"Morte di un commesso viaggiatore" di Siegmund Ginzberg, 2005

 

Il sipario su Morte di un commesso viaggiatore (Death of a Salesman) si apre, e si chiude, all'insegna di una grande stanchezza. Comincia con Willy Loman, il commesso viaggiatore, che ormai "ha più di sessant'anni", che entra in casa trascinando le sue due pesanti valigie di campioni (le lascia cadere, "gli fanno male i palmi delle mani").
Finisce con la moglie e gli altri protagonisti, reduci del suo funerale, a cui "non è venuto nessuno", che cercano stancamente di "capire". "Perché l'hai fatto? Mi sforzo, mi sforzo, ma non riesco a capire", dice la moglie Linda, che per tre volte ripete: "Abbiamo pagato tutti i debiti". "Sbagliava i sogni. Quelli li sbagliava. Tutti!", sentenzia il figlio Biff. "Non calunniate quest'uomo. Tu non hai capito: Willy era un commesso viaggiatore. E se tu fai il commesso viaggiatore non vivi sulla terra. Non sei il tipo che avvita un bullone o mi legge gli articoli del codice o mi prescrive la ricetta. Tu lavori così, per aria, aggrappato ad un sorriso o al lucido che hai sulle scarpe. E quando nessuno ti sorride più, è la fine del mondo… Un commesso viaggiatore deve sognare. I sogni fanno parte del mestiere", interviene Charley . "Credeva di essere una cosa ed era un'altra, zio Charley!", gli ribatte Biff. E' un classico del teatro, che parla d'America. Ma non sarebbe un "classico" se non evocasse anche molte altre cose. A me ha sempre fatto pensare a mio padre.
Che non era americano, e non faceva esattamente il commesso viaggiatore (era stato tante cose: povero divenuto improvvisamente giovin signore, soldato in Anatolia, fabbro, giocatore professionista di poker; io lo ricordo commerciante). A Milano, l'ultima tappa, vendeva camicie, vestiti e cravatte in Via Verziere. Non trasportava valigie, quello lo faceva mio zio, che morì scaricandole dall'aereo in Giappone, dove era andato, negli anni Sessanta, a vendere sete italiane per l'alta moda. Anche il padre di Arthur Miller era stato bottegaio, aveva un negozio di abbigliamento femminile, prima che la Grande depressione lo rovinasse.
Nella sua autobiografia, Timebends, Miller nota che "tantissimi, uomini e donne", gli avrebbero detto che questo dramma gli faceva venire in mente loro padre. Ma forse il mestiere in sé non c'entra più di tanto. O almeno non quanto il fatto che Willy Loman è un perdente stanco, solo. "È una brutta bestia la solitudine - specialmente quando gli affari non quagliano, e non hai con chi scambiare quattro parole. E mi sembra che non riuscirò più a vendere niente…". Si è arrabattato tutta la vita per la famiglia, i figli. Si è disperatamente aggrappato alle illusioni, e ora glielo rinfacciano: "Perché non prendi quei sogni bugiardi e non li bruci prima che succeda qualcosa?". Non è un eroe tragico sconfitto, è un perdente ordinario, comune, e questa è la sua tragedia. "Non dico che sia un grand'uomo: non ha mai fatto soldi.
Il suo nome non è mai apparso sul giornale. Non è un santo. Ma è un essere umano, che si trova in una situazione tremenda. Un po' di riguardo! Non lo lasciamo morire in un angolo come un vecchio cane! Un po' di riguardo, un po' di riguardo, una buona volta, per questa persona".
Willy Loman è stanco, sfiancato. "Si sfiancano i grandi, non possono sfiancarsi anche i piccoli uomini? Sono trentasei anni che lui lavora per la stessa ditta. Ha portato i prodotti di questa ditta nei posti più fuori mano. Adesso gli dimezzano lo stipendio! (poi lo licenzieranno del tutto)… Almeno quelli, quando gli faceva comodo, quando era giovane e gli smerciava la roba lo vedevano con piacere. Ma gli amici di una volta, i vecchi clienti… ormai sono morti o in pensione. A Boston lui era capace di fare sei, sette ditte in una giornata. Adesso tira giù le valigie dalla macchina, le rimette giù, ed è già morto. Adesso non cammina più: parla da solo. Fa duemila chilometri, e quando arriva nessuno lo saluta più, nessuno lo conosce.
