"Hesse: il grande solitario di Calw"  di Enrico Groppali, da 'L'infanzia dell'incantatore', Mondadori 1995

È difficile sottrarsi agli arcani poteri di un uomo di nome Hermann Hesse.
Quando si crede di sapere tutto di lui, quando la nostra memoria ci restituisce a sprazzi, a bagliori, a intermittenze l'immagine del santo, del vegliardo, dell'anacoreta assorto in misteriose lontananze al tavolo da lavoro della Casa Rossa o, la gerla sulle spalle, immerso nel profondo segreto della natura che ogni giorno scandaglia e ogni giorno, sul far della sera, si disfa sotto le sue dita nei piccoli falò che danzano tra le faville, è allora e soltanto allora che noi rinnoviamo con lui quel rapporto antico e sacro che appartiene ai riti, che appartiene al silenzio, che appartiene alla musica.
È noto che Hesse non affrontò mai in modo organico un'autobiografia ma della sua complessa e affascinante visione del mondo consegnò in alcune pagine memorabili un affidavit che è qualcosa di assai più radicale e conclusivo di qualsiasi romanzo che sulla vita si fondi e della vita conservi attraverso la scrittura il molteplice fluire delle forme.
Apparentemente, nell'Infanzia dell'incantatore, il breve schizzo incompiuto che l'autore di Demian editò nelle Opere senza assegnargli una datazione precisa, non c'è traccia del paesaggio natale di Calw, la cittadina del Württemberg dove il poeta nacque il 2 luglio 1877, dal momento che il protagonista parla, all'inizio, di interni (la biblioteca del nonno) e gli esterni favolosi e ariosi dell'infanzia come della pubertà adempiono una funzione di raccordo («... ero stato ammaestrato dai meli, dalla pioggia e dal sole»).
Eppure, Calw è sempre presente, direi di più è addirittura presente persino quando il paesaggio muta, e il personaggio Hermann trascorre da un luogo all'altro come una crisalide assorta nel lento rituale della mutazione.
Nelle scarne note concernenti i fatti salienti della prima giovinezza, Hesse è infatti stranamente reticente quando decide di concedere al lettore la cronaca della propria vita (lo scrittore ci segnala la sua incapacità a sottostare a qualunque disciplina, dal seminario al collegio) e si rifiuta, con singolare ostinazione, di fornirci le chiavi di questo insanabile dissidio col mondo. Apprendiamo che persino sforzi successivi nelle più svariate direzioni (il giovane Hesse ha fatto l'apprendista presso un commerciante, ha lavorato col padre per sei mesi, e infine si è impiegato per un anno e mezzo in una fabbrica di orologi da campanile, paesaggio squisitamente letterario quest'ultimo e, come si può facilmente evincere, di innegabile ascendenza hoffmanniana) non hanno sortito alcun effetto.
L'incantatore è solo, solo nella sua Calw. Che è e non è la Calw della geografia e della storia. Perché, nella vita di Hesse, tutto è una cosa e, al tempo stesso, il suo contrario. A cominciare dalla complessa genealogia di famiglia. Il padre, Johannes Hesse, era un cittadino russo, nato in Estonia, che con la moglie parlava sia «in inglese» che «in un puro, limpido e bel tedesco lievemente tinto di baltico». La madre, Marie Gundert, apparteneva a una famiglia originaria della regione di Neuchàtel (e per questo, nell'infanzia di Hermann, c'era anche una strana nonna che parlava francese) mentre il nonno materno era un predicatore pietista, un missionario nelle lontane terre dell'India (e, oltre a parecchi dialetti di quell'immenso continente, conosceva una decina di lingue europee).
