"Musil ironico in Europa" di Siegmund Ginzberg , 2005

 

"Non si può fare il broncio ai propri tempi, senza riportarne danno", si diceva l'Uomo senza qualità. Amarli "senza riserve" no, questo non gli riesce. Sarebbe chiedere troppo ad uno cui "su tutto ciò che faceva o subiva si posava da molto tempo un'ombra di disgusto, un soffio di impotenza e di solitudine, un'antipatia universale, alla quale non sapeva trovare la complimentare simpatia" (dall'edizione curata da Adolf Frisé, tradotta da Anita Rho, Einaudi 1996, p.63).
No, non gli fa quindi il muso. Si limita, aiutato dal suo autore, a spellarli vivi. Col sorriso sulle labbra, un humour implacabile, che non rispetta niente e nessuno, quasi perverso, sadico. Sin dalle prime righe.
"Sull'Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell'aria era in rapporto normale con la temperatura annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l'oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere e, dell'anello di Saturno e molti altri fenomeni si succedevano conformi alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell'aria aveva la tensione massima, e l'umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po' antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d'agosto del 1913"(p.5). Quando questa prima parte del romanzo fu pubblicata, nel 1930, a nessun lettore poteva sfuggire che proprio in un'altra normalissima giornata d'agosto "senza qualità", dell'anno successivo, era scoppiata, a ciel sereno, la Prima guerra mondiale. E' il primo dei tanti pugni nello stomaco, sferrati con lieve ma crudelissima ironia nelle migliaia di pagine che seguono. Come se uno scrittore oggi partisse dalle condizioni del traffico a Manhattan per raccontare dell'11 settembre 2001 e del suo dopo. O dalla normalità senza qualità delle placche tettoniche e delle macchie solari per descrivere lo stato del mondo il 26 dicembre 2004.
Ai contemporanei in effetti non piacque.
La prima edizione vendette meno di 3.000 copie. A Robert Musil, che aveva cominciato a lavorarvi all'inizio del secolo, e vi avrebbe lavorato giorno e notte ancora per decenni nel tentativo di portarlo a termine (morì nel 1942, senza mai riuscire a concludere la terza parte) non portò in vita né apprezzabile fama aggiuntiva, né fortuna. Ad accompagnare la sua bara, nell'esilio a Ginevra, c'erano solo otto persone. Il grande successo sarebbe venuto postumo.
C'è chi lo trova ancora ostico, spigoloso, insopportabilmente lungo. Molti non gli perdonano che sia incompiuto. Specie quelli che comunque non sono mai riusciti ad arrivare sino alla fine della lettura.
Non gli perdonano che non sia una storia vera e propria, in qualche modo non abbia né capo né coda. "La storia di questo romanzo viene a dire che la storia che in esso si dovrebbe raccontare non viene raccontata", ammise Musil. Probabilmente non sarebbe riuscito a finire di raccontarla nemmeno se avesse potuto continuare a lavorarvi sino ai giorni nostri. Ci sono grandi libri che talvolta vengono rovinati dal fatto di essere letti troppo presto, come fossero libri per ragazzi. E' il caso del Don Chisciotte di Cervantes. O del Gargantua e Pantagruel di Rabelais. O dei Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift. Altri, dal fatto di essere pubblicati troppo presto. L'Uomo senza qualità è come una bottiglia di barolo aperta all'età di un novello. Per cominciare a gustarlo doveva passare molta altra acqua sotto i ponti. Apparentemente è molto datato. Parla di un'epoca precisa, gli ultimi giorni dell'Impero austro-ungarico; di una città precisa, Vienna inizio secolo. Però paradossalmente in modo che dice ed evoca più cose a chi lo legga all'inizio del secolo successivo. Quando nei Diari sostiene di scrivere per lettori "che non ci sono", mentre Thomas Mann scrive per quelli che ci sono, potrebbe suonare come biliosa invidia per il successo del rivale letterario. Non basta a spiegare perché si premuri tanto, già alla seconda pagina di avvertire che non va data "particolare importanza al nome della città".