E che succede nel cervello di un uomo che torna a casa da un viaggio di duemila chilometri, senza aver guadagnato un centesimo? Se non parlare da solo? (tutto il Salesman ruota attorno al suo soliloquio)". Succede che si abbandona ad un'ultima illusione: sfracellarsi con l'auto, in modo che i suoi possano cavarsela con l'assicurazione che riscuoteranno.
"Il commercio è un mestiere tremendo. Ammazza la gente", è la battuta che salta all'occhio giusto a metà del dramma. È ambigua. Volendo la si potrebbe leggere come un'evocazione delle "guerre per il commercio". O, all'opposto, come un epitaffio sulla fatica del commerciante. Ha qualcosa di sconcertante: sappiamo che è grazie al commercio che il vecchio Loman sfama la famiglia, che vive di e per il commercio, muore quando non ce la fa più a commerciare. È la sua morte, ma anche la sua vita. Mio padre morì che aveva 59 anni. Lo ricordo stanco, costantemente angosciato dalle cambiali in protesto, dai rimedi in extremis ai pignoramenti, dalle minacce di sfratto del padrone del negozio.
Sfiancato dal non essere riuscito a darci la sicurezza che avrebbe desiderato. Io, liceale, già mi perdevo dietro le "grandi cose", le sorti del mondo. Lui era costretto a scegliere tra il pagare le tratte o fare la spesa dal droghiere.
"Non sono interessato alle storie del passato o a fregnacce di quel tipo, perché il bosco brucia, capite ragazzi? C'è un grande incendio… Oggi mi hanno licenziato… cerco qualche briciola di buona notizia da dire a vostra madre, ma non ho più un briciolo di storia da raccontare. Perciò non state a farmi lezioni su fatti ed aspetti, non sono interessato…", dice ad un certo punto il commesso viaggiatore. Mio padre ci lasciò un sacco di debiti e guai, di cui riuscimmo a liberarci solo minacciando i creditori di rifiutare l'eredità (una sorta di equivalente dell'assicurazione di Loman). Sto per compiere i suoi anni. Non sono sicuro di aver fatto meglio. "Perdonami, caro, non mi viene da piangere. Chi lo sa perché, non mi viene da piangere. Non capisco… Perché l'hai fatto? Mi sforzo, mi sforzo, ma non riesco a capire, Willy… Ho pagato l'ultima rata del mutuo della casa oggi. Oggi caro. E la casa è vuota (un singhiozzo le nasce in gola).
Abbiamo pagato tutti i debiti (lasciandosi andare ai singhiozzi liberamente). Abbiamo pagato tutti i debiti. Abbiamo pagato tutti i debiti (ripetuto per la terza volta)". Queste le battute su cui si chiude il sipario. La vicenda di Willy Loman è in qualche modo la storia dell'America. Forse anche sulla faccenda dei debiti (incomparabilmente più attuale oggi di quanto lo fosse sulla soglia dei magnifici anni Cinquanta, con più debiti pro capite e in proporzione al prodotto nazionale, più mutui sulle loro case di quanto abbiano mai avuto in tutta la loro storia). Ma soprattutto in tema di etica del lavoro (gli americani sono quelli che più lavorano al mondo), di fatica quotidiana, di iniziativa, di piccole trasgressioni, grandi sogni.
