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Il
sipario su Morte di un commesso viaggiatore (Death of a Salesman) si apre,
e si chiude, all'insegna di una grande stanchezza. Comincia con Willy
Loman, il commesso viaggiatore, che ormai "ha più di sessant'anni", che
entra in casa trascinando le sue due pesanti valigie di campioni (le
lascia cadere, "gli fanno male i palmi delle mani"). Finisce con la
moglie e gli altri protagonisti, reduci del suo funerale, a cui "non è
venuto nessuno", che cercano stancamente di "capire". "Perché l'hai fatto?
Mi sforzo, mi sforzo, ma non riesco a capire", dice la moglie Linda, che
per tre volte ripete: "Abbiamo pagato tutti i debiti". "Sbagliava i sogni.
Quelli li sbagliava. Tutti!", sentenzia il figlio Biff. "Non calunniate
quest'uomo. Tu non hai capito: Willy era un commesso viaggiatore. E se tu
fai il commesso viaggiatore non vivi sulla terra. Non sei il tipo che
avvita un bullone o mi legge gli articoli del codice o mi prescrive la
ricetta. Tu lavori così, per aria, aggrappato ad un sorriso o al lucido
che hai sulle scarpe. E quando nessuno ti sorride più, è la fine del
mondo… Un commesso viaggiatore deve sognare. I sogni fanno parte del
mestiere", interviene Charley . "Credeva di essere una cosa ed era
un'altra, zio Charley!", gli ribatte Biff. E' un classico del teatro, che
parla d'America. Ma non sarebbe un "classico" se non evocasse anche molte
altre cose. A me ha sempre fatto pensare a mio padre. Che non era
americano, e non faceva esattamente il commesso viaggiatore (era stato
tante cose: povero divenuto improvvisamente giovin signore, soldato in
Anatolia, fabbro, giocatore professionista di poker; io lo ricordo
commerciante). A Milano, l'ultima tappa, vendeva camicie, vestiti e
cravatte in Via Verziere. Non trasportava valigie, quello lo faceva mio
zio, che morì scaricandole dall'aereo in Giappone, dove era andato, negli
anni Sessanta, a vendere sete italiane per l'alta moda. Anche il padre di
Arthur Miller era stato bottegaio, aveva un negozio di abbigliamento
femminile, prima che la Grande depressione lo rovinasse. Nella sua
autobiografia, Timebends, Miller nota che "tantissimi, uomini e donne",
gli avrebbero detto che questo dramma gli faceva venire in mente loro
padre. Ma forse il mestiere in sé non c'entra più di tanto. O almeno non
quanto il fatto che Willy Loman è un perdente stanco, solo. "È una brutta
bestia la solitudine - specialmente quando gli affari non quagliano, e non
hai con chi scambiare quattro parole. E mi sembra che non riuscirò più a
vendere niente…". Si è arrabattato tutta la vita per la famiglia, i figli.
Si è disperatamente aggrappato alle illusioni, e ora glielo rinfacciano:
"Perché non prendi quei sogni bugiardi e non li bruci prima che succeda
qualcosa?". Non è un eroe tragico sconfitto, è un perdente ordinario,
comune, e questa è la sua tragedia. "Non dico che sia un grand'uomo: non
ha mai fatto soldi. Il suo nome non è mai apparso sul giornale. Non è
un santo. Ma è un essere umano, che si trova in una situazione tremenda.
