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"Non
si può fare il broncio ai propri tempi, senza riportarne danno", si diceva
l'Uomo senza qualità. Amarli "senza riserve" no, questo non gli riesce.
Sarebbe chiedere troppo ad uno cui "su tutto ciò che faceva o subiva si
posava da molto tempo un'ombra di disgusto, un soffio di impotenza e di
solitudine, un'antipatia universale, alla quale non sapeva trovare la
complimentare simpatia" (dall'edizione curata da Adolf Frisé, tradotta da
Anita Rho, Einaudi 1996, p.63). No, non gli fa quindi il muso. Si
limita, aiutato dal suo autore, a spellarli vivi. Col sorriso sulle
labbra, un humour implacabile, che non rispetta niente e nessuno, quasi
perverso, sadico. Sin dalle prime righe. "Sull'Atlantico un minimo
barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo
incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a
schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano
a dovere. La temperatura dell'aria era in rapporto normale con la
temperatura annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella
del mese più freddo, e con l'oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e
il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere e,
dell'anello di Saturno e molti altri fenomeni si succedevano conformi alle
previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell'aria aveva la
tensione massima, e l'umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una
frase che quantunque un po' antiquata riassume benissimo i fatti: era una
bella giornata d'agosto del 1913"(p.5). Quando questa prima parte del
romanzo fu pubblicata, nel 1930, a nessun lettore poteva sfuggire che
proprio in un'altra normalissima giornata d'agosto "senza qualità",
dell'anno successivo, era scoppiata, a ciel sereno, la Prima guerra
mondiale. E' il primo dei tanti pugni nello stomaco, sferrati con lieve ma
crudelissima ironia nelle migliaia di pagine che seguono. Come se uno
scrittore oggi partisse dalle condizioni del traffico a Manhattan per
raccontare dell'11 settembre 2001 e del suo dopo. O dalla normalità senza
qualità delle placche tettoniche e delle macchie solari per descrivere lo
stato del mondo il 26 dicembre 2004. Ai contemporanei in effetti non
piacque. La prima edizione vendette meno di 3.000 copie. A Robert
Musil, che aveva cominciato a lavorarvi all'inizio del secolo, e vi
avrebbe lavorato giorno e notte ancora per decenni nel tentativo di
portarlo a termine (morì nel 1942, senza mai riuscire a concludere la
terza parte) non portò in vita né apprezzabile fama aggiuntiva, né
fortuna. Ad accompagnare la sua bara, nell'esilio a Ginevra, c'erano solo
otto persone. Il grande successo sarebbe venuto postumo. C'è chi lo
trova ancora ostico, spigoloso, insopportabilmente lungo. Molti non gli
perdonano che sia incompiuto. Specie quelli che comunque non sono mai
riusciti ad arrivare sino alla fine della lettura. Non gli perdonano
che non sia una storia vera e propria, in qualche modo non abbia né capo
né coda. "La storia di questo romanzo viene a dire che la storia che in
esso si dovrebbe raccontare non viene raccontata", ammise Musil.