È la storia assolutamente doc dell'individualismo americano, del suo fascino e dei suoi limiti. "Papà! Io non valgo una cicca! E neanche tu papà!" è una delle battute più feroci che il figlio Biff rivolge al padre. Che scatena una risposta altrettanto drammatica (in uno scoppio irrefrenabile, si premura di annotare l'autore): "Io valgo più di una cicca. Io sono Willy Loman e tu Biff Loman!". Osserverà molto più tardi Miller nella sua autobiografia: "Quando, trentacinque anni dopo, la piece - che aveva pressappoco l'età della rivoluzione cinese - fu rappresentata a Pechino ebbi la conferma che Willy in qualche modo rappresentava noi contemporanei ovunque, in ogni tipo di sistema. Il pubblico cinese poteva disapprovare le sue bugie, le sue illusioni esagerate, la sua immoralità e le sue scappatelle sessuali, ma quell' 'Io non sono una scartina, io sono Willy Loman e tu sei Biff Loman', quel messaggio di individualismo sarebbe stato accolto quasi come una dichiarazione rivoluzionaria dopo tanti anni di livellamento egualitario… 'Ci commuove, perché anche noi vogliamo essere numero uno, vogliano essere ricchi ed avere successo', mi disse uno studente, sorprendendomi".
E dire che il gran balzo della Cina era, in quel 1983, ancora agli inizi. Resta però il fatto che nell'America del Salesman, più che in qualsiasi altra parte del mondo, il successo è legato, più che da qualsiasi altro fattore, alla capacità di "vendere" il proprio prodotto, la propria immagine, alla dote del "bene apparire", del "piacere", più che dalla sostanza di quello che si offre. Non importa che cosa il commesso viaggiatore stia cercando di vendere: se un detersivo, o un "modello" per il resto del mondo, il dollaro o i prodotti di Wall street, il viagra, l'elisir della felicità, l'antidoto alle tirannie, la libertà o il libero mercato, beni materiali o "sogni".
Importa il modo in cui riesce o meno a "vendere" e "vendersi", il modo in cui viene percepito dai suoi "clienti". Certo è importante che questi continuino a "fidarsi". Non si compra da chi ti ha già una volta imbrogliato o temi che t'imbrogli. Ma non basta.
Non puoi permetterti che il mondo ti tenga il broncio. In questo mestiere, "se nessuno ti sorride più, è la fine del mondo". Rischi di dover chiudere bottega, anche se quel che proponi fosse il non plus ultra, proprio quello di cui il cliente ha bisogno. Mètier oblige. Napoleone Buonaparte aveva definito sprezzantemente l'Inghilterra "una nazione di bottegai".
In contrapposizione agli alti ideali (alcuni tutt'altro che trascurabili: i codici, la democrazia, l'emancipazione degli ebrei, liberté, egalité, fraternité) che la sua Francia ambiva ad esportare con le baionette in tutta Europa. Gli inglesi stessi se ne vergognavano (Dickens è feroce coi bottegai).
Ma quelli finirono per farlo nero. Può venire la tentazione di definire l'America come "una nazione di commessi viaggiatori". Formatasi nell'ossessione del vendere e vendersi bene. Da come riescono a "vendersi" agli elettori dipende il successo dei politici e degli stessi candidati alla Casa bianca. Durante le campagne presidenziali si muovono come trottole da un angolo all'altro del paese, vanno di porta in porta, si rivolgono agli elettori con lo stesso sorriso, la stessa mano tesa, persino le stesse formule di presentazione, nome, cognome, scopo della visita, dei venditori ambulanti che una volta bussavano a tutte le case.
Li si ritrova negli stessi diner, sugli stessi treni (ora meno), pullman o aerei, negli stessi alberghi sperduti nella provincia profonda frequentati dai commessi viaggiatori. Quando ai giornalisti che gli vanno appresso capita di incontrarli tra un comizio e l'altro, si indovina persino la stessa solitudine, la stessa fatica del viaggiatore d'affari. Seguono una strategia di marketing.
