirei essere un tagliaboschi, o il più misero garzone di fattoria, che tutto il giorno «suda sotto l'occhio di Febo e la notte dorme nell'Eliso», piuttosto che consumare la mia vita così, fra il sonno e la veglia. La differenza fra lo scrittore istruito e lo studente istruito consiste in questo, che il primo trascrive ciò che il secondo legge. li dotto non è che uno schiavo letterario. Se lo mettete a scrivere una composizione propria, gli gira la testa, e non sa più dov' è. Gli infaticabili lettori di libri sono come gli eterni copisti di quadri che, quando provano a dipingere qualcosa di originale, trovano che manca loro l'occhio veloce, la mano sicura e i colori brillanti, e perciò non riescono a riprodurre le forme viventi della natura.
Chiunque sia passato per i gradi regolari dell'educazione classica senza esser stato ridotto all'imbecillità, si può ritenere salvo per miracolo. I ragazzi che figurano a scuola non sono quelli che faranno la migliore riuscita quando saranno adulti ed entreranno nel mondo: è una cosa nota da sempre.
Infatti le cose che un bambino è obbligato a studiare a scuola, e dalle quali dipenderà il suo successo, sono cose che non richiedono l'esercizio ne delle più alte ne delle più utili facoltà mentali. La memoria (e della specie più bassa) è la qualità necessaria per ripetere meccanicamente le lezioni di grammatica, di lingue, di geografia, aritmetica, ecc., cosicché il ragazzo che ha molta di questa memoria meccanica, e pochissimo interesse per le altre cose che invece dovrebbero naturalmente e con più forza attrarre la sua attenzione fanciullesca, sarà lo scolaro più brillante di tutti. Il gergo con cui si definiscono le parti del discorso, le regole per fare un conto, o le forme di un verbo greco, non possono avere un grande interesse per un ragazzo di dieci anni, ameno che altri non gliel'abbiano imposto come dovere, o non sia spinto dalla mancanza di gusto e di interesse per altre cose. Un ragazzo di costituzione malaticcia e di mente poco attiva, che arriva appena a ricordare ciò che gli è stato fatto notare, e non ha né l'intelligenza per distinguersi, né lo spirito per divertirsi, sarà in genere il primo della classe. Un fannullone a scuola, invece, sarà spesso un ragazzo di robusta salute e di temperamento vivace, che ha presenza di spirito e un fisico agile, che sente il sangue circolargli nelle vene e battergli il cuore, che a volte ride e piange nel medesimo istante, che preferisce dare la caccia alle farfalle o correre dietro a una palla, sentire l' aria fresca sulla faccia, vedere i prati e il cielo, seguire per curiosità un sentiero serpeggiante, prendere parte a tutti i piccoli conflitti e agli interessi dei suoi conoscenti e amici, invece che addormentarsi su un noioso abecedario, ripetere dei distici barbari col suo maestro, stare inchiodato ore e ore a un banco, e ricevere poi in risarcimento del tempo e del divertimento persi una medaglietta premio a Natale e a mezza estate. Esiste una stupidità che impedisce ai ragazzi di imparare le lezioni giornaliere e di arrivare a ottenere questi miseri onori accademici.
Ma quello che passa per stupidità è assai più spesso mancanza di interesse e di un motivo sufficiente per stare attenti, e applicarsi con disciplina agli aridi e insignificanti scopi dello studio scolastico. Le migliori capacità sono molto al di sopra di questa schiavitù; così come le peggiori stanno al di sotto. I nostri uomini di più grande ingegno non si sono particolarmente distinti né a scuola né all'università.
L'entusiasta Fantasia ha sempre marinato la scuola.
Gray e Collins sono due esempi di questo carattere ribelle. Persone simili non si regolano nel comportamento secondo i vantaggi che ne possono trarre, e non riescono a sottomettere servilmente l'immaginazione al duro giogo della scuola. C'è un certo genere e un certo grado dell'intelletto sul quale le parole fanno presa, ma in cui le cose non hanno il potere di penetrare. Un talento mediocre, con una costituzione morale un po' fiacca, è il suolo che produce i più brillanti esemplari di scrittori di saggi premiati, e di epigrammi greci. Non bisognerebbe dimenticare che il più ambiguo figuro tra i nostri uomini politici moderni fu lo studente che più ebbe successo a Eton.