Probabilmente non sarebbe riuscito a finire di raccontarla nemmeno se
avesse potuto continuare a lavorarvi sino ai giorni nostri. Ci sono grandi
libri che talvolta vengono rovinati dal fatto di essere letti troppo
presto, come fossero libri per ragazzi. E' il caso del Don Chisciotte di
Cervantes. O del Gargantua e Pantagruel di Rabelais. O dei Viaggi di
Gulliver di Jonathan Swift. Altri, dal fatto di essere pubblicati troppo
presto. L'Uomo senza qualità è come una bottiglia di barolo aperta all'età
di un novello. Per cominciare a gustarlo doveva passare molta altra acqua
sotto i ponti. Apparentemente è molto datato. Parla di un'epoca precisa,
gli ultimi giorni dell'Impero austro-ungarico; di una città precisa,
Vienna inizio secolo. Però paradossalmente in modo che dice ed evoca più
cose a chi lo legga all'inizio del secolo successivo. Quando nei Diari
sostiene di scrivere per lettori "che non ci sono", mentre Thomas Mann
scrive per quelli che ci sono, potrebbe suonare come biliosa invidia per
il successo del rivale letterario. Non basta a spiegare perché si premuri
tanto, già alla seconda pagina di avvertire che non va data "particolare
importanza al nome della città". "L'importanza esagerata che si dà al
fatto di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro risale all'età
delle orde di nomadi, quando bisognava tenere bene a mente dov'erano i
terreni da pascolo". Nessun posto è identico all'altro, così come non
lo è nessun individuo. E non ci sarebbe nulla di male nella pretesa di
"sapere precisamente qual è questa città" (cosa che peraltro ci viene
detta subito), senonché "distrae l'attenzione dalle cose
essenziali". La città che descrive, "come tutte le metropoli era
costituita da irregolarità, avvicendamenti, precipitazioni, intermittenze,
collisioni di cose e eventi, e, frammezzo, punti di silenzio abissali, da
rotaie e da terre vergini, da un gran battito ritmico e dall'eterno
disaccordo e sconvolgimento di tutti i ritmi; e nell'insieme somigliava a
una vescica ribollente posta in un recipiente materiato di case, leggi,
regolamenti e tradizioni storiche" (6). Sappiamo che è Vienna. Ma potrebbe
essere anche New York, Parigi, Roma o Milano, Pechino, Mosca, Calcutta,
Teheran o il "villaggio globale". Forse persino Baghdad e Banda Aceh.
Esordisce con la descrizione di un incidente stradale, con "tutti che
volevano occupare il tempo in attesa del soccorso più efficace e
autorizzato della Sanità". Un banale incidente non è come un attentato
terroristico o uno tsunami (anche se l'insieme degli incidenti stradali
nel mondo miete più vittime di tutti gli attentati e forse anche
terremoti). Un lettore molto attento, Claudio Magris, ne ha scritto come
del "più grande libro del nostro presente, un libro che forse possiamo
leggere appena oggi, perché ci dice la nostra incerta verità quotidiana".
Le righe che seguono, sono un tentativo di spiegare perché credo che abbia
proprio ragione. Nel mondo dell'Uomo senza qualità, tutto cambia e
nulla cambia. Ogni atomo di umanità e di riflessione si scompone in altri,
ma al tempo stesso si sovrappone agli altri, interagisce ostilmente ("è
innegabile che la più profonda associazione dell'uomo con i suoi simili è
la dissociazione"), ma si ritrova nello stesso flusso. "Le stesse cose
ritornano" è il titolo della prima, lunghissima, parte delle tre (la terza
non pubblicata in vita) che segue subito dopo "Una specie di
introduzione". Ritornano i personaggi, ritornano gli avvenimenti,
ritornano i loro deliri individuali o collettivi ("tutto il nostro essere…
non è che un delirio di molti"), ritornano i temi. Ogni volta in modo
diverso, come diversi diventano i temi che si rincorrono e riemergono in
una sinfonia di Beethoven. Ma con qualcosa che ricorda la volta prima.
Tutto rinvia a qualcos'altro, all'infinito, perché ogni elemento a cui si
rimanda finisce, a sua volta per rinviare a un altro ancora. L'ironia del
romanzo (è il filo conduttore che lo tiene insieme, la base del suo
fascino, altrimenti sarebbe illeggibile) scimmiotta l'ironia della storia,
che non consiste affatto nel fatto che tutti gli avvenimenti si presentano
due volte, la prima volta in forma di tragedia, la seconda come farsa (è
successo spesso anche il contrario, che le farse si ripresentassero come
tragedia, e non una volta sola), per cui quasi tutto il nuovo assoluto ha
qualche precedente in cui è possibile ritrovarne qualcosa. Già un
secolo fa doveva essere molto in voga l'abitudine giornalistica, e non
solo, di definire qualsiasi cosa - anche gli avvenimenti più banali e
reiterati - come di portata "storica" (accompagnata inevitabilmente al suo
contrario, non accorgersi di quello che sta davvero cambiando al fondo).
