"Fenoglio" di Jacopo Guerriero


Jacopo Guerriero è nato a Milano nel 1976. Si è laureato presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore ed è giornalista pubblicista. Ha scritto diversi saggi e articoli per numerose riviste letterarie, tra i quali ricordiamo Luce del caos («Nuova prosa», Greco y Greco 2004). Lavora anche per il teatro e il web ed è collaboratore di quotidiani e periodici. Da tempo unisce la ricerca universitaria all’attività editoriale.

Raccontano che il 25 aprile 1945, dopo la liberazione di Alba e la rotta dei fascisti, Beppe Fenoglio scomparve. Fece perdere le tracce di sé e, negli anni a venire, non rivelò mai a nessuno, né al fratello né agli amici, il mistero di quei giorni off limits, caricati in seguito di mille supposizioni. Quasi una zona oscura che, come per metafora, svela l’attitudine antiretorica di uno scrittore che amava definirsi «dilettante e un po’ snob». Al termine della guerra in difficoltà nel confrontarsi con chi voleva far coincidere la sua giovinezza e la sua attività con quelle della Storia, desideroso di allontanare vita ed elaborazione letteraria, anche nel rispetto del brillante quotidiano vissuto nel periodo della Resistenza. Alla morte dell’autore, avvenuta nel 1963, nella notte tra il 17 e il 18 febbraio in seguito a un cancro al polmone, le vicende critiche che hanno caratterizzato la trattazione di un’opera complessa, contraddistinta da mille rifacimenti, non hanno contribuito a liberare Fenoglio. Prigioniero di un «sepolcro filologico» (Vigorelli) oppure consegnato a una sorta di letterario «tabernacolo» (Siciliano). Classico da subito, quindi, e quasi suo malgrado, immediatamente ingessato –ma non poteva essere altrimenti- dalla edizione critica delle sue opere curata per Einaudi da una équipe di specialisti, coordinati da Maria Corti, edizione che ancora resiste come punto di riferimento per l’approccio letterario. 
Adesso che esce in libreria Questioni private. Vita incompiuta di Beppe Fenoglio (Einaudi, 289 pp., 21 euro) si ha l’impressione di un passo in avanti nel tentativo di affrontare la vita dello scrittore albese senza imbarazzi. Impresa difficile, che richiede un certo coraggio, proprio perchè il «caso Fenoglio», dibattito annoso sul valore più «ideologico che storico» (Grassano) dell’autobiografismo nelle pagine dell’autore, continua a suscitare dibattito. Eppure, se ormai da decenni l’auspicio comune è che Fenoglio torni a essere frequentato dal pubblico largo dei lettori, smetta cioè di essere letterato per tornare scrittore, è opportuno anche tornare a studiare, colmando l’assenza tanto prolungata, gli aspetti biografici fin qui trascurati. Lasciati troppo spesso, negli anni passati, a libri di fotografia, a altri materiali un po’ agiografici. Il nuovo volume di cui è autore Piero Negri Scaglione, giornalista di Alba, omonimo di «Tarzan», il partigiano che a Valdivilla morì trucidato nell’episodio di Resistenza che il finale di Il partigiano Johnny ripercorre, aiuta davvero a riavvicinare Fenoglio. Autore che resta da salvare rispetto a ogni «indebito autobiografismo che pure spiega la ritrosia collettiva all’indagine sulla sua vita –dice Scaglione». « Resto convinto senz’altro che le opere di Fenoglio non vadano considerate come opere autobiografiche». Anche se certo la vita degli autori non può essere considerata un dettaglio insignificante, «una concessione al contesto che con il testo non ha nulla a che fare». 