"L'importanza esagerata che si dà al fatto di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro risale all'età delle orde di nomadi, quando bisognava tenere bene a mente dov'erano i terreni da pascolo".
Nessun posto è identico all'altro, così come non lo è nessun individuo. E non ci sarebbe nulla di male nella pretesa di "sapere precisamente qual è questa città" (cosa che peraltro ci viene detta subito), senonché "distrae l'attenzione dalle cose essenziali".
La città che descrive, "come tutte le metropoli era costituita da irregolarità, avvicendamenti, precipitazioni, intermittenze, collisioni di cose e eventi, e, frammezzo, punti di silenzio abissali, da rotaie e da terre vergini, da un gran battito ritmico e dall'eterno disaccordo e sconvolgimento di tutti i ritmi; e nell'insieme somigliava a una vescica ribollente posta in un recipiente materiato di case, leggi, regolamenti e tradizioni storiche" (6). Sappiamo che è Vienna. Ma potrebbe essere anche New York, Parigi, Roma o Milano, Pechino, Mosca, Calcutta, Teheran o il "villaggio globale".
Forse persino Baghdad e Banda Aceh. Esordisce con la descrizione di un incidente stradale, con "tutti che volevano occupare il tempo in attesa del soccorso più efficace e autorizzato della Sanità". Un banale incidente non è come un attentato terroristico o uno tsunami (anche se l'insieme degli incidenti stradali nel mondo miete più vittime di tutti gli attentati e forse anche terremoti). Un lettore molto attento, Claudio Magris, ne ha scritto come del "più grande libro del nostro presente, un libro che forse possiamo leggere appena oggi, perché ci dice la nostra incerta verità quotidiana". Le righe che seguono, sono un tentativo di spiegare perché credo che abbia proprio ragione.
Nel mondo dell'Uomo senza qualità, tutto cambia e nulla cambia. Ogni atomo di umanità e di riflessione si scompone in altri, ma al tempo stesso si sovrappone agli altri, interagisce ostilmente ("è innegabile che la più profonda associazione dell'uomo con i suoi simili è la dissociazione"), ma si ritrova nello stesso flusso. "Le stesse cose ritornano" è il titolo della prima, lunghissima, parte delle tre (la terza non pubblicata in vita) che segue subito dopo "Una specie di introduzione". Ritornano i personaggi, ritornano gli avvenimenti, ritornano i loro deliri individuali o collettivi ("tutto il nostro essere… non è che un delirio di molti"), ritornano i temi.
Ogni volta in modo diverso, come diversi diventano i temi che si rincorrono e riemergono in una sinfonia di Beethoven. Ma con qualcosa che ricorda la volta prima. Tutto rinvia a qualcos'altro, all'infinito, perché ogni elemento a cui si rimanda finisce, a sua volta per rinviare a un altro ancora. L'ironia del romanzo (è il filo conduttore che lo tiene insieme, la base del suo fascino, altrimenti sarebbe illeggibile) scimmiotta l'ironia della storia, che non consiste affatto nel fatto che tutti gli avvenimenti si presentano due volte, la prima volta in forma di tragedia, la seconda come farsa (è successo spesso anche il contrario, che le farse si ripresentassero come tragedia, e non una volta sola), per cui quasi tutto il nuovo assoluto ha qualche precedente in cui è possibile ritrovarne qualcosa.
Già un secolo fa doveva essere molto in voga l'abitudine giornalistica, e non solo, di definire qualsiasi cosa - anche gli avvenimenti più banali e reiterati - come di portata "storica" (accompagnata inevitabilmente al suo contrario, non accorgersi di quello che sta davvero cambiando al fondo). "Era incominciata proprio allora una nuova èra (ne comincia una ad ogni minuto)". E molte pagine dopo: "E' poco importante, ad esempio, che nei discorsi della Corona i re ripetano sempre la stessa promessa di combattere i turchi o i pagani [avete anche voi la vaga sensazione di déjà vu, anzi di déjà écouté, molto più di recente, che mi viene a rileggere questo passo?], quando si pensa che nella storia dell'umanità non si è mai cancellata del tutto e neppure conclusa una frase" (254). Non è certo il primo ad accorgersi che "nel mondo non si perde nulla". Ma nessuno l'aveva detto con tanta finezza ironica, forse nemmeno Kafka, buttato lì, con non chalance, in una pagina in cui arriva a rivalutare le consuetudini procrastinatrici della burocrazia asburgica, nei cui uffici "almeno qualcosa si perde".