"Era incominciata proprio allora una nuova èra (ne comincia una ad ogni
minuto)". E molte pagine dopo: "E' poco importante, ad esempio, che nei
discorsi della Corona i re ripetano sempre la stessa promessa di
combattere i turchi o i pagani [avete anche voi la vaga sensazione di déjà
vu, anzi di déjà écouté, molto più di recente, che mi viene a rileggere
questo passo?], quando si pensa che nella storia dell'umanità non si è mai
cancellata del tutto e neppure conclusa una frase" (254). Non è certo il
primo ad accorgersi che "nel mondo non si perde nulla". Ma nessuno l'aveva
detto con tanta finezza ironica, forse nemmeno Kafka, buttato lì, con non
chalance, in una pagina in cui arriva a rivalutare le consuetudini
procrastinatrici della burocrazia asburgica, nei cui uffici "almeno
qualcosa si perde". L'uomo senza qualità è irritante nel suo cinismo.
Nella sua mania di spaccare matematicamente in quattro i capelli della
vita. Nel suo guardarsi narcisisticamente l'ombelico della proiezione del
mondo nel proprio cervello, e ancor più giù, anziché preoccuparsi un po'
di più del resto del mondo. Nella sua passività estrema. Nella sua
mancanza di fede. Nell'immoralità freddamente ragionata dei suoi
relativismi morali. Nelle sue elucubrazioni che paiono astruse e divaganti
rispetto agli "interrogativi impellenti non ancora risolti", "a
centinaia", dei suoi tempi, che "erano nell'aria", "bruciavano sotto i
piedi". "La gente che non è vissuta allora non lo crederà, ma già allora,
e non soltanto adesso, i tempi procedevano alla velocità di un cammello.
Non si sapeva però in quale direzione. Ed era difficile distinguere il
sopra dal sotto, e le cose in regresso da quelle in progresso". La
definizione che dà il titolo al romanzo è affidata ad un personaggio che
qualche "qualità" ce l'ha e non sopporta l'idea che l'amico, e sospetto
rivale in amore, possieda "tutte le qualità", ma al tempo stesso non ne
faccia uso, come se non gli appartenessero: "Quando è in collera, c'è in
lui qualcosa che ride. Quando è triste, si prepara a far qualcosa.
Quando qualcosa lo commuove, egli lo respinge da sé. Ogni cattiva azione
sotto qualche aspetto gli apparirà buona. Solo una possibile correlazione
determinerà il suo giudizio su un fatto. Per lui nulla è saldo, tutto è
trasformabile, parte di un intero, di innumerevoli interi che
presumibilmente appartengono a un superintero, il quale però gli è del
tutto ignoto. Così ogni sua risposta è una risposta parziale, ognuno dei
suoi sentimenti è soltanto un punto di vista, di ogni cosa non gli preme
di sapere, che cos'è ma solo un secondario 'com'è', un accessorio
qualunque. Non so se riesco a farmi capire…"(69-70). Un cacadubbi,
insomma, un tipo antipatico. Ma non sarei in grado di dare una definizione
migliore del contrario di fanatico. E questo fa sì che, per antipatico e
scostante che sia, venga voglia di baciarlo se si considerano un attimo le
alternative. I puri, gli idealisti, tutti quelli che di dubbi non ne
hanno, quelli che sentono di avere la missione di salvare il mondo. "Gli
ideali hanno strane proprietà, e fra le altre anche quella di trasformarsi
nel loro contrario quando si vuole seguirli scrupolosamente… contengono un
eccesso di esigenze che condurrebbe alla rovina, se non lo si prendesse
poco sul serio sin da principio" , avverte una voce a romanzo inoltrato
(258). "Sono state donate a questo nostro secolo grandi idee in quantità,
e per uno speciale favore della sorte ogni idea ha pure la sua
contro-idea, di modo che individualismo e collettivismo, nazionalismo e
internazionalismo, socialismo e capitalismo, imperialismo e pacifismo,
razionalismo e superstizione vi si trovano tutti ugualmente bene come a
casa loro; e per giunta ci sono ancora i resti non ancora consumati…"
(422). Per cui "nulla è tanto pericoloso per lo spirito quanto il suo
legame con le grandi cose" (451), e per giunta "il pericolo del legame con
le grandi cose ha questo di sgradevole: che le cose cambiano, ma il
pericolo resta sempre lo stesso" (453). Gli inferni della storia umana
sono lastricati dalle buone e grandi intenzioni. Dall'amore per il
prossimo, per la salvezza della sua anima, per il bene dei propri
"fratelli" di religione, di patria, di classe, di etnia o di civiltà.
