"Il piacere della letteratura" a cura di Angelo Guglielmi, Feltrinelli, 1981.

 
"Nessuna significanza (nessun godimento) si può produrre, ne sono convinto, in una cultura di massa (da distinguere, come l'acqua dal fuoco, dalla cultura delle masse), perché il modello di questa cultura è piccolo-borghese. E' della nostra contraddizione (storica) che la significanza (il godimento) sia interamente rifugiata in un'alternativa eccessiva: o in una pratica mandarinale (derivata da un'estenuazione della cultura borghese), o in un'idea utopica (quella di una cultura a venire, scaturita da una rivoluzione radicale, inaudita, imprevedibile, di cui scrive oggi sa solo una cosa: che, come Mosè, non vi entrerà)".
Non vi è niente di meglio di quest'intuizione di Roland Barthes per presentare la situazione delle nostra letteratura dagli anni Settanta ad oggi e dei testi che ci propone: e cioè da una parte opere che sfruttano le residue indicazioni del modello per così dire umanistico della letteratura europea (che, colpita da crisi d'esaurimento, rinuncia ai suoi caratteri di razionalità e armonia e scopre nuova fecondità e piacere nell'esercizio di pratiche aleatorie e di trasgressione); e dall'altra opere (in prevalenza di poesia e dunque non oggetto del nostro discorso) che, nel tentativo di rovesciare quel modello, fanno proprie le tecniche espressive legate all'uso del corpo e i nuovi linguaggi resi disponibili dal recente sviluppo della scienza e dell'industria elettronica.
Si tratta comunque di una letteratura che nasce alle ali estreme, in un'evidente atmosfera di ricerca e di scommessa. Di una letteratura che porta i segni dello sforzo straordinario da cui nasce e della sua estraneità ai codici di comportamento e di sensibilità comune. Si tratta di una letteratura difficile che fa risiedere la sua qualità negli ostacoli che oppone alla comprensione del lettore.
Scopo di quest'antologia è di avvicinarla al lettore, facendolo uscire dalla frustrazione che patisce. Ricorrendo ad una visualizzazione spaziale della situazione, diciamo che mentre la letteratura, come abbiamo visto, occupa le ali estreme, il lettore sta al centro. Dove è insidiato dagli sguardi invitanti di una quantità sterminata di libri opportunamente imbastiti per assecondare i suoi gusti più facili e i desideri più epidermici. Il centro è uno spazio in cui aleggia l'opportunismo, la piccola furbizia di chi, speculando sull'impazienza del lettore, si affretta a confezionare prodotti (opere) di digestione immediata, in cui la banalità della proposta contenutistica è sottolineata (e insieme nascosta) dall'uso ornamentale del linguaggio. Ma se il centro non produce letteratura (se non in confezione consumo), è anche vero che il centro è il luogo di gestione e di fruizione della letteratura. E allora perché non fare confluire verso il centro qualche pezzo più pregiato, liberando il lettore dalla condanna di vedersi infliggere sempre e solo merce avariata o comunque di sapore rozzo e di poco prezzo? Con quest'antologia ci siamo sforzati di ripopolare il centro con innesti di buona letteratura, facendo spazio tra le erbacce che per intero lo occupano. Abbiamo prelevato dai luoghi lontani ed estremi dove sono nate (e dove solo possono nascere) alcune opere di distinta fattura e le abbiamo spinte verso il lettore nella consapevolezza di assecondare un movimento per il quale i tempi ci sembrano maturi e il cui compimento avrebbe fatto giustizia di tanti equivoci e malintesi. Dei quali brevemente vogliamo parlare
Si era per esempio gridato dopo il '68 (e per tutti gli anni Settanta) alla fine della neoavanguardia, imputandole con compiacimento di aver lasciato sul terreno più danni che benefici. E su questo presupposto si era organizzato il rientro di quella letteratura piccolo-borghese crepuscolare contro il quale gli anni Sessanta si erano rivoltati. In effetti, la neoavanguardia in quanto movimento organizzato con la fine degli anni Sessanta concluse la sua intesa e si sciolse ma rimasero, e ben vivi, i suoi teorici, i suoi poeti, i suoi narratori, ciascuno dei quali continuò, se pur individualmente, a battersi per il nuovo. Ma soprattutto rimase la consapevolezza definitiva che la letteratura non è un affare di cuore, di buoni sentimenti, o di buone intenzioni ma piuttosto uno sforzo della mente, un impegno della tecnica, un investimento ludico. E a questa consapevolezza si sono riferiti nel decennio appena trascorso e continuano a far riferimento tutti i nostri scrittori più vivi sia che hanno vissuto le esperienze della neoavanguardia, sia che, venendo dopo, ad esse si sono ispirati, sia che, pur rispettandole, da esse si sono distinti. Tutti li riunisce una semplice certezza o forse un atteggiamento comune: la disponibilità a guardare all'opera scritta non come ad un semplice discorso oratorio ma piuttosto come ad una sorta di artefatto lessicografo.