Ancor prima che si precisi l'originalità espressiva dello scrittore, ci troviamo dunque in presenza di un dato estremamente significativo: la centralità europea di Hesse, l'esatto contrario di un provincialismo che a volte sembra trapelare dalla sua pagina tersa e impeccabile. Sembra, ma non è. Perché, come tutti i grandi solitari, come i mistici dell'impossibile che si esaltano in una infinita serie di privazioni, Hesse continua a ritirarsi in se stesso. Ma si ritira, o meglio si ritrae, al solo fine di espandersi. Hesse infatti parla di se stesso in quanto incantatore negli stessi termini in cui ripercorre, in Francesco d' Assisi, le tappe di un illuminato. Quando in Breve cenno biografico confida di essere in rapporto con un'apparizione (il «piccolo uomo» ) e dichiara di seguire ciecamente i passi di quella creatura disincantata («un omuncolo, spirito o coboldo, angelo o demone»), Hesse parla della sacra coscienza del guardiano cui dovremmo sempre uniformarci e che invece, purtroppo, ci lasciamo alle spalle travolti dalla gabbia occlusiva della maturità («la vita degli adulti mi aveva fatto prigioniero»). Allo stesso modo in cui lo scrittore, tedesco d'origine e poi elvetico, anzi ticinese (una volta scoperto il buen retiro di Montagnola dove, da Casa Camuzzi alla Casa Rossa, gli ampi viluppi dei rami frondosi, la pioggia purpurea dei fiori e il solitario svettare dell'albero di Giuda non sono che un brandello dell'India scampato miracolosamente alla storia, al tempo e alle stagioni) confonde climi e paesi nello splendido isolamento del suo giardino, così in queste pagine la biografia confina col romanzo, anzi coi romanzi che nel corso della sua lunga vita si sono lentamente depositati uno dopo l'altro come i molteplici anelli di un'infinita catena.
Il personaggio del nonno, «il vecchio, il nobile, il possente», assomiglia in modo straordinario all'eterno alter-ego di Hesse, l'amico fidato, l'ombra che gli impartisce saggi consigli, il Virgilio che, di libro in libro, cambia di nome e mai di fisionomia (in Rosshalde si chiama Otto Burkhardt, nella parabola di Sinclair assume il nome di Demian, per divaricarsi infine nella coppia bifronte formata da Narciso e Boccadoro).
Ma persino le apparizioni secondarie, le figurine dichiaratamente minori come la piccola iniziatrice sessuale dell'adolescente Hermann, che nell'Infanzia dell'incantatore si chiama signora Anna, trovano un posto ben definito nella catena delle associazioni e dei rimandi di cui l'intera opera di Hesse è costellata. Anna, infatti, non ricorda forse analoghe comparse, silenziose e procaci, su cui si appunta lo sguardo di Hermann, protagonista delle proprie affabulazioni? Pensiamo soprattutto alle contadine, o meglio all'immagine speculare di una figlia e di una madre che Klingsor incontra durante la gita-scoperta del mondo, che lo avvolge della sua magica intercapedine di luce, suoni e colori. Ma più che il gioco svariato e incessante delle interferenze, è importante sottolineare in queste rare e preziose pagine sparse di una vita continuamente in divenire le enigmatiche suture tra parabole creative divergenti che, da certi giri di frase apparentemente anodini, da certi tratti di mortale angoscia rappresi in un'immagine isolata, da certo cupo presagire l'inesorabile termine dell'accadere, questa prosa propaga fino a noi. 'Alla memoria di mio padre', un brano apparso solo nel '26 (a dieci anni di distanza dalla morte del padre di Hesse) rivela sorprendenti analogie con l'andamento ciclico del Processo (1924), edito l'anno della morte di Kafka, ma in realtà scritto dieci anni prima. Alcuni sparsi segnali d'incidenza inducono in tentazione. Anche nel brano di Hesse, infatti, il paesaggio è uniforme: il protagonista è in transito e, nel suo desolato peregrinare da una stazione all'altra, questo ego scontroso -che viaggia dapprima per necessità, e in seguito per recarsi in visita alla salma del padre col quale, al di là della morte, comincia finalmente a tessere il dialogo sovratemporale delle anime sembra in attesa di una palingenesi. Poco importa sottolineare che Josef K. è destinato a una tragica fine, mentre l'Hermann che affiora dalla pagina di Hesse è condannato a sopravvivere prima del balzo verso la vita che sta oltre «la porta della gabbia». È significativo che l'accostamento possa darsi e che il mistico del nichilismo e il mistico della pienezza delle forme continuamente cangianti si incontrino sulla linea maestra che divide l'apparenza dalla verità. Cosa dice infatti Hesse al congedo definitivo con l'altro da sé, il padre? Ci ricorda in una struggente metafora («il filo è spezzato e l'uccello è volato via») che la morte è bellezza, a patto di considerarla una tappa. Il visibile contrassegno, in un sociale fatto di certezze, del transito verso ciò che, celato sotto il velo di Maia, noi non possiamo scorgere.