Trent'anni fa Ulrich mi avrebbe suscitato fastidio se non
repulsione. Gli avrei dato del qualunquista, avrei deplorato il suo
conservatorismo, l'inaccettabile rinuncia alla "vita come milizia"
(Dante). Ho cambiato idea. "Non si sa più se il mondo è davvero peggiorato
o se noi soltanto siamo invecchiati", potrei dire con Musil (63). Cui non
sfuggiva che la cosa ha anche i suoi rischi: "Si deve dire che un uomo,
per poco che si metta a riflettere, va in un certo modo a finire in una
compagnia molto scombinata!", è il modo in cui conclude la splendida
pagina sui molti modi in cui si può parlare "persino di qualcosa di
semplice com'è l'acqua" (124). Il romanzo pullula di buone compagnie e
cattive compagnie. Solo che non è scontato quali siano quelle buone e
quelle cattive. Uno dei grandi filoni su cui si sviluppa è l'Azione
parallela, insuperabile ed esilarante caricatura e archetipo platonico di
tutti i movimenti politici moderni, dal partito di tipo "bolscevico" ai
fasci, dal Movimento studentesco del '68 ai No-global, dal femminismo ai
Girotondi, dalla Casa delle libertà al Gad, passando per le Convention
democratica e repubblicana. Un altro filone, che a prima vista non c'entra
nulla, ma non meno denso, è quello che ruota attorno alla figura dell'
"assassino sessuale", serial killer Moosbrugger, un falegname demente che
"aveva ammazzato una donna, una prostituta di infimo grado, in modo
raccapricciante". "I cronisti avevano descritto minutamente una ferita al
collo che andava dalla gola alla nuca, due coltellate al petto che
attraversavano il cuore, due al lato sinistro del dorso, e la recisione
delle mammelle che erano quasi staccate; essi esprimevano sì tutta la loro
esecrazione, ma non rinunziavano a elencare anche le trentacinque
trafitture nel ventre e il taglio che si estendeva dall'ombelico fino alla
colonna vertebrale e si prolungava in una quantità di tagli più piccoli su
per la schiena, mentre il collo recava tracce di strangolamento" (73-74).
Pare che il fattaccio di cronaca nera avesse suscitato allora morbosità
paragonabili a quelle che sturano gli sgozzamenti di al Qaida. Forse
perché "la probabilità di apprendere dal giornale una vicenda
straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente; in
altre parole, oggi l'essenziale accade nell'astratto, e l'irrilevante
accade nella realtà"(75). O forse perché nel "mondo di qualità senza
l'uomo, di esperienze senza colui che le vive" - come faceva Musil ad
anticipare l'era delle televisione e dei talk show? - "chi può dire ormai
oggigiorno che il suo sdegno è davvero il suo sdegno, se tanta gente gli
toglie la parola di bocca e la sa più lunga di lui?" (166). Il mondo
"normale" da una parte, quello dei "pazzi" dall'altra. Ma dove sta il
confine? Per capitoli e capitoli Musil cerca di entrare nel cervello del
pazzo. E scopre che è molto meno caotico, più predisposto all'ordine, al
tranciare tra Bene e Male, agli assoluti di quello di chi invece
razionalmente spacca il capello in quattro, una "metafora dell'ordine"
senza dubbi ed esitazioni, che forse anticipa quello del Terzo Reich. Lo
visitano in manicomio (sono forse le pagine più belle della seconda parte
pubblicata), e ricaviamo l'impressione che il vero manicomio sia quello
fuori. L'uomo senza qualità pensò: "Se l'umanità fosse capace di un sogno
collettivo, sognerebbe Moosbrugger" (83). Il guaio è che non si è limitata
a sognarlo. Il manicomio dei "normali" è l'Azione Parallela. Calamita
di "anime belle", sottilissimi giochi di potere e intrighi bizantini.
Crogiolo di rivoluzionari che si rivelano ultraconservatori, riformisti
brillanti che si rivelano interessati al proprio patrimonio, generali che
flirtano col pacifismo ("Consideriamo il pacifismo una cosa molto seria.