Il volume di Scaglione si basa sulle testimonianze dei due fratelli di Fenoglio, Marisa e Walter, su quelle della moglie Luciana Bombardi, degli amici Aldo Agnelli e Ugo Cerrato, e sugli appunti tratti da interviste inedite, registrate con testimoni ormai scomparsi, che il professor Franco De Nicola, in Italia tra i primi a impostare il lavoro critico su Fenoglio, ha passato al biografo. Non sono presenti i dibattiti sulla cronologia compositiva delle opere, parimenti non si cade mai nel romanzato. I materiali con cui si confronta il lettore sono diversi: lettere tratte dall’epistolario privato, spunti dalle prime redazioni dei testi fenogliani, lettere agli editori, interviste a quei pochi amici che, nel quadro di una vita semplice, Fenoglio ammetteva alla sua complessa ma sincera confidenza. Non importa neppure che siano materiali eterogenei. L’importante è l’approccio, che restituisce la corrente di un’evoluzione personale particolare, dal racconto della formazione, con pochi ma illuminati maestri, fino al Fenoglio autore riconosciuto del Dopoguerra, passando per il rapporto con gli editori e gli intellettuali dell’epoca. Né scrittore di Langhetta, né algido artista della parola. Non troppo un irregolare delle lettere –secondo una vulgata che pure, allo stesso Fenoglio, piaceva ogni tanto si diffondesse-, non certo uno scrittore cui addossare la retorica della resistenza. Un autore moderno, piuttosto. Che amava lo sport e lo «sportmanship», capace di far saltare appuntamenti con i critici per andare a vedere le partite del Torino, cui piaceva scrivere film con Mino Morandini e Gianfranco Bettettini, aperto alle forme più diverse: non solo romanzo e racconto, ma anche teatro, diario, sceneggiatura, canzone, epigrafe. Uno dei pochi, all’epoca, con un patrimonio di risorse formali capaci di far risaltare quella sua tensione alla deformazione linguistica astrattiva. Già in difficoltà nella macchina editoriale moderna che, paradossalmente, ha il sopravvento proprio con la scomparsa di Elio Vittorini, da sempre considerato come il grande nemico di Fenoglio all’interno della Einaudi. La frizione fra i due, come è noto, risale alla vicenda del famoso risvolto di copertina di La malora. Lavoro cui Fenoglio teneva molto, che aveva a lungo rielaborato e con il quale Vittorini fu severo già nei testi di introduzione al libro stesso. Tanto da indignare Fenoglio che, in silenzio, senza polemiche eccessive come era nel suo carattere, cambiò scuderia scegliendo poi Livio Garzanti e Pietro Citati. Vittorini, del resto, concepiva la sua collana, i «Gettoni», come un laboratorio aperto, in cui sperimentare e mettere alla prova, non promuovere i contemporanei migliori. Infinitamente diverso, nell’approccio, da Italo Calvino, scopritore e sostenitore di Fenoglio, pure con qualche rimorso o zona d’ombra se, come rileva Negri Scaglione nella nuova biografia, più volte tra i due ci furono screzi legati ai silenzi di Calvino, a un calcolo delle dinamiche editoriali che certo allo scrittore di Alba sfuggiva. Un altro dato di grande modernità che qui emerge, è anche la capacità di Fenoglio di essere svincolato, in un’epoca che ancora conosceva un lavoro editoriale invasivo, dall’incombere dell’editing, sempre rifiutato, in nome di un travaglio formale che accettava molti consigli ma nessuna intrusione. 
Le ultime pagine della biografia sollevano poi il velo sugli ultimi giorni di Beppe Fenoglio. Un calvario raccontato in queste pagine con pudore, ma anche da vicino. Fondamentale la testimonianza di Walter Fenoglio, il fratello di Beppe, che ebbe con lui un rapporto molto tormentato, alla svolta proprio nel momento della fine. «Ho capito la grandezza di Beppe nei giorni della morte».«E’ una frase che Walter Fenoglio mi ha ripetuto all’infinito e che già da sola offre il senso di quegli ultimi giorni, quando di fronte al dolore fisico Beppe ha avuto la forza di non perdere i tratti tipici del suo carattere, quella compostezza timida che faceva il paio con la grande determinazione –racconta ancora Scaglione-». Attento fino alla fine a non confondere privato e retorica pubblica, perché il mosaico domestico sia finalmente una variante da tenere in considerazione nell’ambito di quella molteplicità di piani che da sempre contraddistingue il lavoro critico sullo scrittore albere.


 

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