La morte, che i grandi maestri del colore fermarono nella macabra posa della rigidità anatomica, diviene in Hesse un attimo sorpreso dal divenire in una sola delle sue infinite vibrazioni. Mentre Kafka nel flash icastico della lama che cala vertiginosa su Josef K. blocca la storia nel disperato giro a vuoto del tempo, Hesse s'incanta ammirando il dio Pan, «il piccolo idolo indiano danzante» che sta nell'armadio a vetri del nonno. Una figura che non è sempre la stessa figura, un'immagine che non ha uno ma mille volti e che non danza mai la stessa danza.
Il sorgere della vocazione di scrittore è tutto magicamente racchiuso nello stupore intatto dell'infanzia che, di una figurina, si fa un intero mondo sinistro e ironico, malvagio e severo, «vecchio e imperscrutabile come una runa». Chi subisce l'incanto della natura trionfante («i conigli odoravano di erba e di latte, di sangue e di procreazione», ammonisce Hesse nell'Infanzia dell' incantatore) vorrà eternamente prolungare l'istante della beatitudine quando, bambino, viveva in un'ideale fraternità col mondo degli esseri viventi e con quello, fatato e imperscrutabile, delle sue rappresentazioni che sono sia oggetti che creature viventi. Il corvo che, nel lampo nerissimo dell'occhio, annuncia l'eternità non è dissimile dalle figurine «di legno, di vetro, di quarzo» che nell'armadio del nonno ci ricordano, nelle loro ingenue fattezze, l'esistenza degli dei della fecondità e della pioggia. Tutto è fermo e, al tempo stesso, tutto è in perpetuo movimento: l'uccello da preda, colto dall'occhio di Hermann bambino e fermato sulla pagina da Hesse adulto, è un simbolo che la scrittura cattura per sempre, mentre il dio danzante, fatto di metallo giallo, è un'immagine dello spirito che continuerà per sempre a danzare per noi e per Hermann ben oltre i limiti di una riga, di una frase, di un intero capitolo.
In questo bellissimo incipit (di una autobiografia che non è mai stata scritta solo perché, in ognuna delle sue opere, Hesse non fa che pazientemente aggiungere nuove tessere a una vita colta sotto tutte le angolature del possibile) ogni ammiratore dello scrittore troverà il suo vangelo. Perché Hesse gli fornisce simbolicamente la chiave per accedere al suo paradiso: chi è incantato da qualsiasi forma incontri non appena la vita lo metta in comunicazione col circuito di luci e ombre che s'alternano nella giornata terrena, per ricreare l'incanto deve a sua volta farsi incantatore, assecondando i misteriosi dettami del profondo.
Dovrà seguire il «piccolo uomo» annidato, come l' argento vivo o il mercurio che brilla, sfrigola e scoppietta all'interno del nostro corpo (un'intuizione che Hesse mutua da C.G. Jung), come dovrà abbandonarsi alla gioia infantile di osservare, dopo essersi trastullato tutto il giorno con la tela e coi pennelli, le dita imbrattate di rosso e di blu -i colori del sole e del cielo, tanto dissimili dalla nera materia vischiosa che cola dalla penna.
Ma -ci avverte con amarezza Hesse - c'è un prezzo altissimo da pagare per chi voglia assumere il ruolo dell'incantatore, l'uomo che ferma l'esplodere della visione nella perfetta simmetria dei verbi, dei sostantivi, degli aggettivi.