L'istruzione è la conoscenza di ciò che gli altri in genere non sanno, e che non possiamo apprendere che di seconda mano per mezzo dei libri, o di altre sorgenti artificiali. La conoscenza di ciò che è davanti o intorno a noi, che fa appello alla nostra esperienza, alle nostre passioni o ai nostri progetti, al cuore e agli affari degli uomini, non è istruzione. L'istruzione è la conoscenza di quello che solo le persone istruite conoscono. Il più istruito di tutti è colui che conosce meglio tutto ciò che vi è di più lontano dalla vita quotidiana, dall'osservazione immediata, che non è di alcuna utilità pratica, che non può esser provato dall'esperienza e che, dopo esser passato attraverso un gran numero di stadi intermedi, resta ancora pieno di incertezza, di difficoltà, e di contraddizioni. È vedere e ascoltare con occhi e orecchie altrui, è credere ciecamente al giudizio degli altri. La persona istruita è fiera della sua conoscenza di nomi e di date, non di quella di uomini e cose. Non pensa e non s'interessa ai suoi vicini di casa, ma è al corrente degli usi e costumi delle tribù e delle caste degli indù e dei tartari calmucchi. Riesce appena a trovare la via vicina alla sua, benché conosca le dimensioni esatte di Costantinopoli e di Pechino. Non è ancora riuscito a capire se il suo più vecchio conoscente è un mascalzone o uno sciocco, ma sa tenere una pomposa conferenza su tutti i principali personaggi della storia. Non sa dire se un oggetto è nero o bianco, tondo o quadrato, ma sa a menadito le leggi dell'ottica e le regole della prospettiva. Conosce le cose di cui parla, come un cieco i colori. Non può dare una risposta soddisfacente alla più semplice domanda e non ha un'opinione sensata e corretta su alcun problema concreto che gli si presenti realmente davanti, ma si presenta come giudice infallibile in tutte quelle questioni sulle quali sia lui, sia chiunque altro al mondo, può fare soltanto delle congetture. È esperto di tutte le lingue antiche e di quasi tutte le lingue moderne, ma non sa ne parlare con scioltezza ne scrivere correttamente nella propria. Una persona del genere fu il secondo più importante studioso di greco della sua epoca: si sobbarcò l'impresa di catalogare i vari errori della prosa latina di Milton, ma nei suoi scritti si fa fatica a trovare una frase in un inglese scorrevole. Così fu il Dott.-. Così è il Dott.-. Porson fu diverso. L'eccezione che conferma la regola. Un uomo che, unendo all'istruzione il talento e la conoscenza del mondo, rese più evidente e palpabile la distinzione che c'è tra di loro.
Uno studioso puro, che conosce soltanto libri, per forza dev'essere ignorante anche in questo campo. «I libri non dicono a cosa servono i libri». Come può giudicare infatti un'opera colui che non ne conosce la materia? Il dotto pedante è pratico di libri solo in quanto questi sono composti da altri libri, e quelli da altri ancora, e così via all'infinito. Ripete come un pappagallo tutto ciò che altri hanno ripetuto a pappagallo. Sa tradurre una parola in dieci lingue diverse, ma non sa niente del significato della cosa in ciascuna di esse. Si riempie la testa con fonti che si rifanno ad altre fonti, con citazioni di citazioni, mentre tiene ben chiusi sotto chiave i propri sensi, la propria intelligenza e il proprio cuore. Non conosce le regole e le maniere del mondo; anche sui vari caratteri umani lascia molto a desiderare. Non vede la bellezza nella natura e nell'arte. Per lui «il potente regno dell'occhio e dell'orecchio» è nascosto; e «da conoscenza» -tranne che per un solo ingresso -«ha le porte sprangate». Il suo orgoglio sostiene la sua ignoranza, e la sua autoconsiderazione cresce in proporzione al numero delle cose di cui non conosce il valore, e che perciò disprezza trovandole indegne della sua attenzione. Non sa niente di pittura -«del colore di Tiziano, della grazia di Raffaello, della purezza del Domenichino, della correggiosità di Correggio, della cultura di Poussin, delle atmosfere di Guido Reni, del gusto dei Carracci, o del magnifico disegno di Michelangelo» -di tutte le glorie della scuola italiana e dei miracoli di quella fiamminga, che incantano da secoli gli occhi del genere umano e allo studio e all'imitazione dei quali migliaia di persone hanno invano dedicato la vita. Queste opere, per lui, è come se non fossero mai esistite, sono lettera morta, e non c'è da stupirsi, perché non vede né comprende i loro prototipi nella natura. Una stampa dell'Abbeveratoio di Rubens o del Castello incantato di Lorrain può stare appesa per mesi nella sua stanza: lui non se ne accorge; se gliele indicate, presto distoglie lo sguardo. Quello della natura, o dell'arte (che è una seconda natura), è un linguaggio che non comprende. Ripete i nomi di Fidia e di Apelle, perché si trovano negli autori classici, e chiama prodigiose le loro opere perché non esistono più. Quando è di fronte ai più bei resti dell'arte greca, agli Elgin Marbles, se ne interessa soltanto per incominciare una disputa erudita (che è quanto dire un litigio) sul significato di una particella greca. È altrettanto ignorante di musica, «non ne fu mai sfiorato»: dalle melodie del perfetto Mozart al piffero del pastore di montagna. Le sue orecchie sono inchiodate ai libri, assordate dal suono del greco e del latino, e dal fracasso e dal fragore degli scolari in classe. Comprende forse meglio la poesia? Sa quanti piedi ci sono in un verso, e quanti atti in un dramma, ma dell'anima o dello spirito non sa niente. Traduce un'ode greca in inglese, o un epigramma latino in versi greci, ma lascia ai critici decidere se valeva la pena di farlo.