Un po' di riguardo! Non lo lasciamo morire in un angolo come un vecchio
cane! Un po' di riguardo, un po' di riguardo, una buona volta, per questa
persona". Willy Loman è stanco, sfiancato. "Si sfiancano i grandi, non
possono sfiancarsi anche i piccoli uomini? Sono trentasei anni che lui
lavora per la stessa ditta. Ha portato i prodotti di questa ditta nei
posti più fuori mano. Adesso gli dimezzano lo stipendio! (poi lo
licenzieranno del tutto)… Almeno quelli, quando gli faceva comodo, quando
era giovane e gli smerciava la roba lo vedevano con piacere. Ma gli amici
di una volta, i vecchi clienti… ormai sono morti o in pensione. A Boston
lui era capace di fare sei, sette ditte in una giornata. Adesso tira giù
le valigie dalla macchina, le rimette giù, ed è già morto. Adesso non
cammina più: parla da solo. Fa duemila chilometri, e quando arriva nessuno
lo saluta più, nessuno lo conosce. E che succede nel cervello di un
uomo che torna a casa da un viaggio di duemila chilometri, senza aver
guadagnato un centesimo? Se non parlare da solo? (tutto il Salesman ruota
attorno al suo soliloquio)". Succede che si abbandona ad un'ultima
illusione: sfracellarsi con l'auto, in modo che i suoi possano cavarsela
con l'assicurazione che riscuoteranno. "Il commercio è un mestiere
tremendo. Ammazza la gente", è la battuta che salta all'occhio giusto a
metà del dramma. È ambigua. Volendo la si potrebbe leggere come
un'evocazione delle "guerre per il commercio". O, all'opposto, come un
epitaffio sulla fatica del commerciante. Ha qualcosa di sconcertante:
sappiamo che è grazie al commercio che il vecchio Loman sfama la famiglia,
che vive di e per il commercio, muore quando non ce la fa più a
commerciare. È la sua morte, ma anche la sua vita. Mio padre morì che
aveva 59 anni. Lo ricordo stanco, costantemente angosciato dalle cambiali
in protesto, dai rimedi in extremis ai pignoramenti, dalle minacce di
sfratto del padrone del negozio. Sfiancato dal non essere riuscito a
darci la sicurezza che avrebbe desiderato. Io, liceale, già mi perdevo
dietro le "grandi cose", le sorti del mondo. Lui era costretto a scegliere
tra il pagare le tratte o fare la spesa dal droghiere. "Non sono
interessato alle storie del passato o a fregnacce di quel tipo, perché il
bosco brucia, capite ragazzi? C'è un grande incendio… Oggi mi hanno
licenziato… cerco qualche briciola di buona notizia da dire a vostra
madre, ma non ho più un briciolo di storia da raccontare. Perciò non state
a farmi lezioni su fatti ed aspetti, non sono interessato…", dice ad un
certo punto il commesso viaggiatore. Mio padre ci lasciò un sacco di
debiti e guai, di cui riuscimmo a liberarci solo minacciando i creditori
di rifiutare l'eredità (una sorta di equivalente dell'assicurazione di
Loman). Sto per compiere i suoi anni. Non sono sicuro di aver fatto
meglio. "Perdonami, caro, non mi viene da piangere. Chi lo sa perché, non
mi viene da piangere. Non capisco… Perché l'hai fatto? Mi sforzo, mi
sforzo, ma non riesco a capire, Willy… Ho pagato l'ultima rata del mutuo
della casa oggi. Oggi caro. E la casa è vuota (un singhiozzo le nasce in
gola). Abbiamo pagato tutti i debiti (lasciandosi andare ai singhiozzi
liberamente). Abbiamo pagato tutti i debiti. Abbiamo pagato tutti i debiti
(ripetuto per la terza volta)". Queste le battute su cui si chiude il
sipario. La vicenda di Willy Loman è in qualche modo la storia
dell'America. Forse anche sulla faccenda dei debiti (incomparabilmente più
attuale oggi di quanto lo fosse sulla soglia dei magnifici anni Cinquanta,
con più debiti pro capite e in proporzione al prodotto nazionale, più
mutui sulle loro case di quanto abbiano mai avuto in tutta la loro
storia). Ma soprattutto in tema di etica del lavoro (gli americani sono
quelli che più lavorano al mondo), di fatica quotidiana, di iniziativa, di
piccole trasgressioni, grandi sogni. È la storia assolutamente doc
dell'individualismo americano, del suo fascino e dei suoi limiti. "Papà!