L'uomo senza qualità è irritante nel suo cinismo. Nella sua mania di spaccare matematicamente in quattro i capelli della vita. Nel suo guardarsi narcisisticamente l'ombelico della proiezione del mondo nel proprio cervello, e ancor più giù, anziché preoccuparsi un po' di più del resto del mondo. Nella sua passività estrema. Nella sua mancanza di fede. Nell'immoralità freddamente ragionata dei suoi relativismi morali. Nelle sue elucubrazioni che paiono astruse e divaganti rispetto agli "interrogativi impellenti non ancora risolti", "a centinaia", dei suoi tempi, che "erano nell'aria", "bruciavano sotto i piedi". "La gente che non è vissuta allora non lo crederà, ma già allora, e non soltanto adesso, i tempi procedevano alla velocità di un cammello. Non si sapeva però in quale direzione. Ed era difficile distinguere il sopra dal sotto, e le cose in regresso da quelle in progresso".
La definizione che dà il titolo al romanzo è affidata ad un personaggio che qualche "qualità" ce l'ha e non sopporta l'idea che l'amico, e sospetto rivale in amore, possieda "tutte le qualità", ma al tempo stesso non ne faccia uso, come se non gli appartenessero: "Quando è in collera, c'è in lui qualcosa che ride.
Quando è triste, si prepara a far qualcosa. Quando qualcosa lo commuove, egli lo respinge da sé. Ogni cattiva azione sotto qualche aspetto gli apparirà buona. Solo una possibile correlazione determinerà il suo giudizio su un fatto. Per lui nulla è saldo, tutto è trasformabile, parte di un intero, di innumerevoli interi che presumibilmente appartengono a un superintero, il quale però gli è del tutto ignoto. Così ogni sua risposta è una risposta parziale, ognuno dei suoi sentimenti è soltanto un punto di vista, di ogni cosa non gli preme di sapere, che cos'è ma solo un secondario 'com'è', un accessorio qualunque. Non so se riesco a farmi capire…"(69-70).
Un cacadubbi, insomma, un tipo antipatico. Ma non sarei in grado di dare una definizione migliore del contrario di fanatico. E questo fa sì che, per antipatico e scostante che sia, venga voglia di baciarlo se si considerano un attimo le alternative. I puri, gli idealisti, tutti quelli che di dubbi non ne hanno, quelli che sentono di avere la missione di salvare il mondo. "Gli ideali hanno strane proprietà, e fra le altre anche quella di trasformarsi nel loro contrario quando si vuole seguirli scrupolosamente… contengono un eccesso di esigenze che condurrebbe alla rovina, se non lo si prendesse poco sul serio sin da principio" , avverte una voce a romanzo inoltrato (258). "Sono state donate a questo nostro secolo grandi idee in quantità, e per uno speciale favore della sorte ogni idea ha pure la sua contro-idea, di modo che individualismo e collettivismo, nazionalismo e internazionalismo, socialismo e capitalismo, imperialismo e pacifismo, razionalismo e superstizione vi si trovano tutti ugualmente bene come a casa loro; e per giunta ci sono ancora i resti non ancora consumati…" (422). Per cui "nulla è tanto pericoloso per lo spirito quanto il suo legame con le grandi cose" (451), e per giunta "il pericolo del legame con le grandi cose ha questo di sgradevole: che le cose cambiano, ma il pericolo resta sempre lo stesso" (453). Gli inferni della storia umana sono lastricati dalle buone e grandi intenzioni. Dall'amore per il prossimo, per la salvezza della sua anima, per il bene dei propri "fratelli" di religione, di patria, di classe, di etnia o di civiltà. Trent'anni fa Ulrich mi avrebbe suscitato fastidio se non repulsione.