Comprende forse «da parte pratica della vita» meglio di quella «teorica»? No. Non conosce arti né liberali né meccaniche, né il commercio, né la professione; né i giochi di abilità ne quelli d'azzardo. La persona istruita «non ha disposizione per la chirurgia», l'agricoltura, l'architettura, i lavori in legno o in ferro; non sa fare utensili da lavoro, o usarli già fatti, non sa maneggiare né l'aratro né la vanga, né lo scalpello né il martello; non è pratico di segugi o falconi, caccia o pesca, cavalli o cani, scherma o danza, lotta o bocce, carte, tennis o qualsiasi altra cosa. Il dotto professore di ogni arte e di ogni scienza non sa praticarne neanche una, benché possa preparare un articolo su di esse per qualche enciclopedia.
Non sa usare neanche mani e piedi, non sa né correre, né camminare, né nuotare, e considera uomini volgari e meccanici coloro che comprendono ed esercitano queste arti del corpo e della mente, benché per saperne anche una sola alla perfezione occorra molto tempo ed esercizio, capacità, forza e talento. Questo più o meno è quanto occorre al colto candidato per ottenere, attraverso uno studio faticoso, il titolo di dottore e una posizione; per poi mangiare, bere e dormire tutto il resto della vita!
La cosa è chiara. Quello che gli uomini comprendono veramente è limitato a un raggio molto breve: ai loro affari e alle cose di esperienza giornaliera; a ciò che hanno l'opportunità di conoscere, e ragioni concrete per studiare o mettere in pratica. Tutto il resto è affettazione e impostura. La gente del popolo sa usare le membra, perché vive del suo lavoro o della sua abilità. Conosce bene il proprio mestiere e i caratteri di coloro coi quali deve trattare, perché gli è necessario conoscerli. È eloquente quando esprime le sue passioni, e ha spirito a volontà per gridare il suo disprezzo o provocare il riso. Parla con naturalezza senza dipendere da quella monumentale beffa che è un idioma antiquato, e il senso del ridicolo e la prontezza nel trovare allusioni per esprimerlo non sono sepolti negli annali di qualche vecchia rivista satirica. Sentirete molte più cose spiritose viaggiando a cassetta in diligenza da Londra a Oxford, che in un anno di permanenza fra gli studenti e i professori di quella celebre Università. E s'imparano più verità ascoltando una rumorosa discussione in una birreria, che assistendo a una seduta alla Camera dei Comuni. Una gentildonna di campagna di una certa età avrà spesso più conoscenza del carattere umano, e saprà raccontare più aneddoti divertenti, tolti dalla storia di tutto quello che è stato detto, fatto e spettegolato in paese negli ultimi cinquant'anni, di quel che non possa raccogliere la più grande saccente del secolo da tutti i romanzi e i poemi satirici pubblicati nello stesso periodo. La gente di città ha in genere poca conoscenza dei caratteri umani, perché li vede solo a mezzo busto, non nella loro interezza. La gente di campagna non solo sa tutto quello che è accaduto a un uomo, ma ne rintraccia anche le virtù e i vizi, come anche i tratti del volto, risalendo per più generazioni, e spiegandone certe contraddizioni del carattere con un incrocio di famiglie avvenuto mezzo secolo prima. Le persone colte non sanno nulla di ciò, in città come in campagna. Soprattutto è la massa ad avere il senso comune, che invece è sempre mancato ai dotti di ogni epoca. li popolo ha ragione quando giudica per conto proprio; ha torto quando si fida delle sue guide cieche. li celebre teologo nonconformista Baxter fu quasi lapidato dalle brave donne di Kidderminster per avere asserito dal pulpito che «l'inferno era lastricato di teschi di bambini», ma a forza d'argomenti e di erudite citazioni patristiche, il reverendo predicatore alla fine prevalse sugli scrupoli della sua congregazione, e pure sulla ragione e sull'umanità.