Io non valgo una cicca! E neanche tu papà!" è una delle battute più feroci
che il figlio Biff rivolge al padre. Che scatena una risposta altrettanto
drammatica (in uno scoppio irrefrenabile, si premura di annotare
l'autore): "Io valgo più di una cicca. Io sono Willy Loman e tu Biff
Loman!". Osserverà molto più tardi Miller nella sua autobiografia:
"Quando, trentacinque anni dopo, la piece - che aveva pressappoco l'età
della rivoluzione cinese - fu rappresentata a Pechino ebbi la conferma che
Willy in qualche modo rappresentava noi contemporanei ovunque, in ogni
tipo di sistema. Il pubblico cinese poteva disapprovare le sue bugie, le
sue illusioni esagerate, la sua immoralità e le sue scappatelle sessuali,
ma quell' 'Io non sono una scartina, io sono Willy Loman e tu sei Biff
Loman', quel messaggio di individualismo sarebbe stato accolto quasi come
una dichiarazione rivoluzionaria dopo tanti anni di livellamento
egualitario… 'Ci commuove, perché anche noi vogliamo essere numero uno,
vogliano essere ricchi ed avere successo', mi disse uno studente,
sorprendendomi". E dire che il gran balzo della Cina era, in quel 1983,
ancora agli inizi. Resta però il fatto che nell'America del Salesman, più
che in qualsiasi altra parte del mondo, il successo è legato, più che da
qualsiasi altro fattore, alla capacità di "vendere" il proprio prodotto,
la propria immagine, alla dote del "bene apparire", del "piacere", più che
dalla sostanza di quello che si offre. Non importa che cosa il commesso
viaggiatore stia cercando di vendere: se un detersivo, o un "modello" per
il resto del mondo, il dollaro o i prodotti di Wall street, il viagra,
l'elisir della felicità, l'antidoto alle tirannie, la libertà o il libero
mercato, beni materiali o "sogni". Importa il modo in cui riesce o meno
a "vendere" e "vendersi", il modo in cui viene percepito dai suoi
"clienti". Certo è importante che questi continuino a "fidarsi". Non si
compra da chi ti ha già una volta imbrogliato o temi che t'imbrogli. Ma
non basta. Non puoi permetterti che il mondo ti tenga il broncio. In
questo mestiere, "se nessuno ti sorride più, è la fine del mondo". Rischi
di dover chiudere bottega, anche se quel che proponi fosse il non plus
ultra, proprio quello di cui il cliente ha bisogno. Mètier oblige.
Napoleone Buonaparte aveva definito sprezzantemente l'Inghilterra "una
nazione di bottegai". In contrapposizione agli alti ideali (alcuni
tutt'altro che trascurabili: i codici, la democrazia, l'emancipazione
degli ebrei, liberté, egalité, fraternité) che la sua Francia ambiva ad
esportare con le baionette in tutta Europa. Gli inglesi stessi se ne
vergognavano (Dickens è feroce coi bottegai). Ma quelli finirono per
farlo nero. Può venire la tentazione di definire l'America come "una
nazione di commessi viaggiatori". Formatasi nell'ossessione del vendere e
vendersi bene. Da come riescono a "vendersi" agli elettori dipende il
successo dei politici e degli stessi candidati alla Casa bianca. Durante
le campagne presidenziali si muovono come trottole da un angolo all'altro
del paese, vanno di porta in porta, si rivolgono agli elettori con lo
stesso sorriso, la stessa mano tesa, persino le stesse formule di
presentazione, nome, cognome, scopo della visita, dei venditori ambulanti
che una volta bussavano a tutte le case. Li si ritrova negli stessi
diner, sugli stessi treni (ora meno), pullman o aerei, negli stessi
alberghi sperduti nella provincia profonda frequentati dai commessi
viaggiatori. Quando ai giornalisti che gli vanno appresso capita di
incontrarli tra un comizio e l'altro, si indovina persino la stessa
solitudine, la stessa fatica del viaggiatore d'affari. Seguono una
strategia di marketing. Celebrità, in tutti i campi, dallo sport allo
spettacolo, dalla cultura alla religione, si diventa solo nella misura in
cui ci si riesce a vendere. "Personality market" l'aveva già definito
Charles Wright Mills. E' il paese che ha inventato i predicatori
televisivi, gli imbonitori della fede con la stessa tecnica dei
rappresentanti di commercio: anche Dio ha bisogno di essere "venduto", in
un clima di concorrenza spietata. Le più raffinate tecniche pubblicitarie,
tv e internet hanno solo moltiplicato quello che aveva già genialmente
intuito a metà ottocento Herman Melville nel suo Confidence man. C'è poco
da arricciare il naso: lo spirito del cavaliere errante, unito a quello
del mercante e alla parlantina e ai modi dell'imbonitore è probabilmente
uno dei fattori che ha fatto grande l'America. Che niente è scontato se
non si convince il cliente è a ben vedere anche il succo della democrazia.