Però vorremmo attuare il nostro programma di armamenti. E se possiamo
farlo per così dire a braccetto col pacifismo saremmo protetti nel modo
migliore contro il sospetto di imperialismo e l'accusa di voler turbare la
pace! (1113)", e pacifisti che lavorano per la guerra, ingenui ed
arrivisti, politici sottili che la sanno più lunga degli altri ("il
pacifismo è il terreno sicuro e durevole per l'industria degli armamenti;
la guerra invece è un rischio" (1141). Per Diotima, esilarante madre di
tutte le pasionarie, "L'Azione parallela era una occasione unica per
tradurre in realtà il più grande e importante ideale - Dobbiamo e vogliamo
attuare un'altissima idea. L'occasione si offre e sarebbe imperdonabile
lasciarsela sfuggire!". Arriva il guastafeste senza qualità a chiederle:
"Ma lei ha in proposito un pensiero preciso?". "No. Diotima non l'aveva.
Come avrebbe potuto? Nessuno di quelli che parlano del più grande e più
importante ideale dell'umanità ci crede davvero". L'Azione parallela
un'idea ce l'ha. Il movimento si propone di celebrare adeguatamente il
genetliaco dell'imperatore Francesco Giuseppe, e impedire che venga
sopraffatto da quello coincidente del Kaiser prussiano. E' fondato sulle
migliori intenzioni, un'idea "sublime": dimostrare che "la vera Austria
era tutto il mondo" (194), che "un'Austria più grande, un'Austria
mondiale" è l'unica garanzia di pace, progresso e civiltà, che "il mondo
non avrebbe trovato pace se non quando le nazioni in esso avessero vissuto
concordi come le stirpi austriache nella loro patria comune". Fischiano le
orecchie per qualcosa di molto più attuale? Un altro grande meraviglioso
paese "al quale Iddio avesse dato il credito (nel senso doppio di capacità
di credere, fede, e di credito finanziario), il piacere di vivere, la
fiducia in se stesso e la capacità di tutte le nazioni civili di
diffondere la vantaggiosa illusione che esse abbiano una missione da
adempiere?" (600-601). No, Musil non era anti-asburgico. Come oggi non
sarebbe certo "antiamericano". Ognuna delle migliaia di pagine che ci ha
lasciato trasuda di amore, struggente nostalgia per il mondo di quella che
chiama Cacania (da Kaiserlich-Koeniglich, imperial-regio, ma anche in
assonanza irriverente con "cacca"). Aveva dedicato quasi tutta la sua vita
di scrittore a cercare di capire perché fosse stato spazzato via così, da
un momento all'altro. E forse non riuscì mai a finire il suo capolavoro
proprio perché non ci riusciva. Ho acceso la tv il primo dell'anno. E
mi hanno affascinato, commosso, le immagini del valzer da Vienna sulle
note del Bel Danubio blu. Belle da morire. Subito dopo scacciate da quelle
dello tsunami. Un mondo incantato, da sogno, frantumato dall'odiosa
realtà. "Certo è innegabile che secondo l'opinione dei non matematici
tutti questi antichissimi sogni atavici si sono avverati in modo
totalmente diverso dall'immaginazione primitiva. Il corno da caccia di
Münchausen era più bello di una voce conservata in scatola, lo stivale
delle Sette leghe era più bello dell'automobile, il regno di re Laurin era
più bello d'una galleria ferroviaria, la magica radice della Mandragora
era più bella di un fotogramma, mangiare il cuore della propria madre e
capire il linguaggio dei passeri era più bello di uno studio
zoopsicologico sulle modulazioni espressive e affettive della voce degli
uccelli. Noi abbiamo conquistato la realtà e perduto il sogno"
(40). Musil aveva perduto la sua Vienna, quella degli splendori della
reggia di Schönbrunn, dei complicati e fascinosi labirinti di decadenza
dei quadri di Gustav Klimt o delle sinfonie di Mahler, dei meandri del
subconscio di Sigmund Freud e di quelli della logica di
Wittgenstein. Che però era anche quella in cui si era "formato", negli
stessi anni (1906-1913) il giovane Hitler, e il cui (popolarissimo)
sindaco era il rabbioso antisemita Karl Lueger. "Laboratorio di ricerca
della distruzione del mondo", ebbe a definirla un altro grande scrittore
dell'epoca, Karl Kraus. L'ironia che le riserva Musil è più graffiante di