Celebrità, in tutti i campi, dallo sport allo spettacolo, dalla cultura alla religione, si diventa solo nella misura in cui ci si riesce a vendere. "Personality market" l'aveva già definito Charles Wright Mills. E' il paese che ha inventato i predicatori televisivi, gli imbonitori della fede con la stessa tecnica dei rappresentanti di commercio: anche Dio ha bisogno di essere "venduto", in un clima di concorrenza spietata. Le più raffinate tecniche pubblicitarie, tv e internet hanno solo moltiplicato quello che aveva già genialmente intuito a metà ottocento Herman Melville nel suo Confidence man. C'è poco da arricciare il naso: lo spirito del cavaliere errante, unito a quello del mercante e alla parlantina e ai modi dell'imbonitore è probabilmente uno dei fattori che ha fatto grande l'America.
Che niente è scontato se non si convince il cliente è a ben vedere anche il succo della democrazia. Dal "vendere" e dal "sapersi vendere" dipendono successo economico e innovazione. Almeno quanto dall'inventare e saper produrre. Uno storico dell'Università della Pennsylvania, Walter A. McDougall, ha recentemente interpretato, brutalmente e provocatoriamente, ma con dovizia di "pezze d'appoggio", tutta la successiva story Usa sin dal XIX secolo alla luce della "propensione ad imbrogliare il prossimo". Un altro storico, Harold Evans, è andato oltre.
Nell'appena pubblicato secondo volume della sua ricerca sul "Secolo americano" (They Made America. From the Steam Engine to the Search Engine: Two Centuries of Innovations) passa in rassegna le cinquanta maggiori invenzioni che l'America ha dato al mondo negli ultimi due secoli, dalla macchina a vapore a internet, dalla catena di montaggio alla televisione, dalla lampadina elettrica alla risonanza magnetica in medicina, per concludere che dietro tutti questi straordinari successi c'è stata costantemente meno genialità che saper vendere bene la genialità. "1 per cento di ispirazione e 99 per cento di marketing", come l'ha messa un recensore.
Quella del commesso viaggiatore è una figura che aveva stregato l'America e popolato la sua letteratura da molto prima che Miller mettesse mano al suo personaggio. Timothy B. Spears fornisce un panorama enciclopedico di questa secolare interazione nel suo 100 Years on The Road: The Traveling Salesman in American culture. Walter A. Friedman in Birth of a Salesman: the Transformation of Selling in America ne segue l'evoluzione.
Melville e Mark Twain (che li rappresentò nelle vesti del ciarlatano che spaccia "olio di serpente" sui battelli lungo in Mississippi) tendevano a maltrattarlo. Henry Thoreau li bollava come inutili, "innaturali" e nocivi. Henry James, l'autore dei raffinati Bostonians, era infastidito dalla loro "presa di possesso" dei vagoni ristorante e degli alberghi, dai loro "discorsi di primitiva rozzezza", dalla loro aria di "truculenza commerciale".
Arrivò a chiedersi, nel suo American Scene, quali donne potessero vivere con "con uomini di così straordinaria bassezza e volgarità", con "queste vittime e martiri, creature tragicamente condannate". Il salesman di The Iceman cometh di Eugene O'Neill è un assassino. Miller è il primo invece a umanizzarlo, farne una vittima, non un ciurmatore, dargli dei sogni. Anche se ne anticipa l'estinzione, molto prima che le vendite tv e internet, la grande pubblicità, li spazzasse davvero via. L'inizio della carriera di Willy Loman ne contiene già la fine. Racconta che aveva 19-20 anni quando gli capitò di incontrare "un certo Dave Singleman".
"Questo tale aveva ottantaquattro anni ed era stato rappresentante in trentadue Stati. Questo vecchio matusalemme si piazzava nella sua camera d'albergo, vicino al telefono, s'infilava le pantofole di velluto verde - quelle non me le scorderò finché campo - e chiamava i clienti. E così, senza spostarsi di un millimetro, alla bella età di ottantaquattro anni si guadagnava la vita. Quando io lo vidi, mi resi conto che quello era il mestiere ideale…". Leggo, e per un attimo mi pare che possa anche parlare della fine del mestiere di giornalista.
