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Uno
studio della mitologia greca deve iniziare dall'esame della situazione
politica e religiosa dell'Europa prima dell'invasione degli Ariani. In
tutta l'Europa neolitica, a giudicare dai miti sopravvissuti, le credenze
religiose erano molto omogenee e tutte basate sul culto di una dea Madre
dai molti appellativi, venerata anche in Siria e in Libia. L'antica Europa
non aveva dei. La grande dea era considerata immortale, immutabile e
onnipotente, e il concetto della paternità non era stato introdotto nel
pensiero religioso. La dea si sceglieva degli amanti per soddisfare il suo
piacere e non per dare un padre ai propri figli. Gli uomini temevano la
matriarca, la riverivano e le obbedivano; il focolare che essa alimentava
in una grotta o in una capanna fu il loro primo centro sociale e la
maternità il loro primo mistero. Ecco perché la prima vittima di un
sacrificio pubblico greco veniva sempre offerta a Estia del Focolare. Il
bianco simulacro aniconico della dea, il più diffuso dei suoi emblemi, che
troviamo a Delfi come "omphalos" o ombelico, rappresentava forse, in
origine, il bianco cumulo di cenere ammucchiato sopra la brace viva che è
il sistema più facile per conservare acceso il fuoco senza fumo. In
seguito fu identificato con il tumulo sbiancato a calce sotto il quale era
sepolta la bambola del grano che a primavera sarebbe risorta come
germoglio; e con i tumuli di conchiglie marine o di quarzo o di marmo
bianco che coprivano le tombe dei re defunti. Non soltanto la Luna, ma (a
giudicare da Emera in Grecia e da Grainne in Irlanda) anche il Sole era
uno dei simboli celesti della dea. Nei miti greci primitivi, tuttavia, il
Sole è meno importante della Luna che ispira un terrore superstizioso, non
attenua la sua luce quando l'anno volge al termine e ha il potere di
concedere o negare le benefiche piogge ai campi. Le tre fasi della Luna
si riflettevano nelle tre fasi della vita della matriarca: vergine, ninfa
(nubile) e vegliarda. In seguito, giacché l'annuale corso del Sole
ricordava anche il crescere e il decrescere delle sue forze fisiche (la
primavera come vergine, l'estate come ninfa, l'inverno come vegliarda) la
dea fu identificata con i mutamenti stagionali che segnavano la vita delle
piante e degli animali, e dunque con la Madre Terra che all'inizio
dell'anno vegetativo produce soltanto foglie e boccioli, poi fiori e
frutta e infine si isterilisce. La dea fu identificata poi con un'altra
triade: la vergine dell'aria, la ninfa della terra e la vegliarda del
mondo sotterraneo, personificate rispettivamente da Selene, Afrodite ed
Ecate, Queste mistiche analogie contribuirono a dare un carattere sacro al
numero tre e la dea Luna fu simboleggiata dal numero nove quando ciascuna
delle sue tre persone (vergine, ninfa e vegliarda) si manifestò in triade
per dimostrare la sua divinità. I fedeli della dea non scordarono mai del
tutto che essa era una dea sola e non tre dee; ma nell'epoca classica il
santuario di Stinfalo in Arcadia era uno dei pochi dove tutt'e tre le
persone della triade portassero lo stesso nome: Era. Quando il rapporto
tra il coito e la gravidanza fu ufficialmente stabilito, e questa svolta
di capitale importanza per la religione si rispecchia nel mito ittita di
Appu il sempliciotto, la posizione dell'uomo migliorò sensibilmente e il
merito di fecondare le donne non fu più attribuito ai fiumi e ai venti. La
ninfa tribale, pare, si sceglieva ogni anno tra i giovanotti del suo
entourage un amante, il re che sarebbe stato sacrificato alla fine
dell'anno e che diveniva così simbolo della fertilità più che uno
strumento del piacere della ninfa. Il suo sangue, sprizzando tutt'intorno,
avrebbe reso fecondi i campi, gli alberi e le greggi, le sue carni erano
fatte a pezzi e divorate crude dalle ninfe compagne della regina,
sacerdotesse che portavano maschere di cagne, di giumente o di scrofe.