qualunque cosa abbiano potuto immaginare i più beceri critici dell'America
di Bush. "In Cacania un genio era sempre scambiato per un babbeo, mai
però, come succedeva altrove, un babbeo per un genio… benché molte cose
sembrino indicare il contrario, la Cacania era forse un paese di geni, e
probabilmente fu questa la causa della sua rovina" (33-35). Ma così
cattivi si può essere solo con l'oggetto del massimo amore e
rimpianto. Almeno, "nel buon tempo antico, quando c'era ancora l'impero
austro-ungarico, si poteva scendere dal treno del tempo, salire sul treno
comune di una ferrovia comune e tornare in patria" (32), vagheggia. Arriva
persino a suggerire che sarebbe potuto andare diversamente. Crede in un
mondo di infinite possibilità, in cui, come nella fisica quantistica di
Schrödinger, non si può sapere se il gatto nella scatola bombardata dalle
particelle sia morto o ancora vivo. "Dio stesso preferirebbe probabilmente
parlare del suo mondo in termini di possibilità… crea il mondo e mentre lo
fa pensa che avrebbe potuto anche farlo diversamente". Insomma non si
rassegna all'idea che la sua amata-dileggiata Cacania potrebbe continuare
ad esistere. "Si ribatterà che questa è un'utopia. Si certo lo è. Ma
utopia ha pressappoco lo stesso significato di possibilità…" (277), così
come "il presente altro non è che un'ipotesi ancora non superata"
(281). L'uomo senza qualità non riesce a suscitare simpatie. Non
avrebbe mai successo come politico. Si rende perfettamente conto che è
giusta la massima cui si ispira il suo contraltare nel romanzo, il "genio"
degli affari e della comunicazioni di massa Arnheim (ispirato alla figura
affascinante del "riformista" Walter Rathenau, l'ebreo che sarebbe
diventato ministro degli esteri della Repubblica di Weimar e sarebbe
finito assassinato da un estremista di destra): che "una gran parte della
vera importanza di un uomo sta nella capacità di farsi capire dai
contemporanei" (368). Ma non ci può fare nulla. La sua epoca è molto
più predisposta alle "grandi idee". Se è ancora ostico oggi, come era
immaginabile che venisse "capito" all'epoca di Hitler e di Stalin? "Egli
ripagava il suo secolo col definire volgare stupidità l'origine delle
misteriose alterazioni che ne costituivano la malattia, distruggendone il
genio. Né l'intendeva affatto in un senso offensivo. Infatti se di dentro
la stupidità non somigliasse straordinariamente all'intelligenza, se di
fuori non si potesse scambiare per progresso, genio, speranza,
perfezionamento, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non
esisterebbe. O almeno sarebbe molto più facile combatterla. Purtroppo
invece essa ha qualcosa di singolarmente simpatico e naturale" (62).
La "stupidità" di cui parla Musil non è solo quella che assume le
forme più ovvie. Non si limita alla propensione a dare dello stupido a
tutto quello che non ci va a genio. Non è sinonimo di ignoranza
contrapposta a cultura. Nella forma più insidiosa si manifesta proprio nei
più intelligenti. Uno dei personaggi che non mancano di "qualità" trae "un
conforto meraviglioso da un pensiero che prima non aveva mai apprezzato
abbastanza": "E cioè il pensiero che l'Europa, dove egli era costretto a
vivere, fosse ormai irrimediabilmente degenerata. In periodi esteriormente
floridi, sottoposti però interiormente a quel declino che non risparmia
nessun campo, e per conseguenza nemmeno quello dello sviluppo spirituale
se non gli si dedicano sforzi particolari e idee nuove, il problema più
ovvio dovrebbe essere: che cosa si può fare per impedirlo? Ma in tempi
come i suoi il groviglio di intelligenza, stupidaggine, bellezza e
volgarità è così fitto e arruffato che evidentemente a moltissimi appare
più semplice credere a un mistero, ragione per cui essi proclamano
l'inarrestabile tramonto di qualche cosa che si sottrae ad un giudizio
preciso ed è di un'indeterminatezza piena di solennità. Ed è in fondo del
tutto indifferente che si tratti di razza, di anima o di vegetarianismo,
perché come in ogni sano pessimismo l'importante è avere un qualcosa di
inesorabile per giustificarlo" (66). |