"I miti greci" di Robert Graves, Longanesi, 1963

 

Uno studio della mitologia greca deve iniziare dall'esame della situazione politica e religiosa dell'Europa prima dell'invasione degli Ariani. In tutta l'Europa neolitica, a giudicare dai miti sopravvissuti, le credenze religiose erano molto omogenee e tutte basate sul culto di una dea Madre dai molti appellativi, venerata anche in Siria e in Libia. L'antica Europa non aveva dei. La grande dea era considerata immortale, immutabile e onnipotente, e il concetto della paternità non era stato introdotto nel pensiero religioso. La dea si sceglieva degli amanti per soddisfare il suo piacere e non per dare un padre ai propri figli. Gli uomini temevano la matriarca, la riverivano e le obbedivano; il focolare che essa alimentava in una grotta o in una capanna fu il loro primo centro sociale e la maternità il loro primo mistero. Ecco perché la prima vittima di un sacrificio pubblico greco veniva sempre offerta a Estia del Focolare. Il bianco simulacro aniconico della dea, il più diffuso dei suoi emblemi, che troviamo a Delfi come "omphalos" o ombelico, rappresentava forse, in origine, il bianco cumulo di cenere ammucchiato sopra la brace viva che è il sistema più facile per conservare acceso il fuoco senza fumo. In seguito fu identificato con il tumulo sbiancato a calce sotto il quale era sepolta la bambola del grano che a primavera sarebbe risorta come germoglio; e con i tumuli di conchiglie marine o di quarzo o di marmo bianco che coprivano le tombe dei re defunti. Non soltanto la Luna, ma (a giudicare da Emera in Grecia e da Grainne in Irlanda) anche il Sole era uno dei simboli celesti della dea. Nei miti greci primitivi, tuttavia, il Sole è meno importante della Luna che ispira un terrore superstizioso, non attenua la sua luce quando l'anno volge al termine e ha il potere di concedere o negare le benefiche piogge ai campi.
Le tre fasi della Luna si riflettevano nelle tre fasi della vita della matriarca: vergine, ninfa (nubile) e vegliarda. In seguito, giacché l'annuale corso del Sole ricordava anche il crescere e il decrescere delle sue forze fisiche (la primavera come vergine, l'estate come ninfa, l'inverno come vegliarda) la dea fu identificata con i mutamenti stagionali che segnavano la vita delle piante e degli animali, e dunque con la Madre Terra che all'inizio dell'anno vegetativo produce soltanto foglie e boccioli, poi fiori e frutta e infine si isterilisce. La dea fu identificata poi con un'altra triade: la vergine dell'aria, la ninfa della terra e la vegliarda del mondo sotterraneo, personificate rispettivamente da Selene, Afrodite ed Ecate, Queste mistiche analogie contribuirono a dare un carattere sacro al numero tre e la dea Luna fu simboleggiata dal numero nove quando ciascuna delle sue tre persone (vergine, ninfa e vegliarda) si manifestò in triade per dimostrare la sua divinità. I fedeli della dea non scordarono mai del tutto che essa era una dea sola e non tre dee; ma nell'epoca classica il santuario di Stinfalo in Arcadia era uno dei pochi dove tutt'e tre le persone della triade portassero lo stesso nome: Era.
Quando il rapporto tra il coito e la gravidanza fu ufficialmente stabilito, e questa svolta di capitale importanza per la religione si rispecchia nel mito ittita di Appu il sempliciotto, la posizione dell'uomo migliorò sensibilmente e il merito di fecondare le donne non fu più attribuito ai fiumi e ai venti. La ninfa tribale, pare, si sceglieva ogni anno tra i giovanotti del suo entourage un amante, il re che sarebbe stato sacrificato alla fine dell'anno e che diveniva così simbolo della fertilità più che uno strumento del piacere della ninfa. Il suo sangue, sprizzando tutt'intorno, avrebbe reso fecondi i campi, gli alberi e le greggi, le sue carni erano fatte a pezzi e divorate crude dalle ninfe compagne della regina, sacerdotesse che portavano maschere di cagne, di giumente o di scrofe. Questa usanza fu poi modificata: il re moriva quando la forza del sole, con il quale il re si identificava, cominciava a declinare a mezza estate, e un suo gemello o supposto gemello diventava allora l'amante della regina per essere a sua volta sacrificato a metà inverno reincarnandosi, come ricompensa, in un serpente oracolare. Questi principi consorti potevano esercitare il potere esecutivo soltanto quando parlavano in nome della regina e ne indossavano le magiche vesti. Così si svilupparono i regni e, benché il Sole divenisse simbolo della fecondità maschile (un tempo la vita del re fu identificata con il suo corso stagionale), tali regni rimasero sempre sotto la tutela della Luna, così come il re rimase sempre sotto la tutela della regina, almeno in teoria, anche quando il periodo matriarcale era stato superato. Così le streghe della Tessaglia, una regione conservatrice, solevano minacciare il Sole in nome della Luna, dicendo che l'avrebbero fatto inghiottire dalle tenebre eterne.