Il poeta, che per creare si è ritirato dal mondo sposando un ascetico distacco, si trova respinto ai margini del mondo quando imperversa la guerra che perseguita e distrugge i suoi simili. Noi sappiamo che Hesse, nel 1915, di fronte alla stolida propaganda bellica, uscì dalla sua proverbiale pacatezza con un' osservazione di sconforto («Oh amici, non questi suoni!», battute d'attacco dell'Inno alla gioia di Schiller, nella Nona Sinfonia). Ma questo accorato appello pacifista non lo riconciliò col mondo, ne colmò il divario che opponeva all'arido pragmatismo dei "signori della guerra" la sua smilza figura d'intellettuale che dal Ciottolo al tulipano al coniglio traeva spunti, temi e figure tali da ricollegare l'uomo al centro dell'universo.
Vilipeso e torturato da chi non volle riconoscere la grandezza umanitaria del suo gesto, Hesse -per sua esplicita ammissione - s'incamminò risoluto verso ciò che -in Breve cenno biografico ( 1925) -definì come il «secondo mutamento». Ed è sintomatico che, alla fine del conflitto, la crisi in lui coincise col progressivo abbandono del proprio fragile equilibrio (i figli vennero affidati a famiglie amiche, la moglie fu ricoverata in clinica, lo scrittore letteralmente fuggì nel Canton Ticino, terra promessa del vino, del sole, della dolce bruma sospesa sui suoi laghi).
Fu allora che Hesse, come il lettore stesso troverà fedelmente documentato, s'identificò in una nuova figura: l'eremita.
Naturalmente si trattò di un eremitaggio assai particolare. Dato che non era apparentabile a nessuna religione organizzata, venne definito "buddista" -una nuova gabbia, questa denominazione, che lo scrittore respinse rivendicando un ruolo di eterno protestante (colui che «si difende dalla propria Chiesa come da qualunque altra», afferma recisamente in Breve cenno biografico). In realtà, la sua vocazione di incantatore ebbe il sopravvento e poco importa appurare se rispondesse o no alla verità la sorprendente rivelazione, contenuta in queste pagine, che sembrandogli inadeguata l'organizzazione delle parole, lo scrittore avesse a lungo cercato un approccio con la notazione musicale, ritraendosi infine spaurito di fronte al mondo onirico di Mozart.
Il vero obiettivo dell'incantatore è infatti qualcosa di sensibilmente diverso: la ricreazione di un mondo nato dalle rovine del reale che sparisce risucchiato da una finzione che ormai si configura come la sola indiscussa verità.
Quando Hesse scrive che, all'età di settant'anni, è stato incarcerato per aver sedotto con arti magi" che una fanciulla, ovviamente non c'è da prestargli fede. Ma le cose cambiano radicalmente di fronte all'ipotesi sconvolgente che la sua invenzione -la condanna al carcere duro, narrata in Breve cenno biografico come se fosse realmente accaduta -suggerisce. Come conclude infatti Resse questa favola che, con tanta malizia, ha collocato al termine della sua (veritiera) esposizione dei fatti? Con un guizzo da autentico incantatore.
Quando le guardie fanno irruzione nella cella dove, in attesa di giudizio, l'innocente gioca coi pennelli mescolando sulle pareti al giallo il cinabro e all'azzurro il grigio, e lo scoprono alle prese con una locomotiva-giocattolo che scompare dentro il tunnel, l'artista cosa fa? «Mi feci piccino» racconta Hesse «ed entrai nel mio quadro». Davanti a tanta assoluta innocenza, la realtà non può che sfarsi miseramente. La trasparenza dell'opera d'arte che resiste all'usura del tempo, ingloba l'artista e, accogliendolo, lo conduce lontano dai terrori e dalle miserie della Commedia Umana.
Leggendo questa pagina incantevole, siamo persuasi che la favola non può che finire così, e che solo trovando cittadinanza tra i suoi personaggi, il poeta può felicemente concludere quella biografia negata nei fatti ed ora restituita nell'ironico sberleffo della chiusa.
La storia di Resse non può che assumere forma, ritmo e cadenza da favola, la stessa che ritroviamo nella malinconica smorfia di un altro eterno fanciullo: Charlot.


 
 

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