L'intenzione di Arthur Miller, quando nell'immediato dopoguerra scrisse il più famoso dei suoi lavori teatrali (Morte di un commesso viaggiatore fu rappresentato per la prima volta al Morosco Theatre di New York il 10 febbraio 1949) non era certo glorificare il marketing americano. Era già considerato un autore "di sinistra" (anche se, curiosamente, la regia fu affidata ad Elia Kazan, che poco dopo sarebbe invece passato per convertito al "maccartismo"). Non aveva, come molti intellettuali "progressisti", particolare simpatia per il commercio e la competizione. "Verrà un tempo in cui (i posteri) guarderanno a noi allibiti per il fatto he noi potessimo vedere qualcosa di santo nella competizione per i mezzi i sussistenza", metterà le mani avanti scrivendo nel primo anniversario el debutto del suo capolavoro. Spiegherà che aveva voluto mettere n scena la tragedia "di un uomo comune".
Ma la tragedia di quest'uomo comune è inseparabile dal mestiere che fa. "Per me, la tragedia di Willy Loman è che dà via la sua vita, anzi la vende, per giustificare il fatto di averla sprecata", dice l'autore. Ma anche per questo, come per tutti i grandi classici, la misura del successo non è affatto nelle intenzioni dichiarate dell'autore, ma nel modo in cui viene percepito dal lettore, o, in questo caso, dallo spettatore. A Miller era capitato di accorgersene subito. "Confesso che nello scrivere questo lavoro ho riso più di quanto mi fosse mai capitato prima in tutta la mia vita trovandomi da solo", avrebbe spiegato. Per poi accorgersi invece che alla lettura "di una scena che io consideravo particolarmente ilare", la moglie (non ancora Marylin Monroe), che lo ascoltava, era scoppiata a piangere.
Non dice qui (un articolo per il New York Times del febbraio 1950, nell'anniversario della prima rappresentazione) quale scena.
Ma altrove darà degli indizi: quelle in cui Willy Loman contraddice sé stesso. Lo faceva ridere, confessa, l'associazione di un argomento altisonante come la morte, "a un barzellettaro, una massa sanguigna di contraddizioni, un buffone", trovava che "ci fosse qualcosa di divertente in ciò, e anche qualcosa di simile ad un pugno in un occhio".
Ancora una volta, quel che fa grande un "classico" è la capacità di dire tutto, e, al tempo stesso, il suo contrario. Con humour, non con espedienti "patetici" a buon mercato, se possibile. Il meglio di sé la grande letteratura, e forse più in generale lo spirito degli uomini, l'ha dato quando ha saputo affrontare anche le vicende più tragiche con una risata liberatrice, il pugno nello stomaco dell'humour. Il che non significa divagare, parlar d'altro, minimizzare, perdersi nel vuoto leggero dell'irrilevante. Non si parla apparentemente di politica nel Salesman.
Solo dei problemi molto casalinghi di un piccolo insignificante commesso viaggiatore. "Sì, ma in qualche angolo remoto del mio cervello c'era forse qualcosa di politico. C'era nell'aria l'odore di un nuovo impero americano in procinto di farsi, se non altro perché avevo visto coi miei occhi un'Europa che invece moriva o era già morta, e sentivo il bisogno di mettere dinanzi agli occhi dei nuovi capitani e dei re così sicuri di sé il cadavere di un credente", confessa Miller. La storia, l'ambiente, la scena (prescritta nei minimi particolari: è la casa dove Miller abitava da bambino) sono quanto di più americano si possa immaginare.
Doc, datati, impregnati in profondità nell'essenza del "secolo americano", a metà del Novecento, in un momento preciso nel tempo e nello spazio geografico.
