Da "Di nessuna chiesa" di Giulio Giorello, Raffaello Cortina Editore, 2005

Dalla quarta di copertina: "Uno spettro si aggira per l'Europa: il relativismo, cioè il dogma che non c'è nessun dogma. Chierici e laici hanno stretto una santa alleanza in nome dei nostri valori e delle nostre radici. Forse non sanno che dietro quel fantasma ci sono il corpo dell'individuo, la libertà della ricerca, le garanzie dei diritti e la stessa genuinità della fede. Tutto cancellato, se vince il progetto dei teo-con? Affatto, se il laico ha non solo la volontà di reagire ma anche la forza di attaccare. Non questa o quella chiesa, ma la "presunzione di infallibilità" che può viziare qualsiasi istituzione o comunità. Essere laico vuol dire non solo esercitare l'arte del sospetto ma anche agire per una solidarietà che non ha bisogno di un fondamento religioso." Giulio Girello, editorialista del Corriere della Sera, insegna Filosofia della Scienza all’Università degli Studi di Milano. Ha già pubblicato Prometeo, Ulisse, Gilgames.

"Popper perdonami, comincerò con un altro Karl. "Uno spettro si aggira per l'Europa [...]. Tutte le potenze [...] si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: papa e zar, Mettermeli e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi." Così inizia il Manifesto del partito comunista (1848) di Engels e Marx. Allora lo spettro era il comunismo; oggi, invece, la santa alleanza lo chiama relativismo. Nell'omelia Pro eligendo romano pontifice, pronunciata il 18 aprile 2005 da Joseph Ratzinger, che il giorno dopo sarebbe salito al soglio di Pietro scegliendo il nome di Benedetto XVI, leggiamo: "La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all'altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all'individualismo radicale; dall'ateismo al vago misticismo religioso; dall'agnosticismo al sincretismo, e così via. [...] Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare 'qua e là da ogni vento di dottrina', appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla di definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie". Fin qui il papa. Ecco uno degli zar: "Il relativismo ha fatto guasti e continua a fare da specchio e da cassa di risonanza dell ' attuale umor nero dell'Occidente. Lo paralizza quando già è immobile e spaesato, lo rende inerme quando già è arrendevole, lo rende perplesso quando già è poco incline ad accettare le sfide". Retorica a parte, Marcello Pera (al momento in cui scrivo queste pagine ancora presidente del Senato) mette in guardia da una filosofia che, predicando "l'equipollenza dei valori o l'equivalenza delle culture", finirebbe per orientare "non tanto alla tolleranza quanto all'arrendevolezza e più alla resa che alla consapevolezza, più al declino che alla forza di convinzione, penetrazione, missione la quale, un tempo, fu tipica del Cristianesimo, dell'Europa, dell'Occidente".
Sulla missione di Cristianesimo, Europa e Occidente (i tre termini non sono sinonimi l'uno dell'altro) avrò occasione di ritornare, Per ora mi limito a osservare che l'idea per cui il relativismo somiglierebbe al mitico serpente che "mangiato tutto [,..] inghiotte se medesimo", cominciando dalla propria coda, non è che una variante del vecchio ritornello antiscettico, in base al quale chi afferma che "nulla si può sapere", almeno questo saprebbe, cioè che nulla si può sapere. Già Sesto Empirico (180-220 d.C.) faceva però notare che neppure questo lo scettico sa: le affermazioni scettiche "si possono annullare da se stesse" -non sono troppo diverse dalle "medicine purganti: non solo cacciano dal corpo gli umori, ma espellono anche se medesime". Si potrebbe dire lo stesso del relativismo. Quale dittatura allora? Non c'è davvero differenza tra il volontario ricorso al purgante da parte di chi ritiene d'averne bisogno e la somministrazione violenta dell'olio di ricino ai dissenzienti? Chi vuole combattere il relativismo non dovrebbe conoscerlo meglio? Dichiarare che esso comporta una più o meno quieta accettazione di qualsiasi teoria, forma di vita o costellazione di valori, significa restare alla superficie delle cose.
Come riconoscono alcuni dei suoi più intelligenti avversari, il relativismo ha una componente fattuale: teorie, metodi, norme, massime e pratiche si sono rivelati efficaci in ambiti circoscritti, e la scoperta dei vincoli è spesso dovuta alla presenza di alternative. Ciò vuoI dire che teorie, metodi, norme, massime e pratiche vadano poste tutte sullo stesso piano? Nient'affatto. Piuttosto, là dove abbiamo buone ragioni per credere nella verità di una teoria o nella bontà di una norma, non possiamo escludere in linea di principio che si possano trovare argomenti per teorie o norme rivali. È da tale possibilità che le nostre teorie o norme traggono forza e consistenza. "Se si vietasse di dubitare della filosofia di Newton, gli esseri umani non potrebbero sentirsi così certi della sua verità come lo sono. Le nostre convinzioni più giustificate non riposano su altra salvaguardia che un invito permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate." John Stuart Mill scriveva nel 1859, quando quella di Isaac Newton era la scienza per antonomasia. Poi vennero uomini come Max Planck, Albert Einstein o Niels Bohr...
Per dirla con Paul Feyerabend, nessuna pratica umana è " unificata e perfetta " , e poche sono quelle "completamente ripugnanti". Vale per la scienza, come per il mito e la religione. Ephraim Lessing nel suo Nathan il Saggio (1779) mise in scena la coincidenza del Dio degli Ebrei, dei Cristiani e degli Islamici, sottolineando come la valorizzazione delle differenze non dovesse tradursi in motivi di separazione, incomunicabilità e tirannide. Troppo spesso si dimentica che il contrario di relativismo è assolutismo. Qualunque Chiesa (compresa un'eventuale chiesa degli uomini di scienza o dei paladini della democrazia) esige una drastica riduzione dell'abbondanza dell'essere, tramite un fiat istituzionale che dichiara cosa è ortodosso e cosa è eterodosso. Tale fiat ha i suoi vantaggi terreni. Come diceva John Locke, siamo costretti a scegliere "non nel chiaro meriggio della certezza, ma nel crepuscolo delle probabilità" -il che comporta rischi e responsabilità in un mondo in cui ciò che pare opportuno (o, se si preferisce, buono) oggi non lo è necessariamente domani (e spesso non lo è stato neppure ieri) .È in questo scarto che si misura la libertà dell'agire umano: una libertà che può essere talora vissuta come un peso intollerabile, al punto da rendere seducente l'offerta di un qualche principio assoluto -absolutus, cioè sciolto da qualsiasi contingenza. ..."


 

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