Dal "vendere" e dal "sapersi vendere" dipendono successo economico e
innovazione. Almeno quanto dall'inventare e saper produrre. Uno storico
dell'Università della Pennsylvania, Walter A. McDougall, ha recentemente
interpretato, brutalmente e provocatoriamente, ma con dovizia di "pezze
d'appoggio", tutta la successiva story Usa sin dal XIX secolo alla luce
della "propensione ad imbrogliare il prossimo". Un altro storico, Harold
Evans, è andato oltre. Nell'appena pubblicato secondo volume della sua
ricerca sul "Secolo americano" (They Made America. From the Steam Engine
to the Search Engine: Two Centuries of Innovations) passa in rassegna le
cinquanta maggiori invenzioni che l'America ha dato al mondo negli ultimi
due secoli, dalla macchina a vapore a internet, dalla catena di montaggio
alla televisione, dalla lampadina elettrica alla risonanza magnetica in
medicina, per concludere che dietro tutti questi straordinari successi c'è
stata costantemente meno genialità che saper vendere bene la genialità. "1
per cento di ispirazione e 99 per cento di marketing", come l'ha messa un
recensore. Quella del commesso viaggiatore è una figura che aveva
stregato l'America e popolato la sua letteratura da molto prima che Miller
mettesse mano al suo personaggio. Timothy B. Spears fornisce un panorama
enciclopedico di questa secolare interazione nel suo 100 Years on The
Road: The Traveling Salesman in American culture. Walter A. Friedman in
Birth of a Salesman: the Transformation of Selling in America ne segue
l'evoluzione. Melville e Mark Twain (che li rappresentò nelle vesti del
ciarlatano che spaccia "olio di serpente" sui battelli lungo in
Mississippi) tendevano a maltrattarlo. Henry Thoreau li bollava come
inutili, "innaturali" e nocivi. Henry James, l'autore dei raffinati
Bostonians, era infastidito dalla loro "presa di possesso" dei vagoni
ristorante e degli alberghi, dai loro "discorsi di primitiva rozzezza",
dalla loro aria di "truculenza commerciale". Arrivò a chiedersi, nel
suo American Scene, quali donne potessero vivere con "con uomini di così
straordinaria bassezza e volgarità", con "queste vittime e martiri,
creature tragicamente condannate". Il salesman di The Iceman cometh di
Eugene O'Neill è un assassino. Miller è il primo invece a umanizzarlo,
farne una vittima, non un ciurmatore, dargli dei sogni. Anche se ne
anticipa l'estinzione, molto prima che le vendite tv e internet, la grande
pubblicità, li spazzasse davvero via. L'inizio della carriera di Willy
Loman ne contiene già la fine. Racconta che aveva 19-20 anni quando gli
capitò di incontrare "un certo Dave Singleman". "Questo tale aveva
ottantaquattro anni ed era stato rappresentante in trentadue Stati. Questo
vecchio matusalemme si piazzava nella sua camera d'albergo, vicino al
telefono, s'infilava le pantofole di velluto verde - quelle non me le
scorderò finché campo - e chiamava i clienti. E così, senza spostarsi di
un millimetro, alla bella età di ottantaquattro anni si guadagnava la
vita. Quando io lo vidi, mi resi conto che quello era il mestiere
ideale…". Leggo, e per un attimo mi pare che possa anche parlare della
fine del mestiere di giornalista. L'intenzione di Arthur Miller, quando
nell'immediato dopoguerra scrisse il più famoso dei suoi lavori teatrali
(Morte di un commesso viaggiatore fu rappresentato per la prima volta al
Morosco Theatre di New York il 10 febbraio 1949) non era certo glorificare
il marketing americano. Era già considerato un autore "di sinistra" (anche
se, curiosamente, la regia fu affidata ad Elia Kazan, che poco dopo
sarebbe invece passato per convertito al "maccartismo"). Non aveva, come