Questa usanza fu poi modificata: il re moriva quando la forza del sole,
con il quale il re si identificava, cominciava a declinare a mezza estate,
e un suo gemello o supposto gemello diventava allora l'amante della regina
per essere a sua volta sacrificato a metà inverno reincarnandosi, come
ricompensa, in un serpente oracolare. Questi principi consorti potevano
esercitare il potere esecutivo soltanto quando parlavano in nome della
regina e ne indossavano le magiche vesti. Così si svilupparono i regni e,
benché il Sole divenisse simbolo della fecondità maschile (un tempo la
vita del re fu identificata con il suo corso stagionale), tali regni
rimasero sempre sotto la tutela della Luna, così come il re rimase sempre
sotto la tutela della regina, almeno in teoria, anche quando il periodo
matriarcale era stato superato. Così le streghe della Tessaglia, una
regione conservatrice, solevano minacciare il Sole in nome della Luna,
dicendo che l'avrebbero fatto inghiottire dalle tenebre eterne. Anche
quando le donne erano sovrane in materia religiosa, gli uomini potevano
tuttavia agire liberamente in certi campi, senza controllo da parte
femminile, sebbene si possa supporre che essi adottassero certe
caratteristiche del "sesso debole" in seguito considerate peculiari
dell'uomo. Potevano cacciare, pescare, custodire greggi e armamenti e
difendere la tribù dagli invasori, purché non infrangessero le leggi
matriarcali. Le leggi che stabilivano chi doveva essere eletto comandante
in capo variavano a seconda dei matriarcati: in certi casi veniva eletto
lo zio materno della regina o suo fratello o il figlio della sua zia
materna. La società matrilineare più primitiva che esista ancora
oggigiorno è quella dei Nayars nell'India meridionale dove le principesse,
benché sposate a mariti fanciulli dai quali divorziavano subito, hanno
figli da vari amanti che scelgono senza troppo curarsi del rango; e le
principesse di varie tribù matriarcali dell'Africa occidentale sposano
stranieri o persone del popolo. Pare che anche le principesse dell'antica
Grecia si scegliessero volentieri gli amanti tra gli schiavi, sempre che
le Cento Case di Locri e di Locri Epizefiria non costituiscono
un'eccezione. Il tempo fu dapprima suddiviso a seconda delle lunazioni
e tutte le cerimonie più importanti venivano celebrate in corrispondenza
di determinate fasi della Luna. I solstizi e gli equinozi non erano stati
determinati con precisione e li si faceva coincidere approssimativamente
con la luna piena più vicina. Il numero sette acquistò un particolare
carattere sacro perché il re moriva durante la settima luna piena che
seguiva il giorno più corto. Anche quando, dopo attente osservazioni
astronomiche, l'anno solare fu calcolato in 364 giorni con qualche ora di
differenza, lo si divise in mesi, cioè in cieli lunari, anziché in
frazioni dell'anno solare. Questi mesi erano di 28 giorni e anche il 28
era un numero sacro, perché la Luna era considerata come una donna il cui
ciclo mestruale è normalmente di 28 giorni. La settimana di sette giorni
era l'unità del mese lunare e le caratteristiche di ciascun giorno furono
dedotte, pare, dalle caratteristiche attribuite al mese corrispondente
della vita del re sacro. Questo sistema portò a un'identificazione ancora
più stretta della donna con la Luna e, poiché l'anno di 364 giorni è
esattamente divisibile per 28, l'annuale succedersi delle feste popolari
poteva essere regolato dal succedersi dei mesi. Mille anni dopo l'adozione
del calendario giuliano, l'anno di tredici si sopravviveva ancora come
tradizione religiosa tra il volgo europeo. Il tredici, numero del mese in
cui muore il Sole, gode ancora di pessima fama tra i superstiziosi. I
giorni della settimana erano affidati alla tutela dei Titani: geni del
Sole, della Luna e di cinque pianeti scoperti in seguito, essi erano
responsabili dei corpi celesti. Questo sistema si sviluppò probabilmente
nella Sumeria matriarcale. Il Sole passava dunque attraverso 13 fasi
mensili che iniziavano con solstizio d'inverno, quando i giorni cominciano
ad allungarsi dopo il lungo declino autunnale. L'anno sidereo aveva un
giorno in eccedenza che fu intercalato tra il tredicesimo e il primo mese
e divenne il più importante poiché in quel giorno appunto la ninfa tribale
sceglieva il suo divino paredro: di solito il vincitore di una gara di
lotta o di corsa o di tiro all'arco. Questo calendario primitivo subì
delle modificazioni: in certe regioni il giorno eccedente non fu
intercalato dopo il solstizio d'inverno, ma in occasione di un diverso
Capodanno: alla Candelora, ad esempio, quando si manifestano i primi segni
della primavera; o all'equinozio di primavera, quando si supponeva che il
Sole giungesse a piena maturità; o a mezza estate; o al sorgere di Sirio,
quando il Nilo inondava la pianura egiziana; o all'equinozio d'autunno,
quando cadono le prime piogge. |