Gli avrei dato del qualunquista, avrei deplorato il suo conservatorismo, l'inaccettabile rinuncia alla "vita come milizia" (Dante). Ho cambiato idea. "Non si sa più se il mondo è davvero peggiorato o se noi soltanto siamo invecchiati", potrei dire con Musil (63). Cui non sfuggiva che la cosa ha anche i suoi rischi: "Si deve dire che un uomo, per poco che si metta a riflettere, va in un certo modo a finire in una compagnia molto scombinata!", è il modo in cui conclude la splendida pagina sui molti modi in cui si può parlare "persino di qualcosa di semplice com'è l'acqua" (124).
Il romanzo pullula di buone compagnie e cattive compagnie. Solo che non è scontato quali siano quelle buone e quelle cattive. Uno dei grandi filoni su cui si sviluppa è l'Azione parallela, insuperabile ed esilarante caricatura e archetipo platonico di tutti i movimenti politici moderni, dal partito di tipo "bolscevico" ai fasci, dal Movimento studentesco del '68 ai No-global, dal femminismo ai Girotondi, dalla Casa delle libertà al Gad, passando per le Convention democratica e repubblicana. Un altro filone, che a prima vista non c'entra nulla, ma non meno denso, è quello che ruota attorno alla figura dell' "assassino sessuale", serial killer Moosbrugger, un falegname demente che "aveva ammazzato una donna, una prostituta di infimo grado, in modo raccapricciante". "I cronisti avevano descritto minutamente una ferita al collo che andava dalla gola alla nuca, due coltellate al petto che attraversavano il cuore, due al lato sinistro del dorso, e la recisione delle mammelle che erano quasi staccate; essi esprimevano sì tutta la loro esecrazione, ma non rinunziavano a elencare anche le trentacinque trafitture nel ventre e il taglio che si estendeva dall'ombelico fino alla colonna vertebrale e si prolungava in una quantità di tagli più piccoli su per la schiena, mentre il collo recava tracce di strangolamento" (73-74). Pare che il fattaccio di cronaca nera avesse suscitato allora morbosità paragonabili a quelle che sturano gli sgozzamenti di al Qaida. Forse perché "la probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente; in altre parole, oggi l'essenziale accade nell'astratto, e l'irrilevante accade nella realtà"(75). O forse perché nel "mondo di qualità senza l'uomo, di esperienze senza colui che le vive" - come faceva Musil ad anticipare l'era delle televisione e dei talk show? - "chi può dire ormai oggigiorno che il suo sdegno è davvero il suo sdegno, se tanta gente gli toglie la parola di bocca e la sa più lunga di lui?" (166). Il mondo "normale" da una parte, quello dei "pazzi" dall'altra. Ma dove sta il confine? Per capitoli e capitoli Musil cerca di entrare nel cervello del pazzo. E scopre che è molto meno caotico, più predisposto all'ordine, al tranciare tra Bene e Male, agli assoluti di quello di chi invece razionalmente spacca il capello in quattro, una "metafora dell'ordine" senza dubbi ed esitazioni, che forse anticipa quello del Terzo Reich. Lo visitano in manicomio (sono forse le pagine più belle della seconda parte pubblicata), e ricaviamo l'impressione che il vero manicomio sia quello fuori. L'uomo senza qualità pensò: "Se l'umanità fosse capace di un sogno collettivo, sognerebbe Moosbrugger" (83). Il guaio è che non si è limitata a sognarlo.