Quanto lo sono i quadri di Edward Hopper, che nel panorama della pittura americana sono forse quelli che meglio evocano "visivamente" quella particolare "atmosfera". Ma, al tempo stesso, il Salesman, quanto le tele di Hopper, hanno di straordinario anche la capacità di dire qualcosa che va al di là, coinvolgere lettori e spettatori di qualsiasi altro momento e luogo del mondo moderno. Arthur Miller avevo avuto per la prima volta occasione di incontrarlo a metà degli anni '80 a Pechino, dov'era venuto a seguire la messa in scena del suo Salesman con attori cinesi, per un pubblico cinese che fino a pochi anni prima era proibito leggere romanzi occidentali, e persino ascoltare Mozart e Beethoven. Poi lo avrei rivisto a New York, quando Furio Colombo, che apprezzava la mia cucina, me lo portò a cena assieme all'ultima moglie, la fotografa Inge Morath. Si parlò anche di Cina. Di mezzo c'era stata la strage di piazza Tienanmen.
L'interrogativo era cosa c'entrasse, come si potessero conciliare quegli orrori con l'interesse che aveva suscitato nel pubblico di quel paese un lavoro teatrale che parlava apparentemente di tutt'altro. Non aveva una risposta, solo una constatazione: "La mia Morte di un commesso viaggiatore tratta di famiglia e affari. I cinesi praticamente avevano inventato entrambi, e la reazione del pubblico (a Pechino) differiva poco da quella che c'era stata a New York, e nei teatri in qualsiasi altra città occidentale".
Ciò che contraddistingue un grande classico letterario è sempre un mistero: quello di come riesca ad evocare una molteplicità di cose diverse, e talvolta anche opposte. Anche al di là delle intenzioni dell'autore.
Lo stesso Miller ne era stupito e anche divertito. "Sul presunto significato della Morte di un commesso viaggiatore si è detto e si è scritto molto, sia dal punto di vista psicologico che politico-sociale. Un giornale di estrema destra disse per esempio che era 'una bomba ad orologeria messa sotto l'edificio dell'americanismo'. Mentre il recensore del Daily Worker, di sinistra, la definì un'opera assolutamente decadente.
Nella Spagna cattolica (ancora sotto Franco) fu rappresentata più a lungo di qualsiasi altra opera moderna; in Russia ne fu impedita la rappresentazione; che fu invece autorizzata, di quando in quando, in alcuni paesi satelliti, a seconda della direzione e della velocità del vento. La stampa spagnola, sotto lo stretto controllo della ortodossia cattolica, considerò il lavoro come una prova evidente dello spirito mortifero che dilaga in assenza di Dio. In America, il lavoro fu bollato come manifestazione di propaganda comunista, e tuttavia due tra le più grandi industrie del paese mi invitarono a tenere conferenze al personale della loro organizzazione di vendita riunito per l'occasione, mentre in diverse città, le rappresentazioni venivano sabotate dai veterani cattolici e dall'American Legion. A Londra fece un'impressione appena discreta, mentre i pescatori norvegesi del circolo polare artico, il cui unico contatto con la civiltà era la radio e la visita occasionale della nave governativa, insistettero per vederla molte sere di seguito - sempre lo stesso gruppetto di persone - considerandola una sorta di rito religioso.
Una organizzazione di viaggiatori di commercio fece di me una sorta di loro santo patrono, e un'associazione nazionale di direttori commerciali lamentò che la difficoltà a reclutare commessi viaggiatori era direttamente imputabile al mio dramma.
Quando fu realizzato il film, la società produttrice aveva una tale paura che lo fece precedere da un cortometraggio in cui si spiegava che Willy Loman era un caso del tutto eccezionale, quanto fosse necessaria all'economia la figura del commesso viaggiatore, e di quanta sicurezza, in realtà, godesse la sua vita; insomma, quanto fosse idiota il film per la cui produzione la società aveva speso più di un milione di dollari.
La paura fa fare strane cose…". Non so se rivedrò, magari ancora a cena, Arthur Miller, o se avrà mai occasione di leggere, e scuotere la testa, su questa ennesima interpretazione.
Ha compiuto i novanta, ho letto con dispiacere che sta male.


  http://www.rottanordovest.com/