molti intellettuali "progressisti", particolare simpatia per il commercio
e la competizione. "Verrà un tempo in cui (i posteri) guarderanno a noi
allibiti per il fatto he noi potessimo vedere qualcosa di santo nella
competizione per i mezzi i sussistenza", metterà le mani avanti scrivendo
nel primo anniversario el debutto del suo capolavoro. Spiegherà che aveva
voluto mettere n scena la tragedia "di un uomo comune". Ma la tragedia
di quest'uomo comune è inseparabile dal mestiere che fa. "Per me, la
tragedia di Willy Loman è che dà via la sua vita, anzi la vende, per
giustificare il fatto di averla sprecata", dice l'autore. Ma anche per
questo, come per tutti i grandi classici, la misura del successo non è
affatto nelle intenzioni dichiarate dell'autore, ma nel modo in cui viene
percepito dal lettore, o, in questo caso, dallo spettatore. A Miller era
capitato di accorgersene subito. "Confesso che nello scrivere questo
lavoro ho riso più di quanto mi fosse mai capitato prima in tutta la mia
vita trovandomi da solo", avrebbe spiegato. Per poi accorgersi invece che
alla lettura "di una scena che io consideravo particolarmente ilare", la
moglie (non ancora Marylin Monroe), che lo ascoltava, era scoppiata a
piangere. Non dice qui (un articolo per il New York Times del febbraio
1950, nell'anniversario della prima rappresentazione) quale scena. Ma
altrove darà degli indizi: quelle in cui Willy Loman contraddice sé
stesso. Lo faceva ridere, confessa, l'associazione di un argomento
altisonante come la morte, "a un barzellettaro, una massa sanguigna di
contraddizioni, un buffone", trovava che "ci fosse qualcosa di divertente
in ciò, e anche qualcosa di simile ad un pugno in un occhio". Ancora
una volta, quel che fa grande un "classico" è la capacità di dire tutto,
e, al tempo stesso, il suo contrario. Con humour, non con espedienti
"patetici" a buon mercato, se possibile. Il meglio di sé la grande
letteratura, e forse più in generale lo spirito degli uomini, l'ha dato
quando ha saputo affrontare anche le vicende più tragiche con una risata
liberatrice, il pugno nello stomaco dell'humour. Il che non significa
divagare, parlar d'altro, minimizzare, perdersi nel vuoto leggero
dell'irrilevante. Non si parla apparentemente di politica nel
Salesman. Solo dei problemi molto casalinghi di un piccolo
insignificante commesso viaggiatore. "Sì, ma in qualche angolo remoto del
mio cervello c'era forse qualcosa di politico. C'era nell'aria l'odore di
un nuovo impero americano in procinto di farsi, se non altro perché avevo
visto coi miei occhi un'Europa che invece moriva o era già morta, e
sentivo il bisogno di mettere dinanzi agli occhi dei nuovi capitani e dei
re così sicuri di sé il cadavere di un credente", confessa Miller. La
storia, l'ambiente, la scena (prescritta nei minimi particolari: è la casa
dove Miller abitava da bambino) sono quanto di più americano si possa
immaginare. Doc, datati, impregnati in profondità nell'essenza del
"secolo americano", a metà del Novecento, in un momento preciso nel tempo
e nello spazio geografico. Quanto lo sono i quadri di Edward Hopper,
che nel panorama della pittura americana sono forse quelli che meglio
evocano "visivamente" quella particolare "atmosfera". Ma, al tempo stesso,
il Salesman, quanto le tele di Hopper, hanno di straordinario anche la
capacità di dire qualcosa che va al di là, coinvolgere lettori e
spettatori di qualsiasi altro momento e luogo del mondo moderno. Arthur
Miller avevo avuto per la prima volta occasione di incontrarlo a metà
degli anni '80 a Pechino, dov'era venuto a seguire la messa in scena del