Il manicomio dei "normali" è l'Azione Parallela. Calamita di "anime belle", sottilissimi giochi di potere e intrighi bizantini. Crogiolo di rivoluzionari che si rivelano ultraconservatori, riformisti brillanti che si rivelano interessati al proprio patrimonio, generali che flirtano col pacifismo ("Consideriamo il pacifismo una cosa molto seria. Però vorremmo attuare il nostro programma di armamenti. E se possiamo farlo per così dire a braccetto col pacifismo saremmo protetti nel modo migliore contro il sospetto di imperialismo e l'accusa di voler turbare la pace! (1113)", e pacifisti che lavorano per la guerra, ingenui ed arrivisti, politici sottili che la sanno più lunga degli altri ("il pacifismo è il terreno sicuro e durevole per l'industria degli armamenti; la guerra invece è un rischio" (1141). Per Diotima, esilarante madre di tutte le pasionarie, "L'Azione parallela era una occasione unica per tradurre in realtà il più grande e importante ideale - Dobbiamo e vogliamo attuare un'altissima idea. L'occasione si offre e sarebbe imperdonabile lasciarsela sfuggire!". Arriva il guastafeste senza qualità a chiederle: "Ma lei ha in proposito un pensiero preciso?". "No. Diotima non l'aveva. Come avrebbe potuto? Nessuno di quelli che parlano del più grande e più importante ideale dell'umanità ci crede davvero".
L'Azione parallela un'idea ce l'ha. Il movimento si propone di celebrare adeguatamente il genetliaco dell'imperatore Francesco Giuseppe, e impedire che venga sopraffatto da quello coincidente del Kaiser prussiano. E' fondato sulle migliori intenzioni, un'idea "sublime": dimostrare che "la vera Austria era tutto il mondo" (194), che "un'Austria più grande, un'Austria mondiale" è l'unica garanzia di pace, progresso e civiltà, che "il mondo non avrebbe trovato pace se non quando le nazioni in esso avessero vissuto concordi come le stirpi austriache nella loro patria comune". Fischiano le orecchie per qualcosa di molto più attuale? Un altro grande meraviglioso paese "al quale Iddio avesse dato il credito (nel senso doppio di capacità di credere, fede, e di credito finanziario), il piacere di vivere, la fiducia in se stesso e la capacità di tutte le nazioni civili di diffondere la vantaggiosa illusione che esse abbiano una missione da adempiere?" (600-601). No, Musil non era anti-asburgico. Come oggi non sarebbe certo "antiamericano". Ognuna delle migliaia di pagine che ci ha lasciato trasuda di amore, struggente nostalgia per il mondo di quella che chiama Cacania (da Kaiserlich-Koeniglich, imperial-regio, ma anche in assonanza irriverente con "cacca"). Aveva dedicato quasi tutta la sua vita di scrittore a cercare di capire perché fosse stato spazzato via così, da un momento all'altro. E forse non riuscì mai a finire il suo capolavoro proprio perché non ci riusciva.
Ho acceso la tv il primo dell'anno. E mi hanno affascinato, commosso, le immagini del valzer da Vienna sulle note del Bel Danubio blu. Belle da morire. Subito dopo scacciate da quelle dello tsunami. Un mondo incantato, da sogno, frantumato dall'odiosa realtà. "Certo è innegabile che secondo l'opinione dei non matematici tutti questi antichissimi sogni atavici si sono avverati in modo totalmente diverso dall'immaginazione primitiva. Il corno da caccia di Münchausen era più bello di una voce conservata in scatola, lo stivale delle Sette leghe era più bello dell'automobile, il regno di re Laurin era più bello d'una galleria ferroviaria, la magica radice della Mandragora era più bella di un fotogramma, mangiare il cuore della propria madre e capire il linguaggio dei passeri era più bello di uno studio zoopsicologico sulle modulazioni espressive e affettive della voce degli uccelli. Noi abbiamo conquistato la realtà e perduto il sogno" (40).
Musil aveva perduto la sua Vienna, quella degli splendori della reggia di Schönbrunn, dei complicati e fascinosi labirinti di decadenza dei quadri di Gustav Klimt o delle sinfonie di Mahler, dei meandri del subconscio di Sigmund Freud e di quelli della logica di Wittgenstein.
Che però era anche quella in cui si era "formato", negli stessi anni (1906-1913) il giovane Hitler, e il cui (popolarissimo) sindaco era il rabbioso antisemita Karl Lueger. "Laboratorio di ricerca della distruzione del mondo", ebbe a definirla un altro grande scrittore dell'epoca, Karl Kraus. L'ironia che le riserva Musil è più graffiante di qualunque cosa abbiano potuto immaginare i più beceri critici dell'America di Bush. "In Cacania un genio era sempre scambiato per un babbeo, mai però, come succedeva altrove, un babbeo per un genio… benché molte cose sembrino indicare il contrario, la Cacania era forse un paese di geni, e probabilmente fu questa la causa della sua rovina" (33-35). Ma così cattivi si può essere solo con l'oggetto del massimo amore e rimpianto.