Certo a fianco di questi scrittori ce ne sono numerosi altri: e sono gli alimentatori dei tanti premi Strega e Campiello, che, resistenti ad ogni sollecitazione men che ovvia, hanno continuato e continuano a sfornare libri che hanno così poco a che fare con la letteratura come i nostri governanti con l'arte della politica. A voler essere generosi possiamo anche riconoscergli l'intenzione di lanciarci una sfida: la sfida della leggibilità, della capacità di stabilire un rapporto con pubblico, del piacere della lettura. Bene: noi dichiariamo di accettare questa sfida. E come prima mossa neghiamo che si possa vincerla con Giorgio Saviane o Lalla Romano, con Giuseppe Patroni Griffi o Giovanni Arpino. Il loro rapporto con il pubblico ha radici fin troppo esili e non necessarie alla stessa maniera che povera di riscontro nelle reali esigenze della massaia e l'ultima confezione appena giunta al supermercato, che viene immancabilmente acquistata e poi più spesso buttata senza nemmeno essere scartata. Questi autori e le loro opere vivono esclusivamente sui giornali, nelle manchettes pubblicitarie, nelle recensioni, nei premi come tutti gli altri prodotti non necessari di cui la macchina dell'economia di massa è obbligatoriamente generosa. Noi intendiamo vincere questa sfida battendo altre strade: e precisamente favorendo, come abbiamo annunciato più sopra, lo spostamento verso il centro di scrittori e autori che hanno operato e continuano ad operare nei luoghi della ricerca, che è il solo terreno dove può nascere la letteratura, nelle zone incerte del pensiero, dove è più importante perdere che trovare, negli spazi indefiniti della coscienza, dove il punto non è tanto riconoscere quanto sconfiggere l'identità del mondo. Che giocano all'attacco verso posizioni che non vogliono conquistare o fare proprie ma piuttosto travolgere, così da aprire nuovi orizzonti o abbattere vecchi ostacoli e rappresentare una pericolosa tentazione di smarrimento che si sa quanto è temuta ma anche spasmodicamente desiderata. Che sono gli ultimi artigiani rimasti, in quanto ascoltano non tanto le voci del cuore ma il talento che hanno nelle mani. Che lavorano perché i conti non tornino mai. Ma a questo punto dobbiamo chiederci perché questa operazione di spostamento verso il centro sembra possibile oggi (o almeno solo oggi è tentata) mentre non era proponibile ieri. E qui occorre mettere qualche punto. Negli anni Sessanta su tutti è svettato il momento della ricerca teorica e della elaborazione concettuale, finalizzato al riammodernamento degli apparati culturali che, ancora fissati ad indici di pensiero ottocenteschi, impedivano l'avvenimento del nuovo. L'esigenza del nuovo non era un capriccio della moda ma un'insistente domanda del tempo il cui cuore per continuare a battere chiedeva di essere sintonizzato su nuove lunghezze d'onda. Tutti ricordiamo i pericoli d'asfissia che correvamo tra i boschi disossigenati di Cassola e i finti giardini di Bassani. Occorreva un forte intervento capace di riaprire le finestre arrugginite di dove irrompesse il flusso rivitalizzante del vento del nord carico dei profumi stordenti delle nuove culture di Vienna, di Praga, di Francoforte, di Parigi. Questo intervento fu assicurato, come si sa, dalla neoavanguardia, che, beneficiando di uno stato di grazia, trovò tra le rovine degli anni Sessanta gli strumenti necessari per operare. Certo fu un intervento violento, che cercava le cause dei mali più che i rimedi, che insegnava ad avere coraggio più che a adoperarlo utilmente, che liberava spazi dove si potesse coltivare, che dissodava terreni senza troppo preoccuparsi dell'inconveniente di sacrificare radici ancora vive e intere piante fin troppo prezioso. In quest'impegno passarono gli anni Sessanta, caratterizzati da uno sforzo di scoperta e d'apprendimento che peraltro non tardò a dare frutti seducenti. Poi arrivarono gli anni Settanta, in cui l'accresciuta consapevolezza compensava il perduto eroismo. Nel nuovo decennio riprese il sopravvento l'attività creativa. E non vi era di che stupirsi. Infatti il grande lavoro d'analisi e di riorganizzazione concettuale compiuto negli anni precedenti aveva creato le condizioni per un gagliardo rilancio della produzione originale, determinando nel contempo la rimessa in gioco di dimensioni e di pratiche che, nella tensione dell'elaborazione teorica, erano state trascurate, quali, tra l'altro, la ricerca del piacere della lettura.

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