suo Salesman con attori cinesi, per un pubblico cinese che fino a pochi
anni prima era proibito leggere romanzi occidentali, e persino ascoltare
Mozart e Beethoven. Poi lo avrei rivisto a New York, quando Furio Colombo,
che apprezzava la mia cucina, me lo portò a cena assieme all'ultima
moglie, la fotografa Inge Morath. Si parlò anche di Cina. Di mezzo c'era
stata la strage di piazza Tienanmen. L'interrogativo era cosa
c'entrasse, come si potessero conciliare quegli orrori con l'interesse che
aveva suscitato nel pubblico di quel paese un lavoro teatrale che parlava
apparentemente di tutt'altro. Non aveva una risposta, solo una
constatazione: "La mia Morte di un commesso viaggiatore tratta di famiglia
e affari. I cinesi praticamente avevano inventato entrambi, e la reazione
del pubblico (a Pechino) differiva poco da quella che c'era stata a New
York, e nei teatri in qualsiasi altra città occidentale". Ciò che
contraddistingue un grande classico letterario è sempre un mistero: quello
di come riesca ad evocare una molteplicità di cose diverse, e talvolta
anche opposte. Anche al di là delle intenzioni dell'autore. Lo stesso
Miller ne era stupito e anche divertito. "Sul presunto significato della
Morte di un commesso viaggiatore si è detto e si è scritto molto, sia dal
punto di vista psicologico che politico-sociale. Un giornale di estrema
destra disse per esempio che era 'una bomba ad orologeria messa sotto
l'edificio dell'americanismo'. Mentre il recensore del Daily Worker, di
sinistra, la definì un'opera assolutamente decadente. Nella Spagna
cattolica (ancora sotto Franco) fu rappresentata più a lungo di qualsiasi
altra opera moderna; in Russia ne fu impedita la rappresentazione; che fu
invece autorizzata, di quando in quando, in alcuni paesi satelliti, a
seconda della direzione e della velocità del vento. La stampa spagnola,
sotto lo stretto controllo della ortodossia cattolica, considerò il lavoro
come una prova evidente dello spirito mortifero che dilaga in assenza di
Dio. In America, il lavoro fu bollato come manifestazione di propaganda
comunista, e tuttavia due tra le più grandi industrie del paese mi
invitarono a tenere conferenze al personale della loro organizzazione di
vendita riunito per l'occasione, mentre in diverse città, le
rappresentazioni venivano sabotate dai veterani cattolici e dall'American
Legion. A Londra fece un'impressione appena discreta, mentre i pescatori
norvegesi del circolo polare artico, il cui unico contatto con la civiltà
era la radio e la visita occasionale della nave governativa, insistettero
per vederla molte sere di seguito - sempre lo stesso gruppetto di persone
- considerandola una sorta di rito religioso. Una organizzazione di
viaggiatori di commercio fece di me una sorta di loro santo patrono, e
un'associazione nazionale di direttori commerciali lamentò che la
difficoltà a reclutare commessi viaggiatori era direttamente imputabile al
mio dramma. Quando fu realizzato il film, la società produttrice aveva
una tale paura che lo fece precedere da un cortometraggio in cui si
spiegava che Willy Loman era un caso del tutto eccezionale, quanto fosse
necessaria all'economia la figura del commesso viaggiatore, e di quanta
sicurezza, in realtà, godesse la sua vita; insomma, quanto fosse idiota il
film per la cui produzione la società aveva speso più di un milione di
dollari. La paura fa fare strane cose…". Non so se rivedrò, magari
ancora a cena, Arthur Miller, o se avrà mai occasione di leggere, e
scuotere la testa, su questa ennesima interpretazione. Ha compiuto i
novanta, ho letto con dispiacere che sta male. |