Almeno, "nel buon tempo antico, quando c'era ancora l'impero austro-ungarico, si poteva scendere dal treno del tempo, salire sul treno comune di una ferrovia comune e tornare in patria" (32), vagheggia. Arriva persino a suggerire che sarebbe potuto andare diversamente. Crede in un mondo di infinite possibilità, in cui, come nella fisica quantistica di Schrödinger, non si può sapere se il gatto nella scatola bombardata dalle particelle sia morto o ancora vivo. "Dio stesso preferirebbe probabilmente parlare del suo mondo in termini di possibilità… crea il mondo e mentre lo fa pensa che avrebbe potuto anche farlo diversamente".
Insomma non si rassegna all'idea che la sua amata-dileggiata Cacania potrebbe continuare ad esistere. "Si ribatterà che questa è un'utopia. Si certo lo è. Ma utopia ha pressappoco lo stesso significato di possibilità…" (277), così come "il presente altro non è che un'ipotesi ancora non superata" (281).
L'uomo senza qualità non riesce a suscitare simpatie. Non avrebbe mai successo come politico. Si rende perfettamente conto che è giusta la massima cui si ispira il suo contraltare nel romanzo, il "genio" degli affari e della comunicazioni di massa Arnheim (ispirato alla figura affascinante del "riformista" Walter Rathenau, l'ebreo che sarebbe diventato ministro degli esteri della Repubblica di Weimar e sarebbe finito assassinato da un estremista di destra): che "una gran parte della vera importanza di un uomo sta nella capacità di farsi capire dai contemporanei" (368).
Ma non ci può fare nulla. La sua epoca è molto più predisposta alle "grandi idee". Se è ancora ostico oggi, come era immaginabile che venisse "capito" all'epoca di Hitler e di Stalin? "Egli ripagava il suo secolo col definire volgare stupidità l'origine delle misteriose alterazioni che ne costituivano la malattia, distruggendone il genio. Né l'intendeva affatto in un senso offensivo. Infatti se di dentro la stupidità non somigliasse straordinariamente all'intelligenza, se di fuori non si potesse scambiare per progresso, genio, speranza, perfezionamento, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non esisterebbe. O almeno sarebbe molto più facile combatterla. Purtroppo invece essa ha qualcosa di singolarmente simpatico e naturale" (62).
La "stupidità" di cui parla Musil non è solo quella che assume le forme più ovvie. Non si limita alla propensione a dare dello stupido a tutto quello che non ci va a genio. Non è sinonimo di ignoranza contrapposta a cultura. Nella forma più insidiosa si manifesta proprio nei più intelligenti. Uno dei personaggi che non mancano di "qualità" trae "un conforto meraviglioso da un pensiero che prima non aveva mai apprezzato abbastanza": "E cioè il pensiero che l'Europa, dove egli era costretto a vivere, fosse ormai irrimediabilmente degenerata. In periodi esteriormente floridi, sottoposti però interiormente a quel declino che non risparmia nessun campo, e per conseguenza nemmeno quello dello sviluppo spirituale se non gli si dedicano sforzi particolari e idee nuove, il problema più ovvio dovrebbe essere: che cosa si può fare per impedirlo? Ma in tempi come i suoi il groviglio di intelligenza, stupidaggine, bellezza e volgarità è così fitto e arruffato che evidentemente a moltissimi appare più semplice credere a un mistero, ragione per cui essi proclamano l'inarrestabile tramonto di qualche cosa che si sottrae ad un giudizio preciso ed è di un'indeterminatezza piena di solennità. Ed è in fondo del tutto indifferente che si tratti di razza, di anima o di vegetarianismo, perché come in ogni sano pessimismo l'importante è avere un qualcosa di inesorabile per giustificarlo" (66).


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