Anche quando le donne erano sovrane in materia religiosa, gli uomini potevano tuttavia agire liberamente in certi campi, senza controllo da parte femminile, sebbene si possa supporre che essi adottassero certe caratteristiche del "sesso debole" in seguito considerate peculiari dell'uomo. Potevano cacciare, pescare, custodire greggi e armamenti e difendere la tribù dagli invasori, purché non infrangessero le leggi matriarcali. Le leggi che stabilivano chi doveva essere eletto comandante in capo variavano a seconda dei matriarcati: in certi casi veniva eletto lo zio materno della regina o suo fratello o il figlio della sua zia materna. La società matrilineare più primitiva che esista ancora oggigiorno è quella dei Nayars nell'India meridionale dove le principesse, benché sposate a mariti fanciulli dai quali divorziavano subito, hanno figli da vari amanti che scelgono senza troppo curarsi del rango; e le principesse di varie tribù matriarcali dell'Africa occidentale sposano stranieri o persone del popolo. Pare che anche le principesse dell'antica Grecia si scegliessero volentieri gli amanti tra gli schiavi, sempre che le Cento Case di Locri e di Locri Epizefiria non costituiscono un'eccezione.
Il tempo fu dapprima suddiviso a seconda delle lunazioni e tutte le cerimonie più importanti venivano celebrate in corrispondenza di determinate fasi della Luna. I solstizi e gli equinozi non erano stati determinati con precisione e li si faceva coincidere approssimativamente con la luna piena più vicina. Il numero sette acquistò un particolare carattere sacro perché il re moriva durante la settima luna piena che seguiva il giorno più corto. Anche quando, dopo attente osservazioni astronomiche, l'anno solare fu calcolato in 364 giorni con qualche ora di differenza, lo si divise in mesi, cioè in cieli lunari, anziché in frazioni dell'anno solare. Questi mesi erano di 28 giorni e anche il 28 era un numero sacro, perché la Luna era considerata come una donna il cui ciclo mestruale è normalmente di 28 giorni. La settimana di sette giorni era l'unità del mese lunare e le caratteristiche di ciascun giorno furono dedotte, pare, dalle caratteristiche attribuite al mese corrispondente della vita del re sacro. Questo sistema portò a un'identificazione ancora più stretta della donna con la Luna e, poiché l'anno di 364 giorni è esattamente divisibile per 28, l'annuale succedersi delle feste popolari poteva essere regolato dal succedersi dei mesi. Mille anni dopo l'adozione del calendario giuliano, l'anno di tredici si sopravviveva ancora come tradizione religiosa tra il volgo europeo. Il tredici, numero del mese in cui muore il Sole, gode ancora di pessima fama tra i superstiziosi. I giorni della settimana erano affidati alla tutela dei Titani: geni del Sole, della Luna e di cinque pianeti scoperti in seguito, essi erano responsabili dei corpi celesti. Questo sistema si sviluppò probabilmente nella Sumeria matriarcale. Il Sole passava dunque attraverso 13 fasi mensili che iniziavano con solstizio d'inverno, quando i giorni cominciano ad allungarsi dopo il lungo declino autunnale. L'anno sidereo aveva un giorno in eccedenza che fu intercalato tra il tredicesimo e il primo mese e divenne il più importante poiché in quel giorno appunto la ninfa tribale sceglieva il suo divino paredro: di solito il vincitore di una gara di lotta o di corsa o di tiro all'arco.
Questo calendario primitivo subì delle modificazioni: in certe regioni il giorno eccedente non fu intercalato dopo il solstizio d'inverno, ma in occasione di un diverso Capodanno: alla Candelora, ad esempio, quando si manifestano i primi segni della primavera; o all'equinozio di primavera, quando si supponeva che il Sole giungesse a piena maturità; o a mezza estate; o al sorgere di Sirio, quando il Nilo inondava la pianura egiziana; o all'equinozio d'autunno, quando cadono le prime piogge.


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