Ecco come viene usato il sapere umano. Sembra che i lavoratori di questa vigna abbiano lo scopo di confondere il senso comune e le distinzioni fra il male e il bene per mezzo di massime tradizionali e di nozioni preconcette che diventano sempre più assurde col passar del tempo. Fanno ipotesi su ipotesi, ci innalzano montagne, finche non è più possibile giungere alla più semplice verità su alcunché. Vedono le cose non come sono, ma come le trovano nei libri, e «chiudono gli occhi e cancellano i dubbi» per non dover scoprire niente che sia in contrasto coi loro pregiudizi, o possa convincerli della loro assurdità. Si direbbe che la forma più alta della saggezza umana consista nel mantenere le contraddizioni, e nel rendere sacro ciò che è insensato. Non c'è dogma, per quanto feroce o sciocco che sia, a cui questa gente non abbia apposto il suo sigillo, tentando di imporlo alla comprensione dei suoi seguaci come fosse la volontà del Cielo, rivestita di tutto il terrore e delle sanzioni della religione. L' intelligenza umana è stata ben poco diretta a ricercare l'utile e il vero! Quanto ingegno sprecato nella difesa di credi e teologie! Quanto tempo, e quanto talento sono stati perduti in controversie teologiche, in processi, in politica, in critiche verbali, in astrologia giudiziaria e nella ricerca della pietra filosofale! Quale beneficio reale ricaviamo dagli scritti di un Laud o di un Whitgift, del vescovo Bull, o del vescovo Waterland, dai Collegamenti di Prideaux, o da Beausobre, Calmet, S. Agostino, Pufendorf, Vattel, o dai più letterari ma ugualmente dotti e inutili lavori dello Scaligero, di Cardano e dello Scioppius? Quanti granelli di buon senso ci sono nelle migliaia di volumi in quarto e in folio che hanno scritto? Che perderebbe il mondo se domani fossero gettati alle fiamme? O non sono forse già «andati al sepolcro di tutti i Capuleti?». Eppure questi erano tutti oracoli ai loro tempi, e si sarebbero fatti beffe di voi o di me, del senso comune e della natura umana, se non fossimo stati d'accordo con loro. Adesso tocca a noi ridere.
Concludo il discorso. Le persone più giudiziose che s'incontrano nella società sono gli uomini d' affari e gli uomini di mondo, che ragionano di quel che vedono e sanno, invece di far delle distinzioni sottili su come le cose dovrebbero essere. Le donne hanno spesso più buon senso degli uomini. Hanno meno pretese, sono meno impacciate dalle teorie, e giudicano le cose più dalla immediata e involontaria impressione, e quindi in modo più sincero e naturale. Non possono ragionare male, perché non ragionano affatto. Non pensano o parlano seguendo delle regole, e possiedono perciò in genere più eloquenza, spirito e buon senso, unendo i quali riescono in genere a governare i mariti. Il loro stile, quando scrivono alle loro amiche (e non per i librai), è migliore di quello di molti scrittori. Le persone che non hanno un'istruzione hanno un'inventiva esuberante, e sono senz'altro libere dai pregiudizi. Shakespeare fu poco istruito, come risulta chiaro tanto dalla freschezza della sua immaginazione quanto dalla varietà dei suoi concetti. Milton invece sa di accademia, tanto nel pensiero, come nel sentimento. Shakespeare non aveva dovuto svolgere a scuola dei temi in favore della virtù e contro il vizio. Dobbiamo a questa circostanza il tono sano e non affettato del suo teatro. Se desideriamo conoscere la forza del genio umano dobbiamo leggere Shakespeare. Se vogliamo constatare quanto sia insignificante l'istruzione umana possiamo studiare i